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Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

109 a.c Teutoni e Timbri migrano in Italia

Intorno al 110 a.c. quattro popolazioni migrarono dallo Jutland verso sud: i Teutoni, gli Ambroni, i Timbri e i Cimbri. Si scontrarono spesso con i romani in dure battaglie dagli esiti alterni; le flessibili le tecniche di guerriglia dei germanici furono molto efficaci. La storia ci racconta che il condottiero romano Mario alla fine prevalse, ma sappiamo anche che le tribù semi-pacificate si dispersero insediandosi in tutto centro nord Italia. I Cimbri di fermarono nell’attuale Veneto prevalentemente nella zona oggi chiamata dei “Sette Comuni”. Degli Ambroni si sono perse le tracce, ma pare che, dopo le pesanti sconfitte subite, si siano mescolati con le popolazioni celtiche del nordovest. I Timbri invece si infiltrarono oltre le linee difensive romane tanto che se ne trovano numerosissime tracce nella stessa Roma.

Le recenti ricerche storiche hanno messo in luce un falso storico: i Teutoni non sono stati ricacciati a nord dal grande condottiero romano Mario. I ritrovamenti archeologici dimostrano che i Teutoni furono invece cacciati via dai Timbri. Non solo, i Timbri spinsero a Est anche i Cimbri finchè questi non riuscirono a bloccarli al confine veneto per almeno un secolo.

I reperti trovati dagli archeologi e dagli storici hanno anche messo in luce le efficacissime tecniche di invasione e di occupazione dei Timbri. Magistrale è la descrizione che Ennio Flaiano dà dell’episodio nel quale il capotribù timbro risponde a una proposta del capotribù teutone: Gli presentano il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora l’assenza del modulo “H”. Conclude che trasmetterà il progetto, per un sollecito esame, all’ufficio competente, che sta giusto in quel momento creando.

Firma e Timbro.

È tutto vero, i Teutoni, i Cimbri, gli Ambroni. Forse non del tutto i Timbri, ma è provato che i Timbri prima hanno occupato Roma, e da lì tutto il Paese. A tutt’oggi siamo bloccati a ogni piè sospinto da infiniti timbri.

La bistecca protetta

Non tira una buona aria per il libero scambio. Purtroppo quella più metifica spira da oltreoceano, dove il front-runner repubblicano, l’ineffabile Donald Trump, propone oltre al muro anti –messicani anche tariffe del 45% per i prodotti cinesi e dazi di ogni genere. Le cose non vanno molto meglio in casa democratica: Hillary Clinton, cinica come sempre, ha abbandonato il suo precedente appoggio al Trattato sul libero commercio col Pacifico e le politiche di apertura a suo tempo incoraggiate dal marito Bill, sostituendole con una retorica protezionistica che scimmiotta il rivale Sanders.

È per questo motivo che i segnali di per sé insignificanti registrati ultimamente in Italia possono destare qualche preoccupazione: si inseriscono in una deriva culturale che invece di vedere nel libero scambio un’occasione di progresso, efficienza economica, maggior scelta, rafforzamento di legami tra le nazioni, lo dipinge come una minaccia.

Da noi, però,queste nubi sono fortunatamente accompagnate da un certo gusto per la farsa che alleggerisce l’atmosfera.

Prendete la vicenda dell’olio tunisino. Un fronte quasi unanime, dai 5 stelle alla Lega passando da molti PD, ha fatto un gran chiasso sulla decisione del Parlamento Europeo di ammettere per il 2016 e 2017un’importazione supplementare all’interno della UE di 35.000 tonnellate all’anno di olio tunisino sgravandolo da dazi. Per mettere il tutto in prospettiva, già oggi l’esenzione si applica per 57.000 tonnellate provenienti dal paese nordafricano e il consumo italianoè di circa 660.000 tonnellate. Non solo: la produzione nostrana è largamente insufficiente a coprire il fabbisogno (nel 2013-4 solo 440.000 tonnellate di cui ben 376.000riesportate) e  quelli pregiati“Dop” rappresentano solo il 2% del mercato.Quindi, a che pro tante grida di dolore per 35.000 tonnellate divise tra tutti i mercati europei per un prodotto che viene tranquillamente utilizzato anche dai nostri produttori nelle miscele che essi stessi mettono in commercio? E se Stati Uniti e Canada si comportassero allo stesso modo con noi? Senza contare l’aspetto più generale per il quale si blatera spesso dell’”aiutiamoli a casa loro” (al posto di accogliere immigrati) e quando finalmente c’è un’opportunità virtuosa anche per i nostri consumatori la si vorrebbe rifiutare.

Ancor più patetica e molto probabilmente illegale secondo le regole europee sulla libera circolazione, l’ordinanza del sindaco di Firenze che richiede a chi vuol aprire in centro città di prevedere nell’assortimento almeno il 70% di prodotti alimentari toscani con delle eccezioni in caso di vetrine di buon gusto ( si sa, a Firenze…). Gli chef hanno già bollato l’iniziativa come ottusa, ma in realtà essa è potenzialmente anche pericolosa. Quando la chianina o l’olio toscanoverranno bloccati da simili ordinanze romane (“per far la vita meno amara, magna l’abbacchio co la chitara”), partenopee (“se si nu verenapuletano,accattete‘o sammarzano“) o milanesi (“Ci vuol lumbarda la cutuletta, qui da noi si va di fretta!”) che diranno i sempre arguti fiorentini? E quando saranno Berlino (“Kartoffel, Kartoffel, uberalles!”) Londra (“so pudding, so cool”) o Parigi (« Vin français, c’est plus facile!”) a sbarrare la strada a alimenti e bevande italiane, ci rivolgeremo agli strateghi di Palazzo Vecchio?

È appena il caso di notare che Confagricoltura ha comunicato che finalmente l’export italiano di prodotti agricoli è aumentatonel 2015 dell’11,2% e quello dei prodotti alimentari del 6,5% raggiungendo, secondo le statistiche del MISE, oltre 35 miliardi di euro di valore. Le industrie alimentari italiane, Campari e Lavazza, hanno appena conquistato Grand Marnier e Carte Noir, la Ferrero si avvia ai 10 miliardi di fatturato e l’interesse nazionale sarebbe quello di incoraggiare il km zero o ostacolare il libero flusso di capitali, servizi e merci nel settore agroalimentare?

Il Belpaese ha evitato una ben più grave recessione negli ultimi anni proprio grazie alla tenuta e all’incremento dell’export in tutti i settori economici. Qualsiasi spinta da parte nostra che porti alla chiusura delle frontiere sarebbe autolesionista per consumatori e produttori. Problemi ce ne sono già abbastanza, potrebbe essere una buona idea evitare di crearcene di nuovi senza motivo.

Alessandro De Nicola

@aledenicola