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Sindaci dei Comuni terremotati: aprite un conto unico per gli aiuti in denaro e pubblicatelo

Cari Sindaci dei Comuni terremotati, tutti i Cittadini italiani e del mondo sono con voi; non vi è alcun dubbio su questo. Ma non è chiaro “quanto” siano con voi. Pensiamo che sarebbe davvero chiaro se:

  • Apriste un conto corrente unico, in ciascuno dei vostri Comuni, sul quale far confluire tutti gli aiuti in denaro provenienti da qualsiasi organizzazione pubblica o privata, sia quelli che provengono dallo Stato sia quelli che provengono dai privati o dai Paesi stranieri o dall’Europa
  • Pubblicaste sui vostri siti il denaro ricevuto e il denaro destinato a chi e a quale progetto
  • Pretendeste dai media (almeno stampa e TV nazionali) che tengano in prima pagina le coordinate del vostro conto sul quale versare e con quale mezzo.

Una semplice trasparenza che toglierebbe di torno intermediari politicanti e gli interessati a strumentalizzare le disgrazie occorse ai vostri Comune e ai vostri Cittadini.

Decidete voi a chi e a quali progetti destinare le risorse finanziarie. Non consentite che alcuno dubiti della vostra capacità, serietà ed equità nel fare il bene dei vostri Comuni e dei vostri Cittadini. Non lasciate che faccendieri, politici e non, interferiscano sulla capacità, dei vostri Cittadini e vostra, di decidere equamente per il bene generale e di ciascun cittadino danneggiato.

Avrete molto di più di quanto vi promettono i faccendieri.

PS

Prendete atto che le organizzazioni che vogliono donare con trasparenza non donano allo Stato o a i vostri Comuni, ma a organizzazioni che hanno immagine (es. Croce Rossa) di neutralità e distanza dagli interessi dei faccendieri.

Certo, molti vorranno impedirlo dicendo che così gli aiuti vanno ai Comuni con maggiore immagine mediatica, es. Amatrice. Crediamo invece che questa sia una palestra per voi di dimostrare di poter cooperare (es: distribuire pro capite gli aiuti fra di voi?) senza bisogno dello Stato-padre-padrone. E sia anche una palestra per i media per cooperare con voi invece che con gli intermediari pubblici e privati.

Le Città liquide e l’ordine immaginato

Il populismo è il dissenso verso l’”ordine costituito” i cui Amministratori non sono più in grado di fornire sicurezza e prosperità ai Cittadini, nemmeno in forma di sogno per il futuro. Il populismo è il sintomo inascoltato del desiderio di un mondo nuovo. Il populismo non propone nuovi modelli sociali, solamente mostra un insieme incongruente e disorganizzato di aspirazioni. La Storia insegna che il primo ad organizzare le aspettative dei Cittadini si prende la guida verso l’autodistruzione o verso un più grande futuro.

Gli Stati sono nati per separare gli “uguali” con muri di confine; dentro ci sono gli uguali (sempre i migliori) e fuori ci sono i diversi, inevitabilmente i peggiori. Da più di duecento anni i Cittadini stanno costruendo un sistema, la democrazia, nel quale gli uguali non sono più uguali, ma sono tutti individualmente diversi e hanno pieno diritto di esserlo. Il dentro e il fuori hanno sempre meno senso.

Le Città, al contrario degli Stati, sono sempre state il punto di aggregazione spontaneo degli uomini, di qualsiasi uomo. Sono connesse fra loro e sono nodi di una rete attiva, inclusiva, innovativa. Saranno le Città a proporre, sperimentandolo nel concreto, un nuovo modello di cooperazione che superi le rivalità fra nazioni?

Solo chi ha vissuto per mezzo secolo nel socialismo reale e per un altro mezzo insegnando sociologia in UK poteva coniare la definizione “società liquida”. Baumann ha visto e descritto il dissolversi del mito della “società solida” (la società governata da un “ordine unico” di princìpi universali, eterni, immutabili, divini) e l’inizio della “società liquida”, nella quale i comportamenti dei singoli sono congruenti solo in parte, per lo più sono mutevoli e valgono temporaneamente solo negli accordi fra pari.

L’”ordine immaginato” che regge le società solide (non così tanto solide)

Le prime Città – Si stima che all’epoca della Rivoluzione Agricola, 12.000 anni fa, sulla Terra vivessero 5-8 milioni di cacciatori-raccoglitori nomadi. Duemila anni fa 1-2 milioni di cacciatori-raccoglitori ancora resistevano sulla superficie terrestre che nel frattempo si era coperta da chiazze di una muffetta sottilissima composta da 250 milioni di agricoltori stanziali. Insieme all’agricoltura e alla stanzialità, gli umani avevano inventato i villaggi e le Città

I confini – La terra coltivata era costantemente minacciata dell’invadenza della vegetazione, degli insetti, degli animali, degli stranieri. Preoccupazioni di sopravvivenza, al limite del paranoico, occupavano l’animo degli agricoltori. Inventarono così la separazione difensiva installando steccati, siepi, fossati e infine anche mura.

Ricchezza individuale o collettiva? – C’è chi sostiene che la Rivoluzione Agricola portò enormi benefici all’umanità. È innegabile che la società umana collettivamente mise a segno un grande successo di crescita numerica, diffusione e occupazione territoriale. Molti però argomentano che, con l’aumento della popolazione, la qualità della vita del singolo individuo sia peggiorata.  La Rivoluzione Agricola in effetti incatenò gli umani alla terra, li costrinse a vivere sempre nello stesso posto, in capanne di pochi e angusti metri quadri e accalcate l’una sull’altra, nella pericolosità di una dieta poco varia, nella scarsa igiene che la stanzialità compressa implica.
Paradossalmente la tipica casa degli agricoltori conteneva costosi manufatti in numero molto superiore a quelli posseduti da un’intera tribù di cacciatori-raccoglitori. Gli attrezzi erano costosi, ma non erano esattamente una ricchezza; erano mezzi indispensabili per mantenere la produzione di cibo in quantità sufficienti a pareggiare il crescente fabbisogno delle comunità umane. Si era creata una spirale impressionante: più cibo c’era, più cresceva il numero di umani e più aumentava il fabbisogno di cibo. Gli agricoltori si erano ridotti a ricchi-poveri, schiavi della loro stessa terra che mai potevano abbandonare, che dovevano difendere, che dovevano coltivare con attrezzi complicati da costruire.

