Posts

Sindaci dei Comuni terremotati: aprite un conto unico per gli aiuti in denaro e pubblicatelo

Cari Sindaci dei Comuni terremotati, tutti i Cittadini italiani e del mondo sono con voi; non vi è alcun dubbio su questo. Ma non è chiaro “quanto” siano con voi. Pensiamo che sarebbe davvero chiaro se:

  • Apriste un conto corrente unico, in ciascuno dei vostri Comuni, sul quale far confluire tutti gli aiuti in denaro provenienti da qualsiasi organizzazione pubblica o privata, sia quelli che provengono dallo Stato sia quelli che provengono dai privati o dai Paesi stranieri o dall’Europa
  • Pubblicaste sui vostri siti il denaro ricevuto e il denaro destinato a chi e a quale progetto
  • Pretendeste dai media (almeno stampa e TV nazionali) che tengano in prima pagina le coordinate del vostro conto sul quale versare e con quale mezzo.

Una semplice trasparenza che toglierebbe di torno intermediari politicanti e gli interessati a strumentalizzare le disgrazie occorse ai vostri Comune e ai vostri Cittadini.

Decidete voi a chi e a quali progetti destinare le risorse finanziarie. Non consentite che alcuno dubiti della vostra capacità, serietà ed equità nel fare il bene dei vostri Comuni e dei vostri Cittadini. Non lasciate che faccendieri, politici e non, interferiscano sulla capacità, dei vostri Cittadini e vostra, di decidere equamente per il bene generale e di ciascun cittadino danneggiato.

Avrete molto di più di quanto vi promettono i faccendieri.

PS

Prendete atto che le organizzazioni che vogliono donare con trasparenza non donano allo Stato o a i vostri Comuni, ma a organizzazioni che hanno immagine (es. Croce Rossa) di neutralità e distanza dagli interessi dei faccendieri.

Certo, molti vorranno impedirlo dicendo che così gli aiuti vanno ai Comuni con maggiore immagine mediatica, es. Amatrice. Crediamo invece che questa sia una palestra per voi di dimostrare di poter cooperare (es: distribuire pro capite gli aiuti fra di voi?) senza bisogno dello Stato-padre-padrone. E sia anche una palestra per i media per cooperare con voi invece che con gli intermediari pubblici e privati.

Le mani dei burocrati sui nostri affetti

IL CONSIGLIO di Stato è stato chiaro: le prime unioni civili si potranno celebrare prima di Ferragosto. Bene, qualunque cosa si pensi della legge Cirinnà, non aveva molto senso che, una volta approvata, si facesse passare troppo tempo prima di poterla applicare appieno. Tuttavia, come è normale quando entra in vigore una norma che introduce istituti giuridici nuovi, qualche dubbio interpretativo comincia già ad affiorare.
Uno di questi riguarda le convivenze di fatto e la chiarezza sul punto è importante, perché la scelta dell’una o l’altra interpretazione ci dirà se l’ordinamento giuridico italiano tiene ancora in conto la libertà degli individui di autodeterminarsi o se si avvia inesorabilmente a diventare un paternalistico sistema in cui lo Stato sa sempre meglio della persona qual è il suo “bene”.

Com’è noto, la legge 76 del 2016 regola anche le convivenze di fatto tra due persone che sono unite “stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale”. I conviventi possono essere dello stesso sesso o di sesso diverso, e per accertare “la stabile convivenza” devono presentare all’anagrafe un’apposita dichiarazione. Questa condizione fa sorgere diritti e doveri per la coppia da un punto di vista successorio, di accesso ai dati personali, di reciproco sostegno, di possibile corresponsione di alimenti dopo la rottura del legame è così via. Inoltre, la registrazione è condizione per poter stipulare un contratto di convivenza che regoli i rapporti tra i contraenti.

La nuova legge, peraltro, non ha abrogato la possibilità prevista da un decreto del 1989 di dichiarare all’anagrafe l’esistenza di una convivenza per vincoli affettivi, che possono essere anche di amicizia o parentela (zio e nipote, per esempio) e riguardare più persone.

Infine, esistono le convivenze di persone che mantengono la residenza separata o che non hanno né tempo né voglia di registrarsi da alcuna parte.

