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SE LA POLITICA CONDIZIONA IL DESTINO DI POSTE ITALIANE

Mentre impazzano il risiko bancario, il poker della legge di stabilità e la roulette del referendum, c’è una partita trasversale in corso che riassume efficacemente il perché quando la politica si addentra nella “giungla” del mercato quasi mai il risultato è benefico per l’economia.
Stiamo parlando di Poste italiane, azienda quotata in mano per il 65% allo Stato, guidata dall’amministratore delegato Francesco Caio. Chiariamo subito che non parleremo qui della conduzione aziendale da parte dell’attuale management: la bontà della stessa la giudicheranno gli investitori che, a onor del vero, al momento non sembrano scontenti.

Andiamo con ordine. In ottobre 2015 Poste è stata quotata in borsa e lo Stato ha collocato, ad un prezzo inferiore di quanto sperava, il 35,3% del suo capitale, incassando circa 3 miliardi di euro. Qualche mese dopo, il Mef decideva di conferire il 35% del suo pacchetto azionario a Cassa Depositi e Prestiti, controllata a sua volta dallo Stato all’80% e dalle fondazioni bancarie al 20%. L’idea era di vendere il residuo 29,7% in mano statale attraverso un’offerta pubblica di vendita in Borsa ed incassare circa 2,5 miliardi per abbattere un pochino il debito pubblico, essendo comunque il controllo governativo della società assicurato in futuro dal bastione Cdp.

Bene, anzi benino perché non ci sono motivi per non privatizzare completamente le Poste, ma, visto che la società è molto attiva ed è diventata azionista anche di imprese private come la Sgr Anima, più sono numerosi gli investitori privati, più Poste è tenuta a conformare il suo comportamento a logiche di mercato, magari allentando il rapporto con regolatori e politici.

Orbene, l’ulteriore vendita di azioni da parte del governo sarebbe dovuta accadere prima della fine dell’anno (anche per contabilizzare nel 2016 i suoi pur modesti effetti sul debito pubblico) ed era già pronto lo schema di decreto del presidente del consiglio contenente i criteri di privatizzazione e le modalità di dismissione dell’ulteriore quota.

Invece, qualche giorno fa, a margine di un convegno, il capo della segreteria tecnica del ministro Padoan, Pagani, ha dichiarato che non è possibile fornire una tempistica per la cessione del rimanente 29,7% citando i mitici “tempi tecnici” che sempre affiorano in questi casi e l’individuazione del momento di mercato più opportuno. Il 14 settembre il sottosegretario alle telecomunicazioni Giacomelli ha dichiarato che ora non “c’è necessità di un’operazione di questo tipo”. Il vice ministro Morando ha chiosato ieri parlando di un allungamento dei tempi per accompagnare meglio la ristrutturazione. Tre esponenti del governo, tre motivi diversi.

In realtà, si accavallano numerose ipotesi aggiuntive quali cause del ritardo: prima fra tutte la possibile acquisizione da parte di Poste di Pioneer, la società di gestione del risparmio attualmente in mano ad Unicredit ed il cui valore è stimato tra i 2,5 e 3 miliardi; Giacomelli stesso, peraltro, ha parlato delle “ulteriori potenzialità espansive” di Poste. Inoltre, poiché i sindacati hanno espresso la più ferma contrarietà alla diminuzione della quota in mano pubblica (citando, udite, udite “il quadro finanziario internazionale”!) e il referendum costituzionale è alle porte (e quindi il governo non ha bisogno di aprire un altro fronte coi sindacati), si potrebbe logicamente inferire che un rinvio è politicamente opportuno.

Può darsi che nessuna di queste ragioni esista, o che ognuna concorra in parte, ma le lezioni che possiamo comunque trarre sono tre.

Primo: non esiste “un momento giusto” in cui vendere che il legislatore sarebbe in grado di prevedere per una sua superiore capacità di analisi. La scusa che la situazione di mercato non era buona l’abbiamo sentita numerose volte, magari poco prima di un crollo delle quotazioni i cui effetti negativi si sarebbero potuti evitare vendendo subito.

Qualcuno dice che comprando Pioneer Poste acquisterebbe valore e allora tanto vale aspettare: ne saremmo lieti ma se, ad esempio, la società di Unicredit venisse strapagata, il titolo Poste perderebbe. Se ci fosse bisogno di un aumento di capitale per concludere l’acquisto, questo sarebbe probabilmente a sconto e così via. Insomma, chi può dirlo?

