Sussidi? No, grazie. Meno assistenzialismo, più concorrenza

Antonluca Cuoco – coordinatore del team di Salerno-Campania di ItaliAperta ci invia il suo articolo.

Lo scopo di un’impresa, di produzione o di servizi, è creare occupazione? No, lo scopo di un’impresa è generare profitti. Questa è l’essenza del capitalismo, e grazie ai profitti l’impresa cresce e investe. Ma l’occupazione? L’occupazione è un mezzo, non un fine: senza occupati, chi produrrebbe? Dunque, quando un imprenditore pretende sovvenzioni o privilegi vari a spese della collettività — ad esempio i bagnini d’Ostia o i tassisti di Milano o i farmacisti d’Italia tutta — in nome dell’occupazione, racconta una fesseria. E, quando Comune, Regione, Stato concedono quelle sovvenzioni o privilegi in nome della salvaguardia dell’occupazione, commettono un errore madornale, poiché:

1) l’intervento diretto distorce il mercato e finisce in grottesche forme di spreco di soldi pubblici (vedi il paradosso della politica keynesiana delle buche da scavare e far riempire subito dopo);

2) un’attività che chiede sovvenzioni o privilegi non è un’attività efficiente, dunque prima o poi è costretta a chiudere, con grande spreco di soldi pubblici.

Se invece efficiente lo è, e chiedendo le sovvenzioni vuol solo agire a costi inferiori rispetto alla concorrenza, attuale o potenziale, allora vedersele concesse implica una concorrenza sleale che magari farà chiudere altre imprese più efficienti ma meno ammanicate. Così il sistema produttivo ristagna, le tasse schizzano in alto, anche a causa delle sovvenzioni e privilegi concessi a pochi (ma buoni in campagna elettorale), e sempre più cittadini restano alla canna del gas.

That’s Italy, e in tale scenario la narrazione (lo storytelling, direbbe qualcuno) «democrazia contro tecnocrazia» è appassionante oltreché sconfortante quando si parla della necessità di riformare questo Stato da capo a piede, come un calzino bucato. Nello storytelling demagogico e cialtrone, il «diritto di decidere» viene sottratto ai popoli per la vendetta d’entità misteriose, i «mercati», che si divertirebbero a calpestarne le prerogative. A questi «mercati», gli Stati, fra cui ad esempio Italia e Grecia, hanno per anni chiesto prestiti, che per definizione un bel momento devono essere poi ripagati. Questi prestiti li hanno chiesti per «decidere», ma in realtà è stato fatto per «rimandare sine die» ovvero decidere stanziamenti, programmi, sussidi.

Se uno Stato decide d’elargire più sussidi ad alcune categorie e finanziare più aiuti alle aziende, può sempre farlo aumentando le tasse. Normalmente, in democrazia, la popolazione poi si accorge di tale costo di «solidarietà», «investimenti» e «Stato sociale» e, quando accade, può liberamente scegliere se premiare o no la scelta di politica economica. In alcuni Paesi più evoluti, con un tasso d’alfabetizzazione più alto, e abituati a tassi di competitività maggiori, la popolazione potrebbe pensare che è meglio vivere in un Paese dove la spesa pubblica è un po’ meno generosa, ma le persone possono decidere da sé che fare di una quota maggiore dei propri redditi. Rieccoci quindi al punto di partenza e su quale sia lo scopo di un’impresa e su come i cittadini di uno Stato possano influenzare la domanda di sussidi e assistenzialismo oppure no. Sono le persone comuni e le idee lasciate libere di correre a creare la base del capitalismo. Sono le idee che hanno prodotto innovazioni come l’elettricità, la radio, i sistemi idraulici, non i sussidi e le prebende (scaricate sulla collettività scambiata per la maschera di Pantalone).

L’uguaglianza come questione etica è una sciocchezza. Etico è ridurre la povertà. Il divario tra poveri e ricchi non conta. Stabilire regole per diminuire le differenze non aiuta. La riduzione della povertà deriva dalla crescita economica. Svolgere tali riflessioni però è raro; cogliere questi beneficî è controintuitivo; supportare analisi e proposte del genere è marziano, in Italia. Occorre domandarsi perché, e in gran parte la ragione è legata al pessimo sistema d’informazione, soffocato da un duopolio becero, anche qui drogato di sussidi. Quando il giornalismo non è pienamente indipendente dal potere politico ed economico e la legislazione che regola i mezzi d’informazione non è trasparente, finisce che i media non informano i cittadini adeguatamente. Le sovvenzioni ai giornali, ad esempio, pur se finalizzate a garantire l’arricchimento del panorama dell’informazione, di fatto hanno ostacolato la competizione fra operatori realmente meritevoli, consentendo invece la sopravvivenza di soggetti non sempre idonei a esprimere contenuti di qualità o di generale interesse. La concorrenza può invece svilupparsi nell’àmbito dell’editoria online, a condizione che a tale àmbito non vengano applicate le misure assistenzialistiche che hanno finora minato il settore della stampa cartacea. Il grado d’informazione sulla realtà circostante è un elemento vitale per stabilire le priorità e aiutare i cittadini a valutare l’efficacia delle politiche pubbliche. Se ci teniamo, dimostriamolo rivendicando meno assistenzialismo, più concorrenza.

Antonluca Cuoco

Twitter: @antonluca_cuoco

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