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Sconti fiscali per i fondi pensione

Dal Blog di Sodo Caustico del 16 Maggio 2015. Per la fonte clicca qui

 

Emanato il decreto MEF che prevede uno sconto fiscale per i fondi pensione e le Casse previdenziali che investano in progetti a medio-lungo termine nell’economia reale; attuando la misura prevista nella legge di Stabilità 2015, il beneficio fiscale si concreta nella riduzione dell’aliquota pagata sul rendimento annuo delle gestione dei fondi pensione (dal 20% all’11%) e delle Casse (dal 26% al 20%), attraverso il meccanismo del versamento ad aliquota “piena” e la successiva richiesta di rimborso attraverso il credito di imposta, attingendo ad un “fondo plafond” di 80 milioni di euro annui (con ulteriori tecnicismi in caso di eccedenza delle richieste di rimborso).

Per almeno 5 anni fondi e Casse dovranno detenere azioni, obbligazioni, OICR che investono in “infrastrutture turistiche, culturali, ambientali, idriche, stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sanitarie, immobiliari pubbliche non residenziali, delle telecomunicazioni, comprese quelle digitali, e della produzione e trasporto di energia”.

Gli ultimi dati disponibili indicano un patrimonio detenuto dalle forme di previdenza complementare di 63.960 milioni di euro, oggi per il 4,6% investito in azioni, per il 18,8% in titoli di stato, per il 33,4% in OICR.

Sodo Caustico

Se lo Stato controlla la nostra vita

La sensibilità delle persone, in materia di privacy, è cosa ben strana. Ci preoccupano tantissimo social network e giganti del web. Se stiamo sviluppando una qualche perplessità, non è perché Twitter o Facebook sappiano molte cose di noi più di quante non fossero note, ad altri, anche prima. Sui social network noi distribuiamo opinioni e fotografie con la stessa liberalità che usavamo al bar o alle feste di famiglia.

Amazon conosce le nostre abitudini, ma né più né meno del nostro libraio di fiducia.

Ciò che comincia ad inquietarci è il fatto che queste aziende sono enormi, e riuniscono enormi quantità di dati, che riguardano una popolazione assai vasta. Che facciano alcunché di male, è tutto da dimostrare. Ma nutrire una sorta di pregiudizio negativo verso le organizzazioni di così grande dimensione non sembra irragionevole. Ci spaventa la scala: ci spaventa sentirci soli, piccoli, impotenti, davanti a un colosso. Ci spaventa ciò che di noi stiamo sicuramente rivelando senza accorgercene, e ci irrita che qualcuno possa trarne beneficio senza che ce ne accorgiamo.

Per questo è tanto più sorprendente che non ci sia nessuno che alza un sopracciglio, se invece è lo Stato a sapere tutto di noi: nello specifico, tutto sulle nostre finanze, e senza che ci abbia mai chiesto di acconsentire al trattamento dei dati.

Tuttavia, il segreto bancario è morto e sepolto, dentro e fuori i confini delle nazioni, e nessuno ha recitato una prece. Già oggi lo Stato può facilmente farci i conti in tasca: consumi, investimenti, debiti. Nel giro di un paio d’anni questo varrà anche al di fuori del territorio su cui è sovrano. C’è poco da prendersela con l’Agenzia delle Entrate, il trend è internazionale. Grazie ad un accordo promosso dall’Ocse, dal 2017 le autorità fiscali di quaranta Stati potranno inviarsi dati relativi ai contribuenti residenti, con una procedura amministrativa che prescinde dall’esistenza di un’indagine della magistratura. Fra i Paesi coinvolti, anche Argentina, Ungheria, e Russia. Poco importa se basta un minimo di memoria storica a suggerire a un argentino di tenere lontano dal suo governo i suoi risparmi, o se dissidenti ungheresi e russi hanno l’esigenza di proteggersi (e di proteggere i propri fondi) da leader non precisamente liberali. Lo scambio d’informazioni sarà, per l’appunto, automatico.

