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Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

Formazione senza arbitro

Contratti con i Fondi interprofessionali senza arbitro. Anac e Antitrust hanno confermato, rispettivamente con una nota di gennaio 2016 e un Parere di aprile 2016 (si veda ItaliaOggi dell’ll maggio), che i Fondi interprofes­sionali per la formazione sarebbero organismi di diritto pubblico, con conseguente applicazione del codice dei contratti pubblici e la vigilanza dell’Anac. A oggi però nessuna autorità sembra confermare concretamente un ruolo di vigilanza e di presidio di contratti e controversie nel mercato, in cui sono evidenti forti interessi sindacali e di molteplici associazioni datoriali.

L’assenza di contratti presta il fianco a possibili arbitra­rietà che condizionano concorrenza e operatività delle imprese e degli enti formativi del sistema, come rilevabile dalle raccomandazioni fornite dall’antitrust al ministero del lavoro (da cui i Fondi dipendono) affinché nonni ade­guatamente per maggiore trasparenza e concorrenzialità nel sistema.

L’operatività dei Fondi è regolata da manuali imposti unilateralmente dagli stessi a imprese ed enti formati­vi. Le interpretazioni spesso soggettive a cui si presta­no, per esempio per documentazione richiesta ex post in rendicontazione, possono interferire notevolmente nell’operatività, non essendoci arbitri cui riferirsi per possibili dialettiche, né contratti a monte dei rapporti. L’imposizione di contratti, rilasciati a imprese iscritte (con trasparenza di condizioni e impegni reciproci), così come agli enti formativi (che collaborano con i Fondi per l’iscrizione delle aziende, consulenza e progettazione dei corsi), eliminerebbe buona parte delle diatribe.

Occorre però che un’autorità si accolli ufficialmente la responsabilità di presidiare concretamente la contrat­tualistica nonché le eventuali controversie che non pos­sono essere delegate al giudice civile se non in ultima istanza.

Il ministero del lavoro non aveva e non ha concreti stru­menti di intervento, nonostante i Fondi gestiscano denaro pubblico. Fino a qualche mese fa era possibile, per i poteri attribuiti, esigerne i bilanci e commissariarli, come è già avvenuto in un paio di casi. Ora invece, non ancora decollata l’Anpal, sotto il cui presidio dovrebbero ricadere tutte le politiche attive, risulta impossibile effettuare alcun controllo a beneficio del mercato.

Patrizia Del Prete

Pubblicato su ItaliaOggi

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Patrizia Del Prete

Laureata in Economia Applicata a Torino (Facoltà di Scienze Politiche, Indirizzo Economico), master in Marketing e Comunicazione, Scuola di Giornalismo e PR, ha lavorato dal 91 al 2001 nel Gruppo Bancario Sanpaolo, prima per la SP Formazione Spa (società di training e consulenza manageriale, per conto della quale seguiva il Cimark, consorzio della SAA di Torino per l’Innovazione del Marketing), poi nel settore della pianificazione strategica e controllo di gestione, della comunicazione e infine come responsabile del marketing del sito Internet della Banca

Trasferitasi a Milano, ha operato nel 2001 e 2002 come manager per D&C  Financial Communication, successivamente in Net Brain, società di consulenza strategica del mondo Internet, per la quale ha vinto la gara per il concept di marketing e i contenuti del sito WEB del gruppo Carrefour del 2003.

Nel 2004, come marketing manager, ha seguito lo start up del gruppo americano Nationwide (Europewide), curandone l’immagine corporate e ideando gli strumenti per la vendita dei prodotti.

Negli anni successivi ha poi operato come dirigente in un’impresa di marketing della fidelizzazione (Royal & Loyal) e in un ente formativo (Italiaindustria).

Nel 2009 ha fondato Consophia (www.consophia.it), società di formazione e consulenza indipendente, certificata da Accredia per attività di training e placement, specializzata nel  reperimento fondi per il finanziamento di formazione, coaching e consulenza. Consophia si occupa anche nella implementazione, su richiesta, di piani formativi “chiavi in mano” in tutte le aree, oltre che di progetti di comunicazione e marketing innovativi, con il supporto di assessment propedeutici, finanziabili con fondi.

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

TTIP – I nazionalismi, i populismi e le lotte elettorali, tutti d’accordo: meglio litigare!

Io credo fermamente che un uomo di stato debba conoscere i principali dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparativamente più costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell’agricoltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di acquistare anche all’estero materie prime, macchine e altri strumenti”. Per questa sua frase contro l’autarchia e la “battaglia del grano”, Umberto Ricci, economista liberale della prima metà del ‘900, dopo essersi già dimesso dall’Accademia dei Lincei per non giurare fedeltà al fascismo, nel 1934 perse la cattedra universitaria e andò in esilio a insegnare al Cairo e a Istanbul.

Oggi la situazione non è certo la stessa, ma i venti che spirano contro il libero commercio sono ripresi vigorosi. Si è creata infatti in Europa un’alleanza tra gli eredi del fascismo e del comunismo (entrambe in versione democratica e 2.0, certo) che, appoggiati da certi esponenti di una pluri-millenaria tradizione religiosa (la religione in sé niente ebbe da dire sui vantaggi comparativi del libero scambio, salvo dover intervenire deus ex machina quando – per difetto della distribuzione commerciale dell’epoca – mancarono pani e pesci nei pressi del Mare di Galilea e il vino alle nozze di Cana) e da concreti interessi economici di industrie inefficienti, ha organizzato una vera e propria crociata contro l’apertura delle frontiere, che trova un bersaglio ideale nel Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) in negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea.

