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Sindaci dei Comuni terremotati: aprite un conto unico per gli aiuti in denaro e pubblicatelo

Cari Sindaci dei Comuni terremotati, tutti i Cittadini italiani e del mondo sono con voi; non vi è alcun dubbio su questo. Ma non è chiaro “quanto” siano con voi. Pensiamo che sarebbe davvero chiaro se:

  • Apriste un conto corrente unico, in ciascuno dei vostri Comuni, sul quale far confluire tutti gli aiuti in denaro provenienti da qualsiasi organizzazione pubblica o privata, sia quelli che provengono dallo Stato sia quelli che provengono dai privati o dai Paesi stranieri o dall’Europa
  • Pubblicaste sui vostri siti il denaro ricevuto e il denaro destinato a chi e a quale progetto
  • Pretendeste dai media (almeno stampa e TV nazionali) che tengano in prima pagina le coordinate del vostro conto sul quale versare e con quale mezzo.

Una semplice trasparenza che toglierebbe di torno intermediari politicanti e gli interessati a strumentalizzare le disgrazie occorse ai vostri Comune e ai vostri Cittadini.

Decidete voi a chi e a quali progetti destinare le risorse finanziarie. Non consentite che alcuno dubiti della vostra capacità, serietà ed equità nel fare il bene dei vostri Comuni e dei vostri Cittadini. Non lasciate che faccendieri, politici e non, interferiscano sulla capacità, dei vostri Cittadini e vostra, di decidere equamente per il bene generale e di ciascun cittadino danneggiato.

Avrete molto di più di quanto vi promettono i faccendieri.

PS

Prendete atto che le organizzazioni che vogliono donare con trasparenza non donano allo Stato o a i vostri Comuni, ma a organizzazioni che hanno immagine (es. Croce Rossa) di neutralità e distanza dagli interessi dei faccendieri.

Certo, molti vorranno impedirlo dicendo che così gli aiuti vanno ai Comuni con maggiore immagine mediatica, es. Amatrice. Crediamo invece che questa sia una palestra per voi di dimostrare di poter cooperare (es: distribuire pro capite gli aiuti fra di voi?) senza bisogno dello Stato-padre-padrone. E sia anche una palestra per i media per cooperare con voi invece che con gli intermediari pubblici e privati.

Le mani dei burocrati sui nostri affetti

IL CONSIGLIO di Stato è stato chiaro: le prime unioni civili si potranno celebrare prima di Ferragosto. Bene, qualunque cosa si pensi della legge Cirinnà, non aveva molto senso che, una volta approvata, si facesse passare troppo tempo prima di poterla applicare appieno. Tuttavia, come è normale quando entra in vigore una norma che introduce istituti giuridici nuovi, qualche dubbio interpretativo comincia già ad affiorare.
Uno di questi riguarda le convivenze di fatto e la chiarezza sul punto è importante, perché la scelta dell’una o l’altra interpretazione ci dirà se l’ordinamento giuridico italiano tiene ancora in conto la libertà degli individui di autodeterminarsi o se si avvia inesorabilmente a diventare un paternalistico sistema in cui lo Stato sa sempre meglio della persona qual è il suo “bene”.

Com’è noto, la legge 76 del 2016 regola anche le convivenze di fatto tra due persone che sono unite “stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale”. I conviventi possono essere dello stesso sesso o di sesso diverso, e per accertare “la stabile convivenza” devono presentare all’anagrafe un’apposita dichiarazione. Questa condizione fa sorgere diritti e doveri per la coppia da un punto di vista successorio, di accesso ai dati personali, di reciproco sostegno, di possibile corresponsione di alimenti dopo la rottura del legame è così via. Inoltre, la registrazione è condizione per poter stipulare un contratto di convivenza che regoli i rapporti tra i contraenti.

La nuova legge, peraltro, non ha abrogato la possibilità prevista da un decreto del 1989 di dichiarare all’anagrafe l’esistenza di una convivenza per vincoli affettivi, che possono essere anche di amicizia o parentela (zio e nipote, per esempio) e riguardare più persone.

Infine, esistono le convivenze di persone che mantengono la residenza separata o che non hanno né tempo né voglia di registrarsi da alcuna parte.

Ecco, secondo un’interpretazione estensiva ed in punto di diritto la convivenza é “accertata” dalla dichiarazione prevista dalla legge Cirinnà ma non costituita dalla stessa, quindi esiste a prescindere. La conseguenza sarebbe che, salvo per gli effetti tipici previsti dalla novella legislativa, ossia la possibilità di sottoscrivere il contratto di convivenza, gli altri diritti e doveri si applicherebbero anche a tutti gli altri conviventi, compresi quelli registrati secondo il decreto del 1989 o gli “anonimi”.

Io non penso che la lettura della norma porti a tale conclusione ma, se così fosse, saremmo di fronte ad un classico caso di summum ius, summa iniuria.

È mai possibile che un cittadino non possa sfuggire all’amorevole aiuto della legge? Che il legislatore, considerandolo un minus habens, lo protegga e gli imponga dei doveri nell’ambito dei rapporti personali quando è ovvio che di tale amorevoli diritti e cavillosi doveri il nostro cittadino vuole fare a meno?

