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L’implacabile legge di Merton smonta l’idea del legislatore che comanda.

De Nicola e Bragantini ingaggiano una conversazione sulla legge di Merton secondo la quale falliscono, assai frequentemente, i tentativi del legislatore di imporre (con  leggi-comando) comportamenti economici ai Cittadini. Questi invece si inventano mille modi per comunque raggiungere il loro scopo nonostante i comandi nei quali non credono. È una storia assai datata; è difficile imporre agli uomini comportamenti che ritengono contrari ai loro interessi.

È l’idea stessa del comando degli Amministratori Pubblici sui Cittadini che ha fatto il suo tempo. La democrazia, in Italia particolarmente, garantisce al Cittadino il “diritto della sovranità”, ma chiama a sè, all’Amministrazione Pubblica, l’esercizio del potere, il comando. Da ottocento anni, la Storia della democrazia è un percorso di trasferimento evolutivo dell’effettivo esercizio del potere dagli Amministratori  Pubblici ai Cittadini. Non importa se gli Amministratori Pubblici sono autocrati o democratici; cambia l’intensità di violenza nel cambiamento, ma il cambiamento in sè non si ferma.

Qualche numero e fatto. Prima del 1940 le Costituzioni democratiche (quelle che, nelle dichiarazioni, sostengono la sovranità del popolo) erano una dozzina; ai giorni nostri sono circa duecento. L’incredibilmente rapida espansione delle democrazie non corrisponde però all’evoluzione delle forme dell’esercizio del potere. Salvo qualche rara eccezione, il comando rimane essenzialmente centralizzato.

La legge di Merton dimostra con gli esempi, che il comando del popolo (Amministratori Pubblici) sul popolo funziona sempre meno. Altri fenomeni sociologici lo dimostrano ancora di più. La democrazia non evolve da settant’anni ed è stanca. Il diritto alla sovranità non basta, è necessario trasferire anche parti del potere esecutivo, un passo alla volta.

Alessandro de Nicola: L’imprevedibilità delle leggi e gli effetti distorti sull’economia.

Il commento di Bragantini e la replica di De Nicola: Il rapporto migliore tra leggi ed economia

 

Gli scambi internazionali non si fermano. Meglio partecipare agli accordi o subire quelli degli altri?

L’ENNESIMA sessione di negoziati tra Unione europea e Stati Uniti relativa al Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, meglio conosciuto come Ttip, si è conclusa con lenti progressi ma non sufficienti a imprimere una svolta a una trattativa che ormai va avanti da anni tra frenate ed accelerazioni. Tuttavia, l’attenzione dell’opinione pubblica europea si è solo recentemente concentrata sulle vicende di questo partenariato, sull’onda del sentimento populistico e no-global che la pervade.
Alcuni temi che vengono negoziati tra Usa ed Europa e dove ci sono legittime divergenze, normali e presenti anche quando si contratta il prezzo di un appartamento, vengono presentati come complotti di “informi” multinazionali a scapito delle piccole imprese e dei cittadini. Si agita lo spettro di danni alla salute dei consumatori, di cessione di sovranità a tribunali arbitrali privati e così via.

Ma come funziona in realtà e a cosa serve la politica commerciale europea? Prima di tutto è bene sapere che l’Unione europea ha competenza esclusiva sul commercio internazionale. In altre parole non c’è la possibilità per l’Italia di fare un accordo separato con gli Usa, il Canada o chicchessia. Ciò rappresenta sicuramente un vantaggio, perché fa sì che economie tutto sommato simili e con un corpus di norme comuni possano negoziare con altre nazioni in una posizione più forte. Inoltre, nel corso degli anni si è formato un gruppo di funzionari specializzati e sofisticati che sono in grado di capire i vari dossier con maggiore maestria dei singoli paesi: uno dei problemi posti da Brexit al Regno Unito è proprio quello di dover partire da zero nel ricostruire un dipartimento in grado di prendere in mano i complessi argomenti del commercio internazionale. Lo svantaggio è che, siccome non si possono completamente ignorare i governi, alcune posizioni protezionistiche di nazioni importanti (la Francia, ad esempio) diventano di tutti.

Con le sempre maggiori difficoltà incontrate dal Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, a concludere accordi globali che abbassino le tariffe e soprattutto le barriere non tariffarie, la Ue è progressivamente più impegnata in negoziati bilaterali con singoli Stati o associazioni di Paesi (come l’Asean, l’area di libero scambio del sud-est asiatico). Si tratta di una tendenza mondiale: non solo la Russia negozia free trade agreement con la Cina e l’India e queste tra di loro, ma sorgono come funghi trattati multilaterali, unioni doganali (in Africa e nel Pacifico si nota un particolare dinamismo), persino monete uniche o codici di commercio transnazionali (ancora una volta la giovane Africa va veloce).

Il trattato più importante recentemente firmato è il Tpp, tra gli Usa e un nutrito numero di Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, dal Giappone all’Australia, passando per Nuova Zelanda, Messico, Malesia, Singapore, Cile e così via. Gli Stati Uniti però devono ancora ratificarlo e, con le politiche neo-protezioniste proclamate da Trump e da Hillary Clinton, la sua entrata in vigore non è così certa.

L’Unione europea non sta con le mani in mano: nel 2011 ha concluso un patto di libero scambio con la Corea del Sud (il primo con un Paese asiatico) che ha avuto effetti spettacolari. Infatti le esportazioni di merci europee sono aumentate in meno di 5 anni del 55% (con percentuali più alte per quelle liberalizzate anche solo parzialmente) da 30 a 47 miliardi di euro, e anche la Corea ha aumentato il suo export, benché quello che prima era un deficit commerciale per il Vecchio continente si sia trasformato in un surplus di 6 miliardi di euro. Simili exploit si sono registrati nella prestazione transfrontaliera di servizi.

Bruxelles ha poi firmato il Ceta, vale a dire il trattato con il Canada, che ora, con curiosa procedura, dovrà passare non solo per il Parlamento europeo ma per tutti i parlamenti nazionali, dando così potere di ricatto a chiunque e come minimo allungando i tempi di entrata in vigore. Infine, l’Unione sta negoziando altri importanti accordi con il Giappone ( Japan Free Trade Agreement) , la Cina ( China Investment Agreement) e sta rivedendo trattati già in vigore o è seduta a nuovi tavoli con l’America Latina (Mercosur), l’Africa soprattutto Occidentale e l’Asia meridionale.

Perché sarebbe importante fare presto e concludere le negoziazioni in corso? Prima di tutto perché più si aspetta più si ritardano i benefici che ad esempio il libero scambio con la Corea ha reso evidenti. Inoltre, in un mondo in cui nel futuro prevedibile (agli scenari a 30 anni non ho mai creduto, ed empiricamente direi che è uno scetticismo ragionevole) il peso di Cina, India e Africa è destinato a crescere di più di quello dell’Europa, è bene che le regole del gioco del commercio mondiale siano impostate ora con quei Paesi con cui condividiamo valori e strutture politiche. Se oggi come europei facciamo storie sulla presunta inflessibilità americana al tavolo delle trattative (che peraltro verte su punti non essenziali del Ttip), forse non abbiamo idea di cosa vorrà dire tra qualche anno sedersi al tavolo con diplomatici cinesi rappresentanti un Pil doppio del nostro.

