Piazza Finanziaria di Milano: il rilancio è possibile

6 novembre, 2013 10:35

Il rilancio della piazza finanziaria di Milano è un tema che occorre riprendere rapidamente. Intorno ai mercati finanziari gravitano non soltanto gli operatori e le banche, ma anche tante altre professionalità: analisti, gestori, avvocati, professionisti, consulenti, revisori, eccetera. Si tratta di migliaia di posti di lavoro qualificati che rappresentano una quota importante del PIL di questa città. Un centro finanziario di rilievo è importante non soltanto perché consente di trasferire risorse dai risparmiatori alle imprese e perché genera ricchezza, ma forse soprattutto perché crea occupazione a elevato valore aggiunto anche per i giovani laureati. È dunque un modo per evitare che i nostri giovani più brillanti prendano la strada per l’estero dove meglio vengono utilizzate le loro competenze, per le quali le famiglie ed il nostro sistema paese tanto hanno investito.

Il rilancio della piazza finanziaria richiede una forte volontà da parte dei soggetti interessati ma anche interventi di sostegno da parte delle Autorità. Se è difficile oggi immaginare di dedicare risorse a questo tema, è però lecito chiedere che vengano almeno rimossi i disincentivi che ci penalizzano rispetto agli altri grandi paesi europei. Penso in primo luogo all’eccesso normativo che interessa i mercati e gli operatori italiani. Lungi dall’evitare che si verifichino truffe e manipolazioni, questo continuo affastellarsi, e talvolta sovrapporsi, di norme e regolamenti rappresenta un onere molto pesante per intermediari e mercati. Soprattutto, insieme all’incertezza che inevitabilmente ne consegue, esso spinge i grandi operatori e investitori esteri a scegliere altre sedi di negoziazione meno complicate.
In secondo luogo c’è l’aspetto fiscale. Si pensi alla Tassa sulle Transazioni Finanziarie (ITF), la cosiddetta Tobin Tax, introdotta solo in Francia e da noi sulla scorta di motivazioni più emozionali che di merito. Per un giudizio generale su questa tassa si rimanda alla “Pagella”, con relativa valutazione ampiamente negativa, che Italia Aperta ha recentemente pubblicato. Qui interessa piuttosto sottolineare come l’imposta abbia provocato fin da subito una forte caduta d’interesse per la borsa di Milano. Il grafico allegato mostra chiaramente che, da quando si è deciso di introdurre l’ITF (linea verticale tratteggiata) e ancor più da quando la stessa ha preso avvio (linea continua), la percentuale degli scambi sul mercato milanese, rispetto a quelli sui principali paesi europei, è significativamente diminuito. Da informazioni in nostro possesso, tale fenomeno sarebbe da ricondursi a una ridotta operatività sul mercato italiano, sia da parte degli investitori istituzionali esteri, sia da parte della clientela degli intermediari on-line, che sembrerebbe ora indirizzare gli ordini verso mercati esteri non colpiti dall’imposta.
È un peccato che proprio ora che il governo si appresta ad avviare un importante processo di privatizzazioni, che richiederebbe un mercato molto liquido e la presenza massiccia degli investitori istituzionali stranieri, l’ITF penalizzi fortemente la nostra borsa. Lo stesso Parlamento Europeo sta facendo sostanzialmente marcia indietro. Il rischio è che il fardello resti soltanto sulle spalle nostre e dei francesi, a tutto vantaggio delle altre piazze, in particolare quella di Londra. L’ITF è stata un errore da tutti i punti di vista: perché non riconoscerlo con coraggio, eliminandola senza rimpianti e guardando avanti? Il maggiore gettito derivante dalle altre imposte che gravano sui titoli (capital gain), in presenza di un prevedibile, forte incremento degli scambi, sarebbe probabilmente tale da più che compensare il mancato introito della stessa. Il primo segmento è quello della finanza per le piccole e medie imprese e coincide con un’esigenza fondamentale per il nostro settore produttivo. La crescita dimensionale (e culturale) delle nostre tante piccole o micro aziende è indispensabile affinché esse possano competere efficacemente nel mercato internazionale. E ciò, in presenza di un restringimento strutturale del credito bancario dovuto ai crescenti requisiti di capitale imposti alle banche, richiede che tali imprese si aprano al mercato dei capitali. Negli ultimi mesi vi sono stati segnali “di incoraggiamento” importanti in questa direzione da parte del governo e delle Autorità di Vigilanza, come il lancio dei cosiddetti “mini bonds” o il Protocollo di Intesa patrocinato dal Presidente della Consob a favore delle quotazione delle piccole imprese (progetto PiùBorsa). Perché questi progetti abbiano successo è necessario che nascano e vengano incentivati fondi di investimento italiani specializzati su questo comparto che si affianchino a quelli esteri, in modo che i titoli di nuova quotazione entrino in mercati secondari dotati di buona liquidità. Si tratta di un’occasione forse irripetibile per Milano per candidarsi a diventare il centro finanziario di quotazione e scambio di titoli delle piccole e medie imprese italiane ed europee. Sarebbe davvero sciagurato perdere questa opportunità.