Per carità, anche negli Stati Uniti la chioma argentea di un vecchio socialista ciarliero e quella cotonata di un astuto trombone miliardario stanno sferrando pesanti attacchi contro il libero scambio, ma questo non ci è di consolazione, semmai aggrava lo sconforto. La conservazione e l’ideologia hanno sempre frenato le innovazioni anche più ovvie (basti pensare ai luddisti inglesi) ma certamente risulta strano che in epoca di piena globalizzazione, dove si è perennemente connessi o in viaggio e si acquistano gadget, macchinari e servizi provenienti da ogni parte del mondo, si sia sviluppata una repulsione così irrazionale nei confronti del commercio. Fortunatamente la quasi totalità degli economisti ancora accetta l’assunto che il “free trade” è benefico per tutte le nazioni, sia che importino sia che esportino. L’intuizione la possiamo far risalire alle parole che, mentre era predominante la teoria mercantilista, Adam Smith scrisse nella “Ricchezza delle nazioni”: “E’ la massima di ogni uomo prudente, a capo della sua famiglia, di non cercare mai di fare a casa ciò che gli costerà più fare che andare a comprare”.

Ma torniamo al Ttip. Porterà vantaggi economici? Finora la stragrande maggioranza degli studi (Cepii, Cepr, Fondazione Bertelsmann, World Trade Institute, Atlantic Council) dice di sì. In prospettiva, dallo 0,3 allo 0,5 per cento del pil di crescita in più all’anno (un’enormità, soprattutto per paesi a basso tasso di sviluppo come l’Italia) equamente distribuita tra Europa e America. E’ vero che questi studi sono a volte un po’ simpatetici e in più stimano anche gli effetti dell’eliminazione di barriere non tariffarie, più difficili da calcolare dell’abbassamento dei dazi doganali, ma tant’è. E comunque l’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri. Il fatto che su alcuni argomenti le parti non siano d’accordo (come l’apertura alle merci europee negli appalti americani o la denominazione di origine controllata di cibo e vino) è la scoperta dell’acqua calda: cosa si negozierebbe altrimenti?

Il Ttip porterà senza dubbio anche vantaggi politici. Prima di tutto impedirà la deriva degli Stati Uniti verso il Pacifico: ricordiamoci che il Trans-Pacific Partnership (Tpp), accordo con 11 stati affacciati su quell’oceano, è già stato firmato. Anche il più convinto anti-yankee non può avere piacere che l’Europa abbia scarsa influenza su Washington e che il mercato americano sia meno accogliente verso le merci del Vecchio continente. Inoltre, le regole del commercio internazionale è meglio scriverle insieme, tra paesi democratici e a economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare in posizione disunita con paesi che prendono i loro interessi molto sul serio, come Cina, Russia e India, e che hanno sistemi di valori non proprio coincidenti con i nostri.

Pericoli del Ttip? “Ogm, carni con ormoni, polli alla candeggina, esperimenti sugli animali per testare i cosmetici!”. Ora, a prescindere dal fatto che, per esempio, sugli ogm il pragmatico approccio americano sarebbe migliore di quello europeo che è “prudente” e abbastanza antiscientifico, la Commissione europea e molti governi hanno ribadito varie volte che questi argomenti non sono negoziabili; anzi, la commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, esagerando, ha affermato che le regolamentazioni potranno essere solo più stringenti, non meno (che razza di liberale! Il presupposto è che più si regola meglio è).

Insomma, crescita economica, convenienza politica, rischi limitati e persino concordanza tra gli studiosi sulla teoria dei vantaggi comparativi del libero scambio: cosa potrebbe fermare il Trattato? Il populismo e la legge di Murphy, che nella scienza economica è stata così teorizzata dall’accademico di Princeton, Alan Blinder: “Gli economisti hanno la minima influenza sulle politiche dove ne sanno di più e sono maggiormente in accordo; hanno la massima influenza sulle politiche dove ne capiscono di meno e litigano nel modo più veemente”. Appunto.

#Gig economy

Non una parola ambigua, ma una nuova frase sociologica che viene dovei cambiamenti sociologici sono fenomeni accettati dalla società.

A gig economy is an environment in which temporary positions are common and organizations contract with independent workers for short-term engagements.

The trend toward a gig economy has begun. A study by Intuit predicted that by 2020, 40 percent of American workers would be independent contractors. There are a number of forces behind the rise in short-term jobs. For one thing, in this digital age, the workforce is increasingly mobile and work can increasingly be done from anywhere, so that job and location are decoupled. That means that freelancers can select among temporary jobs and projects around the world, while employers can select the best individuals for specific projects from a larger pool than that available in any given area.

Digitization has also contributed directly to a decrease in jobs as software replaces some types of work and means that others take much less time. Other influences include financial pressures on businesses leading to further staff reductions and the entrance of the Milennial generation into the workforce. The current reality is that people tend to change jobs several times throughout their working lives; the gig economy can be seen as an evolution of that trend.

In a gig economy, businesses save resources in terms of benefits, office space and training. They also have the ability to contract with experts for specific projects who might be too high-priced to maintain on staff. From the perspective of the freelancer, a gig economy can improve work-life balance over what is possible in most jobs. Ideally, the model is powered by independent workers selecting jobs that they’re interested in, rather than one in which people are forced into a position where, unable to attain employment, they pick up whatever temporary gigs they can land.

The gig economy is part of a shifting cultural and business environment that also includes the sharing economy, the gift economy and the barter economy.