@aledenicola

Le mani dei burocrati sui nostri affetti

IL CONSIGLIO di Stato è stato chiaro: le prime unioni civili si potranno celebrare prima di Ferragosto. Bene, qualunque cosa si pensi della legge Cirinnà, non aveva molto senso che, una volta approvata, si facesse passare troppo tempo prima di poterla applicare appieno. Tuttavia, come è normale quando entra in vigore una norma che introduce istituti giuridici nuovi, qualche dubbio interpretativo comincia già ad affiorare.
Uno di questi riguarda le convivenze di fatto e la chiarezza sul punto è importante, perché la scelta dell’una o l’altra interpretazione ci dirà se l’ordinamento giuridico italiano tiene ancora in conto la libertà degli individui di autodeterminarsi o se si avvia inesorabilmente a diventare un paternalistico sistema in cui lo Stato sa sempre meglio della persona qual è il suo “bene”.

Com’è noto, la legge 76 del 2016 regola anche le convivenze di fatto tra due persone che sono unite “stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale”. I conviventi possono essere dello stesso sesso o di sesso diverso, e per accertare “la stabile convivenza” devono presentare all’anagrafe un’apposita dichiarazione. Questa condizione fa sorgere diritti e doveri per la coppia da un punto di vista successorio, di accesso ai dati personali, di reciproco sostegno, di possibile corresponsione di alimenti dopo la rottura del legame è così via. Inoltre, la registrazione è condizione per poter stipulare un contratto di convivenza che regoli i rapporti tra i contraenti.

La nuova legge, peraltro, non ha abrogato la possibilità prevista da un decreto del 1989 di dichiarare all’anagrafe l’esistenza di una convivenza per vincoli affettivi, che possono essere anche di amicizia o parentela (zio e nipote, per esempio) e riguardare più persone.

Infine, esistono le convivenze di persone che mantengono la residenza separata o che non hanno né tempo né voglia di registrarsi da alcuna parte.

Ecco, secondo un’interpretazione estensiva ed in punto di diritto la convivenza é “accertata” dalla dichiarazione prevista dalla legge Cirinnà ma non costituita dalla stessa, quindi esiste a prescindere. La conseguenza sarebbe che, salvo per gli effetti tipici previsti dalla novella legislativa, ossia la possibilità di sottoscrivere il contratto di convivenza, gli altri diritti e doveri si applicherebbero anche a tutti gli altri conviventi, compresi quelli registrati secondo il decreto del 1989 o gli “anonimi”.

Io non penso che la lettura della norma porti a tale conclusione ma, se così fosse, saremmo di fronte ad un classico caso di summum ius, summa iniuria.

È mai possibile che un cittadino non possa sfuggire all’amorevole aiuto della legge? Che il legislatore, considerandolo un minus habens, lo protegga e gli imponga dei doveri nell’ambito dei rapporti personali quando è ovvio che di tale amorevoli diritti e cavillosi doveri il nostro cittadino vuole fare a meno?

Senza nemmeno soffermarsi sul caos che si produrrebbe per stabilire se un paio di settimane con la morosa siano stabile convivenza o meno, o se la legge, pensata per le coppie che vivono insieme, come si diceva una volta, more uxorio, sia applicabile allo studente che invece divide i costi dell’appartamento con un suo caro amico, il punto centrale è un altro: perché lo Stato deve per forza imporre comportamenti o garantire privilegi in una sfera personalissima come quella affettiva? La giurisprudenza nel corso degli anni aveva già regolato alcuni problemi scaturenti da una situazione di convivenza caratterizzata da “affetto familiare” proprio perché mancava una legge apposita; ora che c’è, solo chi rientra nella sua definizione e come tale si registra dovrebbe essere sottoposto alle relative prescrizioni.

Perché dei terzi, ad esempio gli eredi di uno dei conviventi non registrati ed ahimè deceduto, dovrebbero vedere i loro diritti (ereditari), diminuiti da altri diritti che in vita i conviventi non avevano inteso creare visto che non si erano registrati?

L’intrusione del Leviatano nella vita e nelle tasche degli individui é già arrivata a livelli mai prima raggiunti: almeno nei propri affetti lasciamo liberi i cittadini di evitare di avere a che fare con burocrati e carte bollate.

Alessandro De Nicola
adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Le Città e la Democrazia al tempo dei populismi

Con mirabile semplicità, tutti gli elementi del cosmo sono messi in relazione reciproca dalla legge universale dell’attrattività: essere attratti ed essere attraenti. Non so se la parola “democrazia” esprima la quintessenza dell’attrattività, ma certamente rappresenta l’arte di essere votati e l’arte di votare entro un sistema di comportamenti regolati che consentono agli esseri umani di esercitare reciproca attrattività senza per questo precipitare in violente collisioni. La democrazia sembra proprio una bella invenzione, eppure quasi ovunque mostra pericolosi sintomi di esaurimento:

  1. Da anni la democrazia non produce crescita (GDPpc – pro-capite)
  2. Cresce la distanza fra i cavalieri dello sviluppo e i feriti dal cambiamento
  3. Proliferano i vanitosi opportunisti che orribilmente manipolano i sentimenti dei feriti con l’unico intento di essere votati
  4. Aumenta la percezione del divario fra gli interessi degli AP (Amministratori Pubblici) e gli interessi dei Cittadini
  5. I risultati elettorali dimostrano l’incapacità degli AP di comprendere il senso degli interessi individuali dei cittadini e dei loro aggregati. Nello stesso tempo la competizione elettorale è diventata perenne e si gioca prevalentemente sulla vanità della retorica e sull’elargizione di privilegi (e spesso anche peggio). Sull’Europa a 28 Stati, il sole partitico-elettorale non tramonta mai.
  6. I Cittadini dimostrano, con risultati elettorali eclatanti, di essere stanchi di essere coinvolti in elezioni i cui effetti si manifestano in luoghi troppo distanti dai loro interessi più vicini.
  7. I super-stati continentali non sono capaci di correre più veloci della realtà; accade che EU che perda i pezzi; è accaduto che l’URSS collassasse senza bisogno di alcuna guerra. (L’ultimo caso di dissoluzione sanguinosa è forse la Yugoslavia)
  8. Nel mezzo dell’imponente cammino verso una maggiore condivisione fra democrazie, gli Stati sembrano essere i maggiori promotori delle separazioni, dei distinguo e dei confini.

Al contrario, sotto la superfice agitata del clangoroso mugugno, avanzano esperimenti e movimenti verso una democrazia aggiornata e rinnovata all’insegna dello scambio e della condivisione:

  • I produttori di conoscenza, come le università e i centri di ricerca, sono ormai una rete globale che anticipa e sopravanza qualsiasi regolazione “geografico statale”
  • I rapporti commerciali internazionali (il Diritto e l’Amministrazione della Giustizia) convergono verso principi e procedure simili.
  • Le metropoli Europee si mettono d’accordo fra di loro senza attendere il permesso dei propri Stati e dell’Europa.