Qualcuno è più uguale – Troppo impegnati a produrre cibo e scorte, gli agricoltori non badarono troppo all’animo predatorio sopravvissuto in alcuni degli umani: i briganti. Questi capirono presto che avrebbero potuto campare con meno sforzo sottraendo le scorte agli agricoltori, ad alcuni anche il necessario per vivere. I briganti oziavano su tutto, ma non sulle arti della violenza necessarie ad ottenere la “cooperazione” degli agricoltori affinchè provvedessero al loro mantenimento. I briganti assunsero il ruolo a loro più confacente: amministratori delle comunità. La violenza però è piuttosto inefficiente; bisogna darsi da fare con la spada, qualche brigante moriva o restava mutilato; ma il peggior effetto è che la violenza decima la popolazione produttiva.
Al nostro tempo contemporaneo, la parola cooperazione è evocativa di buoni sentimenti e giudica la sudditanza una forma di cooperazione troppo forzosa. A quel tempo invece, gli umani, che sono gente inconsapevolmente pragmatica, cominciarono a credere ad un nuovo ordine delle cose: ai benefici della sudditanza volontaria.  Tutto sommato gli amministratori, briganti e violenti, tenevano tutto “ordinato” secondo il loro modo di vedere; allo scopo era a loro sufficiente eseguire, di tanto in tanto, qualcosa di violento per ricordare che avrebbero potuto essere molto pericolosi. Il sistema implicava quindi un uso minimo ed efficiente della violenza; così, con beneficio per tutti, gli agricoltori potevano moltiplicarsi più velocemente.
Nei fatti l””ordine immaginato” della sudditanza produsse un ulteriore successo. L’agricoltore e la sua famiglia stentavano, ma la collettività andava a gonfie vele. Nell’8500 a.C. Gerico contava alcune centinaia di abitanti. Nel 7.000 a.C. la Città di Çatalhöyük contava 5-10.000 abitanti. Come un sistema stellare in formazione, intorno al 4-5.000 a.C. molte erano le Città popolose in grado di controllare i villaggi vicini, anch’essi sempre più grandi. Le Città attraevano migliaia di individui e il processo di aggregazione era solo all’inizio. Ma l’espansione del genere umano stava per collassare, come Babele, sotto il peso del proprio successo.

La scrittura e la burocrazia – In milioni di anni, gli umani avevano affinato un metodo per stare insieme in gruppi che non superavano le poche decine di individui. Ma le Città si erano moltiplicate e ciascuna contava migliaia e migliaia abitanti. L’antico metodo sociale non era più sufficiente. Tutto stava succedendo molto rapidamente ed era assolutamente necessario trovare un metodo che facesse cooperare decine di migliaia di persone che non si conoscevano fra di loro. Molto tempo addietro gli umani avevano inventato i miti che gli anziani, e gli sciamani, ripetitivamente raccontavano per ricordare i comportamenti “utili” e quelli pericolosi; più o meno tutti fermamente credevano ai miti col risultato di tenere coesa la piccola comunità. Col sistema di trasmissione orale però i miti non potevano essere ricordati tutti quanti, a così tante persone e sempre con la stessa precisione.
Con l’aumento delle terre e delle popolazioni agricole, gli agricoltori avevano inventato una scrittura adatta a misurare la terra e i raccolti, a ricordare e comunicare. La scrittura non era stata pensata per scrivere un romanzo o una poesia. Ma Hammurabi ne capì il potenziale e intorno al 1776 a.C. fece scolpire sulla pietra il più famoso manuale di cooperazione sociale della Storia: il Codice di Hammurabi.
Fu un successone.
Intorno al 3.500 il primo regno egiziano unificò tutti gli insediamenti umani del basso Nilo. A partire dal 1.000 a.C. in Medio Oriente si moltiplicarono gli imperi con eserciti permanenti di decine di migliaia di soldati e con milioni di sudditi. Più o meno contemporaneamente alla formazione dell’Impero Romano, l’imperatore Qin unificò la Cina. Entrambi gli imperi erano amministrati ciascuno da una burocrazia con oltre centomila funzionari statali che registravano gli eventi e comunicavano fra loro con la scrittura. Tutti convintamente credevano nelle scritture e nei fatti che esse descrivevano. Il mondo dell’amministrazione (le leggi) era ormai immaginato come un sistema divino, universale, eterno, immutabile, scritto e creduto da tutti.

I principi universali, immutabili, eterni, divini – Alla Storia piace il gioco e l’ironia; nel 1776 d.C. venne scritto un altro famosissimo manuale di cooperazione sociale: La Dichiarazione di Indipendenza americana. Non sappiamo se i princìpi di Hammurabi, dei Romani, dei Qin e dei costituenti americani siano di origine divina. Da loro stessi però apprendiamo che i princìpi (da tutti loro dichiarati universali-immutabili-eterni-ispirati dal divino o dal “pre-esistente naturale”) sono in notevole contraddizione fra di loro. Evidentemente non sono affatto né universali, né eterni ed è da dubitare che siano giusti. Ma allora perché sono creduti “veri”, meritevoli di fiducia? Non si sa esattamente, ma il fatto è che, ciascuno nel suo tempo, ha “deciso” di credere al proprio “ordine immaginario” universale, immutabile, eterno, divino.
Gli osservatori, Baumann e più ancora i fatti che accadono intorno a noi, raccontano che ai nostri tempi sempre meno umani credono all’esistenza di un “unico solido ordine” immutabile, universale, eterno, divino.

Il solido si va facendo umido, anzi liquido.