Senza nemmeno soffermarsi sul caos che si produrrebbe per stabilire se un paio di settimane con la morosa siano stabile convivenza o meno, o se la legge, pensata per le coppie che vivono insieme, come si diceva una volta, more uxorio, sia applicabile allo studente che invece divide i costi dell’appartamento con un suo caro amico, il punto centrale è un altro: perché lo Stato deve per forza imporre comportamenti o garantire privilegi in una sfera personalissima come quella affettiva? La giurisprudenza nel corso degli anni aveva già regolato alcuni problemi scaturenti da una situazione di convivenza caratterizzata da “affetto familiare” proprio perché mancava una legge apposita; ora che c’è, solo chi rientra nella sua definizione e come tale si registra dovrebbe essere sottoposto alle relative prescrizioni.

Perché dei terzi, ad esempio gli eredi di uno dei conviventi non registrati ed ahimè deceduto, dovrebbero vedere i loro diritti (ereditari), diminuiti da altri diritti che in vita i conviventi non avevano inteso creare visto che non si erano registrati?

L’intrusione del Leviatano nella vita e nelle tasche degli individui é già arrivata a livelli mai prima raggiunti: almeno nei propri affetti lasciamo liberi i cittadini di evitare di avere a che fare con burocrati e carte bollate.

Alessandro De Nicola
adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

La parola ambigua di oggi è: #accountability

La parola ambigua di oggi non è affatto ambigua. Ambiguo invece è l’uso che se ne fa nella maggior parte dei casi.
Mi imbatto spesso in persone che traducono accountability in “responsabilità” sempre premettendo che la parola è intraducibile in italiano. Il che è una contraddizione in termini. La mia impressione è che tale atteggiamento sia piuttosto una fuga semplicistica da qualsiasi tentativo di comprendere il sottostante significato etico-sociale.

Ho vanamente cercato nei dizionari una definizione semplice e comprensibile. Non mi sono arreso. Ora mi sento accountable verso me stesso per un uso responsabile di una parola così difficile.

Per il momento ho trovato uno schema un po’ provocatorio, ma non privo di efficacia: la parola accountable è diversa e complementare rispetto alla parola responsabile.

Responsabilità è una parola verticale che mette in relazione il subordinato con il suo capo. Sì che entrambi sono responsabili del proprio operato l’uno verso l’altro, ma con pesi diversi che è interessante mettere a fuoco. Il capo è responsabile per avere emanato la disposizione che impone al sottoposto di eseguire un ordine. All’estremo opposto, il subordinato non è per nulla responsabile degli effetti dell’esecuzione dell’ordine. Il subordinato non è affatto responsabile dei risultati, ma solo dell’esecuzione della procedura. La sua unica vera responsabilità è di dimostrare di avere eseguito quanto ordinato. Paradossalmente i sistemi sociali “verticali”, quand’anche collettivistici, si fondano sulla (ir)responsabilità dei subordinati. Per meglio interiorizzare il concetto,  come esperimento di antropologia pratica suggerisco di applicare questo principio comportamentale alle varie culture, per esempio, mediterranee, monocratiche, democratiche e di altra natura. Gli esiti possono porre in evidenza il significato etico della parola. È di aiuto anche osservare che nella maggior parte dei casi la responsabilità è precisamente definita e circosritta dalle leggi o dai rituali sociali. Le implicazioni legali e rituali della parola possono estendersi fino all’obbligo di non traferire alcuna informazione all’esterno del rapporto capo/subordinato.  Ad esempio, nelle appartenenze delle associazioni per delinquere. Gli esterni all’appartenenza, sono per definzione sacrificabili per il bene dell’appartenenza.

Accountability è una parola orizzontale che mette in relazione paritetica i concittadini. L’accountability implica l’obbligo etico, ma non legale, di riferire ai pari i fatti noti e utili ai concittadini a proposito del progresso nel raggiungimento degli obiettivi comuni, dei risultati attesi. È irrilevante se su di essi vi sia anche la responsabilità diretta.  L’obbligo di rendere conto di quanto si sa in merito, è un dovere non scritto, che non si può imporre con alcuna legge, e determina la dignità e la statura etica, civile, sociale della persona. Un modo frequente di tradurre accountability è appunto la parola trasparenza. Questa è una traduzione parziale, ma più precisa della parola responsabilità. Chi è a conoscenza dei fatti non può tacere; l’omertà è l’opposto dell’accountability. L’accountability misura la serità sociale, la dignità della singola persona rispetto ai propri pari. In certi casi l’accountability obbliga ad andare contro il principio di responsabilità. L’esempio forse più forte è rappresentato in alcuni codici militari nei quali è d’obbligo non eseguire l’ordine del superiore quando questo è acclamatamente contrario all’etica dei coinvolti. Dove per “acclamatamente” si intende che “più persone coinvolte nel contrasto etico” sono obbligate a non dare seguito ad un ordine ritenuto pericolosamente dannoso. Questo schema pone l’individuo, e le sue libere scelte, al centro della scena sociale e, ciò che colpisce di più, al centro di un’etica condivisa in una società paritetica tendenzialmente senza confini.

In conclusione, ecco due provocazioni che discendono direttamente da quanto detto:
– La democrazia si fonda sull’accountability individuale senza la quale la democrazia non esiste e non può esistere
– Colpisce che in italiano il concetto non sia facilmente traducibile se non con complesse e confondenti perifrasi.

