Quando le entrate fiscali sono insufficienti, che fare?

“”Le entrate (del fisco francese, ndr) del 1783 erano state inferiori al previsto e in parte già spese per pagare i debiti di guerra e la macchina burocratica. A ciò si aggiungevano svariati milioni che dovevano essere rimborsati ai titolari di assegni statali emessi negli anni precedenti.

Che fare?

L’unica ricetta era aumentare il costo del denaro e immettere sul mercato nuovi titoli per attirare investitori, soprattutto stranieri.

E poi?

Incentivare l’economia con il finanziamento di opere pubbliche e la creazione di porti franchi per facilitare il commercio. (…) a preoccupare seriamente Luigi XVI non era in quel frangente la politica estera quanto le finanze del suo Regno. Il 28 agosto (1786) il ministro (delle Finanze, ndr) Calonne gli aveva presentato un memorandum prospettando quella che appariva come l’unica terapia in grado di sanare l’erario e preservare intatta la monarchia: “Sire, occorre prendere delle decisioni forti, forse impopolari, ma necessarie. L’unico rimedio per evitare la crisi è di porre un freno agli abusi e ai privilegi e stabilire una equità di tutti i francesi innanzi alle imposte, indipendentemente dal loro ceto di appartenenza.” (…)

Era di moda lagnarsi di tutto. Essere in servizio a Corte appariva sempre più noioso. Gli ufficiali della guardia del corpo si lamentavano di dover indossare l’uniforme tutto il giorno, le dame della Real Casa non sopportavano di restare a Versailles tutta la settimana. Il massimo del bon ton era crucciarsi dei propri doveri continuando tuttavia a trarne profitto. Tutti i legami, gli impegni erano allentati e, purtroppo, era proprio la classe dominante a dare il cattivo esempio.””

 

Antonio Spinosa, “Luigi XVI. L’ultimo sole di Versailles”

 

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