Più greggio per tutti: la rivoluzione shale negli USA, le reazioni dell’OPEC e dell’OCSE

La lettura del bollettino 296 della Banca d’Italia ispira alcune considerazioni di geoconcorrenza, geopolitica e perciò di geoeconomia.

L’incipit del paper è impostato secondo la pluriennale consolidata certezza che il controllo sulla domanda sia il motore originante tutti i cambiamenti favorevoli e sfavorevoli: “… il peggioramento delle attese di domanda per il 2014-15, una produzione superiore al previsto negli Stati Uniti e la scelta dell’OPEC in novembre di preservare le proprie quote di mercato …”. Ciò nonostante il paper BdI racconta l’affascinante e acrobatico andamento dell’offerta di petrolio e dei suoi effetti.

Anni fa gli USA hanno iniziato una storica virata, non sappiamo se voluta e consapevole, il cui centro è la superiorità tecnologica (patrimonio di conoscenza e innovazione) che ha liberato un enorme aumento dell’offerta di combustibili fossili (shale oil e shale gas). Contemporaneamente le pressioni del sentire dei cittadini, combinate all’evoluzione tecnologica, hanno prodotto un importante aumento di efficienza nei consumi di energia in tutti i Paesi dell’OCSE. Dagli anni ’70 in poi il fabbisogno energetico si è proporzionalmente ridotto di quasi il 50% (…l’aumento di efficienza energetica legata al processo di terziarizzazione delle economie avanzate e all’utilizzo di tecnologie più efficienti, in parte una risposta agli shock degli anni ‘70 … l’intensità energetica dei paesi OCSE si è quasi dimezzata…).

151104 01

Mentre il progetto progressivamente si concretizzava in crescenti volumi di produzione shale, il mondo entrava in una crisi economico-finanziaria che deprimeva la domanda e i consumi generali. Prima della crisi, e durante, il prezzo del petrolio aveva subito un impetuoso aumento, impossibile da giustificare con il solo andamento della domanda mondiale, peraltro non esaltante. Il prezzo rimase incredibilmente alto e quasi costante anche molto dopo l’ingresso del mondo nella crisi finanziaria e poi economica. La spiegazione risiede nel fatto che da decenni l’OPEC (ricordiamo gli anni ’70?) regola monopolisticamente il prezzo del petrolio, aprendo e chiudendo i rubinetti della produzione. Come vediamo, le oscillazioni di mercato della domanda ben poco effetto hanno avuto sul prezzo del petrolio; molto effetto (prezzi ingiustificatamente alti) invece è dovuto alle manovre del monopolio OPEC. Una volta rotto il monopolio il prezzo è caduto fino a meno della metà.

Non solo, l’OPEC è stata costretta a scegliere se vendere:

  1. i soli volumi non coperti dall’offerta USA, a prezzi più alti, comunque molto più bassi dei 110 $
  2. volumi sufficienti a mantenere le quote di produzione anche a costo di scendere al di sotto dei prezzi USA; restando cioè entro la banda di oscillazione dei prezzi di mercato
  3. abbassare i prezzi al di sotto dei prezzi USA tentando di obbligarli ad abbandonare la loro strategia di indipendenza dall’OPEC.

Obtorto collo l’OPEC ha scelto di stare nel mercato. È vero che questa scelta ha dimezzato gli introiti, ma ha conservato volumi e margini ancora sufficienti a leccarsi i baffi. Alcuni Paesi dominanti l’OPEC avevano utilizzato (per esempio negli anni ’70), e tuttora utilizzano, metodi di “concorrenza mediorientale-mediterranea”: da un lato la minaccia di chiudere la produzione e dall’altro “l’offerta che non si può rifiutare” (il terrorismo prima palestinese e poi in tutte le sue altre forme sempre più violente).

Con il crollo del prezzo del petrolio la concorrenza globale ha fatto un ulteriore passo di allontanamento dalle logiche colonialiste del controllo delle “risorse naturali” e un passo in direzione della concorrenza sulla densità di conoscenza (tecnologia, innovazione e know-how).

 

151104 02

La molto minore incidenza del fattore combustibili fossili nell’economia OCSE ha inoltre demoltiplicato gli effetti delle variazioni dei prezzi petroliferi, disinnescando progressivamente le minacce dell’OPEC.