La “giungla” delle 11 mila partecipate pubbliche nel rapporto Istat

Di Francesco Bruno

Rapporto ISTAT sulle partecipate

“10.964 unità”, è questa la cifra indicata nel report pubblicato dall’Istat lunedì 16 novembre sulle società che presentavano una forma di partecipazione pubblica in Italia nel 2013. Per fare un semplice e banale paragone con i partner dell’Eurozona, la Francia (che in quanto a intervento dello Stato nell’economia sa il fatto suo) ne conta circa un migliaio.

Il secondo dato che attira subito dopo l’attenzione nella lettura del report, è che le società attive sono state 7.767, quindi vi erano 3.197 imprese con partecipazione pubbliche inattive, che impiegavano il 2,7% degli addetti totali (tra queste anche un migliaio di imprese fuori dal Registro Asia Imprese da cui il report ha estratto i dati). Inevitabile chiedersi immediatamente perché si debba mantenere partecipazioni pubbliche in imprese inattive e sarebbe molto interessante scoprire se nel corso degli ultimi due anni siano avvenute le doverose dismissioni dalle stesse.

Terzo dato, nelle unità con partecipazioni pubbliche operavano quasi un milione di persone(927.559), un milione di tessere elettorali per quanto interessa alla politica. Agevole capire il perché è così arduo razionalizzare tali partecipazioni in maniera efficiente.

Ma il report dice anche altro.

Utili e perdite

Con riguardo alle società sottoposte a controllo pubblico, il bilancio di esercizio è stato in utile per i due terzi, mentre il 23% ha fatto registrare una perdita. Le migliori performance di bilancio si segnalano nei settori di fornitura dell’acqua, nella gestione dei rifiuti e nell’erogazione di gas ed energia elettrica, mentre le maggiori perdite si rilevano nel settore dei traporti.

Nel 2013, le società controllate hanno prodotto utili per circa due miliardi di euro e perdite maggiori al miliardo. Il saldo complessivo è quindi positivo. Ma restano diverse ombre dietro i dati.

Innanzitutto, le perdite sono molto pesanti. Un miliardo di euro che finisce inevitabilmente a gravare sulla fiscalità generale, perché gli enti pubblici sono costretti a destinare risorse al risanamento dei bilanci. Si badi bene che si tratta di società che nella quasi totalità dei casi opera in regime di monopolio e con l’apporto di erogazioni pubbliche. Sentendo parlare spessissimo di “fallimenti del mercato”, vien da chiedersi perché nel mercato privato le imprese in perdita finiscono inevitabilmente per fallire, mentre lo stesso destino non tocchi alle società controllate da enti pubblici. “Per garantire i servizi pubblici essenziali” si potrebbe facilmente obiettare. Ma una società che non è in grado di evitare perdite di esercizio nonostante erogazioni di fondi pubblici e regimi di monopolio, sarà in grado di offrire un buon servizio ai cittadini? Difficile da credere.

Secondariamente, anche sul versante delle società in utile non si può ritenere che sia tutto oro qualcosa che luccica. In primis è doveroso far notare nuovamente che si tratta di società che ricevono erogazioni pubbliche, che operano in regime quasi esclusivo di monopolio e in settore altamente remunerativi, come quelli della fornitura di energia e gas. Se fossero in perdita anche tali società…..

Inoltre, quando si valuta il costo delle partecipate per i cittadini, non si può non tener conto anche delle tariffe applicate da queste aziende che vediamo nelle nostre bollette. Sarebbe minore questo costo in caso di apertura al mercato e alla concorrenza? Difficile dare risposte secche, ma sicuramente se la liberalizzazione e la dismissione delle quote pubbliche venisse eseguita correttamente, è probabile che gli utenti ci guadagnerebbero.

L’opinione della Corte dei Conti

Nella relazione depositata il 22 luglio 2015 dalla Corte dei Conti – Sezione delle Autonomie inerente “Gli Organismi partecipati degli enti territoriali”, sono molte le summenzionate ombre evidenziate dalla magistratura contabile.

Per brevità, le più rilevanti:

  1. Nei bilanci 2013 delle società a totale controllo pubblico, la Corte individua importanti squilibri tra le Regioni in merito a utili (di seguito “U”) e perdite (di seguito “P). In particolare il riferimento è a Lazio (U 4,4, mln – P 31,9 mln), Umbria (U 6,4 mln – P 32,7 mln), Molise (U 292 mila – P 2,9 mln), Campania (U 4,6 mln – P 24,3 mln), Calabria (U 798 mila – P 7,4 mln).
  2. In Calabria, Basilicata, Campania e Sicilia il costo del lavoro incide pesantemente sul costo della produzione, anche in modo superiore al 50%. Il dato è probabilmente dovuto al fenomeno delle assunzioni inutilidecise dalla mala-politica che controlla dette società.
  3. La Corte evidenzia che nelle società a totale partecipazione pubblica il fattore tecnologico è meno prevalente di quello umano. Anche qui la produttività fa spazio a esigenze occupazionali e di consenso politico.
  4. Dalle analisi si ricavano perfino molti casi di eccedenze delle erogazioni pubbliche rispetto al valore della produzione. Inoltre l’ente pubblico affidatario spesso riconosce alla partecipata altri finanziamenti ordinari e straordinari, nonché contributi per ripianare le perdite. In tali situazioni il peso della partecipazione è eccessivamente gravoso per le finanze dell’ente pubblico.

Da questi dati emergono alcune criticità importanti inerenti le società a totale controllo pubblico, nelle quali è la politica a prendere tutte le decisioni. Ma anche le società dove il controllo pubblico non è totale o è minoritario destano forti preoccupazioni di sostenibilità finanziaria. I risultati possono indignarci, ma non devono sorprenderci. Il politico razionale pensa alla sua rielezione ed ha quindi un incentivo ad allargare il suo consenso, a danno delle casse pubbliche ovviamente.

