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Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

Formazione senza arbitro

Contratti con i Fondi interprofessionali senza arbitro. Anac e Antitrust hanno confermato, rispettivamente con una nota di gennaio 2016 e un Parere di aprile 2016 (si veda ItaliaOggi dell’ll maggio), che i Fondi interprofes­sionali per la formazione sarebbero organismi di diritto pubblico, con conseguente applicazione del codice dei contratti pubblici e la vigilanza dell’Anac. A oggi però nessuna autorità sembra confermare concretamente un ruolo di vigilanza e di presidio di contratti e controversie nel mercato, in cui sono evidenti forti interessi sindacali e di molteplici associazioni datoriali.

L’assenza di contratti presta il fianco a possibili arbitra­rietà che condizionano concorrenza e operatività delle imprese e degli enti formativi del sistema, come rilevabile dalle raccomandazioni fornite dall’antitrust al ministero del lavoro (da cui i Fondi dipendono) affinché nonni ade­guatamente per maggiore trasparenza e concorrenzialità nel sistema.

L’operatività dei Fondi è regolata da manuali imposti unilateralmente dagli stessi a imprese ed enti formati­vi. Le interpretazioni spesso soggettive a cui si presta­no, per esempio per documentazione richiesta ex post in rendicontazione, possono interferire notevolmente nell’operatività, non essendoci arbitri cui riferirsi per possibili dialettiche, né contratti a monte dei rapporti. L’imposizione di contratti, rilasciati a imprese iscritte (con trasparenza di condizioni e impegni reciproci), così come agli enti formativi (che collaborano con i Fondi per l’iscrizione delle aziende, consulenza e progettazione dei corsi), eliminerebbe buona parte delle diatribe.

Occorre però che un’autorità si accolli ufficialmente la responsabilità di presidiare concretamente la contrat­tualistica nonché le eventuali controversie che non pos­sono essere delegate al giudice civile se non in ultima istanza.

Il ministero del lavoro non aveva e non ha concreti stru­menti di intervento, nonostante i Fondi gestiscano denaro pubblico. Fino a qualche mese fa era possibile, per i poteri attribuiti, esigerne i bilanci e commissariarli, come è già avvenuto in un paio di casi. Ora invece, non ancora decollata l’Anpal, sotto il cui presidio dovrebbero ricadere tutte le politiche attive, risulta impossibile effettuare alcun controllo a beneficio del mercato.

Patrizia Del Prete

Pubblicato su ItaliaOggi

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Patrizia Del Prete

Laureata in Economia Applicata a Torino (Facoltà di Scienze Politiche, Indirizzo Economico), master in Marketing e Comunicazione, Scuola di Giornalismo e PR, ha lavorato dal 91 al 2001 nel Gruppo Bancario Sanpaolo, prima per la SP Formazione Spa (società di training e consulenza manageriale, per conto della quale seguiva il Cimark, consorzio della SAA di Torino per l’Innovazione del Marketing), poi nel settore della pianificazione strategica e controllo di gestione, della comunicazione e infine come responsabile del marketing del sito Internet della Banca

Trasferitasi a Milano, ha operato nel 2001 e 2002 come manager per D&C  Financial Communication, successivamente in Net Brain, società di consulenza strategica del mondo Internet, per la quale ha vinto la gara per il concept di marketing e i contenuti del sito WEB del gruppo Carrefour del 2003.

Nel 2004, come marketing manager, ha seguito lo start up del gruppo americano Nationwide (Europewide), curandone l’immagine corporate e ideando gli strumenti per la vendita dei prodotti.

Negli anni successivi ha poi operato come dirigente in un’impresa di marketing della fidelizzazione (Royal & Loyal) e in un ente formativo (Italiaindustria).

Nel 2009 ha fondato Consophia (www.consophia.it), società di formazione e consulenza indipendente, certificata da Accredia per attività di training e placement, specializzata nel  reperimento fondi per il finanziamento di formazione, coaching e consulenza. Consophia si occupa anche nella implementazione, su richiesta, di piani formativi “chiavi in mano” in tutte le aree, oltre che di progetti di comunicazione e marketing innovativi, con il supporto di assessment propedeutici, finanziabili con fondi.