PS
È evidente che le due parole sono qui presentate in un paradossale bianco e nero. Nelle infinite prospettive della “realtà” la convivenza delle due parole si mescola in una vasta gamma di grigio. Però gli esperimenti pratici di antropologia di cui sopra mostrano facilmente le prevalenze dell’una o dell’altra, in ciascun sistema sociale. Tali prevalenze spiegano anche alcuni enigmi comportamentali che difficilmente sono riconducibili ad altri fattori. Per esempio la tendenza a trascurare il bene pubblico oppure sistemi legali troppo complessi proprio perchè forzosi tentativi di piegare le istituzioni tendenzialmente democratiche ad adattarsi a culuture sostanzialmente monocratiche o collettivistiche, perciò contrarie alla pariteticità fra cittadini.

Brexit – Cittadini UK, vittime delle proprie emozioni

L’irrazionalità degli inglesi è tanto famosa quanto la loro folle propensione a seguire sanguinose ideologie. Dal nazismo al comunismo.

La Storia ci insegna che quando la “carestia” si fa troppo lunga, nella popolazione di diffonde il convincimento che il sistema sociale non funziona. Si tratta di conclusione estemporanea ed emotivamente frettolosa? Qualcuno sostiene si tratti proprio di passeggeri mali di pancia e di ottocentesche isterie emotive. Altri invece potrebbero anche ritenere che la pancia e le emozioni sono molto più rapide e concrete dei nostri cervelli. La credenza secondo la quale le “masse”  sottoutilizzano la razionalità del cervello è dolosamente diffusa da coloro che non intendono ascoltare i malesseri e specialmente non vogliono cambiare i propri comportamenti. La dicotomia fra pancia e ragione è una leggenda smentita proprio dai più intensivi utilizzatori di cervelli razionali, i ricercatori. Ma questa è un’altra storia.

Quando pancia ed emozioni dicono che è necessario cambiare, bisogna cambiare. Se chi deve cambiare non cambia, ci pensano i Cittadini a cambiare le “persone che devono cambiare”; gli “emotivi” Cittadini lo fanno con l’irrazionalità e la “violenza” del voto a favore di populismi, nazionalismi, antagonismi, che servono a scacciare i sordi. Purtroppo con effetti collateralei assai gravi, ma meno gravi del non far nulla dei granitici prussiani dello status quo.

Se nemmeno i populismi servono, allora i Cittadini sono costretti a cambiare le forme di governo con ribaltoni, questi sì insensati e distruttivi. Ma chi sono i promotori sostanziali dei distruttivi ribaltoni? Gli irrazionali di pancia ed emotivi o i prussiani del “non si cambia nulla” che vanno a braccetto con i democratici di Weimar?

Una orribile sequenza di perniciosi ribaltoni sta nella Storia tedesca del secolo scorso (che i tedeschi non hanno imparato, e non solo loro).

  1. Primo ribaltone – Il traballante impero prussiano, con il GDP procapite calante, portò la Germania alla WWI (World War I)
  2. Secondo ribaltone – All’uscita della WWI, con un GDPpc quasi azzerato dalla guerra e dai suoi debiti, spinse la popolazione verso il caos indecisionale della Repubblica di Weimar.
  3. Terzo ribaltone – L’incapacità di quella involuta forma di democrazia, provocò un ulteriore peggioramento del GDPpc e convinse la popolazione a spingere entusiasticamente per una forte concentrazione del potere (nazismo).
  4. Quarto ribaltone – A loro volta i nazi-psicotici iperdecisionisti produssero un picco di economia dopata che si concluse con un vertiginoso azzeramento del patrimonio con la WWII.
  5. Quinto ribaltone – Al termine della WWII, la popolazione scelse ben poco; le venne imposta una forma di democrazia che mai i tedeschi avevano pensato di adottare.
  6. Brexit – sesto ribaltone?

L’economia EU si è cacciata nella palude. L’autonominato asse franco-tedesco è incapace di produrre ricchezza per l’Europa e fa fatica a produrne anche per stessa la Francia e per la Germania. Si è interrotto il percorso verso un’Europa più integrata, con maggiore massa critica, con meno confini interni, con una più razionale ed efficiente regionalizzazione, con un GDPpc in crescita. L’EU franco-tedesca non è capace di cambiare.

Stranamente (?!) alcuni paesi periferici, quelli che hanno tratto vantaggio sul GDPpc, ancora sostengono l’Europa Unita (fra di essi l’Italia la cui pancia sa bene di averci molto guadagnato in questi quindici anni).

All’estremo opposto della stranezza (?!) UK vuole uscire da quel poco di Europa nel quale era entrata. È il Paese che meglio funziona (GDPpc) e che nella sua millennaria democrazia non ha mai gradito ribaltoni, preferendo pragmatiche evoluzioni progressive.

La pancia e le emozioni funzionano peggio del cervello? Forse; nel frattempo sarebbe opportuno che i franco-tedeschi cominciassero a far funzionare le orecchie; che pare sia un buon modo per attivare il cervello razionale. Peccato che i franco-tedeschi riescano a sentire gli schiocchi solo dai 150 decibel in su.

Democrazia 3.0 – Il paradosso della democrazia

Pare che le democrazie più datate, più stabili e più ammirate non siano affatto nate su ispirazione del pensiero filosofico greco. Forse nemmeno quella ateniese alla fin fine è stata una democrazia nata dal pensiero filosofico greco. Infatti i molti filosofi greci che raccontano della loro democrazia, ci hanno trasmesso dettagliati commentari piuttosto critici verso il sistema democratico. Pur vivendoci immersi e godendo dei benefici della democrazia, come la libertà di pensiero e di parola, avevano consapevolezza delle debolezze specialmente nei confronti le forze esterne alla loro Città Stato. E infatti, nonostante l’eroica resistenza, furono battute da forze molto più grandi e assai meno democratiche.

