Posts

Vade retro, bad-bank !

Traiamo spunto dalle dichiarazione del presidente della Fondazione Cariplo, dottor Guzzetti, riportate nell’articolo su MilanoFinanza di mercoledì 28 ottobre 2015 e qui di seguito riprese: “”Invece le Fondazioni di origine bancarie possono anche investire in un’eventuale bad bank se questa rispetterà le due regole fissate dalla legge: la garanzia degli investimenti e la loro redditività. “In linea teorica”, ha osservato Guzzetti, “se si realizzerà una bad bank e gli investimenti in questo strumento rispetteranno questi due requisiti, ogni Fondazione potrà decidere di investire in quest’attività”. Le Fondazioni potrebbero, dunque, partecipare al veicolo di gestione delle sofferenze, la cui creazione è ancora oggetto di trattative tra il governo italiano e la Commissione europea, a patto che vengano rispettati i requisiti previsti per questi enti.””

Siamo contrari alla creazione di una “bad bank di sistema”, ed in particolare ad una partecipazione delle Fondazioni Bancarie all’azionariato della “bad bank” stessa.

Come stanno le banche italiane?

Guardiamo ad alcuni dati, aggiornati al I semestre 2014 (ultimo dato disponibile):

170 miliardi è il valore dei prestiti in sofferenza, su un totale di 1.240 miliardi di euro di prestiti alla clientela;

103 miliardi sono gli incagli (situazioni di temporanea difficoltà, che comprendono prestiti scaduti da oltre 270 giorni, o che rappresentano oltre il 10% dell’importo affidato);

305 miliardi è il totale delle sofferenze (dal 2015 cambiano le regole di classificazione dei crediti deteriorati, ma non il loro accertamento), pari al 24,6% dei prestiti alla clientela.

La Banca d’Italia ha rilevato come le “posizione deteriorate” siano il 18,7% del prestiti, 2 punti percentuali sopra la media UE, e che il tasso di copertura attraverso accantonamenti fatti (coverage ratio) sia il 32%, 10 punti in meno della media UE e complessivamente pari all’88,9% del patrimonio delle banche italiane (che in molti casi hanno realizzato aumenti di capitale per reintegrare il patrimonio di vigilanza, l’ultimo dopo il Comprehensive Assessment della BCE).

Si tratta di un fardello – cresciuto negli anni recenti in coincidenza (e a causa) della crisi economica nazionale – che limita la capacità di fare credito, poiché impone accantonamenti di bilancio e quindi allocazione di capitale su posizione non performing (da cui il nome NPL, acronimo di Non Performing Loans) a detrimento dei prestiti performing verso la clientela. Una delle cause del credit crunch.

Come noto, il mercato del NPL consiste nella cessione a terzi di crediti non performing, a un prezzo di mercato che rappresenti il punto di incontro fra domanda degli investitori interessati al NPL e l’offerta da parte delle banche. Tale mercato vale circa 3 miliardi, meno dell’1,5% delle sofferenze. Lo smobilizzo dei crediti in sofferenza potrebbe ricostituire la capacità delle banche di erogare credito.

Che cosa impedisce lo sviluppo di un mercato NPL in Italia?

Fra gli ostacoli, sono indicate norme e procedure lente di recupero crediti, norme fiscali che limitano o rendono poco efficiente “portare a perdita” i crediti in sofferenza. Da qui, la richiesta di interventi legislativi che portino a uno snellimento normativo.

Che cosa pensano di fare Banca d’Italia e le banche italiane?

La soluzione avanzata è quella della “bad bank”: una struttura cui trasferire, in tutto o in parte rilevante, le sofferenze bancarie.

La proposta si incentra sulla costituzione di una società-veicolo, con un capitale relativamente modesto (si parla di un capitale iniziale di 3 miliardi) cui partecipi anche lo Stato (si presume, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanza o tramite la CDP, la Cassa Depositi e Prestiti). Le banche conferenti sarebbero i maggiori azionisti, accanto a nuovi soci privati. La bad bank porterebbe in pancia i crediti deteriorati sino a 50 miliardi e si finanzierebbe sul mercato con bond garantiti dallo Stato.

Al momento, non sono ancora noti i criteri per la valorizzazione dei prestiti in sofferenza da trasferire: saranno “acquistati” al loro valore netto attuale o al netto degli accantonamenti già effettuati? Ad un ipotetico valore di realizzo? Chi procederebbe alla valutazione del valore di realizzo? Tutti questi quesiti dovranno trovare confronto e soluzioni coerenti con l’obiettivo finale: rendere nuovamente “bancabile” l’attivo delle banche italiane.

I pro della “bad bank”

Con la “bad bank”, una percentuale significativa delle sofferenze bancarie (sino a 50 miliardi, su totali 170 miliardi) sarebbe “venduta” a un soggetto terzo, ripristinando la capacità di erogare credito per le banche.