Ecco, secondo un’interpretazione estensiva ed in punto di diritto la convivenza é “accertata” dalla dichiarazione prevista dalla legge Cirinnà ma non costituita dalla stessa, quindi esiste a prescindere. La conseguenza sarebbe che, salvo per gli effetti tipici previsti dalla novella legislativa, ossia la possibilità di sottoscrivere il contratto di convivenza, gli altri diritti e doveri si applicherebbero anche a tutti gli altri conviventi, compresi quelli registrati secondo il decreto del 1989 o gli “anonimi”.

Io non penso che la lettura della norma porti a tale conclusione ma, se così fosse, saremmo di fronte ad un classico caso di summum ius, summa iniuria.

È mai possibile che un cittadino non possa sfuggire all’amorevole aiuto della legge? Che il legislatore, considerandolo un minus habens, lo protegga e gli imponga dei doveri nell’ambito dei rapporti personali quando è ovvio che di tale amorevoli diritti e cavillosi doveri il nostro cittadino vuole fare a meno?

Senza nemmeno soffermarsi sul caos che si produrrebbe per stabilire se un paio di settimane con la morosa siano stabile convivenza o meno, o se la legge, pensata per le coppie che vivono insieme, come si diceva una volta, more uxorio, sia applicabile allo studente che invece divide i costi dell’appartamento con un suo caro amico, il punto centrale è un altro: perché lo Stato deve per forza imporre comportamenti o garantire privilegi in una sfera personalissima come quella affettiva? La giurisprudenza nel corso degli anni aveva già regolato alcuni problemi scaturenti da una situazione di convivenza caratterizzata da “affetto familiare” proprio perché mancava una legge apposita; ora che c’è, solo chi rientra nella sua definizione e come tale si registra dovrebbe essere sottoposto alle relative prescrizioni.

Perché dei terzi, ad esempio gli eredi di uno dei conviventi non registrati ed ahimè deceduto, dovrebbero vedere i loro diritti (ereditari), diminuiti da altri diritti che in vita i conviventi non avevano inteso creare visto che non si erano registrati?

L’intrusione del Leviatano nella vita e nelle tasche degli individui é già arrivata a livelli mai prima raggiunti: almeno nei propri affetti lasciamo liberi i cittadini di evitare di avere a che fare con burocrati e carte bollate.

Alessandro De Nicola
adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

La parola ambigua di oggi pare essere: #Costituzione

Sembra che la Corte d’Appello di Milano abbia motivato una sua recente sentenza con la seguente affermazione: “L’identità religiosa va garantita”.

Premessa: La Costituzione e le leggi basilari della democrazia, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, prevedono che non vi sia discriminazione fra religioni, etnie, sesso, razza e altre diversità.

Qualche domanda per la Corte d’Appello di Milano:

  • Esiste una lista di religioni che vanno garantite?
  • Nel qual caso chi ha steso quella lista e dove si può reperire?
  • Esiste per ciascuna religione un protocollo di simboli e comportamenti che devono essere garantiti?
  • È possibile inventare nuove religioni e farle entrare negli elenchi di cui sopra?
  • In assenza di leggi, elenchi e protocolli, è sufficiente un auto-certificazione, una dichiarazione del proprio principio religioso (o etnico, o razziale, ecc.) per ottenere la salvaguardia della propria diversità?

Per il principio transitivo implicito nell’eventuale sentenza della Corte d’Appello di Milano:

  • Anche l’identità etnica va garantita?
  • O sessuale, o razziale, e altre diversità vanno garantite?
  • In caso positivo, anche ad esse si applicano le stesse domande di cui sopra.

Principi costituzionali:

  • Se esiste un elenco di comportamenti religiosi, sessuali o etnici da garantire, sarebbero diversi da quelli garantiti dall’attuale sistema di leggi e norme vigente in Italia?
  • Se esistessero elenchi e protocolli per regolare quanto sopra, non sarebbero questi i presupposti per discriminare, o al contrario per regolare, i comportamenti dei vari gruppi religiosi, razziali, sessuali o etnici?