Le metropoli sono ora consapevoli di essere i nodi vitali delle veloci vie aree, marittime, aeroportuali, stradali, ferroviarie, finanziarie, digitali, informative. Le Città non sono solo nodi, sono utilizzatori (e produttori) intensivi di conoscenza, sono i centri decisionali mondiali. Si moltiplicano gli eventi che marcano lo spartiacque fra chi è nella rete di Città e chi si è ritirato o ne è stato escluso. In ogni caso la democrazia ha bisogno di riorganizzare il proprio modello decisionale e partecipativo. Stiamo passando dalla dem 2.0, nata dalla WWII, alla dem 3.0 del terzo millennio.

I Cittadini sentono il bisogno di una democrazia dem 3.0 con processi decisionali più pratici

Un bell’articolo di Vitalba Azzollini apre una porta a quanti vogliono passare alla dem 3.0., e aiuta a focalizzare l’attenzione ai fondamenti della dem 2.0 per poterli ridiscutere e riorganizzarli.

Vitalba Azzollini riporta l’opinione di Madison:”La democrazia … altrimenti essa diviene il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse ad entrambe”.

Per ironia della Storia, la “democrazia americana” non sapeva di essere una “democrazia” fino a quando Tocqueville non la battezzò nel suo libro De la démocratie en Amerique”. La democratie fu pubblicata oltre cinquant’anni dopo la Costituzione Americana che fu scritta in gran parte da Madison, insieme a pochi altri, in tempi brevissimi e con un efficiente processo di condivisione. L’acuto osservatore francese, e post-rivoluzionario, dovette cercare un nome da assegnare a quella forma di autogoverno mai visto prima in Europa, nemmeno nei molti decenni successivi al gran fallimento della rivoluzione francese. Il punto più ironico di tutti è che Madison, insieme a moltissimi dei suoi concittadini, disprezzava la democrazia. Secondo lui quel processo decisionale era troppo complesso, contraddittorio, rischioso e inefficace. Lo spirito pragmatico americano (e anglosassone) richiedeva che alle dichiarazioni dovessero seguire i fatti, cioè le parole devono essere eseguibili (walk the talk). I principi astratti sono belli, ma portano sfortuna, come le rivoluzioni ideologiche ampiamente dimostrano.

Il primo insegnamento che ci viene dalla Storia dunque è che la democrazia non è un nome o un’astratta idea-ideologica o una serie di principi teorici buonisti e inapplicabili. La democrazia è un insieme di comportamenti interamente e immediatamente applicabili.

Amministrare non è cosa da narcisi

Vitalba Azzollini cita Toqueville: La democrazia può compiersi solo con un “popolo informato” .

La politica è l’arte del farsi votare. Sperare che gli AP spieghino accuratamente ed equamente i pro e i contro di provvedimenti da loro proposti è come chiedere all’imbonitore se il suo unguento magico è buono. La legge della seduzione e dell’attrattività non ha confini e spesso travalica anche il confine dell’omissione e della menzogna. Il lettore sa bene quanto in alcune culture la menzogna comprometta la dignità sociale degli individui, mentre in altre è tollerata. Il disprezzo per la menzogna è, a ragion veduta, un tipico anticorpo delle democrazie sostanziali. Ciò detto, non c’è colpa nel portare acqua al proprio mulino, ma è da sprovveduti credere a tutto quanto dicono gli imbonitori.
Sedurre è un’arte appassionate.  Cameron, Johnson, Farage hanno manipolato le pance dei feriti per ottenerne il voto. Il primo ha strizzato l’occhio ai feriti per raggranellare un po’ di voti da aggiungere a quelli del suo elettorato tradizionale ed elitario. Gli altri speravano di estrarre voti dall’elettorato di Cameron per batterlo nel suo giardinetto politico. Nessuno di questi obiettivi mira all’interesse dei Cittadini. Così è il gioco della politica elettorale.
Amministrare è un’arte faticosa, nessuno dei tre ammaliatori si è preoccupato del fatto che “dopo” avrebbe dovuto amministrare il Paese del Day After; il giorno nel quale i Cittadini avrebbero improvvisamente appreso di essere stati imbrogliati con tecniche di seduzione da playboy senza sostanza. Tutti e tre sono scappati ignominiosamente. Anche il trio “controparte” Merkel, Junker, Hollande si sono ritirati nella penombra e nel silenzio. Sono consapevoli di essere gli attori primari del fallimento?
Votare è un’arte difficile. I cittadini hanno scelto i flauti magici degli ammaliatori e sono caduti nel dirupo.

Dalla Brexit impariamo che una sana diffidenza verso gli AP aiuta sia gli elettori sia i seduttori (futuri amministratori). Un’equilibrata diffidenza sempre aiuta a porre domande per una maggiore trasparenza e chiarezza.

Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti.

Propendiamo per l’idea che non esista “un’informazione sufficiente”, e tanto meno che esista un'”informazione perfetta”; esistono solo informazioni parziali e lacunose. Non esiste alcuna condizione che possa condurre deterministicamente “al voto perfetto”. L’informazione è importantissima, più ce n’é meglio è, ma l’idea che il voto possa essere buono solo se informato è contraria ai principi fondanti della democrazia. In democrazia ciascuno ha una sua propria idea del proprio futuro, diversa da quella di tutti gli altri; la differenza di opinione sta più nel diverso futuro che nella diversa informazione. Il mito “dell’informazione perfetta” ha, per giunta, il grave difetto di spalancare la porta agli orrendi opportunisti portatori di semplicistiche verità assolute; ne abbiamo già visti anche troppi di imbonitori col flauto magico che pretendono di sapere dove noi Cittadini dobbiamo andare.

Oltre ad essere il tollerante luogo delle diversità (che stranamente vengono chiamate uguaglianze), la democrazia è modesta: evita di essere portatrice una sua propria idea di verità assoluta, unica, eterna e si accontenta di essere un metodo per far convergere i Cittadini su pochi obiettivi parziali, vicini nel tempo e nello spazio, condivisi dai più e che non provocano danni irreparabili a tutti gli altri. Più coerentemente con l’idea di democrazia, potremmo piuttosto adottare l’idea che (parafrasando): Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti. Il che implicitamente ricorda che votare significa decidere sulle cose, sulle proposte, e non serve esclusivamente ad eleggere persone che poi decideranno sulle cose, forse. Certamente i greci, i veneziani, votavano sulle cose e tutt’ora lo fanno gli svizzeri e altri popoli, ma non noi Cittadini italiani. Anche se l’assunto sarebbe che la libertà di scegliere il proprio futuro sta nella sovranità di ciascun Cittadino. Se così fosse, il Cittadino avrebbe responsabilità piena e individuale sul proprio voto.