Il mercato, la globalizzazione rendono il mondo più efficiente; che ricordiamo vuol dire minori prezzi per i manufatti (prodotti e servizi) quasi-commodities (*), cioè a minore contenuto di innovazione e know-how distintivo. Prezzi più bassi vuol dire anche una più facile accessibilità, ai quei manufatti, da parte di un più grande umero di persone (estensione massiva di una maggiore qualità della vita?).

La componente energetica petrolio risponde al 30% del fabbisogno energetico mondiale. Una riduzione del suo prezzo implica perciò un certo grado di deflazione generalizzata. Accompagnata dal ritornello, spesso fazioso e interessato, sul pericolo della deflazione.

Non credo sia necessario dimostrare che i prezzi forzosamente alti imposti dall’OPEC hanno rallentato lo sviluppo delle economie, specialmente quelle dei paesi meno sviluppati.

151102 04

Non credo nemmeno che sia necessario dimostrare che la deflazione sul petrolio, e sui manufatti, abbia stimolato la domanda e sia stata un utile aiuto verso l’uscita dalla crisi.

È  piuttosto proabile che il pericolo non stia nella naturale deflazione delle quasi-commodities, ma stia invece nelle manipolazioni monetarie messe in opera da chi vorrebbe forzare variazioni di prezzo contro le normali oscillazioni del mercato.

L’economia si regge sulla semplice equazione “prezzo del manufatto = valore della moneta” che funziona come la materia e l’antimateria; se stanno in equilibrio non esplodono come invece è successo nei pressi di molte catastrofiche guerre.

Per esemplificare, ipotizziamo che inizialmente un cammello costi un tallero e che, dopo un cambiamento, lo stesso cammello valga due talleri. Domanda:  il cambiamento ha fatto valere di più il cammello o ha fatto valere di meno il tallero? Molto frequentemente sono vere tutte e due le spiegazioni, contemporaneamente e in misura diversa. Entro una certa banda di oscillazione, l’equazione rimane in equilibrio precario, ma relativamente stabile. E’ ugualmente possibile che i cammelli valgano meno perché l’offerta è maggiore della domanda; oppure che il valore del tallero sia diminuito e perciò ne sono necessari due per comprare un solo cammello. Il valore dei talleri infatti cambia a seconda della loro disponibilità (offerta): stampandone più del necessario appunto lo si svaluta; mentre ritirandoli dal mercato lo si rivaluta.

In situazione di deflazione per le quasi-commodities, i produttori di manufatti innovativi a domanda crescente, che operano sul lato sinistro quello della “materia” detta anche “economia reale”, tendono ad essere contenti sia perché vendono di più, sia perchè gli acquisti costano meno e anche perché il denaro per finanziarsi costa meno.  Mentre quelli che operano sul lato destro, quello dell’antimateria, vivono un’esperienza di (in)felicità piuttosto diversa:

  1. Il sistema finanziario, il cui core business è affittare denaro, non può essere contento di affittare il denaro ad un prezzo basso e decrescente (tassi di interesse) o addirittura negativo (può accadere in deflazione). Il sistema finanziario però torna contento quando può alzare i tassi (affitto); risultato che ottiene svalutando forzosamente la moneta. Peccato che svalutare la moneta vuol dire a) aumentare i prezzi (inflazione) ai cittadini che vanno a fare la spesa b) innescare un circolo mortale di svalutazioni ripetitive e massive. Per questa ragione i governi e il sistema finanziario, che non vogliono uccidere il mercato, ma solo usarlo ai loro scopi,  piace un’inflazione costante e relativamente bassa (fra il 2 e il 4%); nonostante gli statuti delle banche centrali recitino che il loro scopo è evitare sia l’inflazione sia la deflazione. L’inflazione fra il 2 e il 4% è per loro come godere contemporaneamente tasse e tassi quasi invisibili e garantiti.
  2. Anche ai grandi debitori, i più grandi sono gli Stati, piace la svalutazione della moneta, perché così riducono (svalutano) gli immensi debiti. Anche se sarebbe realistico dire che ampliano lo spazio per nuovi debiti incrementali. Peccato che i risparmiatori si ritrovino con i risparmi svalutati. Stanno meglio invece quei risparmiatori che acquistano buoni pubblici a tassi elevati (recupero parziale della svalutazione) sempre che gli Stati non falliscano (Argentina, ecc). Tuttavia entrambe le categorie di risparmatori, quando vanno a fare la spesa, trovano prezzi più alti.