Il “prezzo” di acquisto non sarebbe fissato da “criteri di mercato” ma dalla volontà delle banche e del “veicolo” (che è partecipato, fra l’altro, dalle banche stesse) senza diretto e fattuale riferimento all’ipotetico valore di realizzo (tipico delle operazioni di NPL, fatte a valori di mercato), secondo una logica “di sistema”; il veicolo  — a nostro avviso — si trova inoltre in (palese) “conflitto di interessi”;

Contemporaneamente, le banche potranno “portare a perdita” l’eventuale minore valore fra valore netto a bilancio (dopo gli accantonamenti già fatti) e valore di cessione dei crediti.

Secondo Banca d’Italia l’operazione non dovrebbe gravare sulle casse pubbliche e dovrebbe vedere il coinvolgimento delle banche alla copertura dei costi dell’operazione, che dovrebbe essere remunerativa del sostegno pubblico.

I contro della “bad bank”

Una soluzione di sistema non è una soluzione di mercato: il prezzo di un NPL fissato dall’incontro fra domanda e offerta rappresenta il punto di incontro “giusto” per consentire vantaggi a chi vende (incasso immediato) e chi compra (un prezzo che sconta la probabilità di recuperare il credito nominale).

Esistono operatori specializzati (tutti esteri, al momento, anche a causa dell’arretratezza del mercato italiano) che “sanno di che si tratta” e che sembrano quindi poter rappresentare il soggetto in grado di dare il giusto prezzo, in modo autonomo e indipendente a un NPL o a un pacchetto di NPL. Non si vede come una “bad bank”, di nuova costituzione, possa dotarsi di tali competenze in tempi rapidi, e in assenza di conflitti di interesse.

Non si comprende la logica di pubblicizzare le perdite, attraverso la concessione di garanzie statali a favore di soggetti, siano essi gli azionisti delle banche come le Fondazioni Bancarie (che sono 88 ed ancora detengono partecipazioni rilevanti in molte banche), siano essi soggetti partecipati da banche private. A mio avviso, la “band bank” nella versione italiana è una soluzione contro il mercato, con assunzione di un rischio a carico del pubblico che si pone anche, potenzialmente, in contrasto con la normativa europea sul libero esercizio di impresa e sugli aiuti di Stato.

Inoltre, la presenza nell’azionariato delle banche (o peggio, degli azionisti delle banche stesse), le stesse banche che hanno erogato a suo tempo i crediti ora trasferiti alla “bad bank”, rappresenta un elemento di debolezza: chi non ha saputo erogare credito correttamente, come potrebbe recuperarlo correttamente?

In sintesi, siamo favorevole allo smobilizzo dei NPL, ma non a una “bad bank” con un intervento pubblico rilevante, come sarebbe nel caso di una garanzia pubblica. Siamo contrari a un intervento di CDP, che non deve divenire una “nuova IRI” e che a ben altri obiettivi deve orientare la sua area di intervento. I NPL vanno venduti sul mercato, al miglior offerente, ai prezzi che potranno essere determinati dall’incrocio fra offerta (vendita) e domanda (acquisto).

Ulteriore elemento di riflessione assai critica è l’annunciata creazione di una holding dotata di un capitale di 1.500 milioni di euro, per il salvataggio, il rilancio e la successiva cessione sul mercato nell’arco di 2-3 anni di Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche e Banca Popolare dell’Etruria, le 3 crisi bancarie che per gravità e dimensioni preoccupano assai il mondo del credito e Bankitalia insieme a MEF e Fondo Interbancario di tutela dei depositi, FITB), salvataggio che dovrebbe, nelle intenzioni, completarsi inesorabilmente entro il 31.12.2015, visto che dal 1.1.2016 si applicherà il “bail-in”. In totale, l’intero piano di risanamento potrebbe aggirarsi sui 2.200 milioni di euro. Ricordiamo che per dar vita al piano è necessaria l’entrata in vigore del decreto legislativo che consegue al recepimento della direttiva UE/Brrd, che prevede: come procedere al nuovo riparto di competenze sulle crisi bancarie tra BCE, Bankitalia, MEF; il ruolo dei fondi di tutela; la possibilità di utilizzo dei titoli subordinati anche al di fuori di “bail-in”.

Crediamo che se e quando una banca ha sbagliato nel “fare banca” sia bene che essa esca dal mercato, che gli azionisti ne sopportino le conseguenze, che i manager bancari siano più attenti nel concedere credito e nell’evitare l’ “azzardo morale” (smettendo quindi di confidare nell’aiuto del sistema).

Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

Stop al “prop desk”.

Dal 22 luglio 2015 è entrata in vigore negli USA la “Volcker rule”, la legge che impedisce alle grandi banche statunitensi di acquistare e vendere azioni, bond, valute, materie prime e derivati utilizzando i capitali propri (il c.d. “proprietary trading”, o “prop desk”).