Restiamo in fiduciosa attesa di chiarimenti per dipanare le ambiguità interpretative sul caso e sui principi della democrazia e della Costituzione.

L’opaca ingiustizia dei tempi dell’Amministrazione della Giustizia

I tempi dell’ingiustizia non dipendono solo dai mezzi e dalle leggi, ma anche dalle scelte di ciascun magistrato e dell’Amministrazione della Giustizia. Sulle quali non vi è alcuna trasparenza verso i cittadini contibuenti. Pubblichiamo in merito l’editoriale di IBL.

La settimana scorsa la riforma sulla prescrizione, ferma in Senato, è stata congiunta alla riforma del processo penale. Un segnale di distensione lanciato dal governo alla magistratura, dopo le polemiche, tra le altre, del presidente dell’ANM Davigo sul fatto che la prescrizione sia uno dei problemi della giustizia italiana.

Ci sono tanti processi che, protraendosi per un tempo più lungo di quello della prescrizione, diventano inutili. Allungare la prescrizione o sospenderla ad esempio in primo grado sembrerebbe la soluzione più logica: la giustizia avrebbe tempo di fare il suo corso, e non si sprecherebbero inutilmente i processi e i loro costi. Tuttavia, concentrarsi sulla prescrizione è come prendere il toro per la coda.

Se non si può stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un imputato, non è perché esiste la prescrizione, ma perché indagini e processo sono stati lunghi, talmente lunghi da superare i termini che si ritiene ragionevoli a contemperare le esigenze di giustizia con quelle della certezza.

Si può dire che quanto debbano essere lunghi quei termini sia una questione opinabile, ma è illusorio pensare che il problema della certezza delle pene risieda nella certezza del diritto – che è lo scopo ultimo della prescrizione. 

Prendere il toro per le corna, invece, vorrebbe dire agire su altri fronti.

In primo luogo, ripristinare il principio di tassatività dei reati: l’abuso di ufficio è solo l’esempio classico di reati residuali con i quali si può sostanzialmente aprire qualsiasi indagine.

In secondo luogo, rendere effettivamente stringenti i tempi di indagine. Oggi, di fatto, le proroghe che vengono concesse rispetto al termine di legge fanno sì che i tempi delle indagini «mangino» quelli dei processi.

Su ogni soluzione procedurale, tuttavia, grava il comportamento della magistratura, compresa quella inquirente. Potrebbe sembrare che tra il non doversi procedere per prescrizione e la responsabilità dei magistrati non ci sia alcuna connessione. E invece, poiché tutte le leggi vanno interpretate, è proprio nel buon senso del modo di procedere degli operatori della giustizia che si può trovare la soluzione per una giustizia efficiente. Dipende da come essi interpretano le fattispecie di reato, il loro dovere di procedere, l’opportunità di proseguire o interrompere le indagini rispetto alla serietà dei fatti, all’attendibilità della notizia di reato e alle prime risultanze, che risiede la parte più consistente del problema della giustizia. 

Una giustizia che, anche per una impropria interpretazione della notizie di reato da parte della stampa e dell’opinione pubblica, diviene preda del clamore senza dover rispondere delle inutilità, oltre che degli errori, giudiziari è una giustizia che nell’allungamento dei termini di prescrizione troverà solo un agio in più per ripararsi dalle proprie responsabilità. Si possono fare tutte le riforme procedurali possibili, ma garantire una giustizia efficiente, non solo nel settore penale, è così difficile proprio perché non dipende solo dalla bontà delle leggi.

#Cultura

Negli anni settanta le guardie rosse della cultura hanno distrutto la parola “cultura”, insieme alla grammatica e alla sintassi. Nella ricostruzione è rinata più liquida, più dipendente dal contesto e dagli interlocutori, più polisemica, usabile come il prezzemolo in molti modi diversi; è particolarmente utile quando è necessario forzare la sacralità di qualche concetto appena abbozzato, non ancora elaborato e tantomeno condiviso. Per lo strano fenomeno antropologico della distruzione e della rinascita, tutti arretrano a capo chino anche alla sola citazione della cultura.