Gli stessi estensori della costituzione americana, sembrano piuttosto critici nei confronti della forma di governo “democrazia” nella quale vedevano più o meno le stesse debolezze che vi vedevano i pensatori greci. I fondatori della nuova forma di governo americana, sospettosi verso la democrazia, avevano ragioni scarsamente filosofiche e molto pragmatiche:

  1. Non volevano pagare tasse richieste da un governo da loro non riconosciuto (cioè da un governo che spendeva i soldi dei cittadini non per gli interessi dei cittadini, ma per altri scopi)
  2. Non volevano un governo che chiedeva loro servizi incomprensibilmente lontani dai loro interessi.
  3. Volevano un governo forte ed efficace nella difesa degli interessi americani fuori dei confini
  4. Volevano un governo forte nel far rispettare le regole di convivenza interna, ma anche la libertà di pensare, dire e fare
  5. Avevano il terrore che un governo, che concentrasse nelle proprie mani un potere sproporzionato, alla fine potesse diventare quel pericoloso governo di cui ai punti 1 e 2.

Un dilemma irrisolvibile che trovò risposta nella stabile instabilità di un sistema di contrappesi pronti a scattare nel momento in cui il governo forte fosse diventato troppo forte.

Sono pochi gli esperimenti europei originati dall’esigenza di tenere sotto controllo governi troppo forti. E sì che l’Europa del ‘700 e dell’800 aveva governi talmente forti da governare il mondo intero. Eppure i cittadini europei non apparivano particolarmente preoccupati.  Forse perchè le entrate, provenienti da tutto il mondo, fornivano sufficienti risorse per una ragionevole qualità della vita?
Giusto un po’ prima del periodo di massima potenza mondiale, in effetti c’erano stati alcuni, pochi, Paesi che si erano trovati in condizioni analoghe a quelle americane: popoli dominati da governi imperiali lontani dalla loro casa. Per esempio le Province Olandesi, il Belgio, e pochi altri. Furono tutti spazzati via dalla strapotenza degli imperi dell’epoca contro i quali avevano osato erigere una barriera di resistenza con le nuove organizzazioni “moderno-democratiche”. Interessante è notare che inizialmente, sia di là dell’Atlantico sia in Olanda e in Belgio, i rivoltosi (verso governi troppo forti) ritenevano indispensabile mantenere milizie locali (il cui comando fosse locale).

Pare che la parola stessa “democrazia” non fosse particolarmente amata né in America né nei Paesi europei di cui sopra. La parola democrazia arrivò in America solo dopo che Tocqueville, a metà ottocento, volle tentare di descrivere ai suoi conterranei francesi gli strani comportamenti degli americani. Il suo libro aveva il titolo “De la démocratie en Amérique”. (*) Fu così che gli americani inconsapevolmente divennero democratici anche di nome.

Pare poi che gli altri tentativi di democrazia, cioè quelli ispirati alla mitologia della democrazia greca, siano sempre tutti falliti non senza danno per le popolazioni. Almeno fino alla seconda guerra mondiale, quando il mondo cambiò davvero.

Possiamo allora sintetizzare che la parola democrazia moderna potrebbe avere un’origine più pragmatica e meno filosofica? La democrazia moderna potrebbe essere, non la realizzazione di un’idea, ma la realizzazione di un più efficiente bilanciamento di poteri fra i cittadini e i loro governi?
Se fosse vero, la democrazia moderna potrebbe essere applicata solo da cittadini consapevoli di sé (liberi e sovrani) e da governi con la matura consapevolezza di non poter governare contro gli interessi dei cittadini.
L’esempio più tremendo è quello dei governi europei, fuori tempo e irragionevoli, che furono spazzati via non da una rivoluzione, ma da una guerra (WWII) o dal collasso economico. Il motore del cambiamento non fu necessariamente il desiderio di democrazia e di libertà, ma probabilmente l’aspirazione a una maggiore qualità della vita che i governi forti e centralizzati di allora dimostravano di non essere più in grado di fornire, anzi la facevano declinare.  L’aspirazione alla libertà è fin troppo spesso confusa, dai teorici, con l’aspirazione alla maggior qualità della vita; forse esse vengono confuse perchè camminano inseparabilmente a braccetto. La differenza sta forse nel fatto che la qualità della vita si può misurare, seppur parzialmente, e quando i parametri scendono, la tensione sociale cresce proporzionalmente; quando accade, i cittadini tendono a sollecitare soluzioni diametralmente opposte alla situazione amministrativa corrente.

L’Europa deve imparare in fretta dalla storia dell’umanità.

(*) È un’interessante coincidenza che De la démocratie en Amérique precedesse di soli trent’anni circa Das Kapital che di fatto sosteneva la molto europea convinzione che il potere dovesse essere molto concentrato e che non necessitava affatto di controlli. Più precisamente il problema dei controlli sul potere non era assolutamente percepito.

Liberare la PA

I Casi di due aziende, Phase e Buzzoole, di cui si è parlato recentemente, testimoniano che, salvo rare eccezioni di eccellenza e straordinario impegno civico, la Pubblica amministrazione italiana è ancora incagliata e rappresenta uno, se non il principale, ostacolo alla crescita dell’economia e allo sviluppo di una società sana.