Gli AP hanno piena responsabilità sul processo del voto. Loro sono stati delegati a progettarlo e a condurlo in modo da consentire a ciascuno di esprimersi, ma specialmente a che le decisioni maggioritarie non producano iniquità irrimediabili per gli altri Cittadini. Non essenso elettoralmente impegnati, è per noi inutile occuparci dell’opinabile contenuto del voto; intendiamo invece focalizzarci sull’efficienza dei processi di partecipazione che al momento sembrano produrre più danni che benefici.

Il metodo Hybrid (“da vicino”) e il metodo F35 (“da lontano”) – Gli esseri umani hanno sviluppato un sofisticato sistema visivo che elabora le immagini secondo le (inconsapevoli) priorità umane. Propone infatti un notevole ingrandimento e molti dettagli agli eventi vicini e un modesto ingrandimento e pochi dettagli agli eventi che, pur essendo incredibilmente grandi, sono lontani. Lo strumento Hybrid- da vicino è quindi pienamente coerente con il fatto che le persone soppesano per mesi tutti i fattori che influenzano l’acquisto di una nuova auto. Al contrario non dedicano proporzionale attenzione all’acquisto di un F35. È così che acquistare un F35 diventa una bazzecola sulla quale si può decidere fra amici al bar; il metodo F35 non sembra garantire i risultati migliori.

Se perdonate il gioco di parole, abbiamo messo a fuoco che gli esseri umani sono piuttosto bravi a prevedere gli effetti delle loro decisioni su problemi piccoli che si presentano in luoghi vicini. Il rischio di sbagliare (produrre effetti collaterali indesiderati) è minimo. Il rischio di sbagliare invece aumenta in funzione della distanza (e anche della dimensione reale del problema). Il lettore ha certo familiarità con l’espressione “decisione miope” la quale ironizza sul fatto che il metodo “da vicino” (miope) non funziona per i problemi “da lontano”.

Problemi-vicini-e-lontani-01

Riduzione dei rischi – Accettato il principio secondo il quale una buona decisione, qualsiasi ne sia il contenuto, deve minimizzare gli effetti collaterali indesiderati (danni per sé e per gli altri), si pone il problema di come ridurre i rischi di mancare il bersaglio. Ci sono almeno due intuitive leve per ridurre i rischi.

La prima, e più efficiente, è quella di frazionare il grande problema in problemi più piccoli. L’esempio sociologico-antropologico più evidente è la democrazia: funzionano decisamente meglio quelle evolutive, costruite un pezzo di cambiamento alla volta, rispetto a quelle di quelle costruite su un progetto omnicomprensivo e totalizzante (es. rivoluzione francese, rivoluzione russa et similia). Nell’immaginario umano resiste tuttavia il mito del grande progetto unico mirato al “grande obbiettivo”. Tenderemmo a convergere con l’idea del progetto unico, forse più efficiente, se condividessimo l’idea di un “grande obbiettivo” unico per tutti. La Storia in effetti racconta che i “grandi obbiettivi” non durano e che i grandi progetti sono fragili castelli di carte. L’idea di fare un passo alla volta (nell’area verde) è buona prassi da molti punti di vista.

La seconda leva è più organizzativa: avvicinare il decisore al problema. Non è per caso che gli umani tendono ad affidare la soluzione dei grandi problemi a chi è disposto a studiarli da vicino. Si chiama delega e funziona benissimo per i problemi lontani e complicati  per i cittadini impegnati nel loro proprio lavoro quotidiano; ma sono problemi vicini, e tutto sommato gestibili anche se grandi, per quelli che vi si dedicano quotidianamente. Si tratta di considerazioni di banale buon senso. Ma allora:

  • Perchè il singolo cittadino è ostacolato nel decidere sul destino del marciapiede davanti a casa sua (decisione facile)? Perché la decisione è resa inefficientemente difficile ponendo il punto di decisione lontano dal problema?
  • Perché d’istinto molti pensano che sia giusto chiedere ai cittadini di decidere su un F35? (decisione molto rischiosa)?
  • Perchè qualcuno ha chiesto agli amici del bar di decidere su Brexit?
  • Perché il super-stato franco-germanico sembra proprio volersi occupare dei piccoli problemi lontani (zucchine, vongole e banane) lasciando i problemi ad alto rischio del tutto trascurati?

A pensarci bene, anche noi ora la pensiamo come Madison a proposito della democrazia in salsa francese. Alla dem 3.0 servono meno “irrinunciabili rincipi e diritti” e alcune fattibili in concreto:

  • il massivo avvicinamento dei Cittadini ai processi di decisione sui problemi nei quali sono coinvolti “da vicino”.
  • una maggiore attenzione al divario fra cavalieri dello sviluppo e i “feriti” dal cambiamento. (Lincoln diceva che la democrazia non sta nel tirare giù chi è in alto, ma nel tirare su chi è rimasto indietro. A destra hanno dimenticato la seconda metà della frase, a sinistra hanno dimenticato la prima metà, gli AP hanno dimenticato tutt’e due le metà).

In conclusione: le grandi città sono sistemi più piccoli e più agili degli Stati. Non hanno il problema dei distinguo, dei confini e dei nazionalismi. Sono sistemi molto più omogenei fra di loro che con il resto dei “loro” stessi Stati. Sono inoltre sempre più connesse fra di loro rispondendo positivamente al richiamo dell’attrattività. Non stupisce che, al palese fallimento delle Amministrazioni Pubbliche (super)Nazionali, le Città si stiano proponendo di risolvere le sfide e i problemi che le riguardano, cercando di superare gli ostacoli, più immaginari che reali, posti dagli Stati. Le Città ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale e si stima garantiscano un PIL procapite medio da due a tre volte più grande del PIL procapite medio. Se non ce la fanno loro, gli Stati ci divideranno.

 

 

La sfida post-Brexit e post-Europa-degli-Stati: Milano sarà un nodo della rete di Città-Mondo?

All’ombra di una Brexit, che stenta a concretizzarsi nelle regole della EU, si stanno consumando i nostalgici del centralismo, eventualmente democratico. L’Europa degli Stati, proclamata ieri dalla Merkel, è un ulteriore passo indietro contro la democrazia e verso i retrogradi nazionalismi degli Stati. Con lo sguardo al passato, l’EU dei sessantottini sessantenni, stancamente si esaurisce impaurita e incapace di pensare e condurre cambiamenti rilevanti.

I vertici dei “Grandi Stati” europei si incontrano per concordare una linea di condotta sugli altri 24 Stati; discutono di argomenti più contro UK che pro-cittadini europei, quelli rimasti. Rimbalzano smentite e conferme di risentimenti, di rancori, di possibili vendette contro UK; seguono minacce di rigido rigore contro chi esce, di segnalazioni “guai a voi” per chi sta pensando di uscire. Si intravede l’architettura di nuove regole di controllo e comando per preservare il potere su un popoloso continente in rapida evoluzione.

Difficilmente verrà rimossa, sciolta, semplificata la metafisica dell’obsoleto partitismo alla spagnola, del partitismo fallimentare della Brexit, del traballante partitismo centralistico francese, del mediato partitismo della media della coalizione tedesca.