Cosa si può fare

Tanto, tantissimo. Non servono genialate, Carlo Cottarelli – come tanti altri – ha già suggerito cosa si dovrebbe fare nelle sue memorie pre-licenziamento senza giusta causa.

Cosa si può fare concretamente? Assolutamente nulla se manca la volontà politica. Il Rottamatore avrebbe dovuto ridurle a mille, ma Palazzo Chigi favorisce l’oblio.

Affinché la riduzione delle partecipazioni pubbliche in società private avvenga, è necessario che questo risulti conveniente per la politica. Evidentemente al momento questo non avviene perché le misure di efficientamento della spesa pubblica non godono di un favore popolare che sia superiore o almeno pari al malumore generato dai tagli (ricordare il milione di addetti).

Probabilmente è errato anche il messaggio comunicativo trasmesso. I tagli indiscriminati generano tensioni e paure per un’eventuale diminuzione nel livello di alcuni servizi fondamentali che svolgono le partecipate. Si dovrebbe far capire che mentre esistono dei casi dove tali aziende vanno chiuse o dove è necessario che l’ente pubblico controllante ceda il controllo o il non controllante dismetta le sue quote, ve ne sono tanti altri dove non si deve necessariamente decurtare le erogazioni pubbliche: i soldi possono rimanere gli stessi, ma si può spenderli meglio.

Inoltre, a mo’ di esempio, se si fa capire che queste società hanno bisogno di investire in tecnologie innovative piuttosto che assumere scriteriatamente, forse sarà più facile incontrare il favore popolare.

Il messaggio potrebbe altresì far leva sui benevoli effetti della concorrenza per gli utenti, derivante da un’aperura al libero mercato della gestione di servizi notoriamente affidati ad aziende pubbliche: se si fa capire che la liberalizzazione degli affidamenti dei servizi può comportare unariduzione cospicua delle tariffe, il cittadino potrebbe essere maggiormente favorevole al cambiamento.

Ovviamente non è facile convincere il contribuente, il quale resta preoccupato, perché l’esperienza gli insegna che spesso in Italia specialmente la privatizzazione di aziende pubbliche o a controllo pubblico è coincisa con il passaggio da un monopolio pubblico a uno privato. La sfida diventa quindi quella della totale trasparenza delle gare e di una migliore regolamentazione sul conflitto d’interessi.

Trovare l’incentivo giusto che convinca la politica a farsi spazio nella giungla delle partecipate, tagliare molti rami e potandone altri, è una sfida senz’altro difficile, ma non impossibile, perché in fondo sarebbe sufficiente rendere l’intervento popolare e il politico razionale reagirebbe di conseguenza.

Se questo non avverrà, continueremo invece a narrare di perdite che aumentano, di numeri esorbitanti e ci consoleremo alla sera ascoltando i Guns N’Roses (https://www.youtube.com/watch?v=o1tj2zJ2Wvg).

Su Leoni Blog

Francesco Griffo: una storia di standard, tecnologia, economia, conoscenza e libertà.

La damnatio memoriae colpì il nome di Francesco Griffo, l’uomo che letteralmente scrisse una parte fondamentale dell’arte della scrittura per la stampa. Quotidianamente sotto i nostri occhi scorrono file di caratteri che lui ha inventato e che sono all’origine della storia dei font.

Bene conosciamo la grandezza degli antichi romani nelle loro qualità maestre: l’ingegneria, la logistica, l’efficienza. Standarizzarono tutto: le unità di misura, lo “scartamento” delle strade e la larghezza dei carri, la scrittura, il diritto e con questo l’organizzazione sociale, la moneta, la lingua, l’idraulica, l’esercito, il fisco, il servizio postale e tanti altri standard ancora in uso che ci rendono la vita più facile.
Quando cadde l’Impero, trascinò con sè tutto il Mediterraneo. Oltre trecento anni di secoli bui dovettero trascorrere prima della riunificazione dell’Europa. Il baricentro questa volta fu Aachen (Aquisgrana, vicina a Maastricht). Proprio lì, il forse ancora analfabeta Carlo Magno decise che in ogni monastero europeo vi fosse una scuola per insegnare a leggere e a scrivere. Decretò anche la fine della babele grafica della scrittura; ordinò di progettare e diffondere il primo font standard europeo: la carolina, l’archetipo di tutti i caratteri stampati nelle lingue occidentali.
Ci vollero altri seicento anni di accumulazione di invenzioni per dare adeguata consistenza al substrato necessario all’esplosiva invenzione di Gutenberg: gli standard che consentivano la stampa.

Nei secoli oscuri del Medioevo qualche inventore, dotato di visone notturna, aveva reso la carta adatta alla stampa; era ancora molto costosa, ma evitava la macellazione di intere greggi di pecore per ogni singola copia di un libro. Nel contempo il millenario torchio divenne più forte, più piccolo e più preciso grazie all’utilizzo di molte componenti prodotte dalla metallurgia (perfezionata da altri che aguzzavano la vista nel buio di quei secoli). La metallurgia apportò anche la lega di metallo morbido adatto ai caratteri mobili. Eppure, forse perché allora non ci si vedeva tanto bene, l’idea di Gutenberg, e del suo dimenticato socio Fust, non appariva molto pratica. Agli uomini prudenti infatti sembrava che l’equipaggiamento per stampare, l’enorme lavoro per incidere i caratteri e tutto il resto avrebbe avuto un costo spropositato, non inferiore a quello del minuzioso lavoro dei monaci amanuensi sulla pergamena.

