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Mini-econoregole: Il debito a banda larga

Il debito è a banda limitata, nella quantità e nel tempo.
Il debito è lo specchio del credito; sebbene non indispensabile, è un utile acceleratore dell’innovazione e del valore aggiunto.

Le istruzioni per l’uso ci avvertono però di alcuni pericolosi rischi:

  • Il debito non è a banda larga. ATTENZIONE: non superare la soglia della restituibilità (*)
  • Il debito/credito va impiegato solo per la produzione valore aggiunto (non usare a copertura della spesa corrente).

Quando il debito supera questi limiti, il fallimento è irreversibile e si paga con la perdita della libertà (**).

Sono regole semplici e di basilare buonsenso;  sono invece capovolte dagli Amministratori Pubblici che decidono in modo totalmente avverso. I gravissimi danni ai cittadini, nel presente e nella storia, sono evidenti; eppure anche molti cittadini si sono lasciati convincere che il debito a banda larga, smisurato, è cosa buona e utile. Misteri dell’umanità.

(*)  Nei recenti decenni il Sistema Finanziario ci ha fatto credere che il debito “si rinnova”, non si restituisce. Il senso completo della frase è invece che il debito viene nel tempo eroso dall’inflazione e perciò sparisce. Non ci è stato spiegato dal Sistema Finanziario che l’inflazione è una sorta di tassa lineare che lima risparmi e compensi. Anche i Governi tendono a farci credere alla stessa favola; d’altra parte questa favola offre grande convenienza nel giustificare indebitamenti pericolosi per la libertà dei cittadini.

(**)  La libertà è la sintesi delle aspirazioni dell’uomo, dalla possibilità di realizzare una piccola aspirazione alla vita stessa.

La spesa pubblica italiana: fra storia, realtà e mito (della Spending Review)

“”Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse””, Maffeo Pantaleoni (Frascati, 1857 – Milano,1924)

Così diceva l’economista, politologo e senatore del Regno d’Italia. Perché citare un uomo morto quasi un secolo fa, vi chiederete? Perché le sue parole sono incredibilmente attualissime se le coniughiamo alla cronaca politica.
La Cgia di Mestre ha calcolato che ammontano a 1,5 miliardi di euro i tagli ai comuni in conseguenza della spending review. I più penalizzati da questa operazione saranno quelli di Cosenza, Napoli, Siena e Firenze.
È questo il modo giusto per tagliare una spesa pubblica fuori controllo come quella italiana? Per rispondere a questa domanda, occorre prima capire come è composta e come è cambiata nel tempo.

L’evoluzione della spesa pubblica italiana

La definizione di spesa pubblica include spese correnti, interessi e investimenti: nel 2014 è stata di 817,5 miliardi di euro, pari al 51,1% del PIL. Nel 1954 era il 25%, poi è via via cresciuta negli anni: ha superato il 30% nel 1996, il 40% nel 1981, ha sfondato quota 50% nel 1990, è ridiscesa sotto il 50% nel 1997, per poi tornare saldamente sopra il 50% dal 2012.
Prima osservazione: dal 1954, in nessun anno le entrate (imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali, altri ricavi) sono state superiori alle spese, questo ha determinato una serie ininterrotta di “deficit” (con una differenza massima fra spese ed entrate di 11,6 punti di PIL nel 1988).
Le entrate fiscali erano 23,1% del PIL nel 1954, hanno superato il 40% nel 1990, sono il 48,1% del PIL nel 2014. Se “sommiamo” tutti i deficit dal 1954 al 2014, arriviamo a un valore che è 3,15 volte il PIL italiano del 2014.
Spesa pubblica: un confronto europeo
La spesa pubblica italiana è assai elevata in assoluto e in percentuale del PIL, ma quando la si raffronta a livello europeo troviamo delle inaspettate sorprese.
Come dicevamo in Italia la spesa pubblica totale (tutte le spese correnti inclusi stipendi, investimenti, pensioni, sussidi, interessi) è pari al 51,1% del PIL. In Francia tocca il 57,3%, in Svezia il 54,6%, in Belgio il 54,1% (la Germania fa meglio: 44,1%). Se si analizza la spesa pubblica primaria (che esclude pensioni e interessi, conseguenze dei governi del passato), la percentuale sul PIL della spesa italiana è il 28,8%: la Svezia è al 41,9%, la Francia al 39,1%, la Germania al 30,1%.
Una seconda osservazione è quindi che in Italia il costo per interessi e per pensioni è più elevato che in altri paesi europei, poiché “vale” il 20% di PIL, mentre in Germania il 14% e in Svezia il 12,7%.