Permane una situazione in cui vi sono ancora persone poco motivate o poco preparate e vi è una grande confusione normativa che si accompagna ad una definizione di obiettivi poco chiari.

Bellissimo è stato il recente editoriale di Sabino Cassese che ha spiegato con grande lucidità come uno dei problemi della macchina statale sia l’eccessiva invadenza del Legislatore e della Politica in questioni troppo tecniche e di dettaglio che finiscono per ingessare l’operatività della macchina amministrativa invece di dare degli strumenti concreti per agire. Su questo immobilismo qualcuno prospera, mentre il cittadino e le aziende attendono invano servizi efficaci, che gli facciano perdere meno tempo, a cui si aggiunge un’eccezionale pressione fiscale a loro carico.

I buoni casi di amministrazione sono proprio quelli in cui i gestori, commissari o dirigenti riescono, per varie ragioni (urgenza, specificità o situazioni contingenti) a liberarsi del controllo oppressivo delle norme e delle formalità applicando criteri di buon senso e non formalismi bizantini. Per contro i casi di corruzione, invece che puniti severamente e in modo rapido, vengono utilizzati per irrigidire ancora di più le norme senza poi avere degli strumenti chiari di controllo e di verifica dei risultati degli enti pubblici.

Proprio pochissimi giorni fa è stato pubblicato il testo definitivo del decreto di modifica del D.Lgs. 33/2013 di revisione delle disposizioni in materia di trasparenza, con cui si introduce anche quello che pomposamente abbiamo voluto definire il Freedom of Information Act, o FOIA, italiano.

Esso rappresenta un passo indietro sulla trasparenza a favore del cittadino perché nel D.Lgs. 22/2013 era esercitabile per i cittadini il diritto civico alla trasparenza, mentre ora esso è stato limato e ridimensionato, introducendo un’eccessiva burocrazia.

Appare altresì grave e negativo che gli obblighi di pubblicazione a cui devono sottostare le pubbliche amministrazioni, già in essere grazie all’implementazione della sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti web delle PA, saranno sostituiti da informazioni da pubblicare a link e/o banche dati che non sono state definite ne indicate. A tutto questo si aggiungono tipologie di accesso differenti (ben tre!) che complicheranno ulteriormente i diritti dei cittadini ad avere accesso ai dati.

Come dice quindi giustamente Cassese, la prima cosa da fare per avere una Pubblica amministrazione più efficiente è di liberarla dal controllo di regole troppo specifiche e puntuali.

Secondariamente il Legislatore e la Politica devono garantire alcune importanti condizioni per cui la macchina amministrativa possa funzionare.

La prima condizione è di avere una Leadership credibile. Ovvero qualcuno ai vertici che possa vantare risultati concreti, competenze e il rispetto della comunità professionale, semplici endorsement politici o l’aver superato esami formali non basta.

La seconda condizione è che la macchina amministrativa si basi sull’ascolto dei dipendenti pubblici, e questo non significa che bisogna barattare il silenzio connivente del personale con un rinnovo contrattuale o un piccolo aumento o la sicurezza del posto fisso. Significa che il personale deve essere ascoltato, coinvolto, motivato e responsabilizzato.

Il terzo punto è la Meritocrazia. Serve avere dei Meccanismi premiali veri, non premi a pioggia, e un’opportuna flessibilità organizzativa per spostare chi non è adatto ad una mansione e dare maggiore responsabilità a chi merita. Questo perché uno dei fenomeni tipici della Pa italiana è la grande variabilità dei risultati come dimostrano i test Invalsi, le performance dei Tribunali, della Scuola e della Sanità.

L’ultimo punto, forse il più importante, è l’utilizzo del Giudizio del cittadino come principale barometro del successo o insuccesso di un ente e di un’organizzazione. Non avendo un mercato o dei competitor gli enti pubblici devono mostrare in modo trasparente quali sono i propri obiettivi e se e come li hanno raggiunti ed avere dei sistemi di monitoraggio della soddisfazione del cittadino nell’utilizzo dei servizi. Se ci fossero questi strumenti emergerebbero differenze di risultato e sarebbe possibile premiare chi Merita in modo importante.

Aspettiamo quindi con speranza il Testo Unico del Pubblico Impiego in prossima uscita e auspichiamo che possa tenere in considerazione questi punti, per dare completamento, dopo due anni, ad una riforma che sia una vera opera di Liberazione nazionale della Pubblica Amministrazione.

Una riforma che metta al centro la soddisfazione del Cittadino e non del Legislatore.

Boggian e Tumietto di Forum Meritocrazia

 

La parola ambigua di oggi pare essere: #Costituzione

Sembra che la Corte d’Appello di Milano abbia motivato una sua recente sentenza con la seguente affermazione: “L’identità religiosa va garantita”.

Premessa: La Costituzione e le leggi basilari della democrazia, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, prevedono che non vi sia discriminazione fra religioni, etnie, sesso, razza e altre diversità.

