In questa categoria sono raggruppati gli articoli di una proposta di Costituzione che provochi i cittadini italiani a riflettere e ad agire per un frequente aggiornamento della Costituzione

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D3.0 – Articolo 6 – La Città

Articolo 6 – La Città

  • La Città è un aggregato spontaneo di Cittadini che liberamente la eleggono loro luogo di residenza civica, fiscale e amministrativa.
  • La Città è il centro di un insieme di centri urbani salettite collocati in un territorio continuo che include aree non urbanizzate.
  • L’insieme delle Città italiane forma l’intero territorio italiano
  • La Città è l’unità amministrativa minima dell’Italia e della Repubblica Italiana
  • Noi Cittadini Italiani affidiamo alle Società, che chiamiamo Comuni, l’amministrazione delle Città.

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Commentario

Gli esseri umani gradiscono attrarre ed essere attratti dalla forza gravito-relazionale delle Città. Noi italiani abbiamo costruito le nostre eccellenze sulla storia delle nostre Città. Le nostre Città rimangono il punto di concentrazione della qualità della vita distillato dal territorio circostante. Da qui tutto viene redistribuito ovunque.

In passato, il modello sociale della Città era uno dei tanti modelli a confronto con altri che sembravano più adatti agli ormai rari sconfinati territori ancora scarsamente abitati. Con la crescita della popolazione, il fenomeno dell’urbanizzazione si è diffuso sull’intera superficie della Terra. I cittadini si confrontano sempre meno fra nazioni e sempre più fra città; le Città infatti sono i nodi della rete globale delle persone, delle merci, dei capitali, delle informazioni, dei trasporti. Ci sono sempre meno confini nazionali e sempre più collegamenti fra Città.

I rappresentanti delle Città possono portare gli interessi dei Cittadini a confronto con quelli delle Città collegate; sono ormai molti gli esempi di reciproca copiatura o di armonizzazione per esempio dei provvedimenti contro l’inquinamento, sui trasporti, sui servizi. Queste sperimentazioni di aggregazione di Cittò, a perimetro variabile, ono spesso chiamati con nuovi nomi come ad esempio l'”area vasta” o la “Città metropolitana”.

Questa prospettiva fa sorgere alcune domande sul futuro:

  • Le Città potrebbero essere il primo strato di tessere sul quale poggia il sistema in formazione di Società di Cittadini multilivello  (Comune Stato, Federazioni continentali) e trasversali (comunità scientifiche, comunita sanitarie, comunitò scistiche, comunitò turistiche, comunità commerciali – Wto)?
  • Può essere che l’incrocio di tante Società, ciascuna con obiettivi diversi e focalizzati, mitighi gli eccessivi conflitti elettoral-competitivi dei partiti tradizionali e nazionali?
  • Può essere che le Città aiutino a meglio distinguere i ruoli nazionali da quelli locali, e a concentrare gli amministratori pubblici nazionali e locali sui provvedimenti di specifica competenza?
  • Se i comuni si riducessero da 8000 a 1000, avrebbe senso avere una specie di Camera dei Comuni?

È intanto significativo che per la prima volta alla festa della Repubblica abbiano sfilato i sindaci.

La formula del “Sindaco” sembra avere dimostrato di poter mitigare il problema delle democrazie di tipo Weimar, l’immobilismo e le lentezze dell’initerrompibile confronto elettoral-politico dei partiti. Il Paese ha sofferto per una sessantina d’anni della brutta malattia “resistenza al cambiamento” che inoltre ha provocato l’azione di controforze violente e sproporzionate.  La formula Sindaco funziona; ha migliorato la capacità di decidere senza per questo creare un eccessivo potere centralizzato che è il nemico numero uno della democrazia. Purtroppo, è quest’ultimo (centralizzazione) il modello corrente di amministrazione del Paese.

D3.0 – Articolo 4 – La Repubblica Italiana

Articolo 4 – La Repubblica Italiana

  • Noi Cittadini Italiani intendiamo regolare i rapporti fra di noi e con le nostre Società, fra noi e i Cittadini del Mondo e le loro Società; per questo scopo ci siamo aggregati in una Società che chiamiamo Repubblica Italiana
  • Noi Cittadini Italiani aderiamo incondizionatamente alla Società Repubblica Italiana e alla sua qui presente Costituzione.

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Chiarito nell’Articolo 3 che l’Italia è il territorio entro i cui confini agisce la giurisdizione italiana, ne consegue che la Repubblica Italiana è la Società dei Cittadini Italiani qui costituita con lo scopo di regolare i comportamenti dei Cittadini, italiani e non, sul territorio italiano.

Nella vigente Costituzione, non è prevista l’Assemblea dei Cittadini Sovrani (La Repubblica Italiana) che è parzialmente surrogata da alcune forme di consultazione diretta come il referendum.

L’Amministrazione della Repubblica Italiana e dell’Italia è affidata allo Stato, che è una Società che raggruppa tutte le persone dedite al funzionamento degli organi dello Stato.

 

 

La resilienza e il cambiamento

Dal 1947 la Costituzione Italiana è stata emendata 15 volte. Nello stesso periodo:

  • la Svizzera 63 volte
  • UK 52 volte (anche se la loro Costituzione è un pò diversa dalla nostra idea formale di costituzione)
  • la Francia 21 volte,
  • la Germania 36 volte
  • Olanda 15 volte
  • la più stabile è la Danimarca con i suoi circa 90 articoli mai cambiata dalla sua integrale riscrittura del 1953,
  • l’Irlanda 20 volte
  • la Svezia 39 volte
  • la Norvegia 30 volte
  • l’Austria 49 volte.