Secondo: la proprietà pubblica genera sempre problemi di conflitto. Un polo Pioneer-Poste potrebbe essere l’affare del secolo, ma si creerebbe il più grande gestore italiano di titoli del debito pubblico controllato proprio dall’emittente di questi titoli: più aumenta la distanza proprietaria tra i due, meglio è.

Terzo: dove c’è l’ingombrante presenza del Leviatano, maggiore è l’ingerenza politica, in questo caso esemplificata dal barrage dei sindacati, che rende ostaggio le imprese di decisioni che al posto di massimizzarne l’efficienza e la redditività, hanno di mira il consenso sociale o elettorale.

Intendiamoci, inutile essere ingenui, in Italia persino le imprese completamente private intrecciano le loro scelte alle decisioni della classe politica: e allora forse possiamo capire perché è 25 anni che non riusciamo a fermare il declino del Belpaese.

adenicola@ adamsmith. it

Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

Anche in Italia c’è un fondo sovrano.

Forse poca cosa rispetto al fondo sovrano della Norvegia — che ha attività finanziarie di 860 miliardi di dollari ed un portafoglio di 500 miliardi di dollari investito in Europa ed è il più importante investitore del Vecchio Continente – il Fondo Strategico Italiano (FSI) è anch’esso un fondo sovrano, con un capitale sottoscritto di 4,5 miliardi di euro, per il 77,702% da CDP, il 2,298% da Fintecna (a sua volta, posseduta al 72,5% da CDP), al 20% da Banca d’Italia.

Ad oggi, gli investimenti in essere sono 1,4 miliardi di euro e la liquidità disponibile è 3,6 miliardi.

FSI (e suo tramite, la partecipata al 77,1% FSI Investimenti) investe, con quote di minoranza, in “imprese di rilevante interesse nazionale”, che si trovino in uno “stabile equilibrio economico, finanziario e patrimoniale”, e che abbiano “adeguate prospettive di redditività e significative prospettive di sviluppo”: insomma, i “campioni nazionali”.
I 14 settori ritenuti meritevoli di interesse, e quindi di investimento, sono quelli della difesa, della sicurezza, delle infrastrutture, dei trasporti, delle comunicazioni, dell’ energia, delle assicurazioni e dell’ intermediazione finanziaria, della ricerca e dell’ innovazione ad alto contenuto tecnologico, e dei pubblici servizi, turistico-alberghiero, dell’ agroalimentare e della distribuzione, della gestione dei beni culturali e artistici.

Banca d’Italia è divenuta azionista di FSI quando dovette cedere il 4,48% di Generali poiché divenuta organo di vigilanza sul settore assicurativo (assorbendo le precedenti competenze dell’ISVAP), partecipazione che è stata conferita in FSI al valore di 883,4 milioni di euro (partecipazione nel frattempo ridottasi al 2,569% al 31.12.2014).

FSI ha infine costituito FSI Investimenti, in cui sono oggi concentrate le partecipazioni, aprendone il capitale al fondo sovrano Kuwait Investment Authority (KIA) che oggi detiene il 22,9% di FSI Investimenti (FSII); ed inoltre ha costituito QI Made in Italy, al 50% con il fondo sovrano Qatar Holding, che è entrata in Inalca (gruppo Cremonini, attivo nel settore della macellazione della carne) con il 28,4%.

Gli interventi di FSI hanno seguito alcune linee-guida, che comprendono lo “stabilizzare l’azionariato per consentire la continuità azionaria dell’imprenditore fondatore e proseguire la crescita” come la “crescita organica tramite acquisizioni”, “dotare l’azienda di nuove risorse per finanziare il proprio piano di sviluppo”, “favorire la creazione di un polo del turismo italiano” (seppure perseguito tramite un investimento con un operatore non italiano, come il gruppo Rocco Forte Hotels).