Si tratta di una norma pensata 5 anni fa all’interno della ampia riforma finanziaria seguita alla crisi del 2007-2008, ed è una delle norme più stringenti mai adottate negli USA dai tempi della crisi del 1929. Goldman Sachs ha venduto il suo lucroso business a KKR (la altrettanto prestigiosa casa di investimento private equity), altre banche la seguiranno prima del 2018 quando queste attività, spesso comprese in strutture dedicate come fondi di investimento ora gestiti dalle banche stesse, dovranno essere dismesse o vendute.

Attendiamoci una ulteriore rivoluzione nel business bancario, con conseguenze tutte da valutare prossimamente, che renderà le attività bancarie molto diverse da ieri e sempre più diverse dal crescente sviluppo di società e gruppi attivi nella c.d. “finanza-ombra”, quel settore finanziario meno (o punto) regolato che sta acquistando, a livello mondiale, un peso crescente (ma non ancora prevalente) nel grande business della finanza.

Per ogni nuova norma occorrono nuovi sistemi di controllo: governo USA e FED si stanno attivando per formare ed attrarre esperti che saranno chiamati a valutare attività (complesse come il trading per conto terzi), bilanci delle banche, informazioni e dati regolarmente trasmessi dalle banche alle autorità di controllo. Dando prova di pragmatismo (termine sconosciuto nel Belpaese), governo e FED hanno inviato agli operatori bancari una lista di 16 domande pensate per aiutare le banche stesse a mettere in atto le procedure e le azioni richieste.

Qualcuno vuole riformare le BCC.

Le Banche di Credito Cooperativo (BCC) sono 376 (il 55% delle banche italiane), hanno 4.441 sportelli (il 14% degli sportelli), 1,2 milioni di soci (che votano secondo il principio “una testa, un voto”), 37mila dipendenti, garantiscono il 7,3 per cento del mercato degli impieghi, con 135 miliardi di impieghi erogati (il 7,5% dei prestiti del sistema bancario); mentre il tasso di passaggio a sofferenza si attenuava per le banche maggiori e medie, per le BCC è invece aumentato ulteriormente dal 3,6% di dicembre 2013 al 3,9% a fine 2014, ed i crediti anomali sul totale dei prestiti sono saliti dal 10 al 17,5% tra giugno 2011 e giugno 2014. Per Banca d’Italia sono necessari “interventi normativi“ per favorire “l’integrazione“, che “è un obiettivo non più rinviabile”, “favorire un sistema meno frammentato, capace di superare gli svantaggi della piccola dimensione e di preservare i valori della cooperazione e della prossimità con il territorio che da sempre costituiscono il loro punto di forza”.
La “riforma delle BCC” è stata quindi proposta da MEF e Banca d’Italia; nella bozza (art 37 bis) si prevede la creazione di una società capogruppo costituita in forma di società per azioni e autorizzata all’esercizio dell’attività bancaria il cui capitale è detenuto per almeno un terzo dalle BCC stesse (appartenenti al gruppo), con la capogruppo che esercita attività di direzione e coordinamento sulle BCC. Federcasse (l’associazione delle BCC) vuole preservare l’unità ( «integrazione a gruppo» ); ICCREA (la banca di secondo livello che fornisce servizi e prodotti alle numerose banche del sistema) si propone come unica holding nazionale, con ma l’adesione volontaria (e non obbligatoria) delle singole BCC.
Tra i punti oggetto di confronto: l’apertura del sistema a capitali esterni (anche esteri), destinati a ricapitalizzare la capogruppo; la possibilità di introdurre garanzie incrociate tra le diverse BCC, in modo che – in caso di emergenza – quelle più patrimonializzate possano andare in soccorso di chi si trova in difficoltà; la “governance”: il sistema è per molti aspetti barocco, così la riforma sarà l’occasione per “asciugare” gli organi dei vari livelli. Il “nodo gordiano” sembra essere quello della capogruppo: una sola (e.g., ICCREA), oppure una pluralità (assecondando spinte centrifughe e “campanili”).
Tutti, a parole, vogliono che il sistema delle BCC possa competere in un mercato più integrato e concorrenziale, contribuendo validamente alla ripresa delle economie di riferimento, attraverso un riassetto più incisivo, che consenta di conseguire al più presto l’ammodernamento della gestione, il rafforzamento strutturale della redditività e la capacità, ove necessario, di reperire risorse patrimoniali anche consistenti in tempi brevi.
Ma le BCC servono al sistema industriale italiano? Hanno un futuro, e come possono “giocare” a favore delle PMI locali? Possono essere un valido “concorrente” delle “big banks” sul terreno della vicinanza alle PMI?
L’Italia è un paese fatto di piccole imprese, meno di grandi; banche “a dimensione” delle imprese piccole e medio-piccole sembrerebbero quindi “ottimali”.
Ma per far banca (quella che eroga prestiti) servono capitale, depositi da clientela, capacità di valutare il credito, costi adeguati alla tipologia di attività perseguita.
Le BCC, individualmente, hanno poco capitale e quindi limitata capacità di credito, sia in valore assoluto (l’ammontare del prestito) che relativo (in proporzione del proprio patrimonio, in una ottica di diversificazione e limitazione della concentrazione del credito): una loro adeguata capitalizzazione è quindi utile ed indispensabile per dare loro “peso” nel mercato delle PMI. Il costo dei mezzi raccolti (capitale, depositi da clientela, prestiti interbancari) è una funzione importante per la determinazione del “prezzo” a cui “vendere la propria merce”: i prestiti ai clienti.
E per imprestare bene, limitando i prestiti “anomali” (che diventano spesso sofferenze che erodono il capitale), serve una adeguata capacità di valutare il merito di credito di chi chiede un prestito: essere vicini ai clienti sul territorio aiuta a conoscerli, a vedere che fanno e come lo fanno, e molto spesso le BCC, radicate sul territorio, possono farlo meglio delle “big banks”; ma non sempre essere “vicini” è sufficiente per comprenderne il “business” e le sue prospettive. Mettere insieme queste attività, facendo leva su un unico “centro di eccellenza” può essere una buona cosa.
La soluzione della “capogruppo” (una, o più) del sistema BCC appare per quello che è: una soluzione imposta dall’alto, e quando la Banca d’Italia chiede, è difficile dire di no. Ma a noi sembra una opera titanica, destinata a tempi, cadenze, compromessi che ne faranno la classica “Babele” con la base in stile impero e la facciata rococò, quando i concorrenti svettano sopra le guglie della Madonnina.