 

La composizione della spesa pubblica italiana

Dalla sua analisi si traggono utili osservazioni. Al governo e alla politica l’arduo compito di utilizzarle in modo corretto (purtroppo la storia degli ultimi 60 anni depone in senso contrario).
Gli 817,5 miliardi di spesa pubblica del 2014, per livello di governo, sono così composti (fonte: Istat):
• 323,7 miliardi (il 39,6%) per la previdenza (pensioni);
• 264,9 miliardi (il 32,4%) per costi delle amministrazioni centrali (ministeri, giustizia, difesa…);
• 111,2 miliardi (il 13,6%) per la sanità;
• 66,2 miliardi (l’8,2%) per i comuni;
• 41,7 miliardi (il 5,1%) per le regioni (esclusa la sanità, sopra indicata);
• 9,8 miliardi (l’1,2%) per le province (recentemente oggetto di una norma di abolizione da parte del Governo Renzi).
Nella spesa pubblica sono inclusi gli investimenti, che per il 2014 sono stati 31,1 miliardi di euro (il 3,8% del totale della spesa pubblica), per la maggior parte effettuati dagli enti locali (572,2 miliardi, il 70%) e poi a quelli centrali (201,9 miliardi, il 25,8%). Gli investimenti per la difesa sono stati 8,9 miliardi. Dove tagliare?

 

Quale spending review per l’Italia?

Una spending review ben fatta dovrebbe concentrarsi su tutte le voci di spesa, per quanto difficile possa essere incidere su voci come le pensioni, che assorbono 40 euro per ogni 100 spesi dallo stato.
I mezzi e gli strumento dovrebbero essere indicati dalla politica e non solo dalla tecnica. L’azione del governo si è sinora concentrata su una voce “facile” come quella delle province, forse perché toccava solo l’1,2% del totale della spesa, ma aveva un suo peso mediatico, dando l’idea che “si faceva sul serio”.
Tuttavia per uno Stato che negli ultimi 60 anni ha speso sempre più di quanto ha incassato ci vuole ben altro, anche se forse un deficit del 3% (differenza fra il 51,1% di spesa sul PIL e il 48,1% di entrate fiscali sul PIL) non è che “una goccia in un mare” di risorse sottratte ai cittadini in 60 anni.

Non tornano anche a voi in mente le dotte parole di Pantaleoni?

 

Argentina, il passo del gambero dei tango bond

Dall’estate 2014 l’Argentina è in default tecnico su tutte le emissioni obbligazionarie in valuta estera. Ciò è accaduto in seguito alla decisione del giudice USA Griesa, sotto la cui giurisdizione rientrano i bond emessi secondo la legge americana. A questa delibera ne sono seguite altre parecchio contradditorie sul pagamento delle cedole. Cerchiamo di fare chiarezza su cosa è successo.

L’intricata vicenda dei bond argentini

A seguito di due ristrutturazioni del debito estero argentino, nel 2005 e nel 2010, sono stati emessi nuovi bond in valuta attraverso operazioni di swap cui ha aderito il 93% circa dei possessori del debito originario. Gli investitori hanno accettato un taglio (cut-off o write-off) sostanziale, per alcune emissioni sino al 90% del valore nominale originale.