La bellezza delle statistiche sta negli occhi di chi le guarda. Osservo che:

  • senza dubbio la Costituzione Italiana deve essere la più bella del mondo perché si è dovuto cambiarla pochissime volte
  • ben poche volte è passata l’idea di fare cambiamenti alla Costituzione e questo rende onore al suo progetto iniziale così profondo, così dettagliato (139 articoli), così lungimirante da prevedere e codificare qualsiasi cambiamento antropo-economico accaduto nei suoi settantanni
  • una moltitudine di persone hanno lungamente lavorato, applicando una vastissima esperienza costituzionale sviluppata a partire dalla Costituzione del 1861 che aveva forse un non sgradito difetto di essere una Costituzione monarchica. Ha svolto benissimo il suo compito fino al 1947 (diversamente dai molti Paesi qui sopra che, nonostante la monarchia tuttora vigente, hanno dovuto emendare la loro Costituzione numerose volte)
  • il popolo italiano ha una indiscutibile, e quantitativa, esperienza nel frequentemente rileggere le proprie regole sociali ed efficientemente discuterle e approvarle; certamente le istituzioni e il popolo italiano sono molto più efficienti della maggior parte delle altre democrazie europee e non. Queste infatti hanno dovuto cambiare la loro Costituzione moltissime volte per fare fronte ai loro “errori iniziali” dovuti a mancanza di esperienza, capacità di prevedere il futuro e pragmatismo. È peraltro da segnalare che, esse democrazie continuamente aggiornantesi, recidivamente ritengono che aggiustare la Costituzione sia prova di solida democrazia (anche nei meccanismi approvativi).
  • Quasi tutti i Paesi evidentemente hanno Costituzioni fra le peggiori del mondo, tanto da essere costretti a cambiarle in continuazione
  • La Costituzione Italiana è talmente sacra ed intoccabile che è opportuno non cambiarla; anche il solo pensare di cambiare la Costituzione è, giustamente, un pò troppo dissacrante. Forse addirittura blasfemo. Bene fanno tutti i cittadini in massa a trovare ragioni di qualsiasi genere per non cambiarla e per ostacolare chi eventualmente volesse provarci.

Concludo ossevando in particolare l’ultimo punto che bene delinea il successo dell’apparato pubblico nel convincere i cittadini italiani sulla solidità della Costituzione più bella del mondo: meglio non abituare i cittadini a cambiarla perchè, non si sa mai, potrebbero iniziare a  pensare di essere cittadini sovrani.

PS Un pensiero evoluzionario mi perseguita: l’ottimo è nemico del buono. Il perfetto è il peggior nemico del bene. Meglio non far nulla che fare qualcosa che potrebbe essere cambiato.

D3.0 – Articolo 5 – Lo Stato

Articolo 5 – Lo Stato

  • Noi Cittadini Italiani qui costituiamo una Società che chiamiamo Stato e nel cui patrimonio temporaneamente conferiamo l’Italia e altri nostri beni.
  • Noi Cittadini Italiani affidiamo temporaneamente allo Stato il compito di amministrare il proprio patrimonio,  le relazioni con gli Stati degli altri Paesi, la Repubblica Italiana, le relazioni fra i Cittadini Italiani, le relazioni fra Cittadini anche non italiani e fra essi e le Società presenti sul territorio italiano.
  • Noi Cittadini Italiani eleggiamo gli Amministratori dello Stato ai quali affidiamo, per periodi di tempo limitati, l’amministrazione dello Stato che opera esclusivamente per la protezione e per il miglioramento della qualità della vita dei presenti e futuri Cittadini Italiani.
  • Lo Stato amministra tramite la formulazione di leggi e di disposizioni esecutive compatibili con le leggi derivanti dalla presente Costituzione
  • Lo Stato coopta Amministratori dello Stato, non-eletti e per periodi di tempo limitati, per l’esecuzione delle proprie funzioni.
  • I conflitti di interesse che coinvolgono Cittadini e Società, incluso lo Stato, italiani e non italiani, sono risolti pacificamente ed efficientemente dall’Amministrazione della Giustizia.

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Lo Stato dunque è cosa diversa e subordinata alla volontà dei Cittadini Italiani associatisi nella Repubblica Italiana.

Fra i beni patrimoniali di proprietà dello Stato, e da esso amministrati, ci sono non esaustivamente:

  • il territorio non assegnato in proprietà ai Cittadini e alle Società private e pubbliche come ad esempio i Comuni
  • le proprietà mobili e immobili quali ad esempio il debito dello Stato e le partecipazioni in imprese e altre Società.

All’organizzazione dello Stato e alle sue primarie funzioni sono dedicati molti dei successivi articoli.

D3.0 – Articolo 3 – L’Italia

Articolo 3 – L’Italia

  • L’Italia è il territorio italiano
  • L’Italia è suddivisa in parti che sono di proprietà delle Società e dei Cittadini, italiani e non italiani.
  • L’Italia, in tutte le sue parti, è amministrata dai rispettivi proprietari nel rispetto delle leggi che discendono dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

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Commentario

L’enfasi linguistica dell’attuale Costituzione induce qualche potenziale misinterpretazione. Per esempio l’Articolo 1 dell’attuale Costituzione (L’Italia è una Repubblica fondata ..) non è particolaremente diretto, linerare, inequivoco. Preferiamo la chiarezza non ambigua e adottiamo il principio secondo il quale l’Italia è il nome con il quale universalmente viene designato il territorio italiano.

Sono i confini in 3D del territorio (inclusi sottosuolo, mari e cieli) che delimitano, facendoli coincidere,  il dominio, l’ambito fisico, la giurisdizione entro i quali valgono le leggi italiane e prima fra tutte la Costituzione.

I singoli Cittadini e Società, italiani e non italiani, sono proprietari di frazioni del territorio italiano. Ad alcune Società di attribuisce l’aggettivo “pubblico” per ragioni storiche, sempre meno corrispondeni all’iniziale criterio territoriale secondo il quale esse erano di proprietà di un singolo prìncipe. Nel tempo le grandi proprietà territoriali sono passate ai Cittadini residenti in certe aree continue chiamate Comuni, Regioni, Stato, Parchi e in altro modo.  Ora è sempre meno distinguibile la natura pubblica o privata delle Società.

Il frazionamento della proprietà del territorio italiano non implica affatto il frazionamento della giurisdizione che rimane unitaria anche accadesse, nel caso estremo, che la maggior parte del territorio fosse di proprietà di Cittadini e Società non italiani.

Esistono molte forme di società come l’antica famiglia, le più recenti e più diversificate unioni civili, le società collettive territoriali come i Comuni o lo Stato, le società di impresa, le società civiche, le società sovranazionali o internazionali.

D3.0 – Articolo 2 – Le Società

Articolo 02 – Le Società

  • Le Società sono fondamento dell’intera società umana. Gli esseri umani si aggregano, contemporaneamente in molteplici società, e se ne disassociano liberamente
  • Noi Cittadini Italiani siamo consapevoli che le aspirazioni di ciascuno si realizzano con la partecipazione di altri individui.
  • Noi Cittadini Italiani riconosciamo le Società nelle quali si aggregano Cittadini, anche non italiani.
  • Gli individui non appartengono alle Società; al contrario ne possiedono una quota.