Qualche domanda per la Corte d’Appello di Milano:

  • Esiste una lista di religioni che vanno garantite?
  • Nel qual caso chi ha steso quella lista e dove si può reperire?
  • Esiste per ciascuna religione un protocollo di simboli e comportamenti che devono essere garantiti?
  • È possibile inventare nuove religioni e farle entrare negli elenchi di cui sopra?
  • In assenza di leggi, elenchi e protocolli, è sufficiente un auto-certificazione, una dichiarazione del proprio principio religioso (o etnico, o razziale, ecc.) per ottenere la salvaguardia della propria diversità?

Per il principio transitivo implicito nell’eventuale sentenza della Corte d’Appello di Milano:

  • Anche l’identità etnica va garantita?
  • O sessuale, o razziale, e altre diversità vanno garantite?
  • In caso positivo, anche ad esse si applicano le stesse domande di cui sopra.

Principi costituzionali:

  • Se esiste un elenco di comportamenti religiosi, sessuali o etnici da garantire, sarebbero diversi da quelli garantiti dall’attuale sistema di leggi e norme vigente in Italia?
  • Se esistessero elenchi e protocolli per regolare quanto sopra, non sarebbero questi i presupposti per discriminare, o al contrario per regolare, i comportamenti dei vari gruppi religiosi, razziali, sessuali o etnici?

Restiamo in fiduciosa attesa di chiarimenti per dipanare le ambiguità interpretative sul caso e sui principi della democrazia e della Costituzione.

#Dittatura – È la parola ambigua di oggi

Quasi tutti i dizionari riportano la stessa definizione: regime politico caratterizzato dalla concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo.

Di primo acchito non si coglie alcuna ambiguità. È scontato che la “dittatura” sia l’opposto della “democrazia”. Quasi sempre però il “dare per scontato” nasconde insidiose trappole culturali e ambigue polisemie, dove le parole assumono significati diversi dei quali spesso non siamo consapevoli.

Concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale – È relativamente facile riconoscere una dittatura quando il potere è concentrato in una sola persona. Molti Paesi sono dominati da sovrani assoluti, dinastici, militari e di altri tipi; dall’Arabia Saudita alla Corea del Nord che sono accomunate dall’attributo “una sola persona al comando per ragioni dinastiche”. Il criterio “mono-dinastico” è però insufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie; esistono infatti dittature fondate sul potere conquistato da un’intera categoria (oligo-dinastiche): i militari, il partito, la religione e altri gruppi. Proseguendo nella scala dei neri, dei verdi e dei rossi, si aggiungono i Paesi che simulano, più o meno credibilmente, di essere democrazie dotate di sistemi elettorali.
Entriamo infine nella nebbia quando prendiamo in considerazione il fatto che anche le democrazie governano tramite un organo amministrativo nel quale si concentra il potere: lo Stato.

In sintesi: la concertazione del potere in un solo organo, tanto più se è collegiale e anche elettivo, non è purtroppo condizione sufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie.

Senza alcun controllo – Noi, che viviamo in quella parte di mondo che riteniamo sia democraticamente governata, diamo per scontato che i cittadini possano “controllare” l’enorme potere concentrato nelle mani degli amministratori pubblici (eletti e cooptati). Sappiamo bene invece che abbiamo solo limitate possibilità di indirizzare le scelte degli amministratori pubblici; ciò accade  nei distanziati momenti in cui esercitiamo il diritto di voto e quando manifestiamo pubblicamente le nostre opinioni. Sull’altro versante, le dittature si distinguono non per la mancanza assoluta del voto o della libera opinione, ma solo nel grado di esercitabilità del voto e di libera opinione. Questo è un confine labile, retorico, soggettivo, sottile che si misura nella possibilità di esprimere la propria opinione e nella possibilità di tentare di sostituire una minima parte dei 120 mila amministratori pubblici eletti ai quali si sommano gli inamovibili 70mila dirigenti che governano 3.6 milioni di dipendenti pubblici, ugualmente inamovibili. Per tentare sostituire gli amministraotri pubblici sarebbe prima necessario valutare il loro operato, ma mancano quasi totalmente i resoconti di gestione e contabili leggibili da un normale cittadino. Si potrebbe dire che le possibilità di controllo sono molto limitate nelle democrazie, e anche peggio nelle dittature.

In sintesi, la pratica istituzionalizzata dei sistemi di controllo, da parte dei cittadini sugli amministratori pubblici, è indispensabile, ma nemmeno questo fattore è dirimente sull’ambiguità fra dittatura e democrazia.

Dovremmo forse esplorare due altri due criteri quantitativi.

1) Concentrazione della decisioni – Le comunità più efficienti adottano un sistema delle decisioni di ispirazione “gravitazionale”: le decisioni sono prese dal gruppo più vicino al problema da risolvere, in sintonia con i gruppi contigui. Per esemplificare, la contiguità “orizzontale” si realizza quando Comuni limitrofi si incontrano per decidere insieme come risolvere un problema di traffico che li coinvolge tutti. Questo sistema decisionale è spontaneo, non particolarmente istituzionalizzato nel nostro Paese, oltre che non frequentissimo. Un esempio invece di contiguità “verticale” (gerarchica) si concretizza quando il Comune, e non lo Stato, decide come deve essere fatto un marciapiede. Questo sistema è invece molto istituzionalizzato in una forte catena di comando e controllo, tanto che spesso interviene lo Stato, al massimo livello organizzaativo, a regolamentare questioni tutto sommato piuttosto locali come le righe blu dei parcheggi o le licenze dei taxi. Va aggiunto che i sistemi gerarchici tendono a sovrapporre, e perciò a confondere, le responsabilità, invece di segregarle con chiarezza.

