#Proprietà privata e pubblica

Di tanto in tanto emerge la contrapposizione dialettico-ideologica fra proprietà privata e pubblica. Deve essere un fenomeno antropologico un p0′ manicheo (o questo o quello, nulla in mezzo) e un po’ di appartenenza (è la società che possiede me o sono io che possiedo una quota della società).

L’osservazione empirica non ci propone esempi funzionanti di tutto nero o tutto bianco. Mentre ci sono numerosissime soluzioni funzionanti per gestire i “beni comuni”.

    Intendendo per “beni comuni” quei beni che ciascuno, insieme ad altri:

    • può volontariamente dare in gestione a un amministratore
    • non può non dare in gestione a un amministratore a causa dell’indivisibilità del bene. Per esempio quando si compra un appartamento in un condominio, lo dice la parola stessa, si comprano anche, pro-quota, anche alcune parti, minori e indivisibili. Ovviamente il compratore è libero di scegliere se acquistare o meno con modalità “condominiali”, ma se non vuole parti pro-quota deve scegliere di comprare una casa isolata dalle altre.

Anche i cosiddetti beni dello Stato, vanno interpretati come “dati in gestione allo Stato”; in altri termini lo Stato è l’amministratore che “virtualmente i nostri avi hanno delegato”. Non vorrei mai sentire che esiste un proprietario diverso dai cittadini. Anche lo Stato appartiene a qualcuno e certamente non a sé stesso o a un re.
Tutto ciò non accade solo in Italia, ma in qualsiasi stato del mondo, anche a Cuba o in Cina o in Iran ecc. Cambiano solo i confini della “delega” allo Stato-Amministratore. Perfino nei molto ammirati regni democratici (ossimoro?) del nord Europa i “beni comuni” sono dati in gestione non al re, ma allo Stato.
La delega teoricamente va dallo 0% al 100%. Tuttavia per le posizioni estreme non vi sono casi pratici, mentre la maggior parte dei casi si affolla intorno al 50%. Dobbiamo quindi porci la domanda: perché chiediamo se sia meglio la proprietà privata (assoluta) o la proprietà pubblica (assoluta) che sono casi che non esistono? Forse stiamo solo “frasando” malamente la domanda che potrebbe invece essere: in quali casi il pubblico è obbligatorio, in quali è più pratico e in quali è più pratico il privato? Qui il terreno è piuttosto fecondo per una sana discussione.

Riprendiamo dal punto dello Stato-Amministratore che può essere un concetto condiviso o meno. Ma poiché anche la Costituzione lo definisce in questi termini, mi aspetto che qualcuno proponga ipotesi diverse; mentre continuo nell’analisi.
Qualcuno propone che lo Stato sia sempre l’Amministratore preferenziale perchè meno rischioso di altri, oltre che più efficace ed efficiente.
Ovviamente ciascuno ha il suo punto di vista ed io esplicito il mio: lo Stato non è affatto il gestore più efficace,nè efficiente e non è affatto poco rischioso. Tutti i giorni dà prova di arroganza, di spendaccioneria, di corruzione, di incapacità palese di fare l’interesse dei cittadini, e anche il proprio interesse. In qualche caso ha addirittura tendenze totalitalirsitiche. Salvo qualche buon esempio che esiste ed è meritevole. Non è questione di ideologico convincimento, ma di preponderanza comportametale che va commisurata all’effettiva capacità dei cittadini di contenere i comportamenti sfavorevoli degli amministratori.
Avendo già chiarito che non si può fare a meno dello Stato, che anzi è indispensabile, bisogna anche rispondere ad alcune domande essenziali sulle iniziative di interesse collettivo.

  1. Come possiamo aggregare le risorse per qualche grande progetto umanitario o di beneficio collettivo? Non credo sia necessario inventare molto. Esistono forme di associazione abbastanza uniformemente codificate nei codici civili di tutti gli stati occidentali. Dalle ONLUS alle fondazioni, e anche le società di capitale. Un cittadino può essere associato ad organizzazioni internazionali con lo scopo di aiutare l’umanità e fare il bene di tutti in tutto il mondo; da Greenpeace a Medici senza Frontiere. Inoltre pare che funzionino anche meglio dei programmi umanitari dell’ONU. Non ci mancano gli strumenti sociali per lanciare ed eseguire iniziative a beneficio dell’umanità entro e fuori dei confini nazionali. La domanda è: perché dovremmo invece avvalerci dell’”associazione Stato”, che peraltro è già abbastanza oberata da altri compiti prioritari? Per quale ragione lo Stato sarebbe più efficace ed efficiente delle società di scopo, facilmente controllabili e dalle quali sganciarci non appena si verificassero prepotenze e anomalie (cosa invece impossibile con lo Stato)?
  2. La proprietà non è strettamente necessaria per realizzare le nostre aspettative individuali. Sono disponibili l’affitto, il noleggio, il leasing, gli abbonamenti, ecc. . Perché dovremmo invece rivolgerci a proprietà dello Stato che poi dovrebbe concedercele in uso (per giunta in male arnese) con l’approccio tremendamente burocratico a cui siamo purtroppo assuefatti?
  3. L’ascensore sociale – in una società eticamente equilibrata, l’appartenenza a qualche gruppo, sia esso di età, di razza, di credo, di censo, o d’altro non può essere un vincolo all’ascensore sociale. Per quale ragione lo Stato potrebbe essere migliore di tutte le altre forme sociali? Proprio lo Stato che predilige un solo, assai discutibile e primitivo, strumento del merito: la fedeltà. Oltre ad esigere regole di gestione del personale rigorosamente proprie e autoreferenziali.
  4. Assegni in bianco – Lo Stato chiede assegni in bianco per poi eseguire quanto gli amministratori decidono di fare secondo il loro indiscutibile interesse. Sia sul marciapiede di casa mia sia in Afghanistan. Almeno sul marciapiede di casa mia posso decidere insieme ai miei vicini di casa? È provato che lo Stato gestisce il marciapiede di casa mia meglio di me e dei miei vicini di casa? L’associazione dei miei vicini di casa, al momento ben poco può fare sul marciapiede di casa. Perché? Se non altro l’associazione dei miei vicini di casa ha uno scopo chiaro e limitato. Da essa posso dissociarmi se lo desidero. Perché dovrei firmare un assegno in bianco allo Stato senza che esso si senta anche solo vagamente impegnato a fare ciò che i miei vicini ed io vorremmo fare sul marciapiede di casa nostra?
  5. Ciascuno di noi è ereditariamente cittadino italiano e perciò “socio” degli altri italiani; in quanto tale è proprietario pro-quota di una piccola parte di quei “beni comuni” dati in amministrazione allo Stato. Il risultato è che il patrimonio e le entrate dello Stato costituiscono una massa critica di risorse incommensurabilmente più potente di qualsiasi singolo cittadino. L’asimmetria è tale da renderci tremebondi sudditi di un così grande potere. È una situazione innegabilmente fastidiosa. Non è un esercizio teorico, ma un’esperienza pratica quotidiana. È vero che c’è la speranza che la prossima tornata elettorale elegga amministratori meno arroganti e tracotanti. Purtroppo è una speranza vana, e ritengo che sarebbe pragmaticamente opportuno:
    1. da un lato minimizzare la potenza asimmetrica dello Stato che amministra noi e anche sè stesso
    2. dall’altro controbilanciare tale potenza con la forza di cittadini capaci di esercitare un forte controllo sullo Stato, anche obbligandolo alla trasparenza.