Il 7% che si è rifiutato di aderire agli swap ha avviato azioni legali per vedersi riconoscere il rimborso integrale del debito detenuto (acquistato successivamente, a sconto, oggi quasi integralmente in mano ad alcuni hedge fund USA, per un valore di $1.600 milioni).

Fra le azioni intraprese, vi è stata anche la richiesta al governo USA di sequestro dei beni dello stato argentino posseduti all’estero, richiesta che è stata rifiutata da Washington.

Gli operatori si attendevano un accordo fra governo argentino, Corte USA e creditori (vecchi e nuovi), una volta venuta a scadenza, il 31 dicembre 2014,  la clausola RUFO (Rights Upon Future Offers). Tale clausola vietava al governo argentino (il debitore) di offrire ai (vecchi) creditori che non avevano accettato il rinnovamento dei titoli, condizioni migliori di quelle offerte ai creditori che a suo tempo avevano aderito allo scambio. Ma non c’è stato sinora nessun segno di accordo.

Una vicenda intricata, con colpi di scena che hanno visto proclami, sequestri, minacce da parte dei focosi contendenti.

L’interesse per la vicenda non è solamente finanziario (come saranno rimborsati gli obbligazionisti? E saranno rimborsati?) ed economico (come potrà tornare ad essere un “paese normale” l’Argentina, che è stata in default per i 2/3 degli anni da inizio 1800 ad oggi?) ma anche legale. Un “caso” che potrebbe fare scuola, anche vicino a casa nostra (un necessario riferimento alla Grecia?). Particolarmente avvincente è il tira e molla sul pagamento degli interessi sui bond ristrutturati argentini.

Cedole argentine: si pagano o no?

Dall’estate 2014, il pagamento degli interessi sui bond ristrutturati argentini (emessi sotto la giurisdizione americana ed inglese, in misura inferiore) è bloccato, nonostante il paese abbia i fondi necessari e abbia depositato $539 milioni presso alcune banche (prima BofNY, ora Citibank).

Il giudice USA Griesa (competente perché i bond sono stati emessi sotto la legge USA) ha infatti intimato alla banca di non procedere al pagamento degli interessi, che potranno essere pagati solo dopo il rimborso integrale dei vecchi bond ai detentori che non hanno aderito allo swap (il 7% sopra ricordato). Il governo argentino ha espresso più volte il proprio risentimento per questa situazione, aumentando la pressione, non solo mediatica.

Le ultime vicende hanno visto il giudice USA prima vietare alla filiale argentina di Citibank il pagamento degli interessi, anche su 4 bond in dollari emessi sotto la giurisdizione argentina nell’ambito delle ristrutturazioni del 2005 e del 2010.

Citibank da parte sua ha affermato che i bond non possono essere considerati debito estero e quindi, come tali, non ricadono nel pari passu (parità di trattamento che impone il rimborso del bond in default prima di pagare le cedole sui bond ristrutturati). La decisione presa del giudice si basava su una serie di elementi:

  • i bond in questione, pur emessi sotto la legge argentina, sono frutto dello swap di titoli originariamente emessi sotto la legge USA e quindi devono considerarsi debito estero agli effetti del default argentino;
  • la banca svolge un ruolo attivo nella procedura di versamento degli interessi e quindi può essere sanzionata se non aderisce alla decisione di freezing;
  • il governo argentino ha sollecitato Citibank a pagare gli interessi, sotto la minaccia di ritiro della licenza a operare in Argentina.

E poi, ecco irrompere il classico colpo di scena, con la decisione rivista dal giudice USA nella giornata di lunedì 23 marzo: via libera al pagamento degli interessi in scadenza al 31 marzo 2015. Inoltre non impedisce a Citibank il pagamento di $17 milioni, quota di interessi sui titoli ristrutturati e regolati dalla legge argentina. A condizione, però, che la banca si astenga dal partecipare a operazioni sui titoli argentini.