Era proprio un problema di vista, gli uomini prudenti non avevano notato l’impennata di domanda di un certo libro. Da meno di trent’anni infatti la rivoluzione protestante aveva scardinato il controllo dell’élite sulle poche costosissime Bibbie per giunta scritte in una lingua sconosciuta ai più. Fino ad allora il testo fondante della religione dei popoli europei era stato, senza l’aiuto degli intermediari, inaccessibile; dopo la liberazione di Wittenberg (e la disintermediazione), i singoli europei potevano leggere la Bibbia nella loro lingua preferita, e perfino tenerne una copia in casa. L’acume imprenditoriale di Gutenberg e Fust mise a fuoco l’enormità quantitativa della domanda.

La loro rivoluzione stava nell’avere messo insieme varie tecnologie da utilizzare con l’arte nella quale erano entrambi esperti: l’incisione orafa. Tutto era disponibile e pronto per l’esplosione. Mancava giusto la rottura di quel sottile diaframma che separava l’idea dalla realtà concreta. Era un diaframma di dubbi, di incertezze il cui superamento richiedeva coraggio e un po’ di follia. (Ac)cadde nel 1455.

Ogni rivoluzione mirata a riorganizzare la società in tempi brevi, porta con sé fenomeni distruttivi. In quei decenni l’Europa fu attraversata da feroci rivolte e guerre politico-religiose. Pochi anni dopo le prime stampe, anche Gutenberg ebbe la sua tipografia distrutta.

Nel frattempo la mercantile Serenissima Repubblica Veneziana, patria di straordinarie libertà sociali, religiose e politiche, si trovava al centro di mille pacifiche rivoluzioni economiche. Bisanzio cadeva con la lentezza dovuta alla vastità del suo patrimonio; era così grande che ci voleva molto tempo per spenderlo tutto. Forse questo ci ricorda qualcosa a proposito del nostro Paese, ma è un’altra storia. All’epoca Venezia era la prima beneficiaria della debolezza di Bisanzio. Altra ricchezza le derivava, già prima del Mille, dal noleggio delle flotte militari e commerciali per i traffici sud-nord. Talvolta partecipava essa stessa alle “rapine” (es. la crociata del 1209 dalla quale derivano i famosi cavalli di bronzo, le colonne, i tetrarchi, il paliotto di San Marco e molto molto altro).

Più o meno all’epoca di Gutenberg, il cardinale greco-ortodosso e cattolico (sic!) Bessarione (cittadino onorario di Venezia) aveva lasciato in eredità a Venezia la sua immensa biblioteca personale che fu il fondo all’origine della biblioteca marciana tutt’oggi visitabile in Piazza San Marco. Le culture Bizantina, Italiana dell’antichità, Musulmana, Europea si incrociavano nei porti della Serenissima depositandovi ad ogni passaggio non poca ricchezza monetaria, ma specialmente un’immensità di ricchezze culturali diverse, grazie alla straordinaria libertà e tolleranza di cui godevano i suoi cittadini. Per esempio, l’inquisizione papalina non poteva esercitare alcun potere nel territorio veneziano; i veneziani erano orgogliosi difensori dell’indipendenza da Roma del loro Patriarca di Aquileia, un pari del Papa come ora lo è Alessio II. Esiste presso che un unico caso di interferenza papalina su Venezia, quando il Papa riuscì a farsi consegnare Giordano Bruno.

Gli sconvolgimenti europei aggiunsero a Venezia un’altra sorgente alimentante il suo floridissimo mercato: tutti coloro che volevano stampare libri proibiti in patria, potevano farlo a Venezia; anche Erasmo da Rotterdam stampò a Venezia. In quegl’anni di favorevolissimo humus, Aldo Manuzio frequentava l’amico Pico della Mirandola e altri dotti italiani e mediterranei. Manuzio, che era un imprenditore colto ed efficace, si era scelto un motto molto veneziano: festine lente; che tradotto in italiano significa: affrettati lentamente, ma il concetto è anche più efficacemente reso dall’espressione veneziana: avanti pian, quasi indrio. Principio che Manuzio applica con perseverante prudenza per esempio quando si mette in società con Nicolas Jenson, maestro della Zecca di Tours che aveva studiato la tecnologia dei caratteri mobili per conto del Re di Francia e aveva scelto Venezia per impiantarvi la prima tipografia fuori dei confini germanici. Manuzio si era preoccupato di coinvolgere nella società la famiglia dei dogi Barbarigo, un appoggio che in materia di cultura e annessi rischi pesava non poco. In somma, il minimo investimento, il minimo rischio, inizialmente più per passione che per denaro ma tutt’altro che privi di intento imprenditoriale. Con l’enormità di materiale editoriale proveniente dal mediterraneo e ora anche dall’Europa, in breve tempo Manuzio portò via la leadership tedesca sulla nuova tecnologia. Fu l’ultima volta che accadde? Anche questa è un’altra storia.
Ancora una volta un uomo seppe vedere cose che altri non avevano visto; Manuzio individuò e combinò sapientemente molti fattori; non ultimo la qualità della stampa che non dipendeva solamente dai macchinari, dalla carta e dai testi da pubblicare. Dipendeva anche dall’efficienza del sistema (prezzi bassi che allargavano il mercato) e dall’arte del pubblicare (capitale di conoscenza e inventori). Come abbiamo visto, molti avevano contribuito a fornire i singoli tasselli del puzzle. Gli incisori dei caratteri e delle figure furono il collante estetico ed efficienziale del sistema di stampa.
Le nebbie della damnatio memoriae hanno nascosto a lungo i meriti di Francesco Griffo, grande incisore bolognese che riordinò e rese standard molti aspetti della stampa. Uniformò la punteggiatura fornendo così un’interpretazione facilitata delle frasi più complesse. L’interpunzione consentiva infatti di pre-sezionare le frasi, qualificare e contornare ciascun concetto. Griffo, e Manuzio, sentivano la necessità di venire incontro al cittadino-lettore dal quale non esigevano la dotta erudizione degli intellettuali. La più grande invenzione di Griffo tuttavia fu il corsivo (letra grifa, oggi internazionalmente chiamato italic) che non solo era bello, ma anche accorciava sensibilmente la lunghezza delle righe; in altri termini rese possibile ridurre il costo e la dimensione dei libri; un efficientamento che riduce i prezzi e le difficoltà d’uso. Francesco Griffo inventò inoltre una moltitudine di bei font che troviamo nei nostri computer chiamati con nomi moderni come ad esempio il Garamond.
Francesco Griffo purtroppo restò impicciato in vicende personali che agli occhi dell’etica contemporanea sarebbero probabilmente accettabili, ma all’epoca gli costarono la morte per impiccagione e la conseguente damnatio memoriae. Solo Manuzio è rimasto nella memoria collettiva e viene ricordato come l’unico campione stampatore del mondo occidentale.