Questo articolo è stato pubblicato su AdviseOnlyBlog il 24.7.2015.

 

Se la banca “salta”, meglio il “bail-out” o il “bail-in”?

Dal 1.1.2016 cambiano le regole europee per i salvataggi bancari, che passano dal “bail-out” (quelli fatti dallo stato, con i soldi dei contribuenti) al “bail-in” (a carico di azionisti, obbligazionisti, alcune tipologie di depositanti).

Vediamo di approfondire di che si tratta, quali banche copre, con quali procedure, ricordando che poiché entrerà progressivamente in vigore dal prossimo anno, difficilmente potrà coprire le banche greche in caso di “Grexit”.

Sino al caso-Cipro (crisi delle banche cipriote, estate 2012), per le autorità di vigilanza bancaria europee valeva il principio che la crisi di una banca era un evento da affrontare attraverso un intervento della “mano pubblica” per la ragione che la stabilità finanziaria del sistema, e quindi delle singole banche, deve essere assicurata “whatever it takes”: e quindi, interventi dello stato nell’azionariato (emblematici i casi come Citigroup negli USA che hanno immesso 563 miliardi US$ come capitale ed assicurato 1.800 miliardi US$ come ulteriore garanzia per le banche salvate; Lloyd’s e RBS in UK che sono state nazionalizzate e ricapitalizzate per 115 miliardi di Sterline; i 47 miliardi di euro che la Germania ha speso per salvare banche tedesche; i casi spagnoli ed irlandesi; in molti casi, gli investimenti sono stati restituiti, con profitto per i singoli stati), “cordone sanitario” (“moral suasion” della banca centrale che chiama una banca “amica” a rilevare la banca “fallita”), il tutto finanziato da fondi pubblici, quindi dai soldi dei contribuenti.

Questo si chiama “bail-out”.

Nel “dopo-Cipro”, le autorità europee hanno modificato il loro approccio, prevedendo (c.d. secondo pilastro dell’Unione Bancaria europea) la creazione di un Meccanismo Unico di Risoluzione delle Crisi (SRM) che riguarderà le banche aderenti al Meccanismo di Vigilanza Unica (SSM, gestito dalla BCE), che sono quelle definite “significative”, in totale 200 gruppi bancari (13 italiani), che rappresentano l’85% degli attivi del sistema (anche se sono il 3% del numero delle 3.700 banche europee, che per la restante parte continuano ad essere vigilate dalle autorità nazionali: la Banca d’Italia per il nostro paese).

Saranno gli azionisti delle banche, seguiti nell’ordine dagli obbligazionisti (quanti hanno investito in “bond” bancari) e dai depositanti (oltre i 100.000 euro di deposito) a “pagare il conto” dei fallimenti bancari, il tutto entro il limite dell’8% del valore delle passività delle banche (l’8% è, fra l’altro, la percentuale di capitale richiesto alle banche dalle “regole di Basilea”). Quindi, azionisti e privati copriranno eventuali perdite sino all’8%.