Quello argentino è un caso che a ogni puntata riserva sorprese e che si comporta “come il gambero”: ritornando sempre al punto di partenza.

Avvocati di governo argentino, governo USA, obbligazionisti, hedge fund, associazioni di investitori obbligazionisti “scottati” dal malaccorto investimento (molti gli italiani che hanno investito tramite banche italiane) e banche varie sono in continuo peregrinare fra speranze e delusioni (per lo più le seconde).

La pace solitamente la firmano i peggiori nemici: in questo caso, essi devono anche decidere su quale carta scriverlo.

 

Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli

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COMUNICATO STAMPA

In Italia tutto pare debba esser sottoposto alla legge e quindi facciamo leggi per qualsiasi cosa: ecco perché in 150 anni abbiamo prodotto circa 190 mila leggi ed è praticamente impossibile governare come accade in altri paesi civili.

Di questo si parlerà il 21 Febbraio ad Avellino con Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato a Roma e, fino a pochi mesi fa, capo dell’ufficio legislativo del Ministero per lo Sviluppo.
L’occasione è offerta dalla presentazione del suo primo romanzo (edito da Arnoldo Mondadori Editore) che ha per titolo “Il dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale” e per tema la burocrazia italiana.
L’incontro si terrà Sabato 21 Febbraio alle 10.30 presso il Circolo della Stampa di Avellino.
Alla presentazione, oltre all’autore – Alfonso Celotto – interverranno Achille Benigni (avvocato) e Piero Mastroberardino (imprenditore); l’evento –dal titolo Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli- sarà moderato da Antonluca Cuoco. (Ali & ItApe)
Per riformare la Pubblica amministrazione, occorre una operazione culturale, che modifichi la mentalità dei pubblici impiegati e dei cittadini verso la Amministrazione. Va creato un sistema di valutazione reale. La valutazione è scomoda e complessa da esercitare, ma senza un sistema di valutazione che funzioni è impossibile riconoscere incentivi realmente premianti e si conserva una gran palude di inutile egualitarismo.
La situazione è ancora più grave al Sud per una serie di questioni storiche a tutti ormai ben note, ma non ancora risolte dopo 150 anni dall’Unità d’Italia.
L’incontro è promosso dalle associazioni: Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia, Italia Aperta, Nuovo Meridionalismo

Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli
Dove: Circolo della Stampa di Avellino – C.so V. Emanuele, Palazzo della Prefettura
Quando: Sabato 21 Febbraio h10.30

#Austerità è la parola ambigua di oggi

Parola ambigua per eccellenza, specialmente quando manca il “chi la prescrive a chi”.
Ecco le leggi fondamentali dell’austerità:
1) Essendo gli Amministratori Pubblici ad applicarla, la applicano dove gli viene più facile: ai Cittadini. Mai a sé stessi.
2) Molti(ssimi) Cittadini-fan degli Amministratori Pubblici li sostengono con lo slogan: tagliare la spesa pubblica = tagliare i servizi (traduzione per gli sprovveduti e per i non iniziati: applicare l’austerità agli Amministratori Pubblici ferma il flusso delle briciolone che cadono, legalmente e illegalmente, dal tavolo degli Amministratori Pubblici)
3) Il Principio attuativo fondamentale: chi prova ad applicarla agli Amministratori Pubblici, viene immediatamente espulso dal club degli Amministratori Pubblici

La spesa è mobile

Di Alessandro De Nicola, “L’espresso”

“Libiamo, libiamo ne’ lieti calici/ brindiamo con gioia che la spesa pubblica infiora”. Lo so,
l’opera verdiana parla della “bellezza” che infiora, ma la scena offerta dalla nostra classe
politica, specialmente nelle sue manifestazioni più grottesche, dalle mutande verdi alle
feste in peplum e gladium, é simile al banchetto della Traviata: libagioni e spensieratezza
ma a spese del contribuente.