Dal verticale all’orizzontale – Prima della Rivoluzione Industriale sulla superficie della Terra vi erano numerosissimi gruppi umani assoggettati a codici “verticali”, cioè scritti da un capo/re/imperatore come Hammurabi. Con la Rivoluzione Industriale iniziarono sporadici esperimenti di democrazia nei quali alcuni delegati dal popolo iniziarono a scrivere Costituzioni le quali proclamavano un “nuovo ordine”; la verticalità del divino e del capo cominciò a inclinarsi verso una società orizzontale di Cittadini “pari” e sovrani. Nel 1800 si contavano già sei Costituzioni. Il cambiamento fu lento e centocinquant’anni dopo (prima del 1945) le Costituzioni erano poco più di una dozzina. Settant’anni più tardi, ai nostri giorni, quasi tutti i 200 Stati iscritti all’ONU hanno una Costituzione, seppure con gradi di democraticità assai variabili. Possiamo affermare che l’umanità è oggi suddivisa in circa 200 “ordini immaginati” (Stati) ciascuno contenuto nei propri confini. Tutti separati quindi, ma anche tutti più simili. Ormai tutti hanno una Costituzione e hanno sempre più elementi in comune. Come abbiamo visto la convergenza fra gruppi umani è in aumento da sempre; sebbene qualcuno voglia disperatamente resistere e retrocedere predicando diversità incompatibili, in una specie di canto del cigno. La “convergenza” (più comunemente chiamata globalizzazione) è un processo complicato che forza gli Stati ad essere più simili. Gli Stati, per loro natura e origine, sono “ordini solidi” che esistono tanto in quanto esistono altri “ordini solidi”; tutti però condividono almeno una essenziale convinzione: essere diversi gli uni dagli altri. E se l’unica vera diversità fosse che hanno Amministratori diversi i quali ci tengono a restare al loro posto?  Anche a costo di inventare interessi contrastanti fra Cittadini?
Baumann ha descritto quest’evoluzione che ha battezzato liquefazione della società degli Stati (i Cittadini che non credono più ai propri amministratori); ha anche raccontato un mare agitato da onde incrociate, ancora più sfidante e pericoloso che, alla luce degli eventi attuali, ora vediamo più nitidamente:

  • Stati solidi e Cittadini solidi –  Vi sono Stati solidi che da tempo hanno seguito l’evoluzione del sentire dei loro Cittadini diventando parte integrante di un più vasto sistema sempre più globale. Esistono molti altri Stati solidi i cui Amministratori non intendono affatto abbandonare le proprie immaginate caratteristiche identitarie (leggi: potere). Essi retrocedono verso il rafforzamento dei simboli estetici quali l’abbigliamento e i comportamenti rituali pubblici, continuando a vivere nel privato in modo del tutto diverso e contraddittorio. La “solidità” dei sopravvissuti Stati solidi dipende da quanto a lungo i loro Cittadini resteranno ferventi credenti della sudditanza. Sembra però che questo convincimento sia tanto forte da non consentire loro di vedere la distruzione fisica dell’ambiente nel quale vivono. L’incredibile violenza verso i propri sudditi volontari  è l’ultimo tragico tentativo dei loro amministratori di ripristinare l’ordine immaginato da entrambi (sudditi e amministratori).
  • Cittadini e Stati evoluzionari – I Cittadini di molti Stati modificano progressivamente l’“ordine” del proprio Stato, copiando gli uni dagli altri, con il risultato di far sembrare gli Stati più simili fra loro. Gli Stati evoluzionari sono riconoscibili da vari sintomi; per esempio l’evanescenza dei confini condivisi e la frequente rotazione dei loro amministratori.
  • I Cittadini liquidi – Gli Stati non possono essere liquidi, per definizione. Gli Stati sono ciascuno espressione concreta di un sistema unitario e locale di regole e comportamenti. I Cittadini evoluzionari puntano diritto verso una mutazione in Cittadini liquidi. Il nuovo Cittadino liquido a) dà per scontato che i confini non esistano più e che non servano a nulla se non in particolari casi (es: immigrazione massiva), b) non “crede” all’esistenza di “un solo ordine”, ma ritiene di potersi associare contemporaneamente a molteplici “società”, ciascuna affine ai propri individuali interessi, anche transconfinarie e con loro propri ordinamenti.  Gli amministratori degli Stati solidi sono abituati ad essere: narcisi ammirati dal proprio popolo grazie alle elargizioni, alle dichiarazioni di giustizia, di uguaglianza, di libertà, di prosperità e di tante altre promesse vacue, non credibili e infatti sempre meno credute. La trasformazione del Cittadino da solido a liquido inevitabilmente conduce all’indebolimento dell’ordine unitario e monocromatico dello Stato che viene relegato a svolgere solo alcune funzioni faticose, scomode, antipatiche, divisive, impopolari. Insomma agli Amministratori degli Stati abitati da Cittadini liquidi viene richiesto di assolvere ad un ruolo “impossibile”,  specie se non producono positivi risultati concreti come accade da anni in tante economie “avanzate”.

Il mare incrociato – Nonostante la resistenza al processo di apertura verso la pacifica convivenza, i Cittadini solidi non sono più costretti entro i confini del proprio Stato. Si spostano facilmente fra uno Stato e l’altro, mescolandosi sia con altri Cittadino solidi sia con Cittadini liquidi. Lo smarrimento dei Cittadini solidi, abituati ad una sola regola, si confrontano con Cittadini senza altre regole se non quelle della tolleranza e del rispetto reciproco. Queste ultime sono peraltro quasi irrilevanti e incomprensibili per i Cittadini solidi. Non è sorprendente che lo smarrimento maggiore si abbia dove il rimescolamento di solidi e liquidi è più intenso. E non è nemmeno sorprendete che negli Stati solidi, dove si manifestano tentativi di cambiamento sociale, esplodano movimenti violentemente repressivi.