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Commentario

Da sempre gli esseri umani si associano, formano gruppi e anche li sciolgono quando vengono meno le forze dell’attrattività reciproca.

Gli effetti dell’attrattività assomigliano a quelli della gravità. Si vedono, ma sono ancora inspiegati, misteriosi e anche un pò magici. L’attrattività è un fenomeno che non richiede alcuna dimostrazione; semplicemente accade e gli individui lo considerano un gradevole fatto naturale. L’attrattività umana è però diversa dalla gravità che è monopolare. L’uomo può agire anche come il lato respingente di un sistema bipolare. Da una parte attrae e dall’altra respinge; in tutti i casi non sempre e non per sempre. L’attrattività attraversa i muri più solidi e nulla può ostacolarne gli effetti se non la distanza. La repulsione agisce in opposta direzione all’attrattività, ma secondo le stesse leggi.  La repulsione può essere tollerata dall’uomo, ma diventa esplosivamente distruttiva se troppo coercita nel ristretto forzoso di una relazione. L’attrattività piace agli umani che, pur di andare d’accordo, rinunciano alla libertà assoluta e anche a molte libertà relative. Agli umani l’attrattività piace con tale passione che, se respinti, sono capaci di uccidere. Solo la tolleranza implicita nella democrazia consente di evitare l’inefficiente conversione forzata “all’unica verità”.

Stupisce che la Costituzione 2.0 (quella attuale) dedichi alle Società uno spazio limitato, frammentato e disordinato, tanto da farle sembrare un argomento tabù che non si può evitare e perciò è opportuno dire il meno possibile. In qualche Articolo si percepisce perfino una paura latente verso le Società, verso alcune Società, o forse verso tutte le Società diverse dalla Società Repubblica Italiana.

La Costituzione2016 intende invece dare adeguato ruolo e importante spazio alle Società, che dopo i Cittadini persone fisiche sono il secondo attore della Società Repubblica Italiana e per questo li poniamo nel secondo Articolo della Costituzione2016.

Altrettanto stranamente la Costituzione attuale molto raramente nomina l’individuo, o il Cittadino, come titolare di diritti individuali o attore primo della Costituzione; quasi a significare che sarebbe prudente limitare l’egoismo del singolo, il suo spirito anarchico, la sua innata asocialità, il suo istinto di rapina, la sua violenta bramosia, la sua brutalità morale verso il prossimo. Si intuisce un sotterraneo desiderio di limitare la libertà individuale a favore di organismi collettivi che, inspiegabilmente, sarebbero meno ingiusti, meno ladri, meno violenti, meno bramosi, più liberi dalle oscure pulsioni morali degli individui. Se la percezione e il sospetto fossero fondati, vi sarebbe però una sovversione dell’Articolo 30 nella Dichiarazione dei Diritti Umani: Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

La realtà dei fatti è che l’individuo, nonostante i peggiori sospetti, esiste e fermamente vuole associarsi con altri individui, vuole dare vita a Società regolate da Costituzioni che tendono a limitare il potere concentrato dei totalitarismi che per questo manifestano furibondo odio per le Costituzioni. I totalitarismi più perversi hanno resisitito a lungo, ma alla fine anche loro sono stati costretti a dotarsi di Costituzioni, seppure di facciata nel tentativo di rendersi almeno  formalmente credibili agli occhi del Mondo.

Questa stessa Costituzione2016, ancor più delle precedenti, è un atto di associazione fra individui liberi e solidali.

L’individuo vuole però anche potersi disassociare dalle Società che lo obbligano a comportamenti il cui scopo non condivide. Se un tempo l’esilio era una sorta di condanna a morte dall’esecuzione differita, ora sono gli individui che vogliono lasciare il gruppo quando il gruppo non soddisfa le loro esigenze sociali. L’individuo non gradisce i confini e non vuole limitare il suo diritto ad associarsi in Società che si estendono oltre i confini nazionali. L’individuo vuole associarsi senza limiti di spazio, di tempo, di intenti, di numero, di qualità dei soci. Regolare le Società non vuol suggerire però che i confini debbano sparire; regolare vuol dire concordare sui criteri di entrata e di uscita sulla base delle regole vigenti nella Società.

Al secondo e terzo punto si chiarisce che i Cittadini Italiani intendono rafforzare la Costituzione della Società “Repubblica Italiana” favorendo la libera associazione senza confini.

All’ultimo punto si ribadisce, e non è mai abbastanza, l’Articolo 30 della Carta Universale dei Diritti Umani. Anche la Costituzione2016 è avversa alla prevalenza delle Società sui singoli individui. Le Società meritano l’importanza di essere al secondo Articolo, cioè in alto nelle priorità e comunque subordinate alla sovranità dell’individuo, dei Cittadini. Per dare concreta applicazione al principio di prevalenza dell’individuo, l’Articolo 2 afferma che nessun individuo “appartiene” ad un gruppo, semmai sono i Cittadini-soci che detengono una quota di proprietà sulle Società alle quali partecipano, e con la proprietà detengono il pieno diritto di determinarne il destino.

 

D3.0 – Articolo 1 – La Sovranità individuale e gli Italiani

Articolo 1
La Sovranità individuale e gli Italiani

  • Ciascun essere umano è un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sui propri beni, sulle proprie risorse.
  • Noi Cittadini Italiani abbiamo ereditato dai nostri predecessori l’Italia e il diritto di chiamarci Cittadini Italiani.

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Commentario

L’attuale Articolo 1 della Costituzione recita:

  • L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
  • La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

I costituenti hanno posto l’Italia nell’incipit della Costituzione e nel ruolo attore di tutto ciò che segue. Non è però chiaro chi o cosa sia l’Italia: un territorio o una collettività? Un territorio può essere “cosa pubblica”, ma si intuisce che l’idea di Repubblica implichi una forma organizzativa che riguarda sia le persone sia le cose, fra le quali anche il territorio. La correlazione fra le persone e le cose appartenenti all’Italia e della Repubblica, o viceversa, appare piuttosto vaga. Le nebbie non vengono diradate nemmeno dall’aiutino indotto dalla parola democratica della quale non esiste un’inequivoca definizione. In queste prime tre parole (Italia, Repubblica, democratica) ci sono troppi sottintesi, troppe possibili interpretazioni, troppi complessi rimandi ad altro ancora da spiegare. La Costituzione è dei Cittadini e per i Cittadini; deve essere chiara e leggibile da tutti senza l’aiuto interpretativo di iniziati al culto costituzionale.