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

Liberare la PA

I Casi di due aziende, Phase e Buzzoole, di cui si è parlato recentemente, testimoniano che, salvo rare eccezioni di eccellenza e straordinario impegno civico, la Pubblica amministrazione italiana è ancora incagliata e rappresenta uno, se non il principale, ostacolo alla crescita dell’economia e allo sviluppo di una società sana.

Permane una situazione in cui vi sono ancora persone poco motivate o poco preparate e vi è una grande confusione normativa che si accompagna ad una definizione di obiettivi poco chiari.

Bellissimo è stato il recente editoriale di Sabino Cassese che ha spiegato con grande lucidità come uno dei problemi della macchina statale sia l’eccessiva invadenza del Legislatore e della Politica in questioni troppo tecniche e di dettaglio che finiscono per ingessare l’operatività della macchina amministrativa invece di dare degli strumenti concreti per agire. Su questo immobilismo qualcuno prospera, mentre il cittadino e le aziende attendono invano servizi efficaci, che gli facciano perdere meno tempo, a cui si aggiunge un’eccezionale pressione fiscale a loro carico.

I buoni casi di amministrazione sono proprio quelli in cui i gestori, commissari o dirigenti riescono, per varie ragioni (urgenza, specificità o situazioni contingenti) a liberarsi del controllo oppressivo delle norme e delle formalità applicando criteri di buon senso e non formalismi bizantini. Per contro i casi di corruzione, invece che puniti severamente e in modo rapido, vengono utilizzati per irrigidire ancora di più le norme senza poi avere degli strumenti chiari di controllo e di verifica dei risultati degli enti pubblici.

Proprio pochissimi giorni fa è stato pubblicato il testo definitivo del decreto di modifica del D.Lgs. 33/2013 di revisione delle disposizioni in materia di trasparenza, con cui si introduce anche quello che pomposamente abbiamo voluto definire il Freedom of Information Act, o FOIA, italiano.

Esso rappresenta un passo indietro sulla trasparenza a favore del cittadino perché nel D.Lgs. 22/2013 era esercitabile per i cittadini il diritto civico alla trasparenza, mentre ora esso è stato limato e ridimensionato, introducendo un’eccessiva burocrazia.

Appare altresì grave e negativo che gli obblighi di pubblicazione a cui devono sottostare le pubbliche amministrazioni, già in essere grazie all’implementazione della sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti web delle PA, saranno sostituiti da informazioni da pubblicare a link e/o banche dati che non sono state definite ne indicate. A tutto questo si aggiungono tipologie di accesso differenti (ben tre!) che complicheranno ulteriormente i diritti dei cittadini ad avere accesso ai dati.

Come dice quindi giustamente Cassese, la prima cosa da fare per avere una Pubblica amministrazione più efficiente è di liberarla dal controllo di regole troppo specifiche e puntuali.

Secondariamente il Legislatore e la Politica devono garantire alcune importanti condizioni per cui la macchina amministrativa possa funzionare.

La prima condizione è di avere una Leadership credibile. Ovvero qualcuno ai vertici che possa vantare risultati concreti, competenze e il rispetto della comunità professionale, semplici endorsement politici o l’aver superato esami formali non basta.

La seconda condizione è che la macchina amministrativa si basi sull’ascolto dei dipendenti pubblici, e questo non significa che bisogna barattare il silenzio connivente del personale con un rinnovo contrattuale o un piccolo aumento o la sicurezza del posto fisso. Significa che il personale deve essere ascoltato, coinvolto, motivato e responsabilizzato.

Il terzo punto è la Meritocrazia. Serve avere dei Meccanismi premiali veri, non premi a pioggia, e un’opportuna flessibilità organizzativa per spostare chi non è adatto ad una mansione e dare maggiore responsabilità a chi merita. Questo perché uno dei fenomeni tipici della Pa italiana è la grande variabilità dei risultati come dimostrano i test Invalsi, le performance dei Tribunali, della Scuola e della Sanità.

L’ultimo punto, forse il più importante, è l’utilizzo del Giudizio del cittadino come principale barometro del successo o insuccesso di un ente e di un’organizzazione. Non avendo un mercato o dei competitor gli enti pubblici devono mostrare in modo trasparente quali sono i propri obiettivi e se e come li hanno raggiunti ed avere dei sistemi di monitoraggio della soddisfazione del cittadino nell’utilizzo dei servizi. Se ci fossero questi strumenti emergerebbero differenze di risultato e sarebbe possibile premiare chi Merita in modo importante.

