Professione Codista.

Per tutti, fare la coda in posta, al Catasto o in Comune è una perdita di tempo, che innervosisce e fa perdere la pazienza. Ma in Italia, c’è anche chi lo fa di mestiere, per conto terzi. Un lavoro nato per necessità, in modo piacevole e di successo. A Milano, un giovane intraprendente, una laurea in scienze della comunicazione alla Bocconi (“what else?”), sta pensando di creare un circuito di agenzie «con persone regolarmente assunte e stipendiate, in grado di svolgere questo lavoro nel migliore dei modi, su tutto il territorio nazionale». Rimasto senza lavoro, il neo-imprenditore, dotato del necessario spirito di iniziativa e per cui si è accesa la classica “”lampadina in testa””, ha cominciato ad offrirsi come tuttofare: autista, personal shopper e soprattutto codista, al costo di dieci euro all’ora. Da subito, è stato un boom mediatico. E mentre il factotum continua a rastrellare consensi sulla stampa (di lui ha parlato il Financial Times), ecco arrivare i clienti: liberi professionisti, anziani, aziende. Gente stanca di perdere tempo. Il successo ha risvegliato anche le coscienze, evidentemente non proprio esenti da errori, di alcuni Comuni per fare un monitoraggio delle file e snellire i tempi di attesa agli sportelli; gli sportelli più frequentati (quindi, quelli dove si perde più tempo …) sono Equitalia, Agenzia delle entrate, Asl e Catasto. E fare il codista richiede organizzazione (è nato un sito specializzato) e pazienza. Ma alcune regole sono essenziali: mai scavalcare la fila e fare la coda col sorriso. La fantasia sopperisce al malfunzionamento della pubblica amministrazione; questa è l’Italia, nel bene (poco) e nel meno bene (il più). Ultime riflessioni coi titoli di coda: la “informatizzazione” della P.A. è tutta da venire, altro che “cloud”, con il cittadino obbligato a perdere tempo (o spendere denaro) per avere accesso ai servizi che gli sarebbero dovuti; moltiplicando 10 euro (ma anche 5 euro bastano) per ogni ora persa da milioni di cittadini “in coda”, ogni giorno, la cifra del “danno emergente” si fa corposa assai: sperando che non venga considerata dal fisco come “provento diverso e presunto”.

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