Vale, certo, la giustificazione universale per qualsiasi misura poliziesca: gli onesti non hanno nulla da temere. A dire il vero, anche i più integerrimi qualcosa da temere ce l’avrebbero: la straordinaria concentrazione di potere che si produce, in capo ad organizzazioni che possono essere informate, in tempo reale, di ogni e qualsiasi transazione economica. Questa «concentrazione» di informazione e potere è la stessa cosa che in molti trovano spaventosa quando si parla di Google o di Amazon, che – orrore – sa giorno per giorno come si consuma la mia passione per la fantasy di George R.R. Martin.

Ci pare invece più accettabile e più «normale» che gli Stati sappiano al centesimo di euro quanto ritiriamo al bancomat, quanto spendiamo per vestirci, la rata del mutuo, eccetera.

Perché questo accade, è presto detto. Abbiamo la percezione che siano problemi dei ricchi, che a noialtri dovrebbero interessare poco o punto. Perché abbia senso essere sleali col fisco, bisogna che ci sia un patrimonio da occultare. C’è da dire che «ricchi» sono sempre gli altri. Nella Russia di Stalin, per essere kulako, contadino proprietario e dunque nemico di classe, era sufficiente possedere due mucche.

Oggi, è un’idea molto diffusa che la burocrazia fiscale si stia attrezzando per prendere all’amo i pesci grossi, trascurando di passare ai raggi X quelli piccoli. Parrebbe un ragionamento di buon senso: val la pena concentrare risorse, per andare a prendersi il bottino più sostanzioso. E tuttavia, non è sempre così: si pensi a quanto avvenuto a quell’operaio pisano che si è trovato alla porta l’Agenzia delle Entrate, perché era andato due volte in crociera nel corso dello stesso anno. Troppe vacanze, per il reddito di quella famiglia: o così almeno, è apparso a dei funzionari, senz’altro ben intenzionati.

E’ facile sorridere di un eccesso di zelo, ma ciò che conta sono i meccanismi che lo hanno reso possibile. La tracciabilità «assoluta» rappresenta un cambiamento epocale. Chiamiamola pure «trasparenza», ma implica un potere di sorvegliare le nostre vite che i più tremendi regimi del Novecento neanche si sognavano.

* Twitter @amingardi / lastampa

Quando le entrate fiscali sono insufficienti, che fare?

“”Le entrate (del fisco francese, ndr) del 1783 erano state inferiori al previsto e in parte già spese per pagare i debiti di guerra e la macchina burocratica. A ciò si aggiungevano svariati milioni che dovevano essere rimborsati ai titolari di assegni statali emessi negli anni precedenti.

Che fare?

L’unica ricetta era aumentare il costo del denaro e immettere sul mercato nuovi titoli per attirare investitori, soprattutto stranieri.

E poi?

Incentivare l’economia con il finanziamento di opere pubbliche e la creazione di porti franchi per facilitare il commercio. (…) a preoccupare seriamente Luigi XVI non era in quel frangente la politica estera quanto le finanze del suo Regno. Il 28 agosto (1786) il ministro (delle Finanze, ndr) Calonne gli aveva presentato un memorandum prospettando quella che appariva come l’unica terapia in grado di sanare l’erario e preservare intatta la monarchia: “Sire, occorre prendere delle decisioni forti, forse impopolari, ma necessarie. L’unico rimedio per evitare la crisi è di porre un freno agli abusi e ai privilegi e stabilire una equità di tutti i francesi innanzi alle imposte, indipendentemente dal loro ceto di appartenenza.” (…)

Era di moda lagnarsi di tutto. Essere in servizio a Corte appariva sempre più noioso. Gli ufficiali della guardia del corpo si lamentavano di dover indossare l’uniforme tutto il giorno, le dame della Real Casa non sopportavano di restare a Versailles tutta la settimana. Il massimo del bon ton era crucciarsi dei propri doveri continuando tuttavia a trarne profitto. Tutti i legami, gli impegni erano allentati e, purtroppo, era proprio la classe dominante a dare il cattivo esempio.””