In conclusione

Gli Stati generalmente non spostano persone. Gli Stati tendono a spostare, o difendere, i confini con l’uso delle “forze dell’ordine” (qui la parola ordine trasporta pesi e significati nettamente percepibili).  Gli Stati, gli Amministratori, non sono abituati, e ancor meno sono attrezzati, per comprendere e trarre vantaggio dai molti “ordini” transnazionali costruiti e partecipati dai loro Cittadini (la scienza, la ricerca, la cultura, il turismo, il commercio, il diritto, la finanza, lo scambio, le merci, il lavoro, le arti, …).

Le Città, al contrario degli Stati, sono da sempre libere aggregazioni delle persone che hanno scelto di viverci. Da che esistono, la sfida (quasi sempre vinta) delle Città è quella di facilitare la convivenza pacifica di chiunque vi abiti. Lo è stato in passato e sperabilmente ancor più lo sarà in futuro. Le Città sono da sempre connesse da imponenti reti di trasporto e scambio globali. Le Città sono, da sempre, il motore sociale dell’umanità; anche questa volta, nel passare dal solido al liquido, sono meglio motivate ed attrezzate per trovare mille soluzioni convergenti.

Indagati, arrestati e corrotti sembrano dilagare. Responsabilità dei singoli e di organizzazioni.

Regioni e Comuni: indagati, arrestati e corrotti sembrano dilagare, facendo ombra, sui media, ai tanti amministratori locali che fanno il loro lavoro con onestà e dedizione. Quando il malaffare è così diffuso, la colpa è da imputare non ai singoli ma al sistema che li esprime: in primis quello dei partiti. Non a caso si è riacceso il dibattito sulla regolamentazione del sistema partitico: da più parti si sente dire che serve una disciplina normativa che garantisca trasparenza e integrità dei meccanismi decisionali e di selezione all’interno dei partiti. Eppure i fatti raccontano altro: quante volte al giovane preparato, ma sconosciuto, da Roma si è preferito candidare il “feudatario” del posto, il personaggio in vista, che controlla, non a caso, migliaia di voti? Suona ipocrita, dopo, accusare i territori, dopo averli condizionati dal centro: i votifici, che fanno comodo in periodo elettorale, prima o poi presentano un conto che sono chiamati a pagare tutti i partiti, poco importa se a livello centrale o periferico. Per recuperare credito presso gli elettori alcuni esponenti, anche di spicco, della maggioranza –e non solo – hanno presentato nuovi progetti di legge sui partiti, stavolta mirati su trasparenza e integrità. Eppure, quando noi lo abbiamo proposto, due anni fa, non abbiamo trovato molto ascolto dai parlamentari né attenzione dai media. Per tutti era più comodo seguire la moda, che all’epoca era gridare contro il finanziamento pubblico dei partiti. Si diceva che era quello la causa di tutti i mali della politica italiana e lo scalpo che i partiti esibirono davanti all’opinione pubblica fu il decreto legge 149 del 2013, poi provato con legge 12 nel febbraio del 2014. Il risultato è che non solo i finanziamenti pubblici sono stati aboliti parzialmente (sono rimasti, tra gli altri, i finanziamenti ai Gruppi Parlamentari), ma i mali d ei partiti sono lontani dall’essere risolti. Non solo: ci si accorge solo ora che il maggiore ricorso dei politici ai finanziamenti privati ha comportato la necessità di una regolamentazione in grado di evitare rischi di opacità finanziaria e di ingerenza dei singoli finanziatori nelle decisioni politiche. Così, dopo appena due anni il Parlamento deve di nuovo mettere mano alla riforma dei partiti su tutti quegli aspetti che ha volutamente tralasciato nel 2013, ma le cui conseguenze sono tornate a intorbidire i governi di non poche Regioni e Comuni. Non ci piace dirlo, ma abbiamo avuto ragione noi, nel 2013, a presentare un progetto di legge – A.C. 1325 dell’8 luglio 2013 – che già allora teneva conto di quella necessità di trasparenza e integrità di cui politici e giornalisti sono dovuti tornare a occuparsi oggi. Abbiamo avuto ragione non perché eravamo bravi, ma perché bastava attenersi alle direttive che l’Europa, tramite il Group of States against Corru ption, ci indica da anni per risanare la nostra politica e allontanare la corruzione dalla vita pubblica italiana. Se oggi i partiti fanno sul serio, anziché presentare nuove proposte di legge sull’onda dell’emotività del momento, riprendano la nostra proposta: basteranno pochi emendamenti per dotare il nostro Paese di una legge sui partiti a prova di anticorruzione. In poco tempo.
Qui la proposta di legge ispirata alle proposte di Fondazione Etica

“Aggiungi un posto all’Atac” e il costo di percorrenza di ogni km è il triplo di quello inglese