Per interventi sopra l’8%, è previsto l’intervento dello “strumento” (che è il terzo pilastro dell’Unione Bancaria europea) del Fondo Unico di Risoluzione (SRF) che sarà unico per tutta la UE (alimentato dai singoli fondi nazionali, ove esistenti) e che i singoli stati costituiranno con prelievi sulle banche a livello nazionale, con la previsione di una dotazione iniziale di 55 miliardi di euro, da raccogliere nei primi 10 anni (entro il 2025). Si prevede che l’intervento del SRF sia nell’intorno del 5% degli “asset” della banca in difficoltà.

Nel caso questa “rete di protezione” non fosse sufficiente, potrebbe essere richiesto un intervento dell’ESM (il ben noto “fondo salva-stati”).

Siamo quindi entrati nell’era del “bail-in”: da oggi, chi è azionista, o sottoscrive azioni, obbligazioni di una banca, o ne è un depositante importante (definibile come chi abbia oltre 100.000 euro di deposito e/o certificati di deposito bancari) sa che in caso di fallimento, il conto lo paga lui (o lei), senza poter chiedere l’intervento dello stato, o delle sue autorità, invocando la “stabilità del sistema”.

Condividiamo il “nuovo corso” (nella sua filosofia: i prossimi “default” diranno se il sistema sarà ben adottato); sarà sufficiente per “istruire” azionisti ed investitori sull’effettivo rischio dell’investimento, togliendo loro la protezione dell’ “azionista di ultima istanza”, che sono tutti i cittadini contribuenti?

Altrettanto rilevante: i manager bancari saranno più attenti nel concedere credito e nell’evitare l’ “azzardo morale”?

Infine, non dobbiamo dimenticare che nel nostro paese sopravvive la vecchia pratica delle banche italiane nello “sponsorizzare” l’investimento in  “obbligazioni bancarie”, che d’ora in avanti saranno chiamate a coprire i fabbisogni di capitale in caso di insolvenza. Per tutti gli investitori: “massima attenzione”.

Le rivoluzione, come si sa, sono spesso a metà: se il conto verrà pagato prima da azionisti ed obbligazionisti privati (e depositanti importanti), i singoli stati saranno comunque chiamati a dare la loro parte, coi fondi di salvataggio e liquidazione, e poi indirettamente tramite il “fondo salva-stati” ESM.

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog

La relazione annuale della BIS è più esplosiva di quanto il suo linguaggio felpato non trasmetta.

Un assaggio dalle prime pagine dell’85° Relazione annuale BIS

La relazione annuale della BIS è più esplosiva di quanto il suo linguaggio felpato non trasmetta. È senza dubbio impressionante sentire dalla banca delle banche, che di debito càmpano, parlare di abbandonare la speranza che il debito eccessivo crei benessere. Sconvolgente sentire dalla BSI che non ci sono scorciatoie: solo l’efficienza dei processi produttivi e della buona amministrazione possono rilanciare la crescita reale. Dirompente

1. The unthinkable risks becoming routine and being perceived as the new normal. The economic expansion is unbalanced, debt burdens and financial risks are still too high, productivity growth too low, and the room for manoeuvre in macroeconomic policy too limited. – Lo sbilanciamento nella crescita economica è perdurante e determinato da:

  1. eccesso di debito (cioè eccesso di credito e massa monetaria, ma indirizzato su destinazioni distorte e distorcenti)
  2. rischio finanziario (cioè che i crediti siano inesigibili e cioè si traducano in perdite invece che in investimenti a valore aggiunto)
  3. la produttività non sale a sufficienza (cioè l’economia reale stenta a creare maggiore valore)
  4. le politiche macroeconomiche (leggi: monetarie e di credito); i volumi mossi dalla finanza sono largamente al di sopra della soglia del ragionevole e della proporzione fra economia reale ed economia finanziaria
  5. Per gli Amministratori Pubblici e per il Sistema Finanziario è diventata norma normale ciò che era, ed è, impensabile per i Cittadini e le imprese:
    1. poco valore aggiunto (produttività) dai manufatti prodotti e venduti
    2. debito sproporzionato ed eccessivo rispetto al patrimonio
    3. denaro facile e abnorme utilizzo di rischiosi strumenti finanziari rispetto agli impegni imprenditoriali (o alla conduzione familiare)

2. One essential element of this rebalancing will be to rely less on demand management policies and more on structural ones, so as to abandon the debt-fuelled growth model that has acted as a political and social substitute for productivity-enhancing reforms. Le ricette sono:

  1. Abbandonare l’idea che stimolare la domanda generi valore
  2. Abbandonare il modello di crescita stimolato dal debito
  3. Abbandonare l’idea che il debito possa fare ciò che invece devono fare le riforme dei processi produttivi: efficienza

3. The dividend from lower oil prices provides an opportunity that should not be missed. La deflazione non è il male assoluto. Al contrario l’abbassamento dei prezzi nei prodotti a basso valore aggiunto unitario è un’occasione da non perdere.
4. Monetary policy has been overburdened for far too long. It must be part of the answer but cannot be the whole answer. Le manipolazioni monetarie sono uno strumento di concorrenza fra Stati e fra continenti; però quando sono abusate, producono problemi di lungo termine. Detto dalla BSI che con le manipolazioni monetarie fanno ricchi i soci, è impressionante.