Linee-guida che possiamo trovare realizzate con gli investimenti (talora fatti con aumenti di capitale e prestiti obbligazionari, quindi immettendo risorse fresche in azienda; talora con mere operazioni di acquisto di azioni detenute da terzi o dagli stessi imprenditori, quindi mere operazioni di “portage” o di “riassetto azionario”) nel 25,1% di Kedrion (plasma derivati) per 150 milioni di euro (aumento capitale e prestito); nel 46,2% di Metroweb (infrastrutture telefoniche e fibra ottica; peraltro il restante 53,8% è posseduto direttamente da CDP, risultando in un controllo totalitario) per 200 milioni (aumento capitale); nell’84,55% di Ansaldo Energia (energia), con una operazione di acquisto delle partecipazioni detenute da First Reserve (45%) e Finmeccanica (39,55%) per 657 milioni, in una (tipica) operazione di “riassetto azionario” a vantaggio dei soci venditori (con l’impegno di FSI-FSII a rilevare il rimanente 15% in mano a Finmeccanica valutato 147 milioni); nel 49,5% (in caso di conversione del POC in azioni) di Valvitalia (valvole per Oil&Gas) per 151,2 milioni (di cui 150,2 milioni come POC in azioni); nel 42,255% di Sia (sistemi elettronici per banche e finanziari) per 281 milioni ( di cui 77 milioni come prestito); nel 16,852% di Trevi (macchinari per l’esplorazione petrolifera), in parte come FSI ed in parte come FSII, per 100,6 milioni; nel 28,4% (tramite QI Made in Italy) di Inalca (macellazione e lavorazione di carne bovina) per 165 milioni (di cui 50 milioni con l’acquisto di azioni dall’azionista Cremonini); nel 23% (in parte come FSI ed in parte come FSII) di Rocco Forte Holding (settore turistico, società inglese) per 80 milioni.
A differenza dei fondi sovrani dei paesi produttori di petrolio (come Norvegia, Qatar, Kuwait, Oman) che hanno accumulato negli anni i rilevanti incassi derivanti dalla vendita di petrolio e quindi hanno un “tesoro” da investire come ulteriore “rendita finanziaria”, CDP (e quindi FSI) non ha una tale “ricchezza accumulata”, ma utilizza prevalentemente le risorse finanziarie derivanti dai depositi postali che non possono essere quindi considerate “tesoro” ma più correttamente “prestiti fatti dai depositanti”.
Motivo forse sufficiente per esaminare, e valutare, con particolare attenzione il “risk reward ratio” degli investimenti effettuati.

In Francia (con la BPI, Banca Pubblica di Investimento, dotata di un capitale iniziale di 40 miliardi, che investe nei 9 settori definiti strategici: energia, reti, telecomunicazioni, finanza, difesa, tecnologia, trasporti, gestione dell’acqua e sanità) ed in Germania (con la KFW, nata nel 1948, ed oggi dotata di un patrimonio di 500 miliardi) i rispettivi governi investono nei rispettivi “campioni nazionali” in settori definiti strategici, cosicché le imprese francesi e tedesche hanno una “spalla” finanziaria pubblica al loro fianco per crescere, investire, produrre reddito ed occupazione.

Ma quali sono i pro ed i contro di un fondo strategico e sovrano come FSI?

I pro

Similmente a quanto fatto in Francia e Germania, un fondo strategico è utile per sostenere imprese nazionali con buone, preferibilmente forti, competenze industriali, con adeguati progetti di investimento sia nazionali che internazionali, così da essere e migliorare la propria posizione competitiva.
Un “sostegno” di tale natura va inquadrato in settori e mercati ove la competizione, e quindi il libero mercato, è tale da richiedere piani di sviluppo di crescita e miglioramento continuo.
E’ essenziale che il “braccio pubblico” (come nel caso di CDP/FSI e dei tedesco KFW e francese BPI) abbia ben definito quali sono i settori “strategici”, quali i “campioni”, come intervenire a loro sostegno.

I contro

Interventi “strategici” possono coprire soluzioni “di sistema” a protezione di particolari situazioni non diversamente ed utilmente affrontabili con strumenti di mercato; questi sembrano i casi di Ansaldo Energia, Generali, che appaiono come operazioni “dettate dalla ragion politica” e non da quella industriale. In un caso (Rocco Forte) le ragioni “strategiche” dell’investimento sembrano assai deboli.
La “scelta” di quali “campioni” sostenere è probabilmente opinabile, dal punto di vista dei “non prescelti”: ragione per la quale una adeguata “due diligence” su potenzialità, redditività presente ed attesa, scenari industriali e tecnologici futuri è di assoluta priorità ed importanza, come la “scelta” di quali sono i settori su cui investire; e 14 ci sembrano tanti.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog

 

La spesa è mobile

Di Alessandro De Nicola, “L’espresso”

“Libiamo, libiamo ne’ lieti calici/ brindiamo con gioia che la spesa pubblica infiora”. Lo so,
l’opera verdiana parla della “bellezza” che infiora, ma la scena offerta dalla nostra classe
politica, specialmente nelle sue manifestazioni più grottesche, dalle mutande verdi alle
feste in peplum e gladium, é simile al banchetto della Traviata: libagioni e spensieratezza
ma a spese del contribuente.