Molti sono gli insegnamenti che la Storia lascia intrecciati in questa narrazione; elencarli richiede senz’altro molto più del tempo e dello spazio dedicato a questo post. Ciascuno però può distillare quanto vede e immagina dalle parole e fra le righe.

Errori di misura sul lavoro.

Voler tradurre a tutti i costi la qualità della prestazione in quantità, in funzione della valutazione, senza saperlo fare, può produrre mostri.

“Lettera sul Lavoro” pubblicata sul Corriere della Sera il 6 gennaio 2016, in occasione dell’uscita del libro di Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, Measurement Madness. Recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015) .

Ci sono Paesi come il nostro dove si fanno le barricate contro l’idea di tradurre la qualità del lavoro in indici quantitativi, per poter misurare la prestazione e quindi valutarla. Ultimamente abbiamo visto erigere quelle barricate contro la pretesa dell’Invalsi di valutare l’efficacia dell’insegnamento scolastico, ma le avevamo viste erigere anche contro la pretesa dell’Anvur di valutare l’attività di ricerca universitaria, o contro l’idea che una parte della retribuzione degli impiegati pubblici possa essere collegata a indici di produttività degli uffici o dei singoli. Da noi viene mobilitato persino il diritto alla privacy per impedire la valutazione della performance dei dipendenti pubblici, o quanto meno la conoscibilità del suo esito.

In altri Paesi, invece, soprattutto nel nord-Europa e nel nord-America, il principio della valutazione è non solo acquisito, sia nel settore pubblico sia in quello privato, ma praticato talvolta in modo eccessivo, acritico, quindi inutile o addirittura fuorviante. Per avvertirci di questo rischio tre studiosi – Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, tutti e tre docenti in atenei inglesi, che a misurazione e valutazione hanno dedicato la vita – ora hanno ritenuto di dedicare un libro alla Measurement Madness: recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015); cioè alle follie, o anche soltanto alle insidie, agli errori, e alle vere e proprie trappole in cui si può cadere quando ci si avventura su questo terreno senza il know-how e le avvertenze necessarie. Lo hanno fatto nel modo più amichevole verso la generalità dei possibili lettori, quindi con un linguaggio assolutamente semplice, scevro da tecnicismi, rifuggendo da ogni astrazione e proponendo invece decine di casi di uso della misurazione della performance avventato, sprovveduto, inerziale, opportunistico, furbesco, o inconsulto, comunque non utile per una valutazione attendibile, effettivamente verificatisi nell’ultimo decennio in amministrazioni pubbliche o in grandi imprese private di tutto il mondo. Oppure di casi nei quali il sistema di misurazione consente ai misurati di distorcere il risultato a proprio vantaggio, o li induce a distorcere la prestazione dalla sua vera funzione al solo fine di ottenere un indice di performance falsamente migliore. Dall’osservazione di questi casi si traggono diverse conclusioni per nulla scontate: la misurazione funziona poco se viene introdotta soltanto per controllare i comportamenti, mentre dà i risultati migliori se è mirata a trarne indicazioni utili per migliorare servizi, prodotti, o processi; se ai risultati della misurazione si collegano direttamente dei premi, i rischi di distorsione aumentano: meglio comunque attribuire i premi a gruppi di persone e non ai singoli; la valutazione individuale, invece, può costituire essa stessa, da sola, un premio efficace, dando risultati ottimi in termini di motivazione del personale. E dalle loro osservazioni gli autori traggono dieci regole auree per la buona impostazione della misurazione e della valutazione, che probabilmente diventeranno d’ora in poi un decalogo ineludibile per chiunque si occupi di questa materia.

Viene citato anche un “caso” ambientato in Italia. Ma questa volta soltanto per denunciare l’allergia alla valutazione della performance che ispira i vertici delle nostre amministrazioni pubbliche. E qui non è difficile vedere la mano di quello, dei tre Autori, di origine italiana, che cinque anni fa venne richiamato in patria dall’Inghilterra per far parte della Civit, l’autorità per la valutazione delle amministrazioni pubbliche – appunto – istituita dalla c.d. legge Brunetta del 2009, e che dopo un anno clamorosamente si dimise constatando che il meccanismo girava a vuoto.