La complessità dell’Articolo 1 continua e si aggrava sull’espressione “fondata sul lavoro” che sembra richiamare l’idea che tutti debbano (?), possano (?) lavorare. Ma perché bisognerebbe lavorare? Si tratta di un rimando alla cultura protestante secondo la quale il lavoro non solo gratifica, ma anche santifica? Purtroppo esistono esempi di interpretazioni alquanto terribili. Da ottimisti preferiamo pensare l’idea di fondo sia che tutti dovrebbero contribuire alla comunità portando valore aggiunto a sé stessi e agli altri. Il principio può essere molto apprezzabile e generoso, ma è comunque un enigma da decodificare.

Nel secondo punto viene introdotto nel secondo punto: la sovranità. La Treccani ne spiega i significati (plurale) con non meno di 250 parole. Mentre il Dizionario del Corriere propone: a) La sovranità è il potere pieno e indipendente, come qualità giuridica e potestà politica – b) la sovranità popolare, è il principio per cui il potere dello Stato si fonda sulla volontà di tutti i suoi cittadini – c) la sovranità della legge è l’autorità suprema e generale della legge. Le contraddizioni si sommano e si incrociano.

Nell’attuale Articolo 1 si intende che la sovranità sta nello Stato? In questo caso è palese la contraddizione con la sostanza della Repubblica Democratica. Gli inglesi non indulgono su strani giri di parole: la sovranità sta nel Parlamento.

Sovranità vuol dire pieno potere? Ma allora è importante definire chi possegga il potere e lo possa esercitare.

A qualcuno è venuto il dubbio che i costituenti si sarebbero lasciati prendere dalla sfiducia sull’autonoma “capacità di decidere” dei Cittadini. Forse i dubbi dei costituenti si reggevano su argomenti razionali e oggettivi; oggi il mondo è diverso e segnaliamo che le statistiche raccontano che in questi decenni quando si vota su “cose” rilevanti (referendum) i Cittadini partecipano numerosi e gli esiti sono rimarchevoli, mentre quando si votano le persone (politica) la partecipazione cala velocemente. Con l’esperienza di oggi, riteniamo che:

  1. la sovranità o esiste senza limitazioni oppure non è sovranità
  2. è più opportuno essere crudamente chiari che ipocritamente confusi.

Nella provocatoria proposta di Costituzione, versione 2016, abbiamo riesumato due principi fondanti già presenti nell’attuale Costituzione: l’individualità e la diversità. Se essi sono dissimulati in complesse circonvoluzioni dialettiche è perchè all’epoca della stesura della versione 1947 molti saggi compromessi ammorbidirono gli spigoli e la forza della rivoluzione civile. Non fu possibile cambiare in un giorno le caratteristiche fondanti della precedente cultura civica quali ad esempio le appartenenze, la nazione, l’autorità discendente dall’alto, l’irrilevanza civile delle donne e dei figli, l’onore, il sangue. Ma sono passati settant’anni e ora possiamo ripulire e lucidare gli articoli della Costituzione 1947.

Uno dei più rischiosi compromessi culturali riguarda l’uguaglianza. Da diversi secoli la parola uguaglianza è stata usata, prima dalla borghesia e poi dai “proletari”, in chiave anti-classe contro la diversità dei gruppi aristocratici, dei gruppi militari, dei gruppi dei ministri delle religioni e di altre categorie di privilegiati (ciascuna dotata di regole civili proprie). Guardando ancora più indietro nel tempo, la parola uguaglianza ha da sempre distinto gli appartenenti ad una certo gruppo di persone diverso da altri gruppi di persone. La lenta evoluzione della convivenza civile ha progressivamente diminuito le differenze fra gruppi fino a che l’umanità a cominciato a sognare un’unica società mondiale di uguali. Siamo forse troppo ottimisti nel pensare che quasi ci siamo? Forse in effetti siamo troppo ottimisti e la realtà ci racconta che in effetti l’uguaglianza è ancora utilizzata per dividere, distinguere fra noi e loro, come nel caso della fanatica uguaglianza pseudo-religiosa.  Possiamo però sperare che questi fenomeni siano quantitativamente molto più limitati che in passato i diminuzione.  Possiamo sperare che il problema ora non sia più quello dell’uguaglianza, ma quello della diversità individuale. Teoricamente la democrazia è il luogo delle diversità di opinioni, di  religione, di caratteristiche fisiche, di preferenze, di aspettative per il futuro. La sfida è ora quella di rispettare le diversità individuali. Per dare un segno concreto del passaggio evolutivo dalla versione 1947 alla versione 2016, anticipiamo e rafforziamo i principio delle diversità individuali.

Non abbiamo ancora risolto un quesito: chi sono i Cittadini Italiani?

Nella Storia ciascuna comunità umana si è dichiarata l’unica nazione dei veri e unici uomini; ciascuna comunità riteneva che tutti gli altri fossero “non-umani” o “umani di ordine inferiore”. È la prima volta che una comunità umana dichiara di non essere l’unica vera nazione dei veri e unici uomini. I Cittadini Italiani sono solo una parte, un sottoinsieme, degli esseri umani. Sono gli esseri umani tutti ad essere individualmente sovrani, senza alcuna limitazione. Conseguentemente anche i Cittadini Italiani sono individualmente sovrani. L’italianità deriva solamente dal fatto di riconoscersi l’un l’altro parte di una società “italiana” il cui atto costitutivo è appunto la Costituzione alla quale esplicitamente aderiscono.

Non vi è senso logico nell’affermare che i Cittadini esercitano la loro sovranità nei limiti della Costituzione che essi stessi hanno scritto. È ovvio che i Cittadini sottoscrivono un patto costituzionale paritetico fra Cittadini che si presume rispetteranno. Abbiamo superato la necessità culturale di questa circonvoluzione linguistica e possiamo guardare con serenità alla nuova prospettiva di sovranità individuale illimitata che è condizione necessaria per poter impostare accordi sociali fra pari quale è la Costituzione.