Uno dei capitoli più controversi delle uscite statali riguarda i contributi allo spettacolo.
Tremonti una volta pronunciò una frase infelice: “con la cultura non si mangia”. Orbene,
l’uomo, invece, non vive di solo pane ed inoltre manifestazioni e beni culturali gestiti
decentemente possono trasformarsi in cospicui proventi, sia per il pubblico che per i
privati. Il dubbio é tuttavia se sia lo Stato a dover far mangiare la cultura, per quattro
ordini di motivi. Il primo é che, come intuì Karl Marx, la cultura dominante é quella della
classe dominante e perciò chi ha il potere è costantemente portato a finanziare idee
affini. Il secondo é che il sussidio é invariabilmente inefficiente in quanto necessita della
triangolazione riscossione tributo, gestione dei fondi ed erogazione, mentre abbassare
le tasse é molto più diretto. Il terzo é che l’aiuto genera dipendenza. Lo stato deplorevole
in cui versano i bilanci di gran parte di teatri ed enti lirici (ultimi esempi il San Carlo di
Napoli e l’Opera di Roma) é dovuto anche alla convinzione che tanto, alla fine, ripianerà
tutto Pantalone e comunque mai chi amministra. Infine, in molti casi si finisce col far
pagare ai poveri i divertimenti dei ricchi. Le classi media ed alta che in generale affollano i
concerti sinfonici, l’opera lirica e persino i cinema (ripeto, in generale, e quindi con diverse
eccezioni), godono di prezzi agevolati grazie anche all’IVA sugli alimentari pagata dalla
vecchina pensionata al minimo.

Ecco perché l’iniziativa della fondazione dell’orchestra Giuseppe Verdi di Milano mi
sembra degna di nota. La fondazione, controllata da enti pubblici e privati, é guidata
da due vecchi comunisti, Gianni Cervetti, già “ministro della difesa” di Botteghe Oscure
quando c’era ancora il Muro e Luigi Corbani, ex vice sindaco delle giunte rosse di Milano.

L ‘orchestra gode ovviamente di fondi pubblici, anzi, nel 2012 sono ammontati a quasi 5,4
milioni di euro. Peraltro, se si esaminano i 20 anni di attività dell’istituzione, le sovvenzioni
equivalgono a circa il 23% dei ricavi, una percentuale molto più bassa rispetto ad enti
simili. Gli introiti provenienti all’attività concertistica e di formazione e gli spettatori sono in
crescita ed in più la fondazione possiede il 100% di una società immobiliare a sua volta
proprietaria dell’ Auditorium dove si svolgono i concerti e che, secondo una perizia giurata,
varrebbe 27 milioni.

Purtroppo i tempi sono quelli che sono: il bilancio della fondazione continua ad essere in
perdita ed il debito verso le banche notevole, appesantendo il conto economico per più di
1 milione l’anno di interessi. Cosa si sono inventati allora i due ex esponenti del Glorioso
Partito Comunista? La “privatizzazione” della società immobiliare. Il 49% delle azioni verrà
posto in vendita a lotti minimi di 150 azioni per un prezzo di 900 euro. Chi diventerà socio
usufruirà di biglietti gratuiti per le prossime 6 stagioni musicali dal valore di 420 euro e di
sconti per il concerto speciale organizzato dall’orchestra. Certo, gli acquirenti in cuor loro
sanno di non fare una speculazione economica promettente. L’immobiliare non ha infatti
profitti visto che lo scopo sociale é il servizio delle attività della Fondazione. Però l’amore
per la musica e un qualche futuro ritorno economico potrebbero convincere i cittadini a
investire i 15 milioni di euro che Corbani spera di raccogliere.

Vedremo come andrà a finire, ma l’iniziativa é significativa perché dimostra in primis che
un po’ di ingegno e il mercato possono aiutare sia enti benefici che pubblici, e poi che tutto
é privatizzabile e senza nemmeno dover chiamare in causa la Cassa Depositi e Prestiti!