Nonostante che su questo terreno in Italia siamo poco tanto più indietro rispetto al nord-Europa, la lezione sofisticata di Gray, Micheli e Pavlov riguarda direttamente e immediatamente anche noi. Perché anche le nostre grandi imprese cadono negli stessi errori in cui cadono quelle straniere; e perché, sia pure in ritardo, finalmente anche noi stiamo incominciando a praticare la misurazione e la valutazione della performance nel settore pubblico. E proprio il ritardo con cui affrontiamo il problema ci rende più inesperti, quindi più esposti al rischio di errori, di trappole, di pratiche controproducenti. L’unico vantaggio insito nell’essere, per questo aspetto, un Paese arretrato sta nella possibilità di sfruttare a costo zero l’esperienza accumulata da altri attraverso decenni di sperimentazione e affinamento delle tecniche di misurazione e valutazione. Ecco perché sarebbe molto importante che questo libro venisse letto attentamente – oltre che da molti amministratori delegati di imprese private – soprattutto negli uffici del ministero della Funzione pubblica e in quelli di molti altri ministeri romani.

Pietro Ichino
http://www.pietroichino.it/?p=38416

Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

Il cibo è roba seria, mica roba da Expo.

Una esposizione mondiale che parla di cibo, parla solo di una metà del tema: manca il suo complemento, l’assenza di cibo che colpisce, in modo episodico e più generalmente endemico, 2 miliardi di persone nel mondo su 7 miliardi che è la popolazione mondiale, quasi 1 essere vivente su 3, spesso un bambino in età pre-infantile ed infantile, in aree geografiche ben delimitate, come l’Africa sub-sahariana, il resto dell’Africa, ampie zone dell’Asia, l’India; su 805 milioni di affamati, quelli che non hanno una razione di cibo giornaliera (spesso saltuaria e non tutti i giorni, sempre insufficiente e ben inferiore alle 2.200 calorie quotidiane richieste per un adulto, che sono 700 per un bambino sino a 1 anni. 1.500 calorie a 5 anni), 295 milioni vivono in India dove rappresentano il 16% della popolazione; 135 milioni è il numero stimato degli affamati cinesi; nel c.d. Altro Mondo si concentrano 790 milioni di affamati: 1 essere umano ogni 9.

Parlare di cibo significa allora prima di tutto parlare del suo contrario: la fame.
Tema spesso affrontato in modo ideologico, sulla spinta di valori religiosi, etici, sociali, “perbenisti”.

Proviamo a declinare il tema in modo diverso, cercando di evidenziare alcuni punti:
Quale cibo mangia l’uomo?

Dove e perché c’è una carenza di cibo?

La tecnica agricola odierna sarebbe in grado di limitare, o cancellare, la fame nel mondo?

Le risorse alimentari disponibili sono prodotte in modo efficiente?

Salvo rare eccezioni, l’alimentazione umana di base è composta di cereali, che non apportano proteine sufficienti; in una chiave di accrescimento della disponibilità e della qualità del cibo, la prima cosa che si aggiunge sono i legumi; seguono i tuberi; quando il tenore di vita aumenta, si aggiungono gli oli; infine, si passa alla carne ed altri proteine animali (uova, latticini). Tre quarti del cibo consumato nel pianeta è fatto di riso, grano, mais; metà di tutto quanto mangiano i 7 miliardi di esseri umani è rappresentato da riso.
Nell’impero romano, un ettaro di terreno produceva 300 chili di cereali, ed un contadino poteva lavorare in media 3 ettari, quindi poteva produrre quasi 1 tonnellata di cereali; nel medioevo, un ettaro produceva 600 chili annui, ogni contadino poteva lavorare in media 4 ettari, producendo 2,4 tonnellate annue di cereali; negli Stati Uniti a metà del secolo scorso 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate; sempre negli States, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per ogni contadino; nell’Africa sub-sahariana, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi 700 chili annui. La produttività di 2.000 anni fa, 2.000 volte meno rispetto ad un agricoltore del XXI secolo.
Trasferire la tecnologia di un paese “avanzato” in un paese “non avanzato” è difficile: servono investimenti (che i singoli contadini dell’ Altro Mondo non possono permettersi, visto il loro stato di indigenza), serve terra da coltivare (ed i singoli contadini poveri spesso non hanno nemmeno un piccolo pezzo di terra di proprietà, in paesi dove la proprietà della terra si sta concentrando per svariati motivi, nessuno commendevole), servono concimi, semi, attrezzi che risultano troppo spesso troppo cari, impossibili da acquistare per i singoli contadini.
Parlare di cibo significa comprendere le tecniche di produzione, migliorarle per incrementare la resa, adottarle ed introdurle nel maggior numero di terreni coltivabili.
Mangiare animali, nel nostro mercato globale, è un lusso, che comincia a diffondersi in aree di recente sviluppo economico, come la Cina ed ampie zone del Sud Est asiatico (i paesi che crescono); mangiare carne mette l’uomo in competizione con gli animali nella scelta di che cosa mangiare; seppure per millenni gli animali abbiano mangiato erba, oggi essi mangiano gli stessi alimenti che rientrano nella dieta dell’uomo: soia, mais, altri cereali.