Il populismo guadagna terreno ovunque terrorizzando e immobilizzando i partiti tradizionali. I populismi sono a tutti gli effetti l’espressione di protesta contro una democrazia che ha smesso di evolvere e di produrre GDP pro capite (crescita). I Cittadini vogliono un ripensamento profondo della democrazia che tenga conto delle novità comparse sulla Terra negli ultimi cinquant’anni. I Cittadini vogliono che il GDPpc torni a crescere. Il populismo intercetta questo desiderio che non ha ancora forma concretamente propositiva e applicabile. Il populismo, come sempre, è la benna che prima di tutto mira a spazzare via i resistenti, quelli al comando che si arroccano sulle loro poltrone. Il potere, non ascolta; il potere disprezza coloro che presentano istanze di cambiamento, seppure ancora strampalate, ma pur sempre legittime; le richieste populiste, se ben distillate, mostrano la loro utile essenza. I populisti strumentalizzano il populismo per alimentare i propri opportunismi, che talvolta sono solo personale narcisismo; i populisti talvolta sono calcolatori e rimestatori amanti del potere, talvolta sono solo ingenui appassionati in buona fede. Gli uomini al comando, dannosamente per sé e per gli altri, reagiscono ignorando, spesso disprezzando, i segnali ed ottengono l’opposto effetto di infiammare l’ostilità verso gli amministratori pubblici, anche negli animi tradizionalmente pragmatici e stoici dei britannici. I populisti prima o poi spariscono e il populismo si trasforma in  qualcosa di sistemico ed applicabile. Non sempre, ma lo speriamo. Il passaggio per il populismo non è necessario; potrebbe essere evitato, o minimizzato, per esempio con un ricambio frequente delle persone al comando  e anche da un diverso metodo decisionale, un pò meno centralistico. Fenomeni che sono incrostazioni residue di imperi lontani, nei quali i ruoli durano durano troppo a lungo.

A questo punto è l’Europa (e non solo).

Da qui, Brexit-o-non-Brexit, è già iniziata la costruzione di una Europa nuova meno ideo-romantica, meno media delle medie degli Stati, meno intrappolata dall’eccesso di noiose regole tanto minuziose quanto controproducenti, con meno confini statali, con più ricambi generazionali.

Anne Hidalgo e Sadiq Khan, sindaci di Parigi e Londra, si sono incontrati per formare un asse in alternativa “al letargo degli Stati-nazione”. Stupisce che due cognomi, non francesi e non inglesi, lontani dai sessanta, pensino ad un grande futuro euro-globale invece che alla piccola cucina sotto casa? I due dichiarano: “se il XIX secolo è stato definito il secolo degli imperi e il XX degli Stati-nazione, il XXI è quello della Città-mondo”.

Condividiamo quest’idea di futuro.

Milano ha cominciato a lavorare per esserci?

L’Europa della medietà mediocre della media delle medie

Hollande e Merkel, con l’aiuto del loro portaborse Junker-ki-moon, sostengono l’idea di un’Europa super-stato, nostalgica del centralismo imperial-ideologico. La principale caratteristica di questo modello è che rappresenta la media del pensiero espresso dagli Stati che a loro volta sono la media delle loro diversità interne. Il risultato è la mediocrità affidata alle maggioranze dei più spaventati e dei più avversi alla dinamicità del cambiamento.

La risposta più frequente in questi giorni è che questa è la democrazia, dove i più esprimono l’obiettivo che dovrà essere perseguito da tutti.

È un offensiva banalizzazione della democrazia che ha il vago sapore di Weimar, preda predata dagli agitatori dello spavento. È un peccato che la democrazia sia così umiliata e svilita da questo terribile semplicismo che riconduce la democrazia al sistema piatto e grigio del Grande Fratello. Tutti ricordiamo che il Grande Fratello, con metodi assai convincenti, spiega alle personaniltà più briose e brillanti  che è meglio stare zitti e ben nascosti nella penombra dove non si vedono le diversità. Nei grigi anfratti dove vivono bene gli stanchi, i consumati, i delusi, i nostalgici del bel tempo andato, gli svuotati che hanno più bisogno di aiuto che di responsabilità governative.

Nel dopo Brexit siamo bombardati da spiegazioni ridicolmente generiche ed emotive come quella clamorosa, e offensiva, di Junker che ci informa che la Brexit è un divorzio fra Stati che non sono mai stati veramente innamorati. Ma lui non è il primo responsabile e custode dell’Unità Europea? Per quale ragione si esprime con tale arroganza con noi cittadini che ci siamo considerati europei per un futuro comune?  Con quale idea si rivolge a noi che ora ci ritroviamo con un leader-non-leader di un’Europa meno Europa di ieri? Presume che noi abbiamo apprezzato lo sfaldamento dell’Europa?

Evidentemente il leader-non-accountable-di-nulla parla con i capi di Stato, non con i Cittadini. Lui vede che l’Inghilterra (più popolosa della Scozia e dell’Irlanda del Nord), vuole andarsene. Ma non vede le forti maggioranze pro-Europa di importanti aree del Regno Unito. Lui vede solo la media delle medie e pensa di essere apprezzato da quel 48 % Bremain che comunque pensa che l’Europa sia inadeguatamente pilotata dal trio “L’Etat, c’est moi” (Hollande, Merkel, Junker). Ricordiamoci che UK aveva proposto un candidato diverso da Junker; candidato sdegnosamente rigettato dai compagni di merende (apprendiamo oggi che la Francia ci ha gravemente mentito a proposito dell’ITAVIA e che ha fatto volare molti caccia quella notte).

Inutile spiegare a Junker che l’Impero Napoleonico e i vari Reich sono stati piuttosto diversi dall’Impero Britannico. Questo si è prima formato e poi riformato in commonwealth senza eccessivi spargimenti di sangue mondiali. Prima ancora dell’Impero, il Regno Inglese si è trasformato, giorno dopo giorno, nella millenaria democrazia di oggi, molto più duratura e solida della millantata democrazia delle rivoluzione francese della quale ricordiamo prima di tutto le ghigliottine e poi il susseguirsi di dittature, imperi, regni e repubbliche centralistiche. Il Regno Inglese, seppure con lo stile muscolare vigente all’epoca, ha prima Unito più regni, ma poi ha anche consentito il (quasi) pacifico ripristino di vari gradi di indipendenza. Cosa mai avvenuta in Europa senza spargimenti di sangue più o meno globali. A parte i pochi esempi accaduti all’ombra del disfacimento dell’URSS; sta a dire la separazione della Cechia dalla Slovacchia, e la reintegrazione della Germania dell’est con la temibile Grande Germania. Le altre separazioni e integrazioni si sono fatte nel sangue, mentre l’Europa (centrale) guardava quasi indifferente, come nel caso dell’ex Jugoslavia.