Insomma nell’uno e nell’altro caso, i cittadini e le imprese, ci perdono, sempre.

Provocazione: la deflazione, prezzi decrescenti, è quindi davvero spaventosa per i cittadini o è piuttosto uno spauracchio messo in giro da chi è realmente danneggiato dalla deflazione (quelli sul lato destro)?

Gli USA hanno scardinato il monopolio fossil-energetico generando una forte deflazione del petrolio e annessi. Alla quale si è aggiunto, dal 2007, un importante calo costante dei consumi petroliferi (in particolare quelli provenienti dall’OPEC). I consumi fossili, come è accaduto per il carbone, tendono a contrarsi sia a causa della maggiore attenzione verso l’inquinamento sia perché la tecnologia evolve verso alte efficienze di produzione e consumo di energia elettrica.

151104 04

“Nella maggior parte dei paesi OPEC i prezzi di break-even del petrolio (cioè quelli a cui, dati gli attuali livelli di spesa pubblica, viene garantito l’equilibrio del bilancio pubblico) sono alti e assai superiori alle quotazioni attuali. L’Arabia Saudita ha mantenuto invariata la spesa pubblica prevista nel 2015, grazie alla possibilità di finanziarla attingendo ai rendimenti delle ampissime riserve accumulate negli scorsi decenni, ma questo ovviamente non è un canale di finanziamento illimitato e potrebbe comportare vincoli alla dinamica futura della spesa effettiva.”

L’attuale enorme spesa pubblica dei paesi OPEC garantisce grande risalto alla magnanimità dei Prìncipi e garantisce un consenso interno assai ampio. Ma se venisse meno la capacità di mantenere quegli statosferici livelli di spesa pubblica, potrebbero crearsi pericolose condizioni di instabilità interna. Non sarebbe una situazione particolarmente entusiasmante per l’Europa che, senza shale-oil&gas, sembra essere impreparata e molto esposta a grandi rischi, non solo di approvvigionamento energetico.

L’immigrazione delle persone in fuga dai paesi mediorientali ha recentemente subito un’accelerazione che non dipende più solo dall’attrattività dei paesi OCSE, ma avviene questa volta a causa delle violenze dei movimenti filo-Principati mediorientali, sostenuti dall’ISIS e affini. Queste sono forze guerriere che agiscono sotto una bandiera religiosa e sono finanziate da molti paesi OPEC (specie mediorientali, secondo le insistenti voci degli osservatori e media internazionali). I Principati non possono non sostenere tali movimenti religiosi che sono alla base del loro potere ereditario. Altri governi centralistici dell’area non necessariamente sono interessati ad allinearsi all’ondata religiosa, ma devono adattarsi per guadagnare consensi di massa.

D’altra parte se i Principi non supportassero tali movimenti, ne subirebbero le ire devastanti, come è già successo e succede in qualche caso (Siria? Libano? Iraq? Egitto? Algeria? Tunisia? Marocco?). Pare però che il sostegno, specie nella penisola arabica, non sia solo dovuto all’acquisto e mantenimento dei consensi locali, non sia nemmeno svogliato dovere religioso, ma sia un modo per tenere sotto ricatto l’OCSE, l’Europa in particolare, come è accaduto ai tempi del terrorismo palestinese. Se questa linea di condotta medioriental-mediterranea fosse il filo conduttore della loro crisi, il perdurare dei prezzi bassi o l’abbassamento del prezzo del petrolio accelererebbe le tensioni contro il nemico esterno e contro l’”affamatore occidentale”.

(*) Vi sono manufatti, le quasi–commodities, che sono troppo esposti alla concorrenza di prezzo. I loro produttori stentano e sono costretti a fondersi o cedere il passo a poche enormi imprese in grado di operare con grandi economie di scala; sono le super-nove perennemente a rischio di implosione.  I produttori delle quasi-commodities sono spesso eccessivamente indebitati e scarsamente produttivi (poco valore aggiunto); per loro la svalutazione del debito appare un respiro in più, invece spesso è solo lenta agonia.