PER CHI non lo avesse ancora fatto, suggerisco di scaricare il divertente video prodotto da Sora Cesira intitolato “Aggiungi un posto all’Atac” in cui si dileggia l’infornata di assunzioni avvenuta nell’azienda di trasporti romana mentre era sindaco Gianni Alemanno. Il filmato da solo riesce a far capire più di molti studi qual è il dramma di molte (anche se non tutte) società partecipate dagli enti locali: clientelismo, inefficienza, sprechi e a volte malaffare. Il caso dell’Atac è eclatante e ormai arcinoto: debiti accumulati per 1 miliardo e mezzo, perdite tra il 2009 e il 2014 di 1 miliardo e cento milioni nonostante contributi pubblici di oltre 5 miliardi (questi ultimi incidono per il 70% dei ricavi). I dipendenti sono ben 11.800, ma, come ben evidenziato in vari studi degli economisti Giuricin ed Arrigo, con una bassissima produttività ed un costo del lavoro molto alto (ad esempio, secondo uno studio del 2014, superiore di 4 mila euro a quello dei dipendenti del trasporto pubblico parigino). Il costo di percorrenza di ogni km è di 7,3 euro, quasi il triplo di quello inglese, ove il trasporto pubblico locale (Tpl) è liberalizzato. Attenzione però, le linee che a Roma vengono affidate a società private a seguito di appalto pubblico costano 4,5 euro, il 40% in meno. E per il servizio svolto in subappalto, sempre a seguito di gara, il costo crolla a 2,63 euro, ben 2/3 in meno.
Questi dati, oltre a testimoniare l’incapacità delle varie giunte capitoline che si sono succedute negli anni a governare in modo decente l’Azienda (Venezia e Milano, per citare due casi di città “difficili”, sono messe molto meglio), dimostrano che la combinazione proprietà pubblica- monopolio è dannosa: strapotere dei sindacati, salari fuori mercato, lassismo (l’assenteismo è record), raccomandazioni e incapacità di programmazione.
D’altronde quando si inietta un po’ di concorrenza la situazione migliora sempre e il trasporto pubblico non fa eccezione: per esempio, da quando l’autotrasporto su gomma a lunga distanza è stato liberalizzato, in tutta Europa è esplosa l’offerta e le ferrovie, per anni indebitamente protette, hanno dovuto correre ai ripari migliorando prezzi e qualità dei loro servizi.
Tuttavia, se Roma piange, è tutto il settore Tpl che in Italia non ride. La recente indagine Mediobanca su un campione si-gnificativo di società pubbliche (presumibilmente le più efficienti, in quanto sono le 440 più grandi e con dati disponibili) mostra come, nonostante il trasporto locale abbia beneficiato dal 2006 al 2013 di trasferimenti come integrazione tariffaria e supporto ai salari per 22,2 miliardi di euro (sì, avete letto bene), sia riuscito a registrare perdite per 1,6 miliardi di euro. Il settore ambientale e il Tpl peraltro ricevono il 92% dei corrispettivi e contributi pubblici dell’intero comparto dei servizi pubblici locali. Nel 2012-3 su 9 miliardi di trasferimenti alle società esaminate da Mediobanca, 8,3 sono andati ai due settori menzionati. Ma la cifra totale, riportata dall’ex commissario alla spesa pubblica Cottarelli, si aggira in realtà sui 6-7 miliardi l’anno per il solo Tpl.
Orbene, è ovvio che l’intero comparto delle aziende di proprietà degli enti locali va riformato, ma tra queste chi ha bisogno più urgentemente di una drastica riforma è proprio il trasporto pubblico locale. Il primo provvedimento è quello di diminuire le contribuzioni pubbliche. Le lamentele degli amministratori locali sui tagli ai sussidi sono infatti spesso ingiustificate: uno studio del Politecnico di Torino ha evidenziato che nel 2013, a seguito di una sforbiciata dei trasferimenti dalla Regione, il Comune ha ridotto i servizi di trasporto del 10%. Nonostante ciò il numero di passeggeri trasportato è rimasto lo stesso, circa 200 milioni.
Si può dunque procedere a decurtazioni di linee il cui tasso di riempimento è troppo basso e sostituirlo con servizi ad hoc “a chiamata”: in media, difatti, il 70-80% dei passeggeri è trasportato da appena 30% delle corse, mentre le altre sono semi-vuote. L’evasione del biglietto è pure molto elevata: non è un caso che l’Atac abbia deciso come prima misura di risanamento di schiodare 500 dipendenti dalle scrivanie e mandarli a fare i controllori. Inoltre è necessario accorpare le innumerevoli imprese locali che non riescono a fare economie di scala e procedere a privatizzazioni su ampia scala, assegnando per bando pubblico il servizio. La privatizzazione è imprescindibile in quanto bisogna evitare che il Comune concorra alla gara, sia contemporaneamente l’ente aggiudicatore e poi l’arbitro sull’efficienza del servizio. Bisognerebbe poi applicare immediatamente il criterio dei costi standard per ridurre i trasferimenti alle aziende la cui inefficienza è cosi scandalosa da essere incredibile: si pensi che la municipalizzata di Napoli copre i costi operativi con i propri ricavi non sussidiati solo per il 9,4%!
La riforma della Pubblica amministrazine contiene alcuni utili princìpi (incentivi alla privatizzazione, messa in liquidazione delle società con più anni di perdite, parziale liberalizzazione dell’attività, trasparenza). Tuttavia, essa è contraddistinta da una certa vaghezza entro la quale la portata liberalizzatrice dei decreti attuativi potrebbe essere annacquata e quindi è opportuno che il governo dica subito con chiarezza quali saranno le direttrici che intende seguire per far sì che questo non avvenga. Di posti a tavola se ne sono aggiunti fin troppi: adesso è il momento di sparecchiare.
adenicola@adamsmith.it Twitter @aledenicola
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L’impegno civico dei cittadini

La lettera, sul Corriere di oggi, di Federico Sassoli De Bianchi (Presidente Associazione Civicum e Portavoce del Tavolo Civico) e la risposta di Giangiacomo Schiavi

L’articolo di Giangiacomo Schiavi e il commento di Nando Pagnoncelli al sondaggio Ipsos sul senso civico (Corriere, 31 maggio) sono ricchi di spunti.

Credo però che l’Osservatorio dovrebbe tener conto anche di altro. Il senso civico non può ridursi a fare la raccolta differenziata o a ripulire i muri, cose egregie. C’è una dimensione nuova che sta emergendo. È quella della relazione tra cittadino azionista dello Stato e istituzioni. Sempre più cittadini sono stanchi di lamentarsi che lo Stato non funziona e chiedono alle istituzioni di essere più efficaci ed efficienti, favorendo sviluppo sostenibile e premiando il merito. Questo avviene a livello centrale e soprattutto locale. I cittadini cominciano a impegnarsi per migliorare il funzionamento della scuola dei figli, del Tribunale o del museo della propria città. I volontari di Civicum, ad esempio, hanno offerto le proprie competenze ed energie per coinvolgere cittadini aziende e Amministrazione dello Stato per migliorare l’organizzazione del museo di Brera e del Tribunale di Bologna. I volontari di Cittadinanzattiva hanno avviato audit civici per migliorare il servizio delle Asl. I volontari di Fondazione Etica lavorano per rendere trasparente l’amministrazione delle Regioni creando un rating che faccia emergere le migliori pratiche. I volontari di OpenPolis lavorano per rendere più comprensibili i bilanci dei Comuni e l’attività del Parlamento. I volontari di Transparency International Italia promuovono il «whistleblowing» per facilitare la segnalazione di pratiche scorrette nella P. A. da parte di funzionari e utenti. Altre organizzazioni del Tavolo civico per migliorare lo Stato lavorano allo stesso modo. Il nuovo modo di interpretare il ruolo di cittadino, magari non ancora rilevabile statisticamente, forse anche perché non presente nelle domande del vostro questionnario, rappresenta il futuro. Proprio perché i cittadini non si fidano delle istituzioni, come dimostra il sondaggio, la speranza risiede nel loro impegno diretto per richiedere miglioramenti dal basso, partendo da pezzi di Stato vicini a loro: l’ufficio delle dogane, la caserma o il teatro stabile.