Nei dizionari troviamo significati molteplici, contraddittori, ambigui. Ci viene in soccorso un bell’articolo di Massimo Angelini che ci guida nella scoperta delle origini del concetto (*).

I latini, grandissimi ingegneri dell’antichità, avevano il gusto teutonico di mettere tutto in ordine con precisione. Con ammirato stupore osserviamo come siano riusciti a distillare e condensare un complicato concetto in una sola parola:
1. Piantare i semi – L’origine etimologica è “colere”: coltivare, anche nel senso figurato di avere cura, trattare con attenzione o con riguardo, quindi onorare;
2. L’albero che è il futuro del seme – Abbiamo perso la precisione dei latini che avevano inventato il “participio futuro” (nascituro, morituro, futuro e anche natura) per indicare che l’effetto del presente sta nel suo futuro risultato. Così è infatti per la cultura-coltivazione che è un accadimento futuro che prevediamo, o abbiamo la speranza che accada proprio come lo sognamo. L’albero è il futuro probabile del seme che abbiamo “coltivato”.
3. L’irrompere dell’agricoltura ha creato la circolarità del tempo – L’investigazione di Angelini ci ricorda che i postfissi uro, ura, ecc sembrano derivare dal sanscrito “rta” da dove, attraverso il latino, provengono le parole “ruota”, “retto”, “diritto” e “rito”. Anche nella radice di “colere” è nascosto un nocciolo etimologico ancora più antico. Il nucleo duro kwel (che vuol dire “ruotare”, “girare”, “camminare in cerchio”) ha generato tante altre parole come ad esempio kyklos (cerchio in greco) e wheel (ruota in inglese). Può essere che la parola venisse usata per “ruotare la terra” (dissodare) o per “indicare il ciclo delle stagioni”? Possibile; ed è anche possibile che il ciclo delle processioni rituali, il ruotare in cerchio dei riti e dei “culti” sia bene incastonato nel sacro, nel venerato, della parola “cultura”.

La cultura dunque è il collegamento fra l’azione e il suo effetto, in un ciclo di esperienza, affinata nella ripetizione, che rende più alta la probabilità che si realizzi sempre lo stesso il risultato atteso . Nella ripetizione non servono intelligenza e consapevolezza, serve l’efficiente ripetitività dell’esperienza, serve l’automatismo rituale (**).

In termini attuali potremmo dire che la cultura è l’insieme dei comportamenti, ripetuti, con il minimo necessario di consapevolezza, per produrre i risultati attesi con ragionevole probabilità di successo.

Secondo questa concezione, la cultura è applicata con diversi gradi di consapevolezza. Ad esempio:
1. Il veloce spostamento della mano dal fornello scottante. Una volta si chiamava reazione dell’arco riflesso; cioè si ipotizzava (erroneamente) che il cervello non fosse coinvolto nella reazione automatica, ma ne avesse una consapevolezza solo successiva all’evento.
2. I “comandamenti” delle religioni e delle ideologie non richiedono consapevolezza raziocinante; semmai richiedono l’opposto. È sufficiente un atto di fede a motivare i comportamenti prescritti. Il convincimento è che essi conducano ai risultati attesi.
3. Le leggi, le norme, le regole sono comportamenti ripetitivi imposti alla collettività; spesso, ma non sempre, sono espressione di adesione volontaria individuale alle autolimitazioni. Il grado di consapevolezza è più elevato, ma ancora non richiede rielaborazioni sulle ragioni delle norme; si dà per scontato che siano utili (a qualcuno).

La cultura potrebbe essere un catalogo di comportamenti, efficientemente automatici, da attivare molto velocemente, con modestissima spesa di risorse, con risultati prevedibili che evitano di faticosamente reinventare l’acqua calda ogni volta che si ripresentano situazioni ripetitive.
Tutto è molto pratico, se non fosse che ogni tanto le situazioni ripetitive sono diverse da come appaiono; allora i comportamenti automatici commettono, molto efficientemente e ripetitivamente, errori anche gravi. Solo la consapevolezza critica può riconoscere l’errore e potrà aiutare ad aggiustare il catalogo dei comportamenti utili; ovvero potrà cambiare la cultura.