Paperone l’asiatico.

La ricchezza stimata dei paperoni è di 164.000 miliardi US$, in crescita del 12% sul 2013; crescita dovuta per il 73% ai risultati conseguiti sulle attività esistenti e per il 27% a nuovi afflussi di ricchezza. Read more

EuroGrecia, debito pubblico, manipolazioni monetarie e democrazia

Come molti prevedevano, Tzipras in primis, la negoziazione EU-Grecia continua indefinitivamente e porterà a dilazioni di pagamento ben oltre i limiti del razionale economico.

Lo spazio per una convergenza è angusto, quasi obbligato. I soldi dei cittadini europei sono sostanzialmente persi. Per gli Amministratori Pubblici EU si tratta ora di salvare la faccia con i propri cittadini.

Gli AP europei sono sotto pressione (forse) per la necessità di dimostrare ai cittadini europei che:

  • l’investimento sulla Grecia in EU non è stato sbagliato,
  • credono veramente che il debito pubblico vada restituito (sarebbe una novità)
  • intendono neutralizzare il ricatto umanitario agendo sui fattori dell’economia invece di brandeggiare la  brutale sospensione del sussidio allo stile di vita greco. La sproporzione rispetto al valore aggiunto del lavoro greco (economia reale) non giustifica le pene che deriverebbero dalla brutalità. Tzipras peraltro gioca tutto su questa irrealistica e machista brutalità, specialmente germanica.

Gli AP greci al contrario hanno una incivile, ma favorevole, posizione nella negoziazione. Simile a quella del racket dei semafori che fa lacrimosamente chiedere aiuto ai poveracci che forse ha provveduto a storpiare per lo scopo.

I sintomi sono preoccupanti e dimostrano che la Grecia non è un caso particolare dovuto solamente alle pessime caratteristiche civili e sociali dei greci e dei loro Amministratori Pubblici. I sintomi riguardano l’Europa:

  1. Il debito greco dovrebbe essere pagato, a condizioni correnti, in tempi talmente lunghi che in sostanza non si paga, ma si rinnova; con un certo piacere del sistema finanziario il cui core-business è il credito/debito. Il fenomeno greco non è affatto solitario in Europa. Solo una grande svalutazione di massa potrà ricondurre il debito entro limiti gestibili. Purtroppo l’esito sarebbe a vantaggio prevalente degli ultra-indebitati e a deja vu che fanno paura. L’inflazione è molto dannosa, ma non tanto quanto lo psico-machismo che allora l’ha prodotta.
  2. Per poter pagare il debito pubblico i cittadini greci dovrebbero produrre beni e servizi in volume sufficiente da fornire una base fiscale imponibile adeguata a sostenere la spesa pubblica e il peso finanziario del debito (restituzione del capitale e costi). Il PIL greco generato dall’economia reale è risibile rispetto al PIL generato dalla sproporzionata spesa pubblica che, come è noto, è solo un giroconto dalle tasche di uno alle tasche di un altro; cioè non produce alcun valore aggiunto. In sintesi la proporzione fra spesa dell’Amministrazione Pubblica, impegni finanziari ed economia reale è una piramide rovesciata che mai, in queste condizioni, consentirà ai greci di pagare alcunchè ai propri creditori. Al contrario il rischio è che la piramide rovesciata greca trascini tutta l’Europa in un buco nero finanziario crescente e irrecuperabile.
  3. Gli Amministratori Pubblici Europei si sono guardati bene dal soppesare il “rischio controparte” (il debitore è nelle condizioni di pagare?). Il sospetto è che le decisioni (di sussidiare oltremisura la Grecia) siano state prese dagli AP EU sulla base di accordi commerciali (one-to-one), utili ad alcuni Stati e non ad altri; fermo restando che i soldi prestati senza garanzie sono di tutti i cittadini EU. Il sistema motivazionale spinge gli AP, europei e locali, a prendersi un vantaggio immediato e scaricare i rischi sugli AP delle future tornate elettorali. E anche alle future generazione come oramai frequentemente accade nel presente, per le decisioni passate.
  4. Non pago il debito perchè affamerei i miei cittadini, purtroppo è una verità; di breve termine, ma una verità. L’attuale situazione di ricatto è il risultato della ben nota logica motivata dall’acquisto del consenso elettorale con i soldi dei cittadini. I greci non producono PIL da economia reale, ma pare che gli “educated” AP Europei non se ne siano accorti. Guardando al risultato immediato entro i loro orticelli, hanno finto di non vedere che sarebbero stati obbligati a continuare a pagare il ricattatore. O forse, hanno visto e non si sono proccupati (tanto pagano i cittadini).
  5. Lo schema greco si colloca in un contesto EU, e forse mondiale, di un perverso sistema motivazionale degli AP (crisi della democrazia):
    1. Il taglio della spesa pubblica produce un immediato taglio del PIL cioè dei redditi dei cittadini e, in via indiretta, delle imprese. Perché mai gli AP in carica dovrebbero suicidarsi politicamente tagliando la spesa pubblica corrente?
    2. Il taglio della spesa pubblica corrente aumenta lo spazio per gli investimenti. Questi, se bene organizzati e controllati, producono PIL da economia reale, ma solo dopo anni. Il che è un vantaggio solo per gli AP delle future tornate elettorali. Perché gli AP correnti dovrebbero sacrificarsi per il successo degli AP futuri?