La Costituzione 3.0 del 2016

La democrazia è vecchia e stanca. La “stagnazione secolare” rattrista la vitalità dei Cittadini che l’hanno inventata e applicata con successo. La forma di governo “democrazia” non sembra più in grado di produrre sogni, crescita e maggiore qualità della vita. La democrazia sembra si stia prendendo una pausa, forse secolare, e forse ha passato il testimone alle così dette “economie emergenti” che sono guidate per lo più da forme di governo centralizzate.

La situazione impone una scelta: le democrazie o vanno messe ad ammuffire nei polverosi studi degli azzeccagarbugli o devono essere rinfrescate per rilanciare con la versione 3.0. È probabilmente il momento giusto di provocare, di scandalizzare, di dissacrare se necessario, di mettere nelle teche dei musei la vecchia cara democrazia 2.0, quella che ha funzionato dal 1945 ad oggi (dal 1947 per l’Italia). In ogni caso è ora di rinnovare, di metterci alla prova con il nuovo.

Non è stato finora possibile estrarre dai database dell’ONU i dati relativi alla storia e ai contenuti delle costituzioni dei circa 200 Paesi aderenti; fortunatamente ci sta pensando Google con il suo sito Constitute nel quale vengono poste a confronto le costituzioni di 194 Paesi.  Le date sono già un’informazione piuttosto scioccante.

Dem 0 – Dalle origini delle Società umane al 1800, non abbiamo trovato notizie storiche certe; quelle disponibili conducono a solo cinque Costituzioni arrivate, emendate e quasi senza interruzioni, fino ai giorni nostri:

  • UK dal 1215
  • USA dal 1787
  • Francia 1791
  • Olanda 1795
  • Svizzera 1798.

Alcune sono state democrazie effettive (USA, Svizzera), altre sono state embrioni di democrazie in transizione, più o meno morbida, da governi centralizzati a democrazie

Dem 1 – Nei 145 anni fra il 1800 e il 1945 i Paesi con Costituzione sono passati dai cinque a poco più di una dozzina. Un secolo e mezzo speso per un deludente raddoppio.

Dem 2 – Dal 1945 ad oggi le Costituzioni sono esplose e tutti i 194 Paesi sono ora dotati di Costituzione. Gli ultimi 45 Paesi si sono aggiunti dopo il 2000. Il 1945 è stato l’anno della svolta, il canto del cigno degli ultimi psicotici tentativi di mantenere il potere centralizzato. Da allora in poi i punti di decisione abbandonano il “centro” per avvicinarsi progressivamente ai problemi da risolvere.

Dobbiamo a questo punto ricordarci che la Costituzione è un fattore essenziale, ma non sufficiente per istituire una democrazia; inoltre non esistono criteri condivisi per separare gli Stati solo Costituzionali dagli Stati sostanzialmente Democratici. È ancora più difficile distinguere gli Stati con governi centralizzati e dagli Stati con poteri decisionali relativamente distribuiti.

Dem 3.0 –  Dem 2 ha dato una spinta enorme allo sviluppo dell’umanità. Nella direzione giusta? Le opinioni non sono concordi; nei dibattiti i sostenitori della decrescita sono molti. Gli indicatori raccontano condizioni di vita in miglioramento nonostante l’esplosione demografica che è in sè un indicatore di miglioramento; vi è maggiore aspettativa di vita, più malattie sono evitabili e curabili, la popolazione è più alfabetizzata. Vi sono, in contrasto, altri indicatori sfavorevoli come ad esempio il noto indice di Gini o la maggiore distanza nelle retribuzioni. Ma non è questo il luogo dove confrontarci sulle qualità o sui disvalori della crescita. Qui si tratta di comprendere se non sia il caso di lanciare la sfida, di proporre, di verificare se davvero, ai fini di una maggiore qualità della vita, possa essere utile una diversa Costituzione, più matura, meno enfatica nel linguaggio, più chiara, che inglobi quanto imparato in settant’anni di democrazia 2.0.

 

Prologo per una democrazia 3.0

Democrazia – Il presupposto per una democrazia 3.0 è che i cittadini ai quali ci rivolgiamo abbiano scelto ed interiorizzato la preferenza per la forma organizzativa di governo chiamata Democrazia:

  • Principio –La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni. La democrazia non è il luogo degli uguali, ma il luogo dei diversi.
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi, contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene. Gli individui non appartengono alle società, ma al contrario ne possiedono una quota.

Storia della democrazia –  Non è inutile ricordare quanto recenti e poco esperte siano le organizzazioni con governo democratico:

  • Dem0 – In una fase che potremmo definire dem0, dalle origini alla fine del ‘700, la democrazia è stata sperimentata a macchia di leopardo in una sequenza di errori e aggiustamenti.
  • Dem1 – Alla fine del ‘700 alcuni Paesi hanno adottato organizzazioni democratiche funzionanti e stabili, per esempio le Sette Provincie Olandesi, gli USA, la Svizzera, UK con la sua progressiva trasformazione e pochissime altre.
  • Dem2 – Con la WWII (Seconda Guerra Mondiale) la democrazia è stata adottata in numerosi Paesi che hanno subito sentito la necessità di ulteriori organismi sovranazionali, ugualmente democratici, come l’EU, la BCE, l’ONU, il WTO, FMI, il Tribunale dell’Aja.
  • Dem3? – In questi anni ci chiediamo se dem2 regga al potente sviluppo dell’uomo generato delle democrazie moderne. Specialmente ci chiediamo se dem2 sia in grado di riconfigurarsi alla luce delle complessità:
    • delle democrazie multilivello oramai già largamente operative (Città, Regione, Paese, Continente, Globo)
    • della rapida scomparsa dei confini
    • dei poteri sempre meno centralizzati e spinti in giù al più basso livello possibile di decidibilità
    • dell’interazione peer-to-peer fra individui che supera qualsiasi confine fra società. Nel bene e nel male, la società liquida descritta da Baumann è globale e sta sfidando ogni confine, ogni separazione, ogni uniformità.

Cultura – Gli uomini hanno memoria e tendono a ripetere i comportamenti ritenuti di “successo”.