Uno dei capitoli più controversi delle uscite statali riguarda i contributi allo spettacolo.
Tremonti una volta pronunciò una frase infelice: “con la cultura non si mangia”. Orbene,
l’uomo, invece, non vive di solo pane ed inoltre manifestazioni e beni culturali gestiti
decentemente possono trasformarsi in cospicui proventi, sia per il pubblico che per i
privati. Il dubbio é tuttavia se sia lo Stato a dover far mangiare la cultura, per quattro
ordini di motivi. Il primo é che, come intuì Karl Marx, la cultura dominante é quella della
classe dominante e perciò chi ha il potere è costantemente portato a finanziare idee
affini. Il secondo é che il sussidio é invariabilmente inefficiente in quanto necessita della
triangolazione riscossione tributo, gestione dei fondi ed erogazione, mentre abbassare
le tasse é molto più diretto. Il terzo é che l’aiuto genera dipendenza. Lo stato deplorevole
in cui versano i bilanci di gran parte di teatri ed enti lirici (ultimi esempi il San Carlo di
Napoli e l’Opera di Roma) é dovuto anche alla convinzione che tanto, alla fine, ripianerà
tutto Pantalone e comunque mai chi amministra. Infine, in molti casi si finisce col far
pagare ai poveri i divertimenti dei ricchi. Le classi media ed alta che in generale affollano i
concerti sinfonici, l’opera lirica e persino i cinema (ripeto, in generale, e quindi con diverse
eccezioni), godono di prezzi agevolati grazie anche all’IVA sugli alimentari pagata dalla
vecchina pensionata al minimo.

Ecco perché l’iniziativa della fondazione dell’orchestra Giuseppe Verdi di Milano mi
sembra degna di nota. La fondazione, controllata da enti pubblici e privati, é guidata
da due vecchi comunisti, Gianni Cervetti, già “ministro della difesa” di Botteghe Oscure
quando c’era ancora il Muro e Luigi Corbani, ex vice sindaco delle giunte rosse di Milano.

L ‘orchestra gode ovviamente di fondi pubblici, anzi, nel 2012 sono ammontati a quasi 5,4
milioni di euro. Peraltro, se si esaminano i 20 anni di attività dell’istituzione, le sovvenzioni
equivalgono a circa il 23% dei ricavi, una percentuale molto più bassa rispetto ad enti
simili. Gli introiti provenienti all’attività concertistica e di formazione e gli spettatori sono in
crescita ed in più la fondazione possiede il 100% di una società immobiliare a sua volta
proprietaria dell’ Auditorium dove si svolgono i concerti e che, secondo una perizia giurata,
varrebbe 27 milioni.

Purtroppo i tempi sono quelli che sono: il bilancio della fondazione continua ad essere in
perdita ed il debito verso le banche notevole, appesantendo il conto economico per più di
1 milione l’anno di interessi. Cosa si sono inventati allora i due ex esponenti del Glorioso
Partito Comunista? La “privatizzazione” della società immobiliare. Il 49% delle azioni verrà
posto in vendita a lotti minimi di 150 azioni per un prezzo di 900 euro. Chi diventerà socio
usufruirà di biglietti gratuiti per le prossime 6 stagioni musicali dal valore di 420 euro e di
sconti per il concerto speciale organizzato dall’orchestra. Certo, gli acquirenti in cuor loro
sanno di non fare una speculazione economica promettente. L’immobiliare non ha infatti
profitti visto che lo scopo sociale é il servizio delle attività della Fondazione. Però l’amore
per la musica e un qualche futuro ritorno economico potrebbero convincere i cittadini a
investire i 15 milioni di euro che Corbani spera di raccogliere.