Bastiat diceva che lo Stato è quella finzione secondo la quale tutti cercano di campare a spese degli altri. Purtroppo il sistema motivazionale degli AP, e sfortunatamente anche di molti cittadini, riflette proprio questa logica.

  1. Le dichiarate ragioni economico-politiche fondanti l’EU stanno nel principio: unire le forze in modo che
    1. gli Stati meno performanti migliorino più velocemente della media (diminuzione delle disparità)
    2. la prosperità complessiva aumenti.

La dura realtà è che l’EU si sta muovendo in direzione opposta.

Ad esempio negli ultimi anni il debito pubblico EU è esploso in piena contraddizione rispetto all’obiettivo di ridurre, o contenere, il debito pubblico di ciascuno Stato entro il 60% del PIL. È naturale che gli AP di ciascuno Stato trovino difficile ridurre il debito, anche solo diminuirne il tasso di crescita. Mentre è coerente, con le motivazioni politiche, aumentare la spesa pubblica verso una minore disparità fra Stati, peccato che il baricentro  punti non al 60% ma al massimo debito (fra il 100% e il 135%).

Gli AP hanno buon gioco politico nel giustificare l’aumento del debito pubblico con la crisi finanziaria perdurante. I fatti tuttavia smentiscono il ritornello politico che non regge. I fatti dicono che il debito pubblico è cresciuto, in percentuale e in volume, aumentando le già notevoli disparità iniziali fra i grandi Stati e i piccoli Stati. I grandi e i forti si sono guardati bene dal “tirare su” gli Stati deboli.

150623 04

150623 05

Richiamiamo l’attenzione sull’inclinazione della crescita del debito e sulla scala dimensionale dei due grafici/gruppi. L’Irlanda è un’eccezione da approfondire.

Pare ovvio che una crescente distanza fra piccoli e grandi, forti e deboli, nord e sud, aumenti il rischio “crepa nella diga”.

È necessario e urgente che l’Europa chiarisca gli intenti concreti dei suoi singoli membri, che progetti un’Amministrazione unitaria che realmente aumenti la prosperità delle singole parti e di tutti (fare ricchi sé stessi e gli altri). Diversamente la corsa al debito pubblico, alle manipolazioni monetarie (svalutazioni sproporzionate), sbriciolerà quel poco e traballante messo in piedi di una possibile Europa.

Naturalmente salvare l’Europa ha senso solo se anche i cittadini credono che l’economia reale debba avere dimensione prevalente e proporzionata sull’economia di Stato (Amministrazione Pubblica) e sugli impegni finanziari (restituzione del debito). Per ora tutto indica il contrario: quasi tutti i grandi Stati Europei sembrano una grande Grecia destinata a campare “alla Bastiat” invece che sulla creazione di valore reale e diffuso.

Più che derivati, angeli e demoni.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio su AdviseOnlyBlog in data 10 giugno 2015

I “derivati”, definiti anni orsono “armi di distruzione di massa” dall’Oracolo di Omaha Warren Buffett, sono costantemente cresciuti negli anni, sull’onda di “de-regulation”, aumento delle tecniche di utilizzo, “investment appetite” di banche ed investitori. Read more

Angeli o Demoni: ma all’Italia servono davvero i derivati?

I derivati, definiti anni orsono armi di distruzione di massa dall’Oracolo di Omaha Warren Buffett, sono costantemente cresciuti negli anni, sull’onda di deregulation, aumento delle tecniche di utilizzo, appetito di banche ed investitori. In Italia, i derivati sono finiti nell’occhio del ciclone perché sono stati sottoscritti anche dal Ministero del Tesoro, portando a un aggravio del debito pubblico di 16,95 miliardi di euro nel periodo 2011-2014. Ma che cosa sono i derivati? Come sono utilizzati? Quanto valgono?