 

Antonio Spinosa, “Luigi XVI. L’ultimo sole di Versailles”

 

Ogni secolo hai suoi dossier, pdf o non pdf …

“” Con le economie volute da Necker (ministro delle Finanze del re di Francia Luigi XVI, ndr) fluivano nelle casse dello Stato 36 milioni di lire e senza aggravi per il contribuente.

Tuttavia, i nobili lo accusavano di aver cancellato l’opulenza di Versailles e sminuiti il potere stesso della monarchia (…). Luigi XVI lo difendeva a spada tratta e gli scriveva in un bigliettino del 19 settembre 1780: “Monsieur Necker, continuate nella vostra azione riformatrice, e state sicuro che Noi vi sosterremo. Contate sulla Nostra fermezza”. (…)

Nel gennaio del 1781 il ministro Necker preparava un colpo di scena teso a cambiare radicalmente il farraginoso sistema tributario, un meccanismo che fino ad allora aveva permesso alla monarchia di non dare conto al popolo dell’uso fatto del denaro proveniente dalle imposte. Dal primo giorno del suo mandato il ginevrino si era imposto come parola d’ordine “trasparence” e, per onorare un simile impegno, aveva deciso di rendere noto il bilancio statale. Il 19 febbraio, presso l’editore Panckouke, faceva pubblicare una brochure di centosedici pagine intitolata Le compte rendu du roi. Vi erano riportate in buon ordine le astronomiche cifre sperperate dalla Corte negli ultimi ani in prebende, pensioni, feste ed altre assurdità. In un sol giorno, di quel libricino si vendevano seimila copie e, non appena terminata la prima tiratura, una gran folla si precipitava dal tipografo costringendolo a stamparne altre centomila.

Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, così plaudiva: “Per questo libretto in lettere d’oro, io vi considero, Signor Necker, un genio, un dio tutelare, un amante dell’umanità che sa farsi adorare in ogni sua azione”.

Furibondi, invece, erano Vergennes e Maurepas (2 ministri del re, ndr), che giudicavano l’iniziativa del collega come una pugnalata al cuore dell’assolutismo monarchico. Il responsabile degli Esteri, nel riferirsi al Rendiconto, parlava di una “publication républicaine”, di un “attentat criminel contre la monarchie très-chrétienne”.

A screditare Necker scendeva in campo il conte di Provenza (fratello del re, ndr) insieme al suo intendente Cromot du Bourg dando alle stampe un Mémoire secret in cui si svelavano i propositi futuri del direttore delle Finanze, compresa l’idea di conferire maggior potere alle Assemblées provinciales e indebolire i Parlamenti. Il libello faceva esplodere la rabbia di aristocratici e di magistrati del Regno, i quali temevano di essere nuovamente sollevati dal loro incarico come era già avvenuto sotto Luigi XV. Il sovrano taceva, sebbene non apparisse più disposto a difendere Necker, al quale negava persino alcune udienze.

Così, il 19 maggio, un sabato, il ginevrino si recava a Marly per incontrare il re e rassegnare le proprie dimissioni. Poiché Luigi non si faceva trovare, egli, preso da un sentimento d’ira misto a rassegnazione, consegnava il billet de démission nella mani di Maria Antonietta. Aveva scritto: “La conversazione con M. de Maurepas non mi consente di altro se non di rimettere le dimissioni a Vostra Maestà. Ho l’animo rattristato, e oso sperare che Vostra Maestà si degnerà di conservare un ricordo degli anni felici, del faticoso lavoro svolto insieme e soprattutto dello zelo senza limiti con cui mi sono votato nel servirla. Necker”. (…)