Lo sguardo dell’Europa rimane quello supponente della medietà mediocre della media delle medie; è lo sguardo paternalista del padre-padrone che tiene a bada i figli discoli nel tentativo di convincerli ad essere obbedienti. Anche misurando la lunghezza delle zucchine e il diametro delle vongole. Così distratto dai dettagli e dalle procedure, il centro Europa non si è accorto che intanto molti flauti magici offrivano sollievo, senso della rivincita e l’idea di poter essere di nuovo quelli che possono, ai molti spaventati e ai molti che hanno pagato il prezzo di avere perso il treno del cambiamento. Il Centro Europa non si è accorto dei rimestatori, perchè non si è accorto che esistono i Cittadini e che il loro capi di Stato sono solo dei portavoce non sempre sinceramente votati a raccontare la verità dei loro Paesi. Il Centro Europa ha lasciato crescere il malumore e ha lasciato spazio ai rimestatori; mentre i burocrati se ne stavano chiusi nelle loro stanzette ovattate a godersi lo sconquasso che i nazionalisti e gli opportunisti stavano preparando.

Forse noi cittadini italiani dovremmo imparare dai pragmatici metodi inglesi e nordici quell’esperienza di unire e di distinguere con il massimo vantaggio per tutti e con il minimo danno per tutti.

Dobbiamo purtroppo tristemente ammettere che Junker ha ragione; anche noi cittadini ex-europei, non siamo democratici e la pensiamo come Junker: UK è un cosa diversa dall’Europa e noi ex-europei non saremo mai come gli inglesi. Anche noi cittadini italiani pensiamo che essendo i britannici diversi, allora sono da disprezzare e allontanare. Peccato, c’è tanto da imparare dai diversi. Mentre dagli uguali non c’è gran che da imparare; al massimo si tratta di perfezionare le tecniche per rubare, vicendevolmente, le fette della sempre più piccola torta. Poco valore aggiunto e molta noia. Infatti molti si sono stufati.

La media delle medie è mediocre e stufa.

Eppure fra Italia e UK ci sono molti punti in comune. Per esempio anche noi italiani siamo partiti dalle diversissime città murate, che rimangono diversissime, per arrivare ad uno Stato unico che, nonostante tutto, resiste da 150 anni; fra di noi mugugnamo, ma raramente facciamo scoppiare guerre e massacri. Non è stato così per il centro Europa che non è democratico per scelta, nemmeno dopo la rivoluzione francese, ed è ossessionato dall’idea dell’impero unico al quale poi si è sovrapposta l’idea del pensiero unico, dai colori forti e con gli stessi violenti estremismi intellettuali studiati nelle univeristà parigine e nelle città industriali germaniche.

Brexit ci ha dato una nuova lezione di democrazia: il passaggio da una società locale ad una globale. O quanto meno continentale.  Ci ha fatto vedere quanto questo passaggio sia sostenuto, o avversato, da importanti maggiornanze nelle singole aree di interesse geografico, economico, demografico. Le opinioni sono state precise e maggioritarie, area per area; peccato che Junker vi abbia visto solo la media delle medie e pochi punti di differenza fra il si e il no.

I giovani da tempo danno per scontato il libero accesso a qualsiasi parte di conoscenza ovunque sia nel mondo. Questi hanno visto che l’accesso libero al mondo non è affatto scontato; avranno il loro bel da fare con il Farage e il civico Boris che hanno promesso di rendere le cose più difficili.

Gli anziani ricordano un passato che non tornerà mai più. Nel mezzo poi ci sono tutti coloro i quali hanno sofferto dall’avere perso il treno del cambiamento e ne pagano il prezzo. Nessuno può chiedere loro di essere contenti; dobbiamo invece dare loro una mano per alleviare il peso della loro condizione e possibilmente proporre nuove opportunità. Corbyn intanto, non sapendo cosa dire al suo presunto popolo degli indifesi, se ne è stato zitto. Forse ha sperato nell’arrivo del Grande Fratello.

La democrazia impone di prendere atto del parere di tutti, ma non è certamente democratico interpretare il parere di tutti mediato dalla media delle medie. Se la media delle medie fosse il criterio, la democrazia coinciderebbe con l’incontrollabile punto di sintesi concentrato nel superiore parere del Grande Fratello.

La Brexit indebolisce i tre dello “L’Etat, c’est moi” che, se fossero attenti alla democrazia invece che al proprio potere, dovrebbe reagire velocemente per rimuovere le condizioni che hanno portato in Europa a questa clamorosa crepa. Sfortunatamente la percezione è che invece di riconoscere le proprie responsabilità, il triumvirato cerca di portarsi a bordo un quarto con il quale ripartire colpe e danni. È già successo in passato e sarebbe brutto se la storia si ripetesse.

Serve mettere a fuoco, molto rapidamente, che la democrazia sta nel trovare il modo di consentire che ciascuno faccia liberamente le proprie scelte a seconda di come immagina il proprio futuro e senza altro vincolo che il rispetto del prossimo. Ciascuna area o grande comunità, sia libera di scegliere a seconda degli interessi maggioritari espressa dai suoi Cittadini.

Da questo punto di vista, il trium-tetra-virato dovrebbe promuovere un nuovo processo decisionale europeo. Per esempio prendendo atto che il partitismo non funziona più, come Spagna e UK ci stanno dimostrando nei fatti. Il partitismo implica che il partito, o una coalizione, prenda decisioni su tutto, centralmente, minuziosamente in stile Grande Fratello. Non solo, è inutile proporre elezioni politiche europee che già ci sono e che palesemente non funzionano perché replicano peggiorando, a livello continentale, i malanni di ciascuno stato-nazional-statalista.

Per virare verso una democrazia più solida, più sostanziale che formale, l’Europa dovrebbe piuttosto:

  1. lasciare perdere il modello centralizzato del minuzioso maniaco del controllo (Grande Fratello)
  2. occuparsi solo e soltanto:
    1. della Sicurezza interna dell’Europa e dei suoi confini
    2. dei rapporti con i Paesi extra-europei, sempre difendendo i Cittadini Europei ovunque si trovino nel mondo (un caccia inglese a difendere un italiano in Nigeria sarebbe un bell’esempio di cooperazione)
    3. di rendere più (equamente) ricchi e più liberi i Cittadini Europei
  3. Facilitare il dialogo fra le diversità regionali, in particolare quelle confinanti e con interessi convergenti; l’Europa la faranno loro giorno per giorno, un pezzetto alla volta, lavorando insieme su interessi concreti e condivisi. Tutto sommato sarebbe anche il caso di ribilanciare l’eccesso di potere degli Stati sui Cittadini.

La parola ambigua di oggi è: #accountability

La parola ambigua di oggi non è affatto ambigua. Ambiguo invece è l’uso che se ne fa nella maggior parte dei casi.
Mi imbatto spesso in persone che traducono accountability in “responsabilità” sempre premettendo che la parola è intraducibile in italiano. Il che è una contraddizione in termini. La mia impressione è che tale atteggiamento sia piuttosto una fuga semplicistica da qualsiasi tentativo di comprendere il sottostante significato etico-sociale.

Ho vanamente cercato nei dizionari una definizione semplice e comprensibile. Non mi sono arreso. Ora mi sento accountable verso me stesso per un uso responsabile di una parola così difficile.