I bovini, 50 anni fa, erano 700 milioni: oggi sono 1.400 milioni, il doppio. Sono necessarie 4 calorie vegetali per produrre 1 caloria di pollo, 6 per 1 caloria di maiale, 10 per una caloria di bovino od agnello.
Occorrono 1.500 litri per produrre 1 chilo di mais, 15.000 litri per produrre 1 chilo di carne bovina. 1 ettaro di terra buona può produrre 35 chili di proteine vegetali, che scendono a 7 chili se utilizzate come alimento per animali.
In termini economici, mangiare carne significa “appropriarsi” di risorse vegetali che potrebbero bastare per 5 o 10 persone.
Negli ultimi decenni, il consumo di carne è raddoppiato rispetto alla popolazione, il consumo di uova è triplicato. L’allevamento di animali copre l’80% della superficie agricola coltivabile (a tecnologia attuale), assorbe il 40% della produzione mondiale di cereali ed il 10% delle risorse idriche del pianeta.
Il cibo, essenziale per la sopravvivenza, diviene sempre più una non-scelta, per mancanza di capacità di reddito o impossibilità di coltivare e produrre, per chi non ha accesso a “basic stuff and food” come acqua, cereali, legumi, tutti alimenti essenziali per la sua salute ed il suo sviluppo.
Parlare di cibo significa valutare come allocare la ripartizione dei terreni fra alimenti diversi, se convenga destinare i terreni alla produzione di cereali vegetali frutta e legumi, oppure destinarli alla produzione di mangime per animali, che a loro volta diventeranno cibo per l’uomo.

Il business del cibo – agricoltura, manifattura alimentare – costituisce soltanto il 6 per cento dell’economia mondiale: una minuzia, quantità dieci volte minori rispetto al settore dei servizi.
Il 43 per cento della popolazione economicamente attiva del mondo – circa 1,4 miliardi di persone – è costituita da agricoltori.
Demografia, peso economico e necessità reale sono stranamente lontani.
(Breve digressione: l’agricoltura – l’agricoltura dei poveri, zappa e vanga – è un’attività estremamente fisica, dove gli uomini possono avere un vantaggio: le donne si sforzano, cercano di fare alcune cose, ma è chiaro che spetta agli uomini nutrire la famiglia, e tutto questo produce un’idea della vita. La sottomissione femminile aveva una sua contropartita molto precisa: in cambio – dialettica del padrone e dello schiavo – l’uomo dava da mangiare alla donna. Nelle società opulente rompere con quest’idea può essere più semplice, più fattibile; in mondi arretrati, come nell’Africa sub-sahariana od in ampie zone del Sud-Est asiatico, si complica).

La malnutrizione è legata, con un filo esile ma fermo, allo stato di salute della popolazione.

Gli Stati Uniti spendono 8.600 US$ l’anno per abitante in sanità, la Francia 4.950, l’Argentina 890, la Colombia 432, l’India 8 dollari (che scendono a 4 a Bombay/Mumbai, il Niger 5 dollari; nel paese africano più povero, nel 2009 c’erano 583 medici, uno ogni 28.000 abitanti, scesi a 349 nel 2010, uno ogni 43.000 abitanti, quando in un paese medio (come Ecuador, Filippine, Sudafrica) la media è uno ogni 1.000 abitanti. In paesi “problematici”, molti medici sono emigrati, spesso scappati: la migrazione di chi sa, o vuole scappare dalla miseria e dalle malattie, produce ulteriore miseria. In Niger, ogni donna ha in media 7 figli (il tasso di fertilità più alto al mondo), ed un bambino su 7 muore prima di compiere 5 anni, quando la media dei paesi definiti ricchi è uno su 150. A Bombay/Mumbai 1/3 dei bambini è denutrito. La fame interessa 2 miliardi di persone nel mondo, circa 1/3 della popolazione della Terra; queste persone non mangiano a sufficienza, sono malnutriti, e questo endemico sottosviluppo colpisce principalmente i piccoli, che hanno necessità di mangiare almeno 700 calorie al giorno sotto l’anno di vita, 1.000 fino a 2 anni, 1.600 sino a 5 anni; un adulto necessita da 2.000 a 2.700 calorie giornaliere; sotto queste soglie, si patisce la fame. “L’eliminazione , ogni anno, di decine di milioni di uomini, donne e bambini ad opera della fame è lo scandalo del nostro secolo. Ogni 5 secondi un bambino sotto i 10 anni muore di fame (…). Allo stato attuale, l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire senza problemi 12 miliardi di essere umani, quasi il doppio della popolazione mondiale” secondo la relazione “Destruction massive” dell’ex-relatore speciale ONU per il diritto all’alimentazione.

La carenza strutturale, endemica, di cibo è una concausa del progressivo inurbanesimo: oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, in città, dove ci si trasferisce nella aspettativa, fallace, di trovare un lavoro, una casa, migliori condizioni di vita. Ma come anticipato in “Il pianeta degli slum” di Mike Davis, “le città del futuro (…) saranno in gran parte costruite di mattoni grezzi, paglia, plastica riciclata, blocchi di cemento e legname di recupero. Al posto delle città di luce che si slanciano verso il cielo, gran parte dei mondo urbano del XXI secolo vivrà nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo.””; nel 1950 c’erano 85 città del mondo che superavano il milione di abitanti, nel 2015 saranno 550; delle 25 città che superano gli 8 milioni, 22 si trovano nell’ Altro Mondo, e sono quelle che crescono di più: ma nella maggior parte di queste città, tre quarti della crescita si deve a costruzioni marginali in terreni occupati: le baraccopoli. In tutta l’India, per citare un caso significativo per un paese che fa parte dei BRIC, 160 milioni di persone vivono in una baraccopoli. In una baraccopoli non ci sono acqua corrente, luce, fogne; la mancanza di bagni crea problemi sanitari enormi: 2 morti si 5 sono da ascriversi ad infezioni causate da parassiti portati da acqua inquinata (con cui si cucina, quando c’è da cucinare) ed assenza di fogne.

Nel mondo, 2,5 miliardi di persone vivono senza fogne, e muoiono senza fogne. In queste condizioni, anche il cibo è inquinato, quando c’è.
Parlare di cibo significa partire dalla sua assenza, dalla sua cattiva qualità, dalle modalità del suo stoccaggio e del suo trattamento.

Domande aperte; troppo spesso ricevono risposte chiuse.