#Prezzo è la parola ambigua di oggi

Difficile trovare una sufficientemente condivisa definizione di “prezzo”. Forse l’unica che regge è la triangolazione: il prezzo è il rapporto di valore, misurato in denaro, fra due merci, al momento dello scambio. Ma siccome non sappiamo bene cosa sia il valore e cosa sia il denaro, non possiamo che barcamenarci fra le varie tesi che gli economisti ci propongono. Tenendo presente che non sappiamo esattamente che cosa sono gli economisti, che cosa studiano, per chi studiano, cosa producono. Gli economisti non si offendano, il problema è di ignoranza dei cittadini. Questo è un’invito a spiegare, rivolto agli economisti.

All’epoca del baratto si potevano scambiare due cammelli con dieci pecore. Per fortuna non avevano ancora inventato i decimali, perchè la piazza del mercato sarebbe stato un vero macello. Il “valore” dei cammelli e delle pecore naturalmente variava a seconda di molti fattori più o meno misteriosi fra i quali “i luoghi” (ancora non si sa se gli inuit gradiscano), il rapporto fra domanda e offerta, o anche solo emotivi (specie quando il cammello veniva chiamato per nome). Poi qualcuno inventò una merce speciale, il denaro, e il rischio “macelli in piazza” diminuì perché gli scambi diventarono possibili ovunque. In luoghi oscuri, preferiti da alcuni, o alla luce del sole, preferiti da altri, ma il sangue scorreva forse anche più copioso. Il denaro certamente rendeva gli scambi molto più efficienti e molto più numerosi. Gli umani hanno sempre molto gradito l’efficienza, anche nei massacri.

Il rapporto fra una merce relativamente poco scambiabile e relativamente poco divisibile (es. il cammello) e una molto divisibile e altamente scambiabile (il denaro) consentì una notevole efficienza nella definizione del prezzo: tutti i prezzi divennero misurabili in denaro. O meglio, in molti “denari” diversi, che non solo erano relativamente poco numerosi, ma sono anche in progressiva diminuzione.

Gli scambi migliorarono in efficienza, ma il sistema “monetario” non era, e non è, proprio semplicissimo. Tutte le merci continuarono a cambiare valore ad ogni transazione, proprio come prima, ma quando comparve il denaro, che a sua volta cambiava continuamente valore , l’incertezza si allargò. Specialmente perchè non era chiarissimo come veniva definito il valore del denaro. L’intrico non è banale: il cammello avrebbe potuto “valere” sempre lo stesso numero di pecore rispetto al giorno prima, ma contemporaneamente “valere” un diverso numero di monete, di nuovo rispetto al giorno prima. O viceversa.

Siamo arrivati a conoscere che esiste un mercato delle erbe, degli animali, delle merendine, dei computer (collettivamente dei “manufatti”). Intuiamo che i manufatti hanno un valore cangiante in funzione della miracolosa trasformazione che vi aggiunge una quantità di conoscenze e una quantità di intelligente lavoro. Cosa che sempre accade anche se si tratta del semplice trasporto di cammelli al mercato. Sfido però chiunque di voi a dimostrare che è semplice portare dei cammelli al mercato.

Fin qui sarebbe tutto abbastanza chiaro, se non fosse che anche il denaro cambia continuamente; e non abbiamo ancora capito come si forma il prezzo del denaro.Se non fosse elusiva, la risposta potrebbe essere che anche il denaro ha un suo mercato e lì viene definito il suo prezzo. Anche il prezzo del denaro è definito in denaro? Il concetto è ricorsivo e preannuncia un forte mal di testa.

Partiamo da ciò che sappiamo (o intuiamo): il mercato del denaro è diverso da quello dei manufatti. In almeno alcuni aspetti:

a) se un tempo, abbastanza lontano, il denaro si materializzava in qualcosa di concreto come l’argento, l’oro, le conchiglie e altri materiali, oggi non è altro che una scrittura in un file elettronico. Il denaro non richiede alcuna trasformazione, ma solo “creazione” o “annichilimento” che si realizza con la “scrittura del numero magico” su un conto corrente, elettronico.
b) il denaro ha un prezzo che si esprime in forma di rapporto con le altre monete (per analogia, questo è il mercato del denaro in senso stretto)
c) il denaro si affitta e il prezzo dell’affitto si chiama “tasso di interesse”.

Per rendere concretamente il concetto di creazione e annichilimento della moneta, prima di tutto prendiamo atto che la valuta cartacea in circolazione rappresenta solo il 3% della massa di denaro totale. Il rimanente 97% è “numeri scritti sui conti bancari”. Aggiungiamo che il valore intrinseco della carta lavorata in banconote, non è generalmente conosciuto, ma nemmeno interessa molto; conta solo il numero stampigliato sulla banconota. Il numero scritto sulle banconote, o sul file elettronico, non corrisponde a nessun altro controvalore di alcun altro manufatto, ma solo in forma di rapporto rispetto ad altre valute. Alla fine possiamo serenamente accettare l’affermazione della BoE (Bank of England) secondo la quale il denaro non si produce, viene semplicemente “scritto”, dalle banche commerciali nel momento del bisogno. Notate bene: non dalle banche centrali.

Riepilogando:
–        Manufatti – All’interno di “un’area valutaria”, che appunto adotta una certa valuta per gli scambi, il prezzo delle merci viene misurato in denaro che si può considerare virtualmente costante e perciò ben rappresenta il rapporto di valore fra le merci
–        Denaro – Negli scambi fra aree valutarie diverse, al prezzo delle merci, che sempre si definiscono con il “metodo manufatti” di cui sopra, si sovrappone la variazione dei prezzi fra monete.

Il che apre uno spazio, mercato, estremamente complesso, a valore aggiunto discutibile, se non per chi commercia in denaro (il sistema finanziario) e per chi manovra i sistemi fiscali, cioè i governi.

Non è una coincidenza se nelle aree a economie e democrazie avanzate si indeboliscono sia i confini fra paesi sia i confini fra valute.