Vedremo come andrà a finire, ma l’iniziativa é significativa perché dimostra in primis che
un po’ di ingegno e il mercato possono aiutare sia enti benefici che pubblici, e poi che tutto
é privatizzabile e senza nemmeno dover chiamare in causa la Cassa Depositi e Prestiti!

Ansaldo Energia, Finmeccanica: quando le imprese parlano (male) italiano

8 ottobre, 2013 14:24

L’acquisto di Ansaldo Energia, col passaggio della partecipazione da Finmeccanica a Cassa Depositi e Prestiti (CDP), ha portato all’attenzione del pubblico e degli operatori temi quali “italianità della proprietà” e “settori strategici” per la nazione;
il tema vero è: Finmeccanica è ben gestita o meno, indipendentemente da chi la possiede; il trasferimento della proprietà avviene secondo regole di mercato, o meno.

Finmeccanica è una conglomerata quotata in Borsa, con una capitalizzazione (dati al 4.10.2013) di 3.056.730.932 ed un prezzo per azione di 5,23 euro; massimo il 20.10.2010 con 10,01 euro (a fine 2010 il valore di Finmeccanica era quindi il doppio di quella di oggi), minimo il 9.12.2011 con 2,62 euro (minimo legato alle note vicende che toccarono i vertici di Finmeccanica ed alcune partecipate). MEF possiede il 30.2% della società mentre il 60.06% è nelle mani del mercato; Finmeccanica a sua volta possiede il 55% di Ansaldo Energia. La storia recente dice che Finmeccanica non è ben gestita ed i risultati economici ne danno ampia dimostrazione. Finmeccanica ha una storia industriale passata di successi (molti) ed insuccessi (alcuni); ha sviluppato importanti tecnologie in campi diversi: aeronautica, difesa, spazio, telecomunicazioni, mezzi di trasporto ferroviario; ha un patrimonio di competenze eccellenti; ha però una impellente necessità di capitali per metter mano a programmi industriali in settori promettenti, da un lato, e coprire buchi non indifferenti, in altri.

Un azionista attento dovrebbe esser pronto a mettere mano al portafoglio e sottoscrivere un aumento di capitale adeguato alle esigenze della società, migliorandone posizione finanziaria, struttura patrimoniale, rating.

Il punto è: l’azionista di maggioranza relativa, lo Stato tramite il MEF con 30.2%, non ha i soldi per dar corso all’aumento; che fare? In termini pratici: salvare il gruppo o salvare il controllo dello stato su Finmeccanica? Perché è evidente che procedere ad un aumento di capitale porterebbe ad una forte diluizione della partecipazione del MEF nel gruppo. Noi riteniamo che venga prima la gallina (Finmeccanica) dell’uovo (il controllo societario).

Affrontato il primo tema, passiamo al secondo tema: con quali regole deve avvenire il passaggio di proprietà di una società?

Riteniamo che l’unica guida certa sia “rispettare il mercato”; ed il mercato si rispetta assicurando condizioni di trattativa aperte ed uguali per tutti, rispetto dei diritti degli azionisti di minoranza e di maggioranza, chiare motivazioni e ragioni di una trattativa. Con l’acquisto dell’84.5%, che somma il 45% del fondo USA First Reserve ed il 39.5% di Finmeccanica (che sinora ne ha posseduto il 55%, e quindi continuerà a detenerne il 15.5%), l’intervento del Fondo Strategico Italiano (braccio finanziario, e non operativo, di CDP) non ci sembra rispettare i criteri appena descritti. Gli azionisti di Finmeccanica non ne ricavano alcun vantaggio diretto; in prospettiva, l’intervento di FSI è sin da ora dichiarato transitorio: nell’accordo sottoscritto si dichiara infatti che “”a fronte della possibilità di aprire l’azionariato di Ansaldo Energia a operatori industriali si indica Doosan (gruppo coreano, n.d.r.) quale interlocutore prioritario con cui Finmeccanica ha intrattenuto approfonditi negoziati strategici e industriali””.

Con questa operazione non si rispetta il mercato, non si difende (a lungo termine) l’italianità, non si assicura un disegno industriale con un partner industriale che conosca mercato, regole di ingaggio, tecnologia. Una mera partita di giro: al fine di ridurre l’indebitamento di Finmeccanica e garantire la continuità di un management che andrebbe gentilmente invitato a cambiare indirizzo.