  • Individuo – Ciascun individuo fa decantare l’esperienza e la deposita in un catalogo di comportamenti che può essere trasmesso agli altri e alla sua discendenza con una infinità di mezzi attivi (racconti orali, scritti, rappresentati, ecc.) e passivi (per imitazione, per osservazione, ecc.).
  • Comunità – Ciascuno ha un proprio catalogo unico di comportamenti che costituisce il suo DNA etico. Quando molti elementi del catalogo sono comuni ad altri, si forma una comunità entro la quale gli individui si riconoscono e sono l’un l’altro affidabilmente prevedibili
  • Efficienza – L’efficienza è il prodotto principale del complesso processo di apprendimento dei “comportamenti di successo”: riduce il numero di errori, fa risparmiare energia, risorse e tempo, rende prevedibili i comportamenti dei membri della comunità, accelera lo scambio informativo, aumenta la cooperazione e in definitiva accumula una forza collettiva più che proporzionale a quella dei singoli individui. Aumenta le possibilità di resistere alle forze della natura e di competere con altri gruppi.
  • Standard – Pensate a cosa succederebbe se invece di circolare a destra, ciascuno circolasse a suo modo. La cultura (catalogo dei comportamenti) è il substrato che stimola l’invenzione e l’uso degli standard, il diametro dei tubi, le prese elettriche, il metro; anche il Diritto è uno standard. Senza standard dovremmo inventare l’acqua calda tutti i giorni. L’efficienza implicita dell’uso degli standard consente di recuperare tempo ed energia a favore dell’innovazione; ma l’innovazione non è cultura, semmai è il contrario: la cultura tende a produrre ripetitività, sicura tranquillizzante ripetitività.
  • Errori e innovazione – La cultura tende a omogeneizzare, uniformare, congelare i comportamenti “utili” in una ripetizione senza fine. Questa è una tendenza che però mai conduce al tutto uguale e ripetitivo. In un contesto in evoluzione, i comportamenti ripetitivi producono errori, inefficienze e anche gravi danni.  Fortunatamente la cultura contiene in sé anche i processi per riconoscimento degli errori e delle inefficienze, i processi di apprendimento, di innovazione e di sperimentazione. In sostanza la cultura da un lato rende tutto più efficiente, dall’altro apre la porta alla non-cultura, alla comprensione dell’inesplorato, del barbaro, dell’inesplicato e infine al cambiamento.
  • Qualità della vita – La cultura interpretata esclusivamente come efficienza, sicurezza, ripetitività non rende giustizia alla complessità dell’apprendimento proprio della cultura stessa. Solo una parte della vita è misurabile in termini di “successo quantitativo”; una larghissima parte dell’applicazione della cultura produce risultati percettibili, ma non misurabili. La cultura migliora la qualità della vita anche su dimensioni ancora poco esplorate come quelle dei sensi, dei sentimenti, dell’estetica. Nessuno sa cosa veramente vuol dire “successo”; può essere sinonimo di “qualità della vita”?

Morale ed etica – Fino al recente passato i due termini sono stati sovrapponibili. Entrambe le parole, morale ed etica, pongono in relazione l’individuo con i suoi pari e con un “alto”, più o meno trascendente. Col passare del tempo e con la crescente consapevolezza delle logiche (valori) della democrazia si avverte l’esigenza di distinguere e specializzare i significati delle due parole. Ecco un’ipotesi che sta facendosi strada:

  • La morale riguarda ciò che l’uomo deve al trascendente. La morale si converte in comportamenti quotidiani che discendono dalla fede/fiducia nella più grande capacità dell’”alto”, un capo o un’entità trascendente. L’espressione “rendere conto alla propria coscienza” bene interpreta il prevalere della coscienza, dell’immutabilità e dell’eternità delle leggi della morale. Nello stesso tempo descrive il conflitto fra individui che rispondo a coscienze (morali) diverse. Sono quotidianamente sotto i nostri occhi i tragici effetti delle morali di massa (società culturalmente troppo omogenee) che violentemente si scontrano. La democrazia al contrario è un sistema che tende a realizzare la convivenza pacifica fra individui con diverse morali; la democrazia è appunto il luogo dei diversi, a patto che tutti subordinino la propria individuale morale all’etica.
  • L’etica riguarda ciò che l’uomo deve ai suoi pari. L’etica ha labili interdipendenze con la morale. L’etica è l’insieme dei comportamenti, delle regole, che i membri di ciascuna società decidono di adottare; indipendentemente dalla morale di ciascuno. Al contrario della morale, l’etica non ha alcuna pretesa di totalità; all’etica è sufficiente che solo alcuni comportamenti siano comuni ai membri della società. Per i rimanenti comportamenti, ciascuno è libero di agire come crede. L’etica cambia con il mutare del contesto; il meccanismo del cambiare sta nei membri della società e non richiede il coinvolgimento dell’”alto”; la coerenza fra morale ed etica è un problema che deve essere risolto da ciascun individuo, nell’unicità della sua anima.

La morale risponde ad un codice totale, unitario, eterno, immutabile come spesso è scritto in un testo millenario.
L’etica risponde al cangiante insieme della cultura comune, delle regole non scritte e delle regole scritte, delle norme, delle leggi e delle costituzioni.
La distinzione fra morale ed etica assomiglia molto a quell’altra interessante differenza fra ius e lex, la legge della natura e la legge degli uomini. Ma questa è un’altra storia.

Beni comuni – Le società sono tali in quanto i loro membri condividono almeno un obiettivo comune. La democrazia separa la grande visione individuale (totale, unitaria, pervasiva) dai singoli obbiettivi “societari” (concreti, tangibili, limitati). In altri termini la democrazia agisce (prevalentemente e perciò non esclusivamente) sui cosiddetti “beni comuni” che a questo punto è indispensabile definire.
In generale la proprietà definisce il “bene”. La proprietà di un campo non richiede di distinguere i singoli sassi, piante e tipi di terra e acqua. La delimitazione geometrica è sufficiente a definire il “bene campo”. A maggior ragione i “beni comuni” sono identificati dalla proprietà, per esempio le scale sono proprietà collettiva dei condomini, la strada comunale è proprietà collettiva degli abitanti del comune. Molto più complesso è identificare oggetti dei quali è impossibile riconoscere la proprietà (per esempio l’aria). Questa eccezionalità, ci porta ad assimilare la proprietà alla responsabilità, all’accountabilty, su alcune caratteristiche del bene (indicatori); per esempio la quantità delle polveri sottili in una certa area. L’approfondimento in questa direzione ci porta lontano dal tema democrazia 3.0; ai nostri fini l’individuazione della proprietà è probabilmente un fattore sufficientemente dirimente per determinare i confini dei beni comuni.

