Scuola e didattica.

Gli insegnanti in Italia sono 800.000, gli studenti 7.300.000, le scuole 32.500; nel 1950, gli insegnanti erano 276.900, gli studenti 5.700.000, le scuole 45.900 (fonti: TEH Ambrosetti; OCSE).

In 65 anni, l’evoluzione è stata contrassegnata da una evidente divaricazione: gli insegnanti sono cresciuti di un fattore 2,88: tenuto conto del normale turnover, oggi ci sono 530.000 insegnanti in più del 1950, con una crescita del 188,9%, pari ad un +2,9% annuo; gli insegnanti raggiunsero il massimo di 860.200 nel 1990, per poi diminuire, seguendo la contemporanea discesa del numero degli studenti, che superata la fase del “boom demografico” degli anni Sessanta che aveva portato il loro numero a 8.600.000 nel 1970, poi ad un massimo di 9.700.000 fra metà anni Settanta e tutti gli anni Ottanta, sono discesi agli attuali 7.300.000.

Fotografando la situazione puntuale, gli studenti sono cresciuti di un fattore 1,28: oggi sono 1.600.000 più di 65 anni fa, + 28,1%, pari ad un +0,4% l’anno.

Molti insegnanti dietro le cattedre: dove ce n’era 1, oggi sono 2,88; la scolarità è aumentata, l’analfabetismo è crollato dal 12,9% del 1950 all’1% del 2014.

Nuove forme di insegnamento come quella “digitale” sono nel frattempo nate e cresciute nel mondo; oggi in Europa, guardando alla situazione della scuola primaria, ci sono 111 allievi per ogni lavagna interattiva, con un risultato migliore in Danimarca (29 allievi) e modesto in Italia (200 allievi); nello stesso ordine scolastico (ma i risultati non mutano in modo rilevante per gli ordini superiori), nella UE c’è un computer per ogni 7 allievi: in Danimarca c’è un computer ogni 3 allievi, in Italia un computer ogni 16 allievi; nella UE, l’8% delle scuole è senza connessione internet: in Norvegia il 6%, in Italia il 34%; nella UR, il 37% degli allievi frequenza scuole ad alta digitalizzazione: in Norvegia oltre il 100%, in Italia il 6%. Se in Austria solo il 25% degli insegnanti preferisce i metodi didattici tradizionali, questa percentuale sale ad oltre il 50% in Italia.

Istruzione resistibile e resiliente, oppure pericolosamente declinante?

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