Aspettiamo quindi con speranza il Testo Unico del Pubblico Impiego in prossima uscita e auspichiamo che possa tenere in considerazione questi punti, per dare completamento, dopo due anni, ad una riforma che sia una vera opera di Liberazione nazionale della Pubblica Amministrazione.

Una riforma che metta al centro la soddisfazione del Cittadino e non del Legislatore.

Boggian e Tumietto di Forum Meritocrazia

 

#Gig economy

Non una parola ambigua, ma una nuova frase sociologica che viene dovei cambiamenti sociologici sono fenomeni accettati dalla società.

A gig economy is an environment in which temporary positions are common and organizations contract with independent workers for short-term engagements.

The trend toward a gig economy has begun. A study by Intuit predicted that by 2020, 40 percent of American workers would be independent contractors. There are a number of forces behind the rise in short-term jobs. For one thing, in this digital age, the workforce is increasingly mobile and work can increasingly be done from anywhere, so that job and location are decoupled. That means that freelancers can select among temporary jobs and projects around the world, while employers can select the best individuals for specific projects from a larger pool than that available in any given area.

Digitization has also contributed directly to a decrease in jobs as software replaces some types of work and means that others take much less time. Other influences include financial pressures on businesses leading to further staff reductions and the entrance of the Milennial generation into the workforce. The current reality is that people tend to change jobs several times throughout their working lives; the gig economy can be seen as an evolution of that trend.

In a gig economy, businesses save resources in terms of benefits, office space and training. They also have the ability to contract with experts for specific projects who might be too high-priced to maintain on staff. From the perspective of the freelancer, a gig economy can improve work-life balance over what is possible in most jobs. Ideally, the model is powered by independent workers selecting jobs that they’re interested in, rather than one in which people are forced into a position where, unable to attain employment, they pick up whatever temporary gigs they can land.

The gig economy is part of a shifting cultural and business environment that also includes the sharing economy, the gift economy and the barter economy.

Errori di misura sul lavoro.

Voler tradurre a tutti i costi la qualità della prestazione in quantità, in funzione della valutazione, senza saperlo fare, può produrre mostri.

“Lettera sul Lavoro” pubblicata sul Corriere della Sera il 6 gennaio 2016, in occasione dell’uscita del libro di Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, Measurement Madness. Recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015) .

Ci sono Paesi come il nostro dove si fanno le barricate contro l’idea di tradurre la qualità del lavoro in indici quantitativi, per poter misurare la prestazione e quindi valutarla. Ultimamente abbiamo visto erigere quelle barricate contro la pretesa dell’Invalsi di valutare l’efficacia dell’insegnamento scolastico, ma le avevamo viste erigere anche contro la pretesa dell’Anvur di valutare l’attività di ricerca universitaria, o contro l’idea che una parte della retribuzione degli impiegati pubblici possa essere collegata a indici di produttività degli uffici o dei singoli. Da noi viene mobilitato persino il diritto alla privacy per impedire la valutazione della performance dei dipendenti pubblici, o quanto meno la conoscibilità del suo esito.

