Negoziati TTIP: Lavoro

Il TTIP è l’accordo di partenariato e libero commercio fra USA e Unione Europea che ricalca il NAFTA (USA – Canada – Messico) e il TTP (Area del Pacifico, i cui negoziati si svolgono in contemporanea al primo).

In Italia si è molto speculato, spesso a sproposito e dietrologicamente, sui contenuti e sul processo di quest’accordo commerciale.

Mentre in altri Paesi comunitari i negoziati sono ormai temi quotidiani del dibattito politico, il Belpaese si caratterizza per la notevole scarsità di informazioni confermate, lasciando il grosso dell’argomento a siti “d’informazione” complottisti.

Sono pochi, infatti, gli esperti che diffondono notizie e si impegnano per far conoscere il TTIP.

Il negoziato è condotto da due gruppi di funzionari, uno europeo e uno statunitense, appoggiati e coadiuvati da diverse decine di lobbisti di ambo le sponde atlantiche, i quali partecipano alle riunioni, stilano rapporti e analisi, consigliano i funzionari stessi e, ovviamente, perorano i propri interessi com’è loro dovere.

Una delle maggiori preoccupazioni europee riguarda la regolamentazione del lavoro.

Negli Stati Uniti esistono forme contrattuali estremamente flessibili, ad esempio i contratti “at – will” (rescissione possibile senza preavviso, senza giusta causa, da parte di datore di lavoro o dipendente) che se da un lato proteggono i datori di lavoro da lavoratori incompetenti o fannulloni, dall’altro rischiano di dare troppo potere coercitivo ai datori stessi esponendo i dipendenti a potenziali ricatti lavorativi.

Anche il salario risulta essere un tema di grande interesse, soprattutto fra i dipendenti con specializzazione medio – bassa: un impiegato di McDonald’s negli Stati Uniti guadagnava circa un minimo di 7,25 $ all’ora fino al 2 aprile 2015, quando la multinazionale ha deciso di alzarlo di 0,90 centesimi dopo un anno di proteste e scontri nelle maggiori città statunitensi.

Ancora oggi il movimento sindacale continua, dal momento che quel rialzo riguarda solo i dipendenti diretti di McDonald’s (non quelli in franchising, ossia il 90% dei lavoratori della catena), e si batte per raggiungere la quota di 15 $ all’ora dopo essersi unito alle proteste di insegnanti, degli operatori per anziani e bambini e degli impiegati della Walmart.

In aggiunta, il welfare statunitense è molto più flebile di quello dei Paesi europei (basti pensare al sistema sanitario italiano o alle politiche danesi per la famiglia).

La rappresentanza statunitense al negoziato, tuttavia, è sempre stata pronta ad affermare che l’entrata in vigore dell’accordo non muterà alcunché nel mercato del lavoro europeo e italiano e i nostri standard non verranno toccati.

Appare logico come, se si viene a creare un’area commerciale che punta a omogeneizzare la situazione tra le due sponde e a togliere le barriere dannose agli affari, il risultato conseguente è che i salari europei si adeguino a quelli statunitensi, non il contrario, a meno che non si voglia ritrattare sulle barriere non tariffarie (ad oggi incluse negli sviluppi futuri del TTIP).

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), organismo che raccoglie 183 Paesi da tutto il mondo, mostra un altro dato: l’associazione, nel corso degli anni, ha adottato circa 189 Convenzioni, quasi tutte firmate dai propri membri.

Le Convenzioni sulla “Libertà d’Associazione” (87) e sulla “Contrattazione Collettiva” (98) sono state firmate dal 90% dei Paesi, europei compresi. Gli Stati Uniti non le hanno mai ratificate.

È necessario ricordare il concetto detto poc’anzi: il TTIP è un accordo commerciale che ha come fine l’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie per implementare il commercio fra UE e USA, il che significa che si negozia per togliere regole e legacci che risultano nocivi per gli affari transatlantici.

Se il fine è questo, è naturale che si negozierà anche su temi quali la contrattazione collettiva e la libertà d’associazione e che gli standard europei verranno adeguati agli standard statunitensi quando essi risulteranno più bassi, e al contrario gli standard americani si adegueranno agli europei nel caso siano questi a risultare più agevoli per il commercio, altrimenti il compito “togliere le barriere non tariffarie” non avrebbe senso.

 

Il TTIP prevede che le negoziazioni e lo smantellamento delle barriere continuino anche oltre l’entrata in vigore dell’accordo. Ciò che preoccupa molti deputati comunitari e una larga fetta della società civile è che, a quanto pare, saranno i gruppi di lavoro iniziali a continuare l’opera senza lasciar partecipare le Commissioni dell’Europarlamento (gli Europarlamentari, in base al Trattato di Lisbona, hanno il diritto e dovere di partecipare a negoziati commerciali in cui è coinvolta l’Unione).

 

Un accordo deve prevedere vantaggi per entrambi i contraenti, questa è la base del concetto. I lobbisti rappresentano gli interessi di una parte dei cittadini europei, tuttavia coloro che rappresentano gli interessi della maggioranza sono esclusi sia dai negoziati sia dalle decisioni: l’Europarlamento si sta battendo da circa un anno per avere maggior potere tramite le proprie Commissioni sulla contrattazione in atto.

Questo poiché molti suoi membri non credono che il TTIP, nei termini in cui si sta definendo, sia soddisfacente e richiedono un maggior grado di partecipazione, asserendo che lasciar condurre il tutto a funzionari e a lobbisti i quali, per la maggior parte, rappresentano grandi interessi industriali o forti multinazionali non corrisponda agli interessi dei cittadini europei.

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