Il secondo segmento è quello del risparmio gestito. Il nostro paese, come noto, è ancora fra quelli a più elevato tasso di risparmio. I fondi di investimento e le gestioni patrimoniali continuano a rappresentare gli strumenti più efficaci per valorizzare il risparmio delle famiglie mantenendo un grado di rischio contenuto. In Italia e, in particolare, a Milano ci sono tutte le professionalità necessarie perché la nostra piazza venga riconosciuta come un centro importante del risparmio gestito, per la qualità dei prodotti e la dimensione delle società di gestione. Fino ad ora questo non è accaduto anche perché le reti bancarie, che di fatto controllano le sgr, spesso non hanno spinto su questi prodotti essendo impegnate nella vendita di altri strumenti di risparmio. È il momento di affrontare questo conflitto d’interesse per ridare slancio ad un comparto che potrebbe e dovrebbe essere la punta di diamante del nostro settore finanziario.

Michele Calzolari

pres. ASSOSIM

GraficoCalzolari

 

 IMPATTO DELL’ITF SUL MERCATO ITALIANO 

Dalle analisi svolte da Assosim risulta, inequivocabilmente, che dall’1 marzo scorso, data di entrata in vigore dell’ITF, le transazioni eseguite sul solo mercato azionario di Borsa Italiana (senza, cioè, considerare il mercato OTC) hanno registrato un calo, rispetto ai due anni precedenti (pur contrassegnati da una profonda recessione), di oltre il 17% in termini di volumi e di oltre il 14% in termini di numero di operazioni.
Nello stesso periodo, viceversa, i mercati delle principali capitali europee -Londra, Francoforte e Madrid- hanno registrato un calo molto più contenuto del loro volume d’affari, pari cioè all’8% in termini di volumi (meno della metà rispetto a quello italiano) e, addirittura, di poco più del 2% in termini di numero di operazioni (circa un settimo rispetto a quello italiano). Ciò vuol dire che, in valore assoluto, la piazza finanziaria italiana, pur nell’euforia che domina i mercati in questo periodo, sta perdendo ogni mese (rispetto alla media dei due anni precedenti) un volume d’affari pari a 17,5 miliardi di euro (210 miliardi l’anno), rappresentato da oltre 1,5 milioni di transazioni al mese (18 milioni l’anno). Ove si prenda a riferimento tale ultimo dato, il calo di operatività registrato su Borsa Italiana in termini di giorni lavorativi si traduce nella perdita di 36 giornate di lavoro l’anno che, su una media di 21 giornate di Borsa aperta al mese, comporta la perdita, ogni anno, di 1,5 mesi (oltre 7 settimane) di lavoro per l’industria finanziaria italiana. In media, viceversa, i mercati di Londra, Francoforte e Madrid hanno perso, nello stesso periodo, solo 5 giorni lavorativi (ovverosia l’equivalente di una sola settimana di contrattazioni). Si consideri che la Francia, che dal settembre 2012 ha introdotto un’imposta sulle transazioni finanziare con una più ampia base imponibile e un’aliquota doppia rispetto a quella italiana, sta perdendo l’equivalente di ben 48 giornate di lavoro l’anno (quasi 10 settimane).

Analisi qualitative condotte sulla composizione dei flussi di ordini immessi sui mercati di Borsa dimostrano che il calo più sostanzioso di operatività sia da imputare ai grandi investitori istituzionali esteri i quali, a seguito dell’introduzione dell’ITF, stanno progressivamente rideterminando, in negativo, il peso relativo dei titoli italiani nei loro portafogli. Al contempo, quote sempre più rilevanti di ordini immessi da investitori italiani tramite piattaforme elettroniche sono dal marzo scorso indirizzati verso mercati esteri non gravati da analogo regime impositivo.

ASSOSIM

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