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Francesco Griffo: una storia di standard, tecnologia, economia, conoscenza e libertà.

La damnatio memoriae colpì il nome di Francesco Griffo, l’uomo che letteralmente scrisse una parte fondamentale dell’arte della scrittura per la stampa. Quotidianamente sotto i nostri occhi scorrono file di caratteri che lui ha inventato e che sono all’origine della storia dei font.

Bene conosciamo la grandezza degli antichi romani nelle loro qualità maestre: l’ingegneria, la logistica, l’efficienza. Standarizzarono tutto: le unità di misura, lo “scartamento” delle strade e la larghezza dei carri, la scrittura, il diritto e con questo l’organizzazione sociale, la moneta, la lingua, l’idraulica, l’esercito, il fisco, il servizio postale e tanti altri standard ancora in uso che ci rendono la vita più facile.
Quando cadde l’Impero, trascinò con sè tutto il Mediterraneo. Oltre trecento anni di secoli bui dovettero trascorrere prima della riunificazione dell’Europa. Il baricentro questa volta fu Aachen (Aquisgrana, vicina a Maastricht). Proprio lì, il forse ancora analfabeta Carlo Magno decise che in ogni monastero europeo vi fosse una scuola per insegnare a leggere e a scrivere. Decretò anche la fine della babele grafica della scrittura; ordinò di progettare e diffondere il primo font standard europeo: la carolina, l’archetipo di tutti i caratteri stampati nelle lingue occidentali.
Ci vollero altri seicento anni di accumulazione di invenzioni per dare adeguata consistenza al substrato necessario all’esplosiva invenzione di Gutenberg: gli standard che consentivano la stampa.

Nei secoli oscuri del Medioevo qualche inventore, dotato di visone notturna, aveva reso la carta adatta alla stampa; era ancora molto costosa, ma evitava la macellazione di intere greggi di pecore per ogni singola copia di un libro. Nel contempo il millenario torchio divenne più forte, più piccolo e più preciso grazie all’utilizzo di molte componenti prodotte dalla metallurgia (perfezionata da altri che aguzzavano la vista nel buio di quei secoli). La metallurgia apportò anche la lega di metallo morbido adatto ai caratteri mobili. Eppure, forse perché allora non ci si vedeva tanto bene, l’idea di Gutenberg, e del suo dimenticato socio Fust, non appariva molto pratica. Agli uomini prudenti infatti sembrava che l’equipaggiamento per stampare, l’enorme lavoro per incidere i caratteri e tutto il resto avrebbe avuto un costo spropositato, non inferiore a quello del minuzioso lavoro dei monaci amanuensi sulla pergamena.

Era proprio un problema di vista, gli uomini prudenti non avevano notato l’impennata di domanda di un certo libro. Da meno di trent’anni infatti la rivoluzione protestante aveva scardinato il controllo dell’élite sulle poche costosissime Bibbie per giunta scritte in una lingua sconosciuta ai più. Fino ad allora il testo fondante della religione dei popoli europei era stato, senza l’aiuto degli intermediari, inaccessibile; dopo la liberazione di Wittenberg (e la disintermediazione), i singoli europei potevano leggere la Bibbia nella loro lingua preferita, e perfino tenerne una copia in casa. L’acume imprenditoriale di Gutenberg e Fust mise a fuoco l’enormità quantitativa della domanda.

La loro rivoluzione stava nell’avere messo insieme varie tecnologie da utilizzare con l’arte nella quale erano entrambi esperti: l’incisione orafa. Tutto era disponibile e pronto per l’esplosione. Mancava giusto la rottura di quel sottile diaframma che separava l’idea dalla realtà concreta. Era un diaframma di dubbi, di incertezze il cui superamento richiedeva coraggio e un po’ di follia. (Ac)cadde nel 1455.

Ogni rivoluzione mirata a riorganizzare la società in tempi brevi, porta con sé fenomeni distruttivi. In quei decenni l’Europa fu attraversata da feroci rivolte e guerre politico-religiose. Pochi anni dopo le prime stampe, anche Gutenberg ebbe la sua tipografia distrutta.