Federico Sassoli de Bianchi @civicum_it
Presidente Associaz ione Civicum

L’Osservatorio ha lo scopo di fare emergere ì tanti esempi (spesso sconosciuti) dì civismo. Se l’Italia resiste, molto si deve al gratuito impegno dei cittadini attivi. Ringraziamo Sassoli de Bianchi: ogni segnalazione ci aiuta a spingere verso l’atto il barometro del senso civico.

Giangiacomo Schiavi @ggschiavi

Uber-taxi La sentenza intelligente che servirebbe ai tassisti

PURTROPPO va così. L’unica sentenza che avrei visto volentieri, quella che poteva spazzare via l’iniquo aggio dell’8% che Equitalia si riconosce sulle somme incassate coattivamente senza alcun legame con l’attività realmente svolta per la riscossione, non è stata emessa.

È invece arrivata l’ordinanza del tribunale di Milano sul caso Uber, la compagnia di trasporto passeggeri che ha rivoluzionato la mobilità urbana nel mondo e che ha scatenato controversie legali di ogni genere. Sotto accusa il servizio UberPop, che permette agli utenti di trovare attraverso la app della società autisti anche occasionali e a prezzi convenienti. I guidatori sono selezionati dall’azienda secondo criteri piuttosto rigorosi (minimo di punti sulla patente, nessun precedente penale, automobile moderna, eccetera) e dopodiché sono sottoposti ad un rating di gradimento da parte dei clienti, visibile a tutti e che, se non abbastanza positivo, può portare all’esclusione dell’autista dal circuito Uber.
I tassisti milanesi hanno presentato ricorso al Tribunale di Milano asserendo che la multinazionale americana aveva organizzato un servizio in concorrenza sleale con le auto bianche. Secondo i loro avvocati, mentre per guidare un taxi bisogna ottenere la licenza, la cessione della stessa sul mercato secondario può avvenire a prezzi elevati (anche con cifre a cinque zeri), si deve ottenere un’abilitazione professionale, stipulare assicurazioni particolari, installare un tassametro, dedicare l’automobile solo al servizio pubblico e le tariffe sono concordate con il comune, gli autisti di Uber possono evitare tutti questi adempimenti e quindi operare in dumping e illecitamente, facendo concorrenza sleale. Il giudice ha sostanzialmente accolto questa impostazione e ha inibito alla società, che ha preannunciato ricorso, di utilizzare la sua app.

La causa è in corso e quindi sarebbe inappropriato commentare sulla bontà della logica giuridica dell’ordinanza. Tuttavia qualche riflessione sulle argomentazioni economiche la si può fare.

Innanzi tutto il giudice afferma che «l’effetto del servizio prestato è quello di offrire un’alternativa più economica al servizio taxi, e cioè di esaudire ad un prezzo minore la medesima esigenza di spostamento dell’utente da qualsiasi punto di partenza». Considerando che non è stato rimproverato ad Uber alcun disservizio (del tipo più autisti ubriachi della media dei tassisti o percentuale più alta di incidenti stradali), a questo punto dovrebbe scattare l’applauso. Innovazione, prestazioni meno care e probabilmente migliori visto la popolarità tra i consumatori, stessa sicurezza, trasparenza sulla qualità del servizio, tariffe parametrate al gioco della domanda e dell’offerta (Uber le può cambiare a seconda del numero di richieste), maggiore occupazione e libertà di scelta: raramente un’attività economica riesce a combinare tutto questo.

Eppure, il giudice, aggiungendo considerazioni un po’ discutibili come il possibile aumento di inquinamento determinato da Uber (impressione non supportata da studi o ricerche) e che il pericolo per i tassisti deriva anche dal fatto che Expo porta maggiore lavoro a Milano (logica controintuitiva: se c’è più domanda non è meglio ci sia altrettanta offerta? E se invece il ricorso fosse stato a Bari il pericolo era minore?) ha per ora bloccato Uber.

Cosa farebbe allora un legislatore intelligente di fronte alla prova provata che tutte le pastoie amministrative imposte ai tassisti non servono a nulla se non a creare un oligopolio, visto che basta un’applicazione informatica a soddisfare il consumatore senza grandi problemi? Cercherebbe una soluzione transitoria per l’incumbent, che non è un moloc monopolista ma un insieme di piccoli artigiani che hanno investito i loro risparmi e le cui preoccupazioni non possono essere ignorate, e liberalizzerebbe tutto il resto, con un minimo di requisiti tipo quelli che già Uber applica volontariamente.

Un legislatore intelligente e che agisse nell’interesse pubblico, appunto.

Twitter @aledenicola

I Sindaci ed il Patto di Stabilità

Pubblichiamo la lettera aperta del Sindaco di Oulx  (To) che ha per argomento il difficile rapporto tra gli Amministratori Comunali ed il rispetto di un Patto di Stabilità che non distingue fra Comuni virtuosi e Comuni spendaccioni (della cui qualità della spesa, in questi giorni, non occorre commentare), ed è anche un atto di coraggio ed uno spunto per gli altri Amministratori Locali a non nascondersi dietro il paravento del Patto di Stabilità. Read more

Senza Fili Senza Confini.