(*) Nella seconda parte invece ci siamo smarriti.
(**) Asimov amerebbe sfidarci portando all’estremo il concetto: nella civiltà automatizzata, i robot eseguono perfettamente comportamenti predefiniti; i robot si esprimono secondo cultura?

ETICA E CODICE PENALE

Da http://www.societalibera.org/it   newsletter n. 256 del 23 Marzo c.a.

ETICA E CODICE PENALE di Vincenzo Olita

 “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” art. 27 della Costituzione. Questo significa che la stessa Costituzione contempla la presunzione di innocenza?

Lasciamo ai costituzionalisti la disputa sull’interpretazione della norma, a noi preme ragionare sul martellante ritornello della politica che, insistentemente, va ripetendo: “ Si deve essere considerati innocenti fino al terzo grado di giudizio”, che a noi sembra una libera interpretazione del suddetto art. 27.
Per non parlare poi del “io sono garantista” come una ruffiana differenziazione dal tutto improbabile “io non garantisco nessuno”.
Il più delle volte le parti si invertono a seconda dell’appartenenza partitica, della convenienza politica, del posizionamento di schieramento. Ed allora giù a discutere, con il benevolo compiacimento di giornalisti e conduttori televisivi che, più o meno, incarnano le stesse logiche.
Ma noi prendiamola una posizione netta e chiara.
Accertare responsabilità penali è compito della Magistratura, accettare responsabilità ed errori, che impattano con l’etica, l’esempio e l’opportunità politica, è dovere del diretto interessato, neppure della politica generalmente intesa come spesso si sente dire. Intendiamo sostenere che se “la moglie di Cesare non solo deve essere onesta, ma anche sembrare onesta”, la prassi delle dimissioni dovrebbe essere decisione autonoma, generalizzata e condivisa con buona pace del nostrano giornalismo.
E sì, perché comportamenti di rilevanza penale sono ben altra cosa di condotte eticamente e, quindi, politicamente scorrette; le prime attengono al giudizio della Magistratura, le seconde a quello, senza appello, della pubblica opinione.
Già Publio Cornelio Tacito ci ricorda che i barbari re germani non avevano un potere illimitato, ma che il loro imperio si basava sul prestigio e comandavano più con l’esempio che con lo stesso potere,la vera sovranità risiedeva nella collettività degli uomini liberi.
Buona parte della nostra classe dirigente potrebbe ripassare o scoprire la storia, forse ci potremmo risparmiare cadute di dignità che, onestamente, oggi non sono patrimonio della sola politica.

Ma c’è qualcuno che si assume le responsabilità senza scaricarle su un altro ?

Riceviamo dall’autore, Avv. Riccardo Cappello, e volentieri pubblichiamo.

È molto interessante, oltre che sintomatico di come vengono affrontati i problemi in Italia e dell’abilità delle parti nel “rimpallarsi” le responsabilità, quanto postato il 16 dicembre 2014 da Roberta Calabrò su Mobilitazione Generale degli Avvocati – M.G.A. –

Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che: con nota del 16 novembre 2012, il Ministero della giustizia ha delegato il Consiglio nazionale forense a svolgere attività di indagine, tesa ad approfondire i fatti e le circostanze oggetto della segnalazione di alcuni avvocati iscritti all’ordine di Roma, relativa a presunte irregolarità nella gestione del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma; gli esiti di tale attività sono stati trasmessi dal Consiglio nazionale forense al Ministero della giustizia con nota, in data 19 luglio 2013, per quanto di competenza del Ministero stesso; con nota del 19 dicembre 2013, il Ministero della giustizia ha invece disposto che per il prosieguo del procedimento fosse il Consiglio nazionale forense ad esprimere preventivamente il suo parere/proposta; in data 28 marzo 2014, il Consiglio nazionale forense ha chiesto al Ministero della giustizia di disporre lo scioglimento del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma,ai sensi dell’articolo 33, comma 1, della legge 31 dicembre 2012, n. 247; con diffida in data 10 aprile 2014, notificata l’8 maggio 2014, il Ministero della giustizia intimava al Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma di produrre entro 10 giorni una serie di documenti, ai fini del provvedimenti di cui all’articolo 33; la proposta di scioglimento del Consiglio nazionale forense si basa su fatti che, se confermati, sarebbero molto gravi: la conclusione di un contratto per la cura dell’immagine e comunicazione del Consiglio con un soggetto che è poi risultato socio del presidente del Consiglio dell’ordine in altra società di comunicazione (avente sede presso l’abitazione del presidente stesso) e la stipula di numerosi contratti a tempo determinato con modalità non corrette, cinque dei quali a favore di parenti di dipendenti del Consiglio dell’ordine (a seguito dell’annullamento d’ufficio, per gravi irregolarità, del concorso per assunzioni a tempo indeterminato precedentemente indetto dal Consiglio); da notizie di stampa risultano in corso una serie di procedimenti penali relativi alla gestione del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma, che includono anche i fatti oggetto dell’indagine del Consiglio nazionale forense; ai sensi dell’articolo 33 della legge 31 dicembre 2014, n. 247, il consiglio è sciolto se non è in grado di funzionare regolarmente, se non adempie agli obblighi prescritti dalla legge o se ricorrono altri gravi motivi di rilevante interesse pubblico; lo scioglimento e la nomina del commissario sono disposti con decreto del Ministro della giustizia, su proposta del Consiglio nazionale forense, previa diffida; sono decorsi otto mesi dalla proposta di scioglimento del Consiglio nazionale forense e sette mesi dalla scadenza del termine per consegna di documenti, contenuto nella diffida ministeriale notificata l’8 maggio 2014; nonostante il tempo trascorso, il Ministro interrogato non ha ancora provveduto; recentemente, il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma, destinatario della suddetta proposta di scioglimento del Consiglio nazionale forense ha indetto le elezioni per il prossimo Consiglio dell’ordine per il 14, 15, 16 e 17 gennaio 2015, provocando ulteriori polemiche per la data anticipata rispetto alla prassi degli anni precedenti; è evidente l’urgenza di fare chiarezza, in quanto non è pensabile che le elezioni possano essere gestite da un Consiglio dell’ordine sul quale pende una richiesta di scioglimento per gravi violazioni ed irregolarità; pare, quindi, essenziale che il Ministero della giustizia provveda entro pochi giorni, esprimendosi in un senso o nell’altro sulla proposta di scioglimento del Consiglio nazionale forense, non essendo possibile che tale situazione di incertezza continui anche nel mese precedente le elezioni, perché gravissimi sarebbero i danni per la credibilità dell’istituzione forense –: se intenda provvedere sulla richiesta del Consiglio nazionale forense e se il relativo provvedimento sarà emesso entro il 20 dicembre 2014, in modo da consentire che la situazione sia definita con congruo anticipo rispetto alla data delle elezioni.

Avv. Riccardo Cappello

Di seguito il link all’articolo: http://ilcappio.com/?p=698

Quanto è lontana l’Italia Semplice

Tanto tuonò che piovve. Dopo un faticoso consiglio dei ministri é stato finalmente approvato il disegno di legge annuale sulla concorrenza..
Si sa che i più strenui oppositori di alcune misure sono stati i ministri NCD, il che contribuisce a spiegare perché il centro-destra italiano sia in condizioni pietose. Invece che sfidare la sinistra sul terreno della libertà economica, corporativismo, protezionismo o mera confusione ne sono spesso il tratto distintivo in tutte le sue declinazioni. Read more

#Etica e Morale sono le parole ambigue di oggi; parenti, ma non sorelle.

La parola ambigua di oggi è: etica.
Mi correggo sono due le parole ambigue sbatacchiate di quà e di là alla bisogna: Etica e Morale.

I linguisti affermano che esistono parole il cui significato dipende dal contesto, cioè dal testo in cui sono inserite, dall’ambiente circostante, dalla storia degli interlocutori. Il contesto determina la “chiave di interpretazione” della parola. I linguisti ci dicono che nelle lingue più primitive prevalgono le parole polisemiche (con molti significati che si precisano nel contesto) entro un vocabolario poco variegato. In effetti non c’è necessità di molte parole se un grugnito, accompagnato da una espressione o un gesto, comunica più efficacemente di una pagina di Hemingway. Read more