Nel frattempo la mercantile Serenissima Repubblica Veneziana, patria di straordinarie libertà sociali, religiose e politiche, si trovava al centro di mille pacifiche rivoluzioni economiche. Bisanzio cadeva con la lentezza dovuta alla vastità del suo patrimonio; era così grande che ci voleva molto tempo per spenderlo tutto. Forse questo ci ricorda qualcosa a proposito del nostro Paese, ma è un’altra storia. All’epoca Venezia era la prima beneficiaria della debolezza di Bisanzio. Altra ricchezza le derivava, già prima del Mille, dal noleggio delle flotte militari e commerciali per i traffici sud-nord. Talvolta partecipava essa stessa alle “rapine” (es. la crociata del 1209 dalla quale derivano i famosi cavalli di bronzo, le colonne, i tetrarchi, il paliotto di San Marco e molto molto altro).

Più o meno all’epoca di Gutenberg, il cardinale greco-ortodosso e cattolico (sic!) Bessarione (cittadino onorario di Venezia) aveva lasciato in eredità a Venezia la sua immensa biblioteca personale che fu il fondo all’origine della biblioteca marciana tutt’oggi visitabile in Piazza San Marco. Le culture Bizantina, Italiana dell’antichità, Musulmana, Europea si incrociavano nei porti della Serenissima depositandovi ad ogni passaggio non poca ricchezza monetaria, ma specialmente un’immensità di ricchezze culturali diverse, grazie alla straordinaria libertà e tolleranza di cui godevano i suoi cittadini. Per esempio, l’inquisizione papalina non poteva esercitare alcun potere nel territorio veneziano; i veneziani erano orgogliosi difensori dell’indipendenza da Roma del loro Patriarca di Aquileia, un pari del Papa come ora lo è Alessio II. Esiste presso che un unico caso di interferenza papalina su Venezia, quando il Papa riuscì a farsi consegnare Giordano Bruno.

Gli sconvolgimenti europei aggiunsero a Venezia un’altra sorgente alimentante il suo floridissimo mercato: tutti coloro che volevano stampare libri proibiti in patria, potevano farlo a Venezia; anche Erasmo da Rotterdam stampò a Venezia. In quegl’anni di favorevolissimo humus, Aldo Manuzio frequentava l’amico Pico della Mirandola e altri dotti italiani e mediterranei. Manuzio, che era un imprenditore colto ed efficace, si era scelto un motto molto veneziano: festine lente; che tradotto in italiano significa: affrettati lentamente, ma il concetto è anche più efficacemente reso dall’espressione veneziana: avanti pian, quasi indrio. Principio che Manuzio applica con perseverante prudenza per esempio quando si mette in società con Nicolas Jenson, maestro della Zecca di Tours che aveva studiato la tecnologia dei caratteri mobili per conto del Re di Francia e aveva scelto Venezia per impiantarvi la prima tipografia fuori dei confini germanici. Manuzio si era preoccupato di coinvolgere nella società la famiglia dei dogi Barbarigo, un appoggio che in materia di cultura e annessi rischi pesava non poco. In somma, il minimo investimento, il minimo rischio, inizialmente più per passione che per denaro ma tutt’altro che privi di intento imprenditoriale. Con l’enormità di materiale editoriale proveniente dal mediterraneo e ora anche dall’Europa, in breve tempo Manuzio portò via la leadership tedesca sulla nuova tecnologia. Fu l’ultima volta che accadde? Anche questa è un’altra storia.
Ancora una volta un uomo seppe vedere cose che altri non avevano visto; Manuzio individuò e combinò sapientemente molti fattori; non ultimo la qualità della stampa che non dipendeva solamente dai macchinari, dalla carta e dai testi da pubblicare. Dipendeva anche dall’efficienza del sistema (prezzi bassi che allargavano il mercato) e dall’arte del pubblicare (capitale di conoscenza e inventori). Come abbiamo visto, molti avevano contribuito a fornire i singoli tasselli del puzzle. Gli incisori dei caratteri e delle figure furono il collante estetico ed efficienziale del sistema di stampa.
Le nebbie della damnatio memoriae hanno nascosto a lungo i meriti di Francesco Griffo, grande incisore bolognese che riordinò e rese standard molti aspetti della stampa. Uniformò la punteggiatura fornendo così un’interpretazione facilitata delle frasi più complesse. L’interpunzione consentiva infatti di pre-sezionare le frasi, qualificare e contornare ciascun concetto. Griffo, e Manuzio, sentivano la necessità di venire incontro al cittadino-lettore dal quale non esigevano la dotta erudizione degli intellettuali. La più grande invenzione di Griffo tuttavia fu il corsivo (letra grifa, oggi internazionalmente chiamato italic) che non solo era bello, ma anche accorciava sensibilmente la lunghezza delle righe; in altri termini rese possibile ridurre il costo e la dimensione dei libri; un efficientamento che riduce i prezzi e le difficoltà d’uso. Francesco Griffo inventò inoltre una moltitudine di bei font che troviamo nei nostri computer chiamati con nomi moderni come ad esempio il Garamond.
Francesco Griffo purtroppo restò impicciato in vicende personali che agli occhi dell’etica contemporanea sarebbero probabilmente accettabili, ma all’epoca gli costarono la morte per impiccagione e la conseguente damnatio memoriae. Solo Manuzio è rimasto nella memoria collettiva e viene ricordato come l’unico campione stampatore del mondo occidentale.