In sintesi tanto più elevato è il valore dell’indice di concentrazione delle decisioni al più alto livello organizzativo, tanto più è probabile che il sistema di governo assomigli ad un sistema oligo-dittarioriale, ben mimetizzato.
2) Successione – Nelle dittature dinastiche il meccanismo di successione è ovvio: il capo resta in carica a vita, ovvero finchè non muore di morte naturale o fino a che non viene fisicamente eliminato dal concorrente più aggressivo e con meno scrupoli. È un sistema assai diffuso anche fra altri esseri viventi (es: il branco). Secondo questa prospettiva, i nostri passati governi nostrani assomigliano ad un’oligo-dittatura di geronti inamovibili dalle loro poltrone. Non che un anziano non possa essere efficace come un giovane, ma quando sono tutti anziani, il problema non sta nell’età del singolo, ma nel meccanismo successorio che non premia i risultati, ma premia la fedeltà ai capi. Oltre ad essere antropologicamente primitivo, il sistema che premia l’anzianità, specie se associata alla “competenza”, aumenta la concentrazione del potere  nelle mani degli autoproclamati “più competenti”, i quali proteggono sè stessi selezionano i futuri leader secondo il ferreo principio di fedeltà.  Perfino la Costituzione prevede, anche per i ruoli cooptati, criteri di rotazione per gli incarichi potenzialmente più pericolosi per la democrazia. Le dittature sono bene distinguibili con l’indicatore di anzianità media degli organismi amministrativi; quando essa è maggiore dell’anzianità media della popolazione, la probabilità dell’esistenza di una dittatura mimetizzata è piuttosto alta. Questo principio non vale per i sovvertimenti di sistema dovuti a rivoluzioni o golpe che abbassano imporovvisamente l’età media.  Si tratta infatti dell’altra faccia del sistema successorio dinastico: quando i vecchi esagerano, i giovani e forti si stufano e cacciano violentemente i vecchi. L’età media si abbassa, ma non è detto che cambi il sistema. È più probabile che il sistema successiorio resti lo stesso, ma cambino gli attori. Come le rivoluzioni insegnano; prima fra tutte quella francese.

In sintesi, l’indicatore di rotazione e non ripetibilità degli incarichi, non solo quelli elettivi, ma specialmente quelli cooptati, misura quanto il sistema dittatoriale prevalga, anche se ben mimetizzato in istituzioni che sembrano democratiche.

L’opaca ingiustizia dei tempi dell’Amministrazione della Giustizia

I tempi dell’ingiustizia non dipendono solo dai mezzi e dalle leggi, ma anche dalle scelte di ciascun magistrato e dell’Amministrazione della Giustizia. Sulle quali non vi è alcuna trasparenza verso i cittadini contibuenti. Pubblichiamo in merito l’editoriale di IBL.

La settimana scorsa la riforma sulla prescrizione, ferma in Senato, è stata congiunta alla riforma del processo penale. Un segnale di distensione lanciato dal governo alla magistratura, dopo le polemiche, tra le altre, del presidente dell’ANM Davigo sul fatto che la prescrizione sia uno dei problemi della giustizia italiana.

Ci sono tanti processi che, protraendosi per un tempo più lungo di quello della prescrizione, diventano inutili. Allungare la prescrizione o sospenderla ad esempio in primo grado sembrerebbe la soluzione più logica: la giustizia avrebbe tempo di fare il suo corso, e non si sprecherebbero inutilmente i processi e i loro costi. Tuttavia, concentrarsi sulla prescrizione è come prendere il toro per la coda.

Se non si può stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un imputato, non è perché esiste la prescrizione, ma perché indagini e processo sono stati lunghi, talmente lunghi da superare i termini che si ritiene ragionevoli a contemperare le esigenze di giustizia con quelle della certezza.

Si può dire che quanto debbano essere lunghi quei termini sia una questione opinabile, ma è illusorio pensare che il problema della certezza delle pene risieda nella certezza del diritto – che è lo scopo ultimo della prescrizione. 

Prendere il toro per le corna, invece, vorrebbe dire agire su altri fronti.

In primo luogo, ripristinare il principio di tassatività dei reati: l’abuso di ufficio è solo l’esempio classico di reati residuali con i quali si può sostanzialmente aprire qualsiasi indagine.

In secondo luogo, rendere effettivamente stringenti i tempi di indagine. Oggi, di fatto, le proroghe che vengono concesse rispetto al termine di legge fanno sì che i tempi delle indagini «mangino» quelli dei processi.

Su ogni soluzione procedurale, tuttavia, grava il comportamento della magistratura, compresa quella inquirente. Potrebbe sembrare che tra il non doversi procedere per prescrizione e la responsabilità dei magistrati non ci sia alcuna connessione. E invece, poiché tutte le leggi vanno interpretate, è proprio nel buon senso del modo di procedere degli operatori della giustizia che si può trovare la soluzione per una giustizia efficiente. Dipende da come essi interpretano le fattispecie di reato, il loro dovere di procedere, l’opportunità di proseguire o interrompere le indagini rispetto alla serietà dei fatti, all’attendibilità della notizia di reato e alle prime risultanze, che risiede la parte più consistente del problema della giustizia. 