Che cosa sono i derivati

I derivati sono contratti e strumenti il cui prezzo è basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse); il loro utilizzo principale dovrebbe quindi essere la copertura di un rischio finanziario (hedging), l’arbitraggio (acquisto di un prodotto in un mercato e sua vendita in un altro mercato), la speculazione.
La loro negoziazione avviene principalmente OTC (acronimo di Over The Counter), ossia fuori dai mercati negoziati, dove le regole sono più lasche ed elastiche, e in via crescente sui mercati negoziati, in seguito a modifiche regolamentari (Basilea III, regolamento EMIR volto a ridurre il rischio sistemico e aumentare la trasparenza del mercato) che impongono alle banche requisiti di capitale inferiore rispetto agli OTC. Tradizionalmente, dove le regole sono elastiche, l’intraprendenza e la fantasia nel creare nuovi contratti sono maggiori.
La parte del leone del mercato dei derivati è rappresentato dai contratti sui tassi di interesse, con $505 trilioni (circa l’80% del mercato OTC); gli swap contano per $381 trillioni; i derivati sui cambi valgono $76 trilioni, il livello più alto da molti anni. Ancora: i famosi CDS (che coprono il rischio default di un debitore, sia esso un’impresa o uno stato sovrano) sono pari a $16 trilioni; i derivati su equity, quasi-equity e commodities hanno un valore complessivo di $8 trilioni.

I derivati in giro per il mondo

A livello mondiale, il controvalore dei contratti derivati è pari a oltre 10 volte il PIL mondiale: un numero che fa riflettere sia sulla finanziarizzazione dell’economia, sia sull’importanza di un’adeguata conoscenza, e si spera anche supervisione, su di essi.
A fine 2014, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha indicato in $630 trilioni il loro controvalore (notional principal) ed in $21 trilioni (21.000 miliardi) il gross market value. Quest’ultimo rappresenta la perdita massima che i partecipanti al mercato sopporterebbero in caso di inadempimento della controparte, e quindi il valore del costo di rimpiazzo, al valore di mercato, dei contratti non onorati. Si tratta in termini relativi di un 3,3% del principal, ma che assume un valore assoluto importante, se confrontato con la capitalizzazione del sistema bancario: le prime 5 banche USA (JP Morgan, Goldman Sachs, Citibank, Morgan Stanley, Bank of America) insieme capitalizzano 758 miliardi. Il gross market value è generalmente ridotto tramite accordi di netting e collateral, portando la effettiva esposizione, nel migliore dei casi, a una gross credit exposure assai inferiore, calcolata dalla BRI a $3,4 trilioni a fine 2014.
Non possiamo che aderire alla regoletta aurea adottata dal sistema, che confida che tutti gli operatori che usano derivati per coprire i vari rischi finanziari siano solvibili e corretti. Anche se nel 2008, il crollo di Lehman Brothers, AIG e Bear Stearns mise in luce la modesta comprensione del fenomeno e dei suoi effetti: fallimento e bancarotta.

I derivati made in Italy

Banca d’Italia ha rilevato il valore dei derivati OTC in bilancio dei 6 maggiori gruppi bancari in 6.890 miliardi di euro a fine 2014, senza ulteriori informazioni sull’intero sistema bancario, su gross market value e gross credit exposure. In via approssimativa, utilizzando le stesse percentuali rilevate dalla BRI, per i 6 gruppi bancari principali si avrebbe un gross market value di 227 miliardi di euro, a fronte di una capitalizzazione complessiva di 107,6 miliardi. Tutti questi soldi sono spesi bene?

I derivati servono davvero?

In questo campo, “Angeli e demoni” si fronteggiano. I favorevoli vedono i vantaggi portati da strumenti considerati sempre più essenziali per accedere ad investimenti resi più certi e prevedibili, come nel caso dei clienti dei mutui a tasso fisso e variabile, grazie ai derivati sugli interessi. I contrari puntano il dito contro i margini lucrati da banche e intermediari su strumenti poco trasparenti e con costi spesso occulti.
Probabilmente i derivati servono, ma in misura più contenuta di quanto fatto sinora. In una situazione di tassi di interesse storicamente bassi e su un lasso di tempo ormai significativo, i derivati sui tassi sembrano più un lusso che una vera necessità per le banche, che su di essi contano per chiudere bene i bilanci.
I derivati sui cambi se da un lato assecondano l’andamento delle valute, spesso lo possono accelerare e dirigere.
I CDS sono un buon indicatore della rischiosità di un debitore, e ne fanno pagare il costo all’investitore nei titoli del debitore.

Come sempre, sta ad una merce rara (l’antico buonsenso), trovare il loro giusto equilibrio.

Su AdviseOnlyBlog