Volentieri riceviamo e pubblichiamo.
L’accesso ad internet è diventato un “must”, un diritto che quando si ha la possibilità di sfiorare, poi non si riesce a farne a meno; l’accesso è facile in una grande città, dove gli investimenti dei “service provider” trovano un ritorno economico adeguato, nel tempo e nella misura; l’accesso è spesso problematico in un piccolo centro, poco abitato, e “fuori target” per i “service provider”: che fare? Se lo sono chiesto in un piccolo centro piemontese ed hanno trovato la soluzione.  Quando l’ingegno dei cittadini sconfigge la lentezza dei tempi burocratici.  Sono lontati i tempi dei bojanen, che oggi corrono veloci ad alta frequenza.

Un piccolo paese del Piemonte si è attrezzato per diventare il provider di se stesso e portare Internet superando il “digital divide”, un esempio virtuoso ripreso dal New York Times http://www.nytimes.com/2014/12/03/world/europe/a-village-has-what-all-of-italy-wants-the-internet-.html?_r=0

3 dicembre 2014

Martedì 2 dicembre sul New York Times è stato pubblicato un articolo in cui ci si occupa dell’accesso a Internet in Italia partendo dalla storia di Verrua Savoia, comune del basso Monferrato che si sviluppa su circa 30 chilometri quadrati nella parte più orientale della provincia di Torino, in Piemonte, abitato da circa 1500 persone: «Questo villaggio rurale di collina dove una fortezza del XVII secolo è un ricordo di come gli abitanti scongiurarono gli invasori per centinaia di anni» dice il New York Times «potrebbe sembrare l’ultimo posto in Italia dove trovare una connessione Internet wireless». Ma non è così.
Il New York Times racconta che Daniele Trinchero, professore al Politecnico di Torino nato a Verrua Savoia, ha avviato una sperimentazione e contribuito a creare un’associazione senza scopo di lucro per offrire «quello che lo Stato e le compagnie di telecomunicazioni non sono ancora riusciti a fornire. Il gruppo può essere considerato il primo nel suo genere in Italia». Si tratta cioè del primo operatore di comunicazione non profit.
L’associazione si chiama Senza Fili Senza Confini: è nata ufficialmente il 18 ottobre del 2014 a Verrua Savoia dopo un percorso di ricerca scientifica e sociale durato 8 anni e portato avanti da diversi soggetti (Politecnico di Torino, Comune di Verrua Savoia, Ministero della Sviluppo Economico). Il progetto aveva l’obiettivo di dimostrare che Internet poteva essere portata anche nei luoghi più periferici e a condizioni economicamente sostenibili.
L’associazione propone un modello in cui i cittadini si fanno carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo ed evitando agli operatori tradizionali investimenti che non vengono considerati convenienti. Nel sito si legge: «L’attività dell’associazione si configura, proprio per questi motivi, in supporto e non in concorrenza con gli Internet Service Provider tradizionali, dei quali può essere considerata uno strumento operativo per ridurre il divario digitale che ancora caratterizza l’Italia, paese dalla conformazione geografica complessa». Le reti costruite e gestite dall’associazione sono accessibili in modo gratuito.
La sperimentazione partì nel 2006 a Verrua Savoia con l’apertura del primo hotspot libero e pubblico in Piemonte al di fuori di Torino attraverso la realizzazione di ponti radio totalmente artigianali e sperimentali con materiale di recupero: in questo modo fu portata connettività da Torino a Verrua Savoia a una velocità di 2 Mb al secondo. Nel 2010 il progetto fu esteso portando molta più banda e in collaborazione con il ministero dello Sviluppo Economico fu realizzata una rete sperimentale che doveva coprire tutto il territorio comunale e consentire agli abitanti di accedere a Internet da casa e non più attraverso l’hotspot pubblico del municipio. Il tutto basato su radiofrequenze: i microprocessori di normalissimi router WiFi erano stati montati su computer che non venivano più utilizzati nei laboratori del Politecnico e in questo modo di creavano trasmettitori per ponti radio attraverso l’uso di antenne dismesse dagli operatori radiofonici. Nel 2011 è stata così ampliata la rete a Verrua Savoia dal 70 per cento al 98 per cento. Attualmente la velocità della connettività è di 300Mb/s con 20 Mb/s disponibili in media per ogni nucleo familiare.
Il progetto sperimentale terminerà il prossimo 31 dicembre ed è per questo che i cittadini che hanno sperimentato questo primo sistema hanno costituito l’associazione diventando non solo fruitori ma provider di loro stessi. Per quanto riguarda i prezzi: le proiezioni mostrano che dall’acquisto in gruppo della banda a monte, al trasferimento sul territorio e alla gestione, il costo finale sarà di 50 euro all’anno per ciascuno dei 260 soggetti. Naturalmente si tratta di un sistema replicabile ed è una buona soluzione per dare copertura a quei territori dove non arriva la fibra ottica.
Il New York Times conclude dicendo che la questione dell’accesso a Internet è uno dei problemi più urgenti dell’Italia e che l’Italia è un paese in cui circa la metà del territorio è montuoso, in cui il segnale non viaggia facilmente e in cui l’installazione di cavi in fibra ottica è costosa: è insomma un paese in cui è molto accentuato il cosiddetto “digital divide”, il divario tra chi ha accesso effettivo a computer e Internet e chi invece ne è escluso. Ma l’Italia è lontana anche dalla gran parte del resto d’Europa (e degli Stati Uniti): ha infatti uno dei tassi più bassi in Europa per quanto riguarda la connessione a una banda larga ultraveloce, la metà per esempio rispetto alla Svizzera. Infine: «Solo il 10 per cento delle scuole elementari italiane» conclude il quotidiano «ha una connessione a banda larga».