Economia – Poiché in democrazia molti sono coinvolti nelle decisioni è necessario un sistema di misurazione comprensibile a tutti: ed “economia” fu. L’economia è un insieme di standard e di regole che tutti, persone e società, condividono e usano per efficientemente comunicare. Laddove la conoscenza dell’economia è lacunosa, la comunicazione si carica di ambiguità, si fa inaffidabile e talvolta fantasiosa (non sempre in senso positivo).

Politica – La parola rappresenta una sfida concettuale e organizzativa che richiede una preliminare “rimessa a nuovo”, una ripulitura dalle incrostazioni millenarie che vi si sono depositate sopra.

  • I cittadini sovrani affidano una parte dei propri beni agli Amministratori Pubblici. La politica è sostanzialmente il compito di amministrare i beni comuni, aggregati in ciascuna società (es:il comune, il territorio italiano), al fine di farli “rendere” in termini di migliore qualità della vita. Questo concetto è espresso, talvolta con complicate parafrasi, nelle Costituzioni democratiche.
  • Non abbiamo alcuna proposta sulla definizione di “qualità della vita”. Abbiamo però sufficienti argomentazioni per affermare che essa non è definibile in altro modo se non nella descrizione che ciascun individuo ne dà per sè stesso. La prima argomentazione risiede nel fatto che è insito nel concetto stesso di democrazia che ciascun individuo possa immaginare un proprio futuro e provi a realizzarlo. Già questa individualità costituisce di per sé l’ostacolo principale a definire un unico standard di “qualità della vita”. Al contrario, nei “sistemi centralistici” lo standard unico per tutti è il prerequisito fondante.
  • In democrazia la convergenza di interesse (qualità della vita) fra individui è temporanea. Per esemplificare, nei contratti è obbligatorio indicare la data di scadenza del contratto, pena la sua invalidità. Stiamo mettendo a fuoco che:
    • la morale può porre obiettivi totali, immutabili e centralmente governabili (forse)
    • al contrario in democrazia la “qualità della vita” è un obiettivo mobile.

In conclusione potremmo supporre che i Paesi, che chiamiamo più avanzati, abbiano prodotto una qualità della vita maggiore di qualsiasi altro Paese. Ma potrebbe non essere vero. Lasciamo la confutazione di questo diffuso convincimento a chi invece ritiene che altri Paesi e culture abbiano ottenuto risultati migliori. Pragmaticamente il dibattito fra le due fazioni potrebbe rivelarsi un’illusione intellettuale, un errore di identificazione degli obiettivi. Parrebbe infatti poco utile distinguere chi sia di maggiore successo in un mondo che ha rallentato la produzione di valore aggiunto. La domanda cruciale sembra piuttosto essere: come si può tornare a produrre valore aggiunto (qualità della vita)?

Quale organizzazione della società potrà liberare energie potenti almeno quanto hanno fatto i sistemi democratici negli ultimi due secoli? Ci sarà una dem3 che proietterà i nostri figli in un mondo entusiasmante? Come sarà fatta?
Gli indizi e i sintomi dell’esistenza di una dem3 in sperimentazione sono visibili. Ma questa è storia in divenire, da narrare in altri capitoli.

I valori della #Democrazia sono largamente sopravvalutati

Il primo errore di valutazione sta nel far riferimento ad essi come se fossero i principi fondanti di un’ideologia e o di una religione; ma la democrazia non è un’ideologia, è un metodo organizzativo, una forma di governo.

Il secondo errore sta appunto nel ritenere che nelle democrazie siano andati smarriti i valori fondanti. Non è stato perduto alcun valore, tantomeno quelli fondanti. Al contrario la democrazia ha vinto su ogni altra forma di governo; ha dimostrato di essere la più equa forma di governo mai applicata dall’umanità, oltre che la più rapida nel produrre qualità della vita. Nulla lascia intravvedere che il percorso si interrompa. I valori della democrazia, se esistono, hanno funzionato e funzionano bene. Anzi, la democrazia ha funzionato bene nonostante sia difficile identificarne i valori.

La democrazia è stata inventata per sostituire l’esausto e millenario modello organizzativo centralistico. A questo modello dobbiamo riconoscere i notevoli risultati raggiunti nelle società umane che contavano più di qualche centinaio o migliaio di persone. Le tribù dapprima sono diventate etnie e poi, crescendo, hanno progressivamente perduto l’omogeneità interna. Il fenomeno richiese il passaggio a forme di governo (regni) in grado di gestire gli accorpamenti di culture diverse. I regni, con massa ed estensione ancora più grande, divennero imperi.  In quest’ultima fase evolutiva,  la vecchia, ma mai ferma Europa, propose esperimenti sociali come la tanto ammirata, quanto fallimentare, rivoluzione francese, e in seguito i regimi nazionalfascisti o comunisti. Molti imperi vennero sostituiti da governi sempre fortemente centralistici che però già fingevano di essere elettivi.

Solo poche società si sono sottratte ai passaggi violenti che le trasformazioni repentine implicano. Le pragmatiche società del nord-Europa, dove il nord non è il centro, si sono intelligentemente, progressivamente e tempestivamente adattate all’evoluzione del contesto.

È curioso che i Paesi apripista nella sperimentazione di nuovi modelli sociali e di governo vengano indicati, quasi vergognosamente, con la parafrasi “economie avanzate”. Non è comprensibile la vergogna di riconoscere che i governi democratici hanno dato ai propri cittadini un beneficio maggiore di quanto abbiamo dato i governi centralistici, per esempio quelli del socialismo reale.

Il beneficio della democrazia è stato solo economico? Sarebbe un grave errore ritenere che la capacità di misurare i fenomeni economici, tipica delle democrazie, sia invece una una focalizziazione delle democrazie sui soli aspetti economici; il che condurrebbe alla distruzione del sistema sociale. L’argomentazione “la democrazia si occupa solo di economia e non dell’uomo” è ideologica ed è empiricamente inverosimile perché:

  1. Lo “sviluppo dell’uomo”, in altri termini una migliore equità fra esseri umani, è uno dei più brillanti risultati delle democrazie
  2. I socialismi, anche quelli devianti, hanno radicato la loro fede nelle teorie economiche di metà ottocento. Sono quindi i socialismi che hanno elevato le fragili teorie economiche ad utopie ideologiche; la loro applicazione nella realtà ha avuto impatto sfavorevole sulla qualità della vita dei Cittadini.