Per il momento ho trovato uno schema un po’ provocatorio, ma non privo di efficacia: la parola accountable è diversa e complementare rispetto alla parola responsabile.

Responsabilità è una parola verticale che mette in relazione il subordinato con il suo capo. Sì che entrambi sono responsabili del proprio operato l’uno verso l’altro, ma con pesi diversi che è interessante mettere a fuoco. Il capo è responsabile per avere emanato la disposizione che impone al sottoposto di eseguire un ordine. All’estremo opposto, il subordinato non è per nulla responsabile degli effetti dell’esecuzione dell’ordine. Il subordinato non è affatto responsabile dei risultati, ma solo dell’esecuzione della procedura. La sua unica vera responsabilità è di dimostrare di avere eseguito quanto ordinato. Paradossalmente i sistemi sociali “verticali”, quand’anche collettivistici, si fondano sulla (ir)responsabilità dei subordinati. Per meglio interiorizzare il concetto,  come esperimento di antropologia pratica suggerisco di applicare questo principio comportamentale alle varie culture, per esempio, mediterranee, monocratiche, democratiche e di altra natura. Gli esiti possono porre in evidenza il significato etico della parola. È di aiuto anche osservare che nella maggior parte dei casi la responsabilità è precisamente definita e circosritta dalle leggi o dai rituali sociali. Le implicazioni legali e rituali della parola possono estendersi fino all’obbligo di non traferire alcuna informazione all’esterno del rapporto capo/subordinato.  Ad esempio, nelle appartenenze delle associazioni per delinquere. Gli esterni all’appartenenza, sono per definzione sacrificabili per il bene dell’appartenenza.

Accountability è una parola orizzontale che mette in relazione paritetica i concittadini. L’accountability implica l’obbligo etico, ma non legale, di riferire ai pari i fatti noti e utili ai concittadini a proposito del progresso nel raggiungimento degli obiettivi comuni, dei risultati attesi. È irrilevante se su di essi vi sia anche la responsabilità diretta.  L’obbligo di rendere conto di quanto si sa in merito, è un dovere non scritto, che non si può imporre con alcuna legge, e determina la dignità e la statura etica, civile, sociale della persona. Un modo frequente di tradurre accountability è appunto la parola trasparenza. Questa è una traduzione parziale, ma più precisa della parola responsabilità. Chi è a conoscenza dei fatti non può tacere; l’omertà è l’opposto dell’accountability. L’accountability misura la serità sociale, la dignità della singola persona rispetto ai propri pari. In certi casi l’accountability obbliga ad andare contro il principio di responsabilità. L’esempio forse più forte è rappresentato in alcuni codici militari nei quali è d’obbligo non eseguire l’ordine del superiore quando questo è acclamatamente contrario all’etica dei coinvolti. Dove per “acclamatamente” si intende che “più persone coinvolte nel contrasto etico” sono obbligate a non dare seguito ad un ordine ritenuto pericolosamente dannoso. Questo schema pone l’individuo, e le sue libere scelte, al centro della scena sociale e, ciò che colpisce di più, al centro di un’etica condivisa in una società paritetica tendenzialmente senza confini.

In conclusione, ecco due provocazioni che discendono direttamente da quanto detto:
– La democrazia si fonda sull’accountability individuale senza la quale la democrazia non esiste e non può esistere
– Colpisce che in italiano il concetto non sia facilmente traducibile se non con complesse e confondenti perifrasi.

PS
È evidente che le due parole sono qui presentate in un paradossale bianco e nero. Nelle infinite prospettive della “realtà” la convivenza delle due parole si mescola in una vasta gamma di grigio. Però gli esperimenti pratici di antropologia di cui sopra mostrano facilmente le prevalenze dell’una o dell’altra, in ciascun sistema sociale. Tali prevalenze spiegano anche alcuni enigmi comportamentali che difficilmente sono riconducibili ad altri fattori. Per esempio la tendenza a trascurare il bene pubblico oppure sistemi legali troppo complessi proprio perchè forzosi tentativi di piegare le istituzioni tendenzialmente democratiche ad adattarsi a culuture sostanzialmente monocratiche o collettivistiche, perciò contrarie alla pariteticità fra cittadini.

Brexit – Cittadini UK, vittime delle proprie emozioni

L’irrazionalità degli inglesi è tanto famosa quanto la loro folle propensione a seguire sanguinose ideologie. Dal nazismo al comunismo.

La Storia ci insegna che quando la “carestia” si fa troppo lunga, nella popolazione di diffonde il convincimento che il sistema sociale non funziona. Si tratta di conclusione estemporanea ed emotivamente frettolosa? Qualcuno sostiene si tratti proprio di passeggeri mali di pancia e di ottocentesche isterie emotive. Altri invece potrebbero anche ritenere che la pancia e le emozioni sono molto più rapide e concrete dei nostri cervelli. La credenza secondo la quale le “masse”  sottoutilizzano la razionalità del cervello è dolosamente diffusa da coloro che non intendono ascoltare i malesseri e specialmente non vogliono cambiare i propri comportamenti. La dicotomia fra pancia e ragione è una leggenda smentita proprio dai più intensivi utilizzatori di cervelli razionali, i ricercatori. Ma questa è un’altra storia.

Quando pancia ed emozioni dicono che è necessario cambiare, bisogna cambiare. Se chi deve cambiare non cambia, ci pensano i Cittadini a cambiare le “persone che devono cambiare”; gli “emotivi” Cittadini lo fanno con l’irrazionalità e la “violenza” del voto a favore di populismi, nazionalismi, antagonismi, che servono a scacciare i sordi. Purtroppo con effetti collateralei assai gravi, ma meno gravi del non far nulla dei granitici prussiani dello status quo.

Se nemmeno i populismi servono, allora i Cittadini sono costretti a cambiare le forme di governo con ribaltoni, questi sì insensati e distruttivi. Ma chi sono i promotori sostanziali dei distruttivi ribaltoni? Gli irrazionali di pancia ed emotivi o i prussiani del “non si cambia nulla” che vanno a braccetto con i democratici di Weimar?

Una orribile sequenza di perniciosi ribaltoni sta nella Storia tedesca del secolo scorso (che i tedeschi non hanno imparato, e non solo loro).

  1. Primo ribaltone – Il traballante impero prussiano, con il GDP procapite calante, portò la Germania alla WWI (World War I)
  2. Secondo ribaltone – All’uscita della WWI, con un GDPpc quasi azzerato dalla guerra e dai suoi debiti, spinse la popolazione verso il caos indecisionale della Repubblica di Weimar.
  3. Terzo ribaltone – L’incapacità di quella involuta forma di democrazia, provocò un ulteriore peggioramento del GDPpc e convinse la popolazione a spingere entusiasticamente per una forte concentrazione del potere (nazismo).
  4. Quarto ribaltone – A loro volta i nazi-psicotici iperdecisionisti produssero un picco di economia dopata che si concluse con un vertiginoso azzeramento del patrimonio con la WWII.
  5. Quinto ribaltone – Al termine della WWII, la popolazione scelse ben poco; le venne imposta una forma di democrazia che mai i tedeschi avevano pensato di adottare.
  6. Brexit – sesto ribaltone?