In altri Paesi, invece, soprattutto nel nord-Europa e nel nord-America, il principio della valutazione è non solo acquisito, sia nel settore pubblico sia in quello privato, ma praticato talvolta in modo eccessivo, acritico, quindi inutile o addirittura fuorviante. Per avvertirci di questo rischio tre studiosi – Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, tutti e tre docenti in atenei inglesi, che a misurazione e valutazione hanno dedicato la vita – ora hanno ritenuto di dedicare un libro alla Measurement Madness: recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015); cioè alle follie, o anche soltanto alle insidie, agli errori, e alle vere e proprie trappole in cui si può cadere quando ci si avventura su questo terreno senza il know-how e le avvertenze necessarie. Lo hanno fatto nel modo più amichevole verso la generalità dei possibili lettori, quindi con un linguaggio assolutamente semplice, scevro da tecnicismi, rifuggendo da ogni astrazione e proponendo invece decine di casi di uso della misurazione della performance avventato, sprovveduto, inerziale, opportunistico, furbesco, o inconsulto, comunque non utile per una valutazione attendibile, effettivamente verificatisi nell’ultimo decennio in amministrazioni pubbliche o in grandi imprese private di tutto il mondo. Oppure di casi nei quali il sistema di misurazione consente ai misurati di distorcere il risultato a proprio vantaggio, o li induce a distorcere la prestazione dalla sua vera funzione al solo fine di ottenere un indice di performance falsamente migliore. Dall’osservazione di questi casi si traggono diverse conclusioni per nulla scontate: la misurazione funziona poco se viene introdotta soltanto per controllare i comportamenti, mentre dà i risultati migliori se è mirata a trarne indicazioni utili per migliorare servizi, prodotti, o processi; se ai risultati della misurazione si collegano direttamente dei premi, i rischi di distorsione aumentano: meglio comunque attribuire i premi a gruppi di persone e non ai singoli; la valutazione individuale, invece, può costituire essa stessa, da sola, un premio efficace, dando risultati ottimi in termini di motivazione del personale. E dalle loro osservazioni gli autori traggono dieci regole auree per la buona impostazione della misurazione e della valutazione, che probabilmente diventeranno d’ora in poi un decalogo ineludibile per chiunque si occupi di questa materia.

Viene citato anche un “caso” ambientato in Italia. Ma questa volta soltanto per denunciare l’allergia alla valutazione della performance che ispira i vertici delle nostre amministrazioni pubbliche. E qui non è difficile vedere la mano di quello, dei tre Autori, di origine italiana, che cinque anni fa venne richiamato in patria dall’Inghilterra per far parte della Civit, l’autorità per la valutazione delle amministrazioni pubbliche – appunto – istituita dalla c.d. legge Brunetta del 2009, e che dopo un anno clamorosamente si dimise constatando che il meccanismo girava a vuoto.

Nonostante che su questo terreno in Italia siamo poco tanto più indietro rispetto al nord-Europa, la lezione sofisticata di Gray, Micheli e Pavlov riguarda direttamente e immediatamente anche noi. Perché anche le nostre grandi imprese cadono negli stessi errori in cui cadono quelle straniere; e perché, sia pure in ritardo, finalmente anche noi stiamo incominciando a praticare la misurazione e la valutazione della performance nel settore pubblico. E proprio il ritardo con cui affrontiamo il problema ci rende più inesperti, quindi più esposti al rischio di errori, di trappole, di pratiche controproducenti. L’unico vantaggio insito nell’essere, per questo aspetto, un Paese arretrato sta nella possibilità di sfruttare a costo zero l’esperienza accumulata da altri attraverso decenni di sperimentazione e affinamento delle tecniche di misurazione e valutazione. Ecco perché sarebbe molto importante che questo libro venisse letto attentamente – oltre che da molti amministratori delegati di imprese private – soprattutto negli uffici del ministero della Funzione pubblica e in quelli di molti altri ministeri romani.

Pietro Ichino
http://www.pietroichino.it/?p=38416

Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

Il cibo è roba seria, mica roba da Expo.

Una esposizione mondiale che parla di cibo, parla solo di una metà del tema: manca il suo complemento, l’assenza di cibo che colpisce, in modo episodico e più generalmente endemico, 2 miliardi di persone nel mondo su 7 miliardi che è la popolazione mondiale, quasi 1 essere vivente su 3, spesso un bambino in età pre-infantile ed infantile, in aree geografiche ben delimitate, come l’Africa sub-sahariana, il resto dell’Africa, ampie zone dell’Asia, l’India; su 805 milioni di affamati, quelli che non hanno una razione di cibo giornaliera (spesso saltuaria e non tutti i giorni, sempre insufficiente e ben inferiore alle 2.200 calorie quotidiane richieste per un adulto, che sono 700 per un bambino sino a 1 anni. 1.500 calorie a 5 anni), 295 milioni vivono in India dove rappresentano il 16% della popolazione; 135 milioni è il numero stimato degli affamati cinesi; nel c.d. Altro Mondo si concentrano 790 milioni di affamati: 1 essere umano ogni 9.

Parlare di cibo significa allora prima di tutto parlare del suo contrario: la fame.
Tema spesso affrontato in modo ideologico, sulla spinta di valori religiosi, etici, sociali, “perbenisti”.

Proviamo a declinare il tema in modo diverso, cercando di evidenziare alcuni punti:
Quale cibo mangia l’uomo?

