Più che derivati, angeli e demoni.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio su AdviseOnlyBlog in data 10 giugno 2015

I “derivati”, definiti anni orsono “armi di distruzione di massa” dall’Oracolo di Omaha Warren Buffett, sono costantemente cresciuti negli anni, sull’onda di “de-regulation”, aumento delle tecniche di utilizzo, “investment appetite” di banche ed investitori.

Ma che cosa sono? Come vengono utilizzati? Quanto valgono?

Si chiamano “derivati” i contratti e gli strumenti il cui prezzo è basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse); il loro utilizzo principale dovrebbe quindi essere la copertura di un rischio finanziario (“hedging”), l’arbitraggio (acquisto di un prodotto in un mercato e sua vendita in un altro mercato), la speculazione.
La loro negoziazione avviene principalmente fuori dai mercati negoziati, nel c.d. “Over The Counter (OTC)”, dove le regole sono più “lasche ed elastiche”, ed in via crescente sui mercati negoziati, in seguito a modifiche regolamentari (Basilea III, regolamento EMIR volto a ridurre il “rischio sistemico” ed aumentare la trasparenza del mercato) che impongono alle banche requisiti di capitale inferiore rispetto agli OTC. Tradizionalmente, dove le regole sono elastiche, l’intraprendenza e la fantasia nel creare nuovi contratti sono maggiori.

A livello mondiale, il controvalore dei contratti “derivati” vale oltre 10 volte il PIL mondiale: un numero che fa riflettere sia sulla “finanziarizzazione” dell’economia, sia sulla importanza di una adeguata conoscenza, e si spera anche supervisione, su di essi.

A fine 2014, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS/BRI) ha indicato in 630 trillioni US$ il loro controvalore (c.d. “notional principal”) ed in 21 trillioni (21.000 miliardi) US$ il “gross market value” che rappresenta la perdita massima che i partecipanti al mercato sopporterebbero in caso di inadempimento della controparte, e quindi il valore del costo di sostituzione (o rimpiazzo), al valore di mercato, dei contratti non onorati: un 3,3% del “principal”, ma un valore assoluto importante, se confrontato con la capitalizzazione del sistema bancario; le prime 5 banche USA (JPMorgan, Goldman Sachs, Citibank, Morgan Stanley, Bank of America) insieme capitalizzano 758 miliardi. Il “gross market value” è generalmente ridotto tramite accordi di “netting” e “collateral”, portando la effettiva esposizione (“if all goes well…”) ad una “gross credit exposure” assai inferiore, calcolata dalla BIS/BRI a 3,4 trillioni US$ a fine 2014.

Non possiamo che aderire alla “regoletta aurea” adottata dal “sistema” che confida che tutti gli operatori (banche, fondi di investimento, holding e società finanziarie, gruppi) che usano derivati per coprire i vari rischi finanziari siano solvibili e corretti. Nel 2008, il crollo di Lehman Brothers, AIG e Bearn Stearns mise in luce la modesta comprensione del fenomeno e dei suoi effetti: fallimento e bancarotta.

La “parte del leone” del mercato dei derivati è rappresentato dai contratti sui tassi di interesse con 505 trillioni US$, circa l’80% del mercato OTC, con gli swap che contano per 381 trillioni US$; i derivati sui cambi sono 76 trillioni US$, il livello più alto da molti anni; i famosi “credit default swaps” (che coprono il rischio di default di un debitore: società corporate e stati sovrani) sono pari a 16 trillioni US$; i derivati su equity, quasi-equity e commodities hanno un valore complessivo di 8 trillioni US$.

E in Italia?

Banca d’Italia ha rilevato il valore dei derivati OTC in bilancio dei 6 maggiori gruppi bancari in 6.890 miliardi di euro a fine 2014, senza ulteriori informazioni sull’intero sistema bancario, su “gross market value” e “gross credit exposure”; in via approssimativa, utilizzando le stesse percentuali rilevate da BIS/BRI, per i 6 gruppi bancari principali si avrebbe un “gross market value” di 227 miliardi di euro, che si confronta con una loro capitalizzazione complessiva di 107,6 miliardi.

I derivati servono?

In questo campo, “Angeli e Demoni” si fronteggiano; i favorevoli vedono i vantaggi portati da strumenti considerati sempre più essenziali per accedere ad investimenti resi più “certi e prevedibili”, come nel caso dell’accesso da parte dei clienti a mutui a tasso fisso e variabile, grazie ai derivati sugli interessi; i contrari puntano il dito verso i margini lucrati da banche ed intermediari su strumenti poco trasparenti e con costi spesso “occulti”.

Probabilmente i derivati servono, ma in misura più contenuta di quanto fatto sinora. In una situazione di tassi di interesse storicamente bassi e su un lasso di tempo ormai significativo, i derivati sui tassi sembrano più un “lusso” che una vera “necessità” per le banche, che su di essi contano per chiudere bene i bilanci; i derivati sui cambi se da un lato assecondano l’andamento delle valute, spesso lo possono accelerare e dirigere; i CDS sono un buon “indicatore” della rischiosità di un debitore, e ne fanno pagare il costo all’investitore nei titoli del debitore; e come sempre, sta ad una “merce rara” (l’antico buonsenso) il loro giusto equilibrio.

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