L’economia EU si è cacciata nella palude. L’autonominato asse franco-tedesco è incapace di produrre ricchezza per l’Europa e fa fatica a produrne anche per stessa la Francia e per la Germania. Si è interrotto il percorso verso un’Europa più integrata, con maggiore massa critica, con meno confini interni, con una più razionale ed efficiente regionalizzazione, con un GDPpc in crescita. L’EU franco-tedesca non è capace di cambiare.

Stranamente (?!) alcuni paesi periferici, quelli che hanno tratto vantaggio sul GDPpc, ancora sostengono l’Europa Unita (fra di essi l’Italia la cui pancia sa bene di averci molto guadagnato in questi quindici anni).

All’estremo opposto della stranezza (?!) UK vuole uscire da quel poco di Europa nel quale era entrata. È il Paese che meglio funziona (GDPpc) e che nella sua millennaria democrazia non ha mai gradito ribaltoni, preferendo pragmatiche evoluzioni progressive.

La pancia e le emozioni funzionano peggio del cervello? Forse; nel frattempo sarebbe opportuno che i franco-tedeschi cominciassero a far funzionare le orecchie; che pare sia un buon modo per attivare il cervello razionale. Peccato che i franco-tedeschi riescano a sentire gli schiocchi solo dai 150 decibel in su.

Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

Democrazia 3.0 – Il paradosso della democrazia

Pare che le democrazie più datate, più stabili e più ammirate non siano affatto nate su ispirazione del pensiero filosofico greco. Forse nemmeno quella ateniese alla fin fine è stata una democrazia nata dal pensiero filosofico greco. Infatti i molti filosofi greci che raccontano della loro democrazia, ci hanno trasmesso dettagliati commentari piuttosto critici verso il sistema democratico. Pur vivendoci immersi e godendo dei benefici della democrazia, come la libertà di pensiero e di parola, avevano consapevolezza delle debolezze specialmente nei confronti le forze esterne alla loro Città Stato. E infatti, nonostante l’eroica resistenza, furono battute da forze molto più grandi e assai meno democratiche.

Gli stessi estensori della costituzione americana, sembrano piuttosto critici nei confronti della forma di governo “democrazia” nella quale vedevano più o meno le stesse debolezze che vi vedevano i pensatori greci. I fondatori della nuova forma di governo americana, sospettosi verso la democrazia, avevano ragioni scarsamente filosofiche e molto pragmatiche:

  1. Non volevano pagare tasse richieste da un governo da loro non riconosciuto (cioè da un governo che spendeva i soldi dei cittadini non per gli interessi dei cittadini, ma per altri scopi)
  2. Non volevano un governo che chiedeva loro servizi incomprensibilmente lontani dai loro interessi.
  3. Volevano un governo forte ed efficace nella difesa degli interessi americani fuori dei confini
  4. Volevano un governo forte nel far rispettare le regole di convivenza interna, ma anche la libertà di pensare, dire e fare
  5. Avevano il terrore che un governo, che concentrasse nelle proprie mani un potere sproporzionato, alla fine potesse diventare quel pericoloso governo di cui ai punti 1 e 2.

Un dilemma irrisolvibile che trovò risposta nella stabile instabilità di un sistema di contrappesi pronti a scattare nel momento in cui il governo forte fosse diventato troppo forte.

Sono pochi gli esperimenti europei originati dall’esigenza di tenere sotto controllo governi troppo forti. E sì che l’Europa del ‘700 e dell’800 aveva governi talmente forti da governare il mondo intero. Eppure i cittadini europei non apparivano particolarmente preoccupati.  Forse perchè le entrate, provenienti da tutto il mondo, fornivano sufficienti risorse per una ragionevole qualità della vita?
Giusto un po’ prima del periodo di massima potenza mondiale, in effetti c’erano stati alcuni, pochi, Paesi che si erano trovati in condizioni analoghe a quelle americane: popoli dominati da governi imperiali lontani dalla loro casa. Per esempio le Province Olandesi, il Belgio, e pochi altri. Furono tutti spazzati via dalla strapotenza degli imperi dell’epoca contro i quali avevano osato erigere una barriera di resistenza con le nuove organizzazioni “moderno-democratiche”. Interessante è notare che inizialmente, sia di là dell’Atlantico sia in Olanda e in Belgio, i rivoltosi (verso governi troppo forti) ritenevano indispensabile mantenere milizie locali (il cui comando fosse locale).

Pare che la parola stessa “democrazia” non fosse particolarmente amata né in America né nei Paesi europei di cui sopra. La parola democrazia arrivò in America solo dopo che Tocqueville, a metà ottocento, volle tentare di descrivere ai suoi conterranei francesi gli strani comportamenti degli americani. Il suo libro aveva il titolo “De la démocratie en Amérique”. (*) Fu così che gli americani inconsapevolmente divennero democratici anche di nome.

Pare poi che gli altri tentativi di democrazia, cioè quelli ispirati alla mitologia della democrazia greca, siano sempre tutti falliti non senza danno per le popolazioni. Almeno fino alla seconda guerra mondiale, quando il mondo cambiò davvero.

Possiamo allora sintetizzare che la parola democrazia moderna potrebbe avere un’origine più pragmatica e meno filosofica? La democrazia moderna potrebbe essere, non la realizzazione di un’idea, ma la realizzazione di un più efficiente bilanciamento di poteri fra i cittadini e i loro governi?
Se fosse vero, la democrazia moderna potrebbe essere applicata solo da cittadini consapevoli di sé (liberi e sovrani) e da governi con la matura consapevolezza di non poter governare contro gli interessi dei cittadini.
L’esempio più tremendo è quello dei governi europei, fuori tempo e irragionevoli, che furono spazzati via non da una rivoluzione, ma da una guerra (WWII) o dal collasso economico. Il motore del cambiamento non fu necessariamente il desiderio di democrazia e di libertà, ma probabilmente l’aspirazione a una maggiore qualità della vita che i governi forti e centralizzati di allora dimostravano di non essere più in grado di fornire, anzi la facevano declinare.  L’aspirazione alla libertà è fin troppo spesso confusa, dai teorici, con l’aspirazione alla maggior qualità della vita; forse esse vengono confuse perchè camminano inseparabilmente a braccetto. La differenza sta forse nel fatto che la qualità della vita si può misurare, seppur parzialmente, e quando i parametri scendono, la tensione sociale cresce proporzionalmente; quando accade, i cittadini tendono a sollecitare soluzioni diametralmente opposte alla situazione amministrativa corrente.

L’Europa deve imparare in fretta dalla storia dell’umanità.

(*) È un’interessante coincidenza che De la démocratie en Amérique precedesse di soli trent’anni circa Das Kapital che di fatto sosteneva la molto europea convinzione che il potere dovesse essere molto concentrato e che non necessitava affatto di controlli. Più precisamente il problema dei controlli sul potere non era assolutamente percepito.