Dove e perché c’è una carenza di cibo?

La tecnica agricola odierna sarebbe in grado di limitare, o cancellare, la fame nel mondo?

Le risorse alimentari disponibili sono prodotte in modo efficiente?

Salvo rare eccezioni, l’alimentazione umana di base è composta di cereali, che non apportano proteine sufficienti; in una chiave di accrescimento della disponibilità e della qualità del cibo, la prima cosa che si aggiunge sono i legumi; seguono i tuberi; quando il tenore di vita aumenta, si aggiungono gli oli; infine, si passa alla carne ed altri proteine animali (uova, latticini). Tre quarti del cibo consumato nel pianeta è fatto di riso, grano, mais; metà di tutto quanto mangiano i 7 miliardi di esseri umani è rappresentato da riso.
Nell’impero romano, un ettaro di terreno produceva 300 chili di cereali, ed un contadino poteva lavorare in media 3 ettari, quindi poteva produrre quasi 1 tonnellata di cereali; nel medioevo, un ettaro produceva 600 chili annui, ogni contadino poteva lavorare in media 4 ettari, producendo 2,4 tonnellate annue di cereali; negli Stati Uniti a metà del secolo scorso 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate; sempre negli States, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per ogni contadino; nell’Africa sub-sahariana, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi 700 chili annui. La produttività di 2.000 anni fa, 2.000 volte meno rispetto ad un agricoltore del XXI secolo.
Trasferire la tecnologia di un paese “avanzato” in un paese “non avanzato” è difficile: servono investimenti (che i singoli contadini dell’ Altro Mondo non possono permettersi, visto il loro stato di indigenza), serve terra da coltivare (ed i singoli contadini poveri spesso non hanno nemmeno un piccolo pezzo di terra di proprietà, in paesi dove la proprietà della terra si sta concentrando per svariati motivi, nessuno commendevole), servono concimi, semi, attrezzi che risultano troppo spesso troppo cari, impossibili da acquistare per i singoli contadini.
Parlare di cibo significa comprendere le tecniche di produzione, migliorarle per incrementare la resa, adottarle ed introdurle nel maggior numero di terreni coltivabili.
Mangiare animali, nel nostro mercato globale, è un lusso, che comincia a diffondersi in aree di recente sviluppo economico, come la Cina ed ampie zone del Sud Est asiatico (i paesi che crescono); mangiare carne mette l’uomo in competizione con gli animali nella scelta di che cosa mangiare; seppure per millenni gli animali abbiano mangiato erba, oggi essi mangiano gli stessi alimenti che rientrano nella dieta dell’uomo: soia, mais, altri cereali.

I bovini, 50 anni fa, erano 700 milioni: oggi sono 1.400 milioni, il doppio. Sono necessarie 4 calorie vegetali per produrre 1 caloria di pollo, 6 per 1 caloria di maiale, 10 per una caloria di bovino od agnello.
Occorrono 1.500 litri per produrre 1 chilo di mais, 15.000 litri per produrre 1 chilo di carne bovina. 1 ettaro di terra buona può produrre 35 chili di proteine vegetali, che scendono a 7 chili se utilizzate come alimento per animali.
In termini economici, mangiare carne significa “appropriarsi” di risorse vegetali che potrebbero bastare per 5 o 10 persone.
Negli ultimi decenni, il consumo di carne è raddoppiato rispetto alla popolazione, il consumo di uova è triplicato. L’allevamento di animali copre l’80% della superficie agricola coltivabile (a tecnologia attuale), assorbe il 40% della produzione mondiale di cereali ed il 10% delle risorse idriche del pianeta.
Il cibo, essenziale per la sopravvivenza, diviene sempre più una non-scelta, per mancanza di capacità di reddito o impossibilità di coltivare e produrre, per chi non ha accesso a “basic stuff and food” come acqua, cereali, legumi, tutti alimenti essenziali per la sua salute ed il suo sviluppo.
Parlare di cibo significa valutare come allocare la ripartizione dei terreni fra alimenti diversi, se convenga destinare i terreni alla produzione di cereali vegetali frutta e legumi, oppure destinarli alla produzione di mangime per animali, che a loro volta diventeranno cibo per l’uomo.