Molti sono gli insegnamenti che la Storia lascia intrecciati in questa narrazione; elencarli richiede senz’altro molto più del tempo e dello spazio dedicato a questo post. Ciascuno però può distillare quanto vede e immagina dalle parole e fra le righe.

Mini-econoregole: Il debito a banda larga

Il debito è a banda limitata, nella quantità e nel tempo.
Il debito è lo specchio del credito; sebbene non indispensabile, è un utile acceleratore dell’innovazione e del valore aggiunto.

Le istruzioni per l’uso ci avvertono però di alcuni pericolosi rischi:

  • Il debito non è a banda larga. ATTENZIONE: non superare la soglia della restituibilità (*)
  • Il debito/credito va impiegato solo per la produzione valore aggiunto (non usare a copertura della spesa corrente).

Quando il debito supera questi limiti, il fallimento è irreversibile e si paga con la perdita della libertà (**).

Sono regole semplici e di basilare buonsenso;  sono invece capovolte dagli Amministratori Pubblici che decidono in modo totalmente avverso. I gravissimi danni ai cittadini, nel presente e nella storia, sono evidenti; eppure anche molti cittadini si sono lasciati convincere che il debito a banda larga, smisurato, è cosa buona e utile. Misteri dell’umanità.

(*)  Nei recenti decenni il Sistema Finanziario ci ha fatto credere che il debito “si rinnova”, non si restituisce. Il senso completo della frase è invece che il debito viene nel tempo eroso dall’inflazione e perciò sparisce. Non ci è stato spiegato dal Sistema Finanziario che l’inflazione è una sorta di tassa lineare che lima risparmi e compensi. Anche i Governi tendono a farci credere alla stessa favola; d’altra parte questa favola offre grande convenienza nel giustificare indebitamenti pericolosi per la libertà dei cittadini.

(**)  La libertà è la sintesi delle aspirazioni dell’uomo, dalla possibilità di realizzare una piccola aspirazione alla vita stessa.

#Inflazione è la parola equivoca di oggi. È una tassa bancaria anti-competitiva?

La notizia circola e rimbalza: l’inflazione è diventata buona. Va di moda. Alcune categorie di cittadini l’apprezzano, lo dichiarano sempre più apertamente, esortano i cittadini ad abbracciare la causa.

L’implicito sarcasmo con cui riporto questa novità potrebbe indurre un pregiudizio che intendo immediatamente fugare: «Sono favorevole all’aumento dei prezzi. Auspico che i prezzi aumentino moltissimo». È a questo punto che la maggior parte dei tre lettori di quest’articolo abbandoneranno la lettura. Ma a loro chiedo lo sforzo di leggere le prossime quattro righe prima di andarsene. Read more