La notizia delle dimissioni di Necker faceva il giro di Parigi. Per comprendere le reazioni dell’opinione pubblica, ecco le parole del abrone Frédéric Melchior de Grimm nella Correspondance littéraire adressée à un souverain de l’Allemagne: “La domenica mattina, il 20 maggio, si seppe che il Necker aveva rinunciato al ministero. A ciò si era preparati da tempo a causa delle dicerie che circolavano nella città e a Corte. I viali, i caffè, i luoghi pubblici brulicavano di gente, tuttavia regnava uno straordinario silenzio. Quei primi momenti di stupore pari al dolore di una famiglia che ha perso l’oggetto e il sostegno di ogni speranza. Mai un ministro ha portato nel suo ritiro gloria più pura e più integra di Necker, e mai ha ottenuto più ampia testimonianza della benevolenza e dell’ammirazione del popolo”.

(…) i francesi continuavano a sperare in un ritorno di Necker. Nobili e borghesi si recavano in processione a rendergli visita a Saint-Ouen, come testimonia Madame de Stael (sua figlia, ndr): “Tutta la Francia si recava da mio padre: i grandi signori, il clero, i magistrati, i negozianti, i letterati. Egli ricevette più di cinquecento lettere da amministrazioni e corporazioni di provincia che esprimevano rispetto e devozione come per nessun altro uomo politico. Giuseppe II (imperatore d’Austria, ndr), Caterina II (di Russia, ndr) e persino Maria Carolina di Napoli scrissero a papà per offrirgli la direzione delle loro finanze, ma egli aveva un cuore troppo francese per accogliere i loro inviti (…) Turgot, e ora mio padre, sono stati rovesciati per l’influenza dei Parlamenti che non vogliono né la soppressione dei privilegi in materia di imposte né la creazione di assemblee provinciali. Il re Luigi ha creduto bene di scegliere il suo nuovo ministro delle Finanze nel corpo del Parlamento per non aver nulla più da temere da quell’istituzione.”.””

Antonio Spinosa, “Luigi XVI. L’ultimo sole di Versailles”, pg. ”, pg. 96, 98-99, 100-101.

 

Il lavoro non è (solo) un contratto.

Le questioni sul tavolo sono sempre le stesse: diritti, fisco, formazione, previdenza. E la politica finalmente sembra essersi accorta che c’è un problema sugli autonomi, un vero e proprio esercito che conta due milioni di persone che lavorano, che creano impresa e sviluppo, non solo per se stessi. E che per anni sono stati visti con il sospetto e la diffidenza di chi concepisce il mercato ed il mercato del lavoro secondo schemi e semplificazioni che oggi hanno sempre meno ragione di esistere. Read more

L’Italia soffre la mancanza di un mercato NPL.

Partite da un 3,6% sul PIL nel 2009, le sofferenze bancarie (NPL, Non Performing Loan) sono balzate al 12,3% nel 2013 ed al 14,4% nel 2014, raggiungendo i 231 miliardi di euro, una cifra elevata in assoluto e con riferimento agli altri paesi UE.

Smobilizzare, cioè vendere, le sofferenze bancarie sembra la cosa più razionale per “togliere la zavorra” alle banche e riaprire il canale di finanziamento.

A fronte di tante sofferenze, il mercato del NPL è inferiore a 3 miliardi, l’1,5% del totale.

Non serve un “carrozzone di stato” (la “bad bank”) con tanto di garanzia pubblica: non è questo che si attendono cittadini ed investitori; occorre rimuovere i disincentivi alla cancellazione dei crediti in sofferenza e dubbi (i “write-off”), rendere più agili e rapide le procedure fallimentari ed extra-giudiziali, promuovere la costituzione di società specializzate nell’acquisto e gestione di NPL, allargare la possibilità di acquisto e gestione di NPL da parte dei fondi di private equity.

 

Per gentile concessione dell’autore alla ripresa dell’articolo, apparso il 18.2.2015 su www.smartweek.it

Dubbi UE sulla “reverse charge” sull’IVA.