Il business del cibo – agricoltura, manifattura alimentare – costituisce soltanto il 6 per cento dell’economia mondiale: una minuzia, quantità dieci volte minori rispetto al settore dei servizi.
Il 43 per cento della popolazione economicamente attiva del mondo – circa 1,4 miliardi di persone – è costituita da agricoltori.
Demografia, peso economico e necessità reale sono stranamente lontani.
(Breve digressione: l’agricoltura – l’agricoltura dei poveri, zappa e vanga – è un’attività estremamente fisica, dove gli uomini possono avere un vantaggio: le donne si sforzano, cercano di fare alcune cose, ma è chiaro che spetta agli uomini nutrire la famiglia, e tutto questo produce un’idea della vita. La sottomissione femminile aveva una sua contropartita molto precisa: in cambio – dialettica del padrone e dello schiavo – l’uomo dava da mangiare alla donna. Nelle società opulente rompere con quest’idea può essere più semplice, più fattibile; in mondi arretrati, come nell’Africa sub-sahariana od in ampie zone del Sud-Est asiatico, si complica).

La malnutrizione è legata, con un filo esile ma fermo, allo stato di salute della popolazione.

Gli Stati Uniti spendono 8.600 US$ l’anno per abitante in sanità, la Francia 4.950, l’Argentina 890, la Colombia 432, l’India 8 dollari (che scendono a 4 a Bombay/Mumbai, il Niger 5 dollari; nel paese africano più povero, nel 2009 c’erano 583 medici, uno ogni 28.000 abitanti, scesi a 349 nel 2010, uno ogni 43.000 abitanti, quando in un paese medio (come Ecuador, Filippine, Sudafrica) la media è uno ogni 1.000 abitanti. In paesi “problematici”, molti medici sono emigrati, spesso scappati: la migrazione di chi sa, o vuole scappare dalla miseria e dalle malattie, produce ulteriore miseria. In Niger, ogni donna ha in media 7 figli (il tasso di fertilità più alto al mondo), ed un bambino su 7 muore prima di compiere 5 anni, quando la media dei paesi definiti ricchi è uno su 150. A Bombay/Mumbai 1/3 dei bambini è denutrito. La fame interessa 2 miliardi di persone nel mondo, circa 1/3 della popolazione della Terra; queste persone non mangiano a sufficienza, sono malnutriti, e questo endemico sottosviluppo colpisce principalmente i piccoli, che hanno necessità di mangiare almeno 700 calorie al giorno sotto l’anno di vita, 1.000 fino a 2 anni, 1.600 sino a 5 anni; un adulto necessita da 2.000 a 2.700 calorie giornaliere; sotto queste soglie, si patisce la fame. “L’eliminazione , ogni anno, di decine di milioni di uomini, donne e bambini ad opera della fame è lo scandalo del nostro secolo. Ogni 5 secondi un bambino sotto i 10 anni muore di fame (…). Allo stato attuale, l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire senza problemi 12 miliardi di essere umani, quasi il doppio della popolazione mondiale” secondo la relazione “Destruction massive” dell’ex-relatore speciale ONU per il diritto all’alimentazione.

La carenza strutturale, endemica, di cibo è una concausa del progressivo inurbanesimo: oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, in città, dove ci si trasferisce nella aspettativa, fallace, di trovare un lavoro, una casa, migliori condizioni di vita. Ma come anticipato in “Il pianeta degli slum” di Mike Davis, “le città del futuro (…) saranno in gran parte costruite di mattoni grezzi, paglia, plastica riciclata, blocchi di cemento e legname di recupero. Al posto delle città di luce che si slanciano verso il cielo, gran parte dei mondo urbano del XXI secolo vivrà nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo.””; nel 1950 c’erano 85 città del mondo che superavano il milione di abitanti, nel 2015 saranno 550; delle 25 città che superano gli 8 milioni, 22 si trovano nell’ Altro Mondo, e sono quelle che crescono di più: ma nella maggior parte di queste città, tre quarti della crescita si deve a costruzioni marginali in terreni occupati: le baraccopoli. In tutta l’India, per citare un caso significativo per un paese che fa parte dei BRIC, 160 milioni di persone vivono in una baraccopoli. In una baraccopoli non ci sono acqua corrente, luce, fogne; la mancanza di bagni crea problemi sanitari enormi: 2 morti si 5 sono da ascriversi ad infezioni causate da parassiti portati da acqua inquinata (con cui si cucina, quando c’è da cucinare) ed assenza di fogne.