Il Comune di Trento e la sua Spending Review

Pubblichiamo riprendendolo dal Quotidiano Online Corriere delle Alpi un articolo di Chiara Bert pubblicato nella sezione Cronaca di Trento.
Argomento il nuovo regolamento Comunale di Trento sulle spese di rappresentanza.
Come recita l’articolo il suddetto regolamento sollecitato dalla Corte dei Conti andrà in aula martedì 4 c.m.
Aldilà delle specificità locali e delle battute sui brindisi ed il panettone una cosa è chiara, l’esigenza del ridurre e razionalizzare la spesa pubblica è indifferibile.
Italia Aperta si augura che questo di Trento, così come, ad es., quello di Ferrara nell’amministrazione dal 2009 al 2014 raccontato in un interessante articolo di Luigi Marattin su Noisefromamerika.org, sia solo un primo passo e che l’esempio venga ripreso da tutti i Comuni Italiani.
Perchè l’equazione Meno Debito+Meno Spesa corrente=Meno Tasse deve diventare l’imperativo al quale gli AP si riferiscano nel prossimo futuro.

Di seguito riportiamo il link all’articolo sul Corriere delle Alpi:
http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/trento/cronaca/2014/11/02/news/in-comune-cala-la-mannaia-al-bando-brindisi-e-rinfreschi-1.10226900

 

Tanti piccoli Comuni od uno più grande?

ItaliAperta ha promosso,  a Lanciano il 24 Ottobre, un convegno per i cittadini e gli amministratori pubblici dal titolo “Per i Cittadini è meglio: tanti piccoli Comuni o uno più grande?”.
I relatori sono stati l’ex Sindaco di Arielli, Sandro Spella, l’economista e Direttore Editoriale del magazine Strade Piercamillo Falasca. Ha moderato il coordinatore di Italia Aperta per l’Abruzzo Antonello Di Campli Finore.
La notizia è duplice:

  1. Dall’Unità d’Italia al DL 78 del 2010, che obbliga i piccoli Comuni a gestire in forma associata i Servizi fondamentali, nessun progresso è stato fatto. Esperti ed economisti ripropongono soluzioni apparentemente più efficienti ed efficaci.  Eppure da 150 anni non ci sono risultati apprezzabili. Il metodo di gestione amministrativa del bene pubblico viene inutilmente reiterato come un disco rotto senza fine. Qualcuno direbbe che forse il metodo di gestione amministrativa non funziona.
  2. Nei piccoli comuni l’amministrazione pubblica (persone, infrastrutture e servizi) ha un costo per persona più elevato dei comuni medi. Sarebbe logico e nell’interesse dei singoli cittadini che essi considerassero l’opzione “aggregazione” o almeno l’acquisto in comune dei servizi che ciascun piccolo comune non può permettersi. Invece i cittadini sembrano contenti di a) pagare più dei cittadini dei comuni più grandi b) di non avere  servizi dei comuni più grandi (scuole, trasporti, controllo del territorio, ecc.)

Nemmeno l’alternanza fra forme obbligatorie e facoltative ha ottenuto gli sperati “logici” risultati. Poichè la “logica” deriva dalla conoscenza dei numeri, eccovi alcuni dei dati prodotti nel corso del convegno. I dati Istat, a disposizione di tutti, recitano che il 70% dei Comuni Italiani ha meno di 5.000 abitanti e vi vive il 16% della popolazione Italiana; il 43% ha meno di 2.000 abitanti col 5% di popolazione Italiana residente. Ma il dato più interessante è che i Comuni più efficienti in termine di spesa procapite sono i Comuni con popolazione tra i 5.000 ed i 10.000 abitanti con circa 643 euro contro i 1.600 euro dei comuni con meno di 2.000 abitanti. Una differenza per nulla trascurabile. Tanto che se si accorpassero i comuni con meno di 10.000 abitanti (progetto sicuramente ambizioso) si avrebbe una riduzione della spesa di 2,7 miliardi di euro che potrebbe essere reimpiegata sugli stessi Comuni. Non vengono dati finanziamenti nazionali ai Comuni al di sotto di una certa dimensione.

Poichè i cittadini italiani sono tutt’altro che privi di logica, di buon senso e di intelligenza, forse vi sono altre logiche meno evidenti, ma più forti. Per esempio la difficoltà dei cittadini ad esprimere il loro parere independente quando sono in antitesi con gli amministratori pubblici che hanno un potere molto più forte dei cittadini stessi. Talvolta è possibile che vi siano relazioni sociali e familiari tali da prevalere sugli interessi razionali. Indubbio che l’informazione filtri con grande difficoltà dalle fonti (vedi ad esempio ISTAT) ai cittadini, togliendo loro consapevolezza e capacità di decidere. Insomma l’asimmetria di informazione e di potere fra amministratori pubblici costringe i cittadini al nefasto inconsapevole automatismo di cedere il proprio potere agli amministratori pubblici, senza troppa resistenza.

ItaliAperta ha quindi fatto bene a informare sui fatti e sui numeri. A facilitare la spiegazione  sulle difficoltà del complementare logica e relazioni, nel concreto del territorio. Anche ad aiutare ribilanciando le forze fra Cittadini e AP. Ad aiutare gli amministratori nel scegliere le opzioni più utili ai loro cittadini.

Fra le ipotesi, una maggiore incentivazione alla fusione fra comuni, sanzioni agli amministratori che non colgono opportunità di efficienza e di finanziamento pubblico, incentivare i borghi che perdono lo status di Comune  attraverso strumenti come i consigli comunali itineranti, assessorati dedicati e servizi decentrati. Ma sopratutto ci augureremmo un cambio di mentalità degli AP e dei Cittadini ad evitare di indicare il campanilismo come causa inevitabile del male e invece indirizzare i comportamenti antieconomici degli AP molto contenti delle loro piccole, ma costose, posizioni di potere. Ci augureremmo anche una maggiore cosapevolezza dei Cittadini a proposito del costo che si caricano sulle spalle per mantere AP che non producono benefici almeno pari a quelli dei più performanti.

 

Di seguito il link alla registrazione integrale del convegno:

http://www.abruzzoinvideo.tv/video/Video-Convegno-quotMeglio-tanti-piccoli-comuni-o-uno-piu-grandequot/973b1ff80dceb9f6b81857e5f8d045fe