Nelle democrazie non si misurano i benefici sociali qualitativi, non perchè esse siano disinteressate o non vogliano, ma perché tali “qualità” sono non misurabili con gli strumenti attuali. Ciò nonostante il modello liberal democratico produce comunque ampi benefici sociali che appunto spaziano ben oltre il misurabile. Gli indicatori economici, come ad esempio il tanto contestato PIL e la ancor più contestata produttività (valore aggiunto), sono il prodotto di un’intelligenza diffusa, analitica, pragmatica, che apprende dall’esperienza e si adatta. Misurare è saper vedere, saper imparare e saper innovare; il ragionamento democratico non si ferma al piano delle teorie filosofiche ed economiche, al contrario le usa ma anche le sfida e quasi sempre le demolisce. Ciò detto, chi a lungo ha disprezato l’economia, ha dovuto seguire corsi accelerati di recupero.

Dello smarrimento della democrazia bisogna però prendere atto; è un sentimento che cresce in quella terra di mezzo che sta fra gli ormai bisecolari modelli organizzativi delle democrazie e i nuovi modelli sperimentali del terzo millennio.

I vecchi, e stanchi, Stati europei hanno generato, per mitosi, per distacco, le democrazie ultra-oceaniche, libere dagli inceppamenti della storia. Le nuove e le vecchie democrazie si ritrovano di nuovo insieme per fare i conti con i nuovi fenomeni che loro stesse hanno realizzato; per esempio la sparizione dei confini. Nessuno vuole rinunciare al faticosamente conquistato beneficio della libertà di circolazione delle persone; nonostante vi siano nuovi arrivati, che riconoscono il grande vantaggio di un mondo senza confini e pretendono di goderne senza averne letto il manuale d’uso. D’altra parte chi legge più i manuali d’uso? Il trambusto migratorio distrae l’attenzione e fa sembrare la scomparsa dei confini un male della democrazia. È invece un male prodotto da Amministratori Pubblici incapaci. Lo stesso vale per la libera circolazione delle merci, del denaro, per arrivare alla realizzazione degli altri diritti dell’uomo e dell’individuo.

Torniamo perciò al punto dei “valori della democrazia”. Esistono? Esiste un testo di riferimento che elenchi e descriva i valori della democrazia? Non ho una risposta, ma forse si può fare un esercizio che distilli i “valori della democrazia” dalle Costituzioni (che però sono i documenti organizzativi che definiscono il modello di governo di ciascuno Stato). Purtroppo a chi scrive viene in mente un solo principio e un solo assioma:

  • Principio – La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene, alle quali non appartengono, ma delle quali possiedono partecipazioni.

Perché le democrazie sarebbero stanche? Non sono stanche, sono invece scientemente ostacolate nella loro evoluzione da una enorme popolazione di Amministratori Pubblici, eletti e cooptati, che difende una propria pretesa superiorità sui Cittadini.
Nei tempi andati è stato necessario rimuovere re, imperatori e le loro burocrazie; ora si tratta di ridimensionare il potere degli Amministratori Pubblici nazionali. Le Nazioni servono sempre meno; sono anacronistiche; ai Cittadini servono nuove società nelle quali risiedere temporaneamente e anche contemporaneamente. Gli uomini sono ora più liberi, più prosperi, più sovrani sul proprio destino. Gli Amministratori Pubblici non si capacitano e resistono.

Molti Cittadini però ancora esitano.
Molti Cittadini credono ancora nell’efficacia dei sistemi centralizzati.
Molti Cittadini credono che lo Stato, gli Amministratori Pubblici, siano “migliori” dei “propri” Cittadini.
I fatti quotidianamente (di)mostrano esattamente il contrario, eppure …

Ecco allora qualche domanda che potrebbe fornire qualche spunto per una rifondazione dei rapporti fra gli stessi Cittadini Sovrani e fra Cittadini e Amministratori Pubblici:

  1. Gli Amministratori Pubblici Nazionali non vogliono cedere il controllo sui loro servizi di intelligence nazionale. Per quale razionale motivo un cittadino italiano e uno tedesco dovrebbero opporsi ad un servizio di intelligence europea, continentale o addirittura di più vasta portata?
  2. Gli Amministratori Pubblici si riservano di decidere dove debba essere la residenza fiscale dei “loro” Cittadini. Gli AP hanno facoltà di decidere la residenza fiscale di ciascuno secondo il principio geografico del “centro degli interessi” non solo della singola persona, ma addirittura di tutta la sua famiglia. Perché un Cittadino non può avere interessi in vari Paesi e avere la certezza di pagare il giusto contributo fiscale a seconda dei servizi dei quali usufruisce in ciascun Paese?
  3. Gli Amministratori Pubblici tendono ad assecondare l’abolizione di Schengen. I Cittadini sono sicuri che gli AP non stiano approfittando dello stato emotivo generale per rafforzare il controllo nazionalistico dei propri confini? Sono sicuri i Cittadini che questo non sia strumentale a ritardare la creazione di servizi federali europei? Non è che gli AP stanno boicottando l’Europa e resistono alla creazione di un’Europa per i Cittadini, un’Europa con un governo elettivo, democratico?

Vi è la percezione piuttosto diffusa che l’Europa abbia un modello di governo primitivamente nazionalistico. Purtroppo il centralismo nazionalistico è sostenuto non solo dagli Amministratori Pubblici contro gli interessi dei Cittadini, ma anche da un’ampia parte della popolazione.

Inoltre vi è una grande confusione a proposito delle tensioni indipendentiste in varie regioni bloccate in ciascuna nazione. Gli indipendentismi sembrano giocare contro l’idea stessa di Europa, ma farebbero bene piuttosto ad esercitare il proprio indipendentismo a favore di un’Europa Unita, ma con Nazioni più deboli, similmente all’attuale linea scozzese.

Il prevalente incrocio di interessi nazionalistici sopprime, neutralizza, anestetizza, la necessità di un modello di governo “democrazia dem3 (del terzo millennio)” da applicarsi coerentemente entro gli Stati, nel continente e anche oltre. Tale necessità è respinta così nel profondo che viene interpretata come un’agitazione di pancia, come uno smarrimento, come una frustrazione provocata dall’inazione.

Eppure davvero abbiamo bisogno di un upgrade alla dem3.