Nel mondo, 2,5 miliardi di persone vivono senza fogne, e muoiono senza fogne. In queste condizioni, anche il cibo è inquinato, quando c’è.
Parlare di cibo significa partire dalla sua assenza, dalla sua cattiva qualità, dalle modalità del suo stoccaggio e del suo trattamento.

Domande aperte; troppo spesso ricevono risposte chiuse.

God save the Queen! Quando basse tasse ed alti salari si dan la mano.

Nella eterna, quindi inconcludente, discussione sul “modello di sviluppo” che l’Italia deve assumere, irrompe la eterodossa esperienza inglese, che al grido di “alti salari, basse tasse, welfare ridotto” vede il governo inglese proseguire la tappa di avvicinamento a livelli di tassazione assai bassi: oggi la “corporate tax”, l’imposta sugli utili societari, è stata portata al 20%, ma nelle intenzioni dello Scacchiere di Londra potrebbe scendere al 15% entro il 2020 (avvicinandosi a quel 12,5% che la vicina Irlanda impone alle imprese che hanno sede nella repubblica irlandese). Livelli da sogno per le imprese italiane, che con simili aliquote confidiamo possano “fare miracoli”.

Questo “modello” sociale ha consentito evoluzioni importanti: PIL inglese in crescita del 2,4% nel 2014 e nel 2015 (previsione), disavanzo in calo al 3,7%, occupazione in trend positivo, tutti segni che il risanamento dei conti inglesi sembra avviato verso il successo.

Alcune soluzioni sembrano difficilmente trasferibili nel contesto italiano: tagli al “welfare”, con riduzioni su assegni familiari, assegni per l’abitazione, sussidi per gli studenti.

Invece, le modifiche apportate al mercato del lavoro sono significative e col segno “+”: il governo conservatore ha fissato il salario orario minimo, “living wage” in lingua locale (ma tutti lo comprendono), dei lavoratori di almeno 25 anni di età a 7,20 sterline orarie (era 6,50 sino ad ora), con ulteriore previsione di adeguamento a 9 sterline orarie entro il 2020: nelle intenzioni governative, la ridotta tassazione sugli utili aziendali dovrebbe consentire alle imprese di trasferirne parte dei benefici ai dipendenti sotto forma di aumento dei salari, accompagnato da una esenzione totale di imposta sui redditi sino a 11.000 sterline annue.

Mettere in diretta relazione, nelle intenzioni e quel che più conta nella pratica, la bassa tassazione sul reddito di impresa con la aspettativa “razionale” di un trasferimento di una quota di “rendita” dal “capitale” al “lavoro” ci sembra una ottima proposizione: in attesa di vedere la sua concreta applicazione, ne facciamo l’elogio, confidando che abbia successo, un grande successo, in Gran Bretagna: e che da questo successo nasca anche un “effetto imitazione” per il nostro legislatore.

God save the Queen!

Il cemento di 20 anni fa.

Il consumo di cemento in Italia è tornato ai livelli del 1961: 20 milioni di tonnellate, una caduta vertiginosa dai 46,9 milioni di tonnellate del 2006, quando è iniziata una decrescita impressionante, un – 57%. Nel frattempo la filiera del cemento ha perso 800 imprese, 16.000 addetti.

“Le opere pubbliche sono frenate dai vincoli di bilancio, mentre l’edilizia residenziale è crollata per la discesa del potere d’acquisto delle famiglie”, con il crollo delle nuove abitazioni a 50.000 nel 2014, contro le 250.000 del periodo pre-crisi.

In questi anni, sono stati fatti ingenti investimenti per migliorare efficienza e rispetto dell’ambiente: “Si tratta di interventi costosi, realizzati in occasione dei rinnovi degli impianti, con l’effetto di ridurre a doppia cifra numerose categorie di emissioni.

L’altro filone di sviluppo è tecnologico, per proporre al mercato prodotti innovativi come il cemento trasparente, oppure “mangia”-smog o più efficiente dal punto di vista energetico”.

Articolo pubblicato il 2.7.2015 su smartweek nella rubrica “una tazzina di caffè…”