Per migliorare i conti della legge di stabilità 2015, il governo Renzi ha deciso la c.d. “reverse charge” sull’IVA per la Grande Distribuzione, con la previsione che l’IVA sugli acquisti da parte della GD verrebbe versata dall’acquirente GD all’Erario, e non incassata dal venditore (che sarebbe costretto a chiedere il rimborso IVA all’Erario, con i tempi della P.A.). In via preventiva, la UE ha informato il governo italiano che la “reverse charge all’italiana” è una deroga non compatibile col regime IVA comunitario, ed andrà profondamente rivista (analoghi dinieghi ci furono per Germania ed Austria, in passato). La misura viene considerata un “prestito forzoso” concesso all’Erario da parte degli (incolpevoli) fornitori, valutata in 750 milioni di euro (su un totale di 4.500 milioni di misure fiscali straordinarie richieste al governo italiano per rientrare nei “parametri” di miglioramento del deficit e del debito). E sembra altresì debole la giustificazione addotta della sensibilità ed esposizione alle frodi del settore della GD. Il “no” europeo, se confermato, obbligherà il governo ad una ulteriore “misura creativa”, arte patria delle meno nobili ma sempre assai praticate.

Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli

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COMUNICATO STAMPA

In Italia tutto pare debba esser sottoposto alla legge e quindi facciamo leggi per qualsiasi cosa: ecco perché in 150 anni abbiamo prodotto circa 190 mila leggi ed è praticamente impossibile governare come accade in altri paesi civili.

Di questo si parlerà il 21 Febbraio ad Avellino con Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato a Roma e, fino a pochi mesi fa, capo dell’ufficio legislativo del Ministero per lo Sviluppo.
L’occasione è offerta dalla presentazione del suo primo romanzo (edito da Arnoldo Mondadori Editore) che ha per titolo “Il dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale” e per tema la burocrazia italiana.
L’incontro si terrà Sabato 21 Febbraio alle 10.30 presso il Circolo della Stampa di Avellino.
Alla presentazione, oltre all’autore – Alfonso Celotto – interverranno Achille Benigni (avvocato) e Piero Mastroberardino (imprenditore); l’evento –dal titolo Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli- sarà moderato da Antonluca Cuoco. (Ali & ItApe)
Per riformare la Pubblica amministrazione, occorre una operazione culturale, che modifichi la mentalità dei pubblici impiegati e dei cittadini verso la Amministrazione. Va creato un sistema di valutazione reale. La valutazione è scomoda e complessa da esercitare, ma senza un sistema di valutazione che funzioni è impossibile riconoscere incentivi realmente premianti e si conserva una gran palude di inutile egualitarismo.
La situazione è ancora più grave al Sud per una serie di questioni storiche a tutti ormai ben note, ma non ancora risolte dopo 150 anni dall’Unità d’Italia.
L’incontro è promosso dalle associazioni: Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia, Italia Aperta, Nuovo Meridionalismo

Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli
Dove: Circolo della Stampa di Avellino – C.so V. Emanuele, Palazzo della Prefettura
Quando: Sabato 21 Febbraio h10.30

I rischi del patto tra Roma e Berna

Da Alessandro De Nicola – Repubblica, 26 gennaio 2015: “I rischi del patto tra Roma e Berna”

Dopo il pasticcio della delega fiscale inquinata dalla norma subito ribattezzata “salva-Berlusconi”, il governo ha risollevato un po’ le sue quotazioni agli occhi dell’opinione pubblica firmando un protocollo di intesa con la Svizzera per regolare alcuni aspetti relativi allo scambio di informazioni tra autorità tributarie . Read more

(un)voluntary disclosure

Questo documento riassume il contesto nel quale è stata emanata la c.d. “Voluntary Disclosure” , integrato con i commenti, seppure sintetici, di due esperti fiscalisti e tributaristi, Massimo Giaconia e Federico Diomeda, che hanno cortesemente risposto ai nostri quesiti.
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