Una giustizia che, anche per una impropria interpretazione della notizie di reato da parte della stampa e dell’opinione pubblica, diviene preda del clamore senza dover rispondere delle inutilità, oltre che degli errori, giudiziari è una giustizia che nell’allungamento dei termini di prescrizione troverà solo un agio in più per ripararsi dalle proprie responsabilità. Si possono fare tutte le riforme procedurali possibili, ma garantire una giustizia efficiente, non solo nel settore penale, è così difficile proprio perché non dipende solo dalla bontà delle leggi.

#Cultura

Negli anni settanta le guardie rosse della cultura hanno distrutto la parola “cultura”, insieme alla grammatica e alla sintassi. Nella ricostruzione è rinata più liquida, più dipendente dal contesto e dagli interlocutori, più polisemica, usabile come il prezzemolo in molti modi diversi; è particolarmente utile quando è necessario forzare la sacralità di qualche concetto appena abbozzato, non ancora elaborato e tantomeno condiviso. Per lo strano fenomeno antropologico della distruzione e della rinascita, tutti arretrano a capo chino anche alla sola citazione della cultura.

Nei dizionari troviamo significati molteplici, contraddittori, ambigui. Ci viene in soccorso un bell’articolo di Massimo Angelini che ci guida nella scoperta delle origini del concetto (*).

I latini, grandissimi ingegneri dell’antichità, avevano il gusto teutonico di mettere tutto in ordine con precisione. Con ammirato stupore osserviamo come siano riusciti a distillare e condensare un complicato concetto in una sola parola:
1. Piantare i semi – L’origine etimologica è “colere”: coltivare, anche nel senso figurato di avere cura, trattare con attenzione o con riguardo, quindi onorare;
2. L’albero che è il futuro del seme – Abbiamo perso la precisione dei latini che avevano inventato il “participio futuro” (nascituro, morituro, futuro e anche natura) per indicare che l’effetto del presente sta nel suo futuro risultato. Così è infatti per la cultura-coltivazione che è un accadimento futuro che prevediamo, o abbiamo la speranza che accada proprio come lo sognamo. L’albero è il futuro probabile del seme che abbiamo “coltivato”.
3. L’irrompere dell’agricoltura ha creato la circolarità del tempo – L’investigazione di Angelini ci ricorda che i postfissi uro, ura, ecc sembrano derivare dal sanscrito “rta” da dove, attraverso il latino, provengono le parole “ruota”, “retto”, “diritto” e “rito”. Anche nella radice di “colere” è nascosto un nocciolo etimologico ancora più antico. Il nucleo duro kwel (che vuol dire “ruotare”, “girare”, “camminare in cerchio”) ha generato tante altre parole come ad esempio kyklos (cerchio in greco) e wheel (ruota in inglese). Può essere che la parola venisse usata per “ruotare la terra” (dissodare) o per “indicare il ciclo delle stagioni”? Possibile; ed è anche possibile che il ciclo delle processioni rituali, il ruotare in cerchio dei riti e dei “culti” sia bene incastonato nel sacro, nel venerato, della parola “cultura”.

La cultura dunque è il collegamento fra l’azione e il suo effetto, in un ciclo di esperienza, affinata nella ripetizione, che rende più alta la probabilità che si realizzi sempre lo stesso il risultato atteso . Nella ripetizione non servono intelligenza e consapevolezza, serve l’efficiente ripetitività dell’esperienza, serve l’automatismo rituale (**).

In termini attuali potremmo dire che la cultura è l’insieme dei comportamenti, ripetuti, con il minimo necessario di consapevolezza, per produrre i risultati attesi con ragionevole probabilità di successo.

Secondo questa concezione, la cultura è applicata con diversi gradi di consapevolezza. Ad esempio:
1. Il veloce spostamento della mano dal fornello scottante. Una volta si chiamava reazione dell’arco riflesso; cioè si ipotizzava (erroneamente) che il cervello non fosse coinvolto nella reazione automatica, ma ne avesse una consapevolezza solo successiva all’evento.
2. I “comandamenti” delle religioni e delle ideologie non richiedono consapevolezza raziocinante; semmai richiedono l’opposto. È sufficiente un atto di fede a motivare i comportamenti prescritti. Il convincimento è che essi conducano ai risultati attesi.
3. Le leggi, le norme, le regole sono comportamenti ripetitivi imposti alla collettività; spesso, ma non sempre, sono espressione di adesione volontaria individuale alle autolimitazioni. Il grado di consapevolezza è più elevato, ma ancora non richiede rielaborazioni sulle ragioni delle norme; si dà per scontato che siano utili (a qualcuno).

La cultura potrebbe essere un catalogo di comportamenti, efficientemente automatici, da attivare molto velocemente, con modestissima spesa di risorse, con risultati prevedibili che evitano di faticosamente reinventare l’acqua calda ogni volta che si ripresentano situazioni ripetitive.
Tutto è molto pratico, se non fosse che ogni tanto le situazioni ripetitive sono diverse da come appaiono; allora i comportamenti automatici commettono, molto efficientemente e ripetitivamente, errori anche gravi. Solo la consapevolezza critica può riconoscere l’errore e potrà aiutare ad aggiustare il catalogo dei comportamenti utili; ovvero potrà cambiare la cultura.

(*) Nella seconda parte invece ci siamo smarriti.
(**) Asimov amerebbe sfidarci portando all’estremo il concetto: nella civiltà automatizzata, i robot eseguono perfettamente comportamenti predefiniti; i robot si esprimono secondo cultura?