 

Alitalia, Telecom, Avio Spazio il ritorno delle nazionalizzazioni

14 ottobre, 2013 13:43

SI È APERTA UNA STAGIONE DI NUOVO INTERVENTISMO STATALE NELL’ECONOMIA, GIUSTIFICATA DA ARGOMENTI DEBOLI, GIÀ SENTITI E SPESSO SMENTITI DAI FATTI

L’ultima grande ondata di nazionalizzazioni e salvataggi del mondo occidentale risale alla crisi del 2008-2009. Salvo l’eccezione della General Motors, all’epoca i governi iniettarono liquido soprattutto in banche ed assicurazioni, Read more

ALITALIA. ALTRO GIRO, ALTRA CORSA, ALTRO REGALO

15 ottobre, 2013 08:49

A quanto racconta il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Maurizio Lupi, il governo avrebbe favorito l’ennesimo salvataggio (ma guai a chiamarlo così) di Alitalia a fronte di due precise richieste: “una discontinuità con la precedente gestione” Read more

Perseverare diabolicum

18 ottobre, 2013 17:18

La pervicacia con cui sono gestite CDP e Fintecna è diabolica. In un recente Sodo caustico già scrivemmo che nel novembre 2012 la Cassa Depositi e Prestiti ha acquistato da MinEconomia il 100% di Fintecna (società in liquidazione da 13 anni: “tempus fugit”…non per lo stato italiano) Read more

Ignoranza di stato: quando il diavolo si annida nei particolari

22 ottobre, 2013 09:03

L’annuncio del governo Letta di un programma di dismissioni delle partecipazioni azionarie è fuorviante e mal riposto:le partecipazioni direttamente possedute da MEF sono: il 4,34% di Eni, il 31,24% di Enel, il 30,2% di Finmeccanica, l’80,1% di CDP.
CDP non rientra nel perimetro statale ai fini del calcolo del debito pubblico. CDP possiede, a sua volta, il 25,76% di Eni, il 29,9% di Terna, il 30% di Snam, il 100% di Sace e Fintecna (che a sua volta possiede il 99,35% di Fincantieri); tutte partecipazioni acquisite negli ultimi anni su interessato impulso dei governi pro-tempore al fine di ridurre il debito pubblico. E’ quindi evidente che la cessione delle partecipazioni (in tutto od in parte) di Snam, Terna, Fincantieri non porterà ad una riduzione del debito pubblico; il debito pubblico potrà essere ridotto, attraverso la vendita di partecipazioni, in 3 modi: (1) cessione del 4,34% di Eni, 31,24% di Enel, 30,2% di Finmeccanica direttamente possedute da MEF; Eni ed Enel hanno costantemente distribuito dividendi, che cesserebbero in caso di vendita; (2) distribuzione di dividendi da CDP a fronte di utili di CDP, che potrebbero derivare dalle cessioni delle partecipazioni possedute da CDP stessa e dopo aver pagato le tasse sulle relative eventuali plusvalenze: anche una eventuale quotazione di Poste Italiane rientrerebbe in questa casistica; (3) cessione sul mercato (quello vero: non alla CDP) delle partecipazioni in società, anche strumentali, possedute dalla P.A. centrale e periferica; pensiamo alle migliaia di società che sommano la ragguardevole cifra di 19.000 consiglieri di amministrazione sparsi lungo la penisola, Ferrovie dello Stato, ex-municipalizzate, finanziarie regionali, porti commerciali italiani, et alia.

Manca, ed è quello più grave, un quadro razionale: chi valuta il valore delle partecipazioni; quale criterio sarà adottato per la cessione; come preparare la cessione laddove siano necessarie modifiche regolamentari; chi potrà acquistare; con quali termini e tempi per l’incasso da vendita. Tutti temi che vedono il governo “non pervenuto”.

Il diavolo forse fa le pentole, non i coperchi.

 

La grande illusione delle privatizzazioni

 

Il governo Letta riannuncia una stagione di privatizzazioni. Vorremmo essere certi di utilizzare ed intendere nello stesso modo il significato della parola, ma così non è. Il governo intende “vendere a privati delle partecipazioni in società di diritto privato”, alcune quotate, che già hanno azionisti privati e che operano in un mercato libero (come avviene per Enel, Finmeccanica, Eni, seppure con gradi diversi di apertura al libero mercato del mercato domestico). Read more