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Ancora su stagnazione secolare

Molti articoli, come questo, pur partendo da prospettive diverse tendono a sostenere un’interpretazione convergente: eccesso di “inventario” finanziario improduttivo.

Fenomeno che viene chiamato in molti altri modi: eccesso di capitale in circolazione, troppa massa monetaria, troppi debiti da pagare, capitale che cresce più del lavoro o del GDP (in particolare quello pro capite), bassa produttività, e in altri modi. Insomma il sistema starebbe riassorbendo l’enorme massa monetaria artificiosamente e inutilmente creata negli ultimi trent’anni. Il problema si aggrava anche perché mentre l’enorme massa di denaro si riduce, si riducono anche le persone che campano sulla movimentazione del denaro, in una spirale la cui rotazione è molto difficile da invertire.
Ma forse gli elementi che colpiscono maggiormente sono:

  • L’efficienza sui costi di produzione – La globalizzazione ha consentito gigantesche efficienze spostando la produzione in aree dove il lavoro costa meno. Il risultato è stato un generale abbassamento dei costi cioè dei prezzi (deflazione). Il fenomeno non può che essere transitorio, dato che la ridistribuzione della ricchezza fra Paesi ricchi e Paesi emergenti colmerà il divario sul costo del lavoro, ma i tempi di allineamento fra le economie globali sono lunghi.
  • L’efficienza dell’economy sharing – La disintermediazione, la smaterializzazione (es: prodotti editoriali, amministrativi, bancari), lo spossessamento dovuto alla condivisione dei mezzi, abbatte la domanda dei mezzi. Non si tratta solo del bike-sharing, ma anche per esempio dello sharing dei voli aerei a favore della saturazione dei velivoli. Paradossalmente il sistema abbassa i costi diminuendo la domanda di mezzi invece di aumentarla come è accaduto nel passato.
  • L’efficienza energetica – Gli altissimi costi, semi-monopolistici, dell’energia hanno spinto la ricerca a trovare soluzioni per abbassarne i consumi (trasporti, forme di energia, ecc.). È un altro abbattimento della domanda che espelle dal sistema i produttori di energia ad alto prezzo e riduce la domanda di mezzi energivori.
  • La saturazione della domanda – Non si può comprare più di un certo numero di cellulari procapite o altri ammennicoli che sembrano ad alta innovazione, ma in realtà sono solamente grandi volumi di prodotti venduti massivamente alla popolazione mondiale che a loro volta indirettamente aumentano l’efficienza del sistema globale
  • La velocità della produzione – La capacità produttiva si misura anche in capacità di consegnare grandi quantità di prodotti in tempi brevissimi. Il che implica un’enorme capacità produttiva utilizzata in intervalli di tempo compressi. È una capacità produttiva costosa e perciò va alimentata da un flusso continuo di nuovi prodotti che non ci sono né vengono richiesti dal mercato.

In sintesi, alla popolazione servono prodotti e servizi realmente innovativi, mentre il sistema continua a produrre oggetti e servizi scarsamente attrattivi. Decisamente i più grandi “consumatori” di denaro sono i governi che per lo più producono servizi a valore aggiunto veramente molto basso, salvo che nei rari casi di innovazione, spesso tecnologica, per esempio nei sistemi di intelligence e di security e nei sistemi della salute. L’efficienza della globalizzazione e dello sharing è ancora lontana dalla soglia del massimo “risparmio”. Continuerà a mietere fabbriche e lavoro. Non si tratterebbe quindi di scarsità di domanda, ma di eccesso di offerta accompagnata da un’offerta finanziaria anche più ingombrante.

Qual è dunque la ricetta per tornare a crescere in produttività e in GDP procapite?
Nessuno lo sa. Ma forse gli ingredienti della ricetta vanno ricercati nella troppo rara e troppo poco distribuita disponibilità del capitale di conoscenza che da sempre è il motore primario dell’innovazione e della migliore qualità della vita (domanda e offerta).

#Gig economy

Non una parola ambigua, ma una nuova frase sociologica che viene dovei cambiamenti sociologici sono fenomeni accettati dalla società.

A gig economy is an environment in which temporary positions are common and organizations contract with independent workers for short-term engagements.

The trend toward a gig economy has begun. A study by Intuit predicted that by 2020, 40 percent of American workers would be independent contractors. There are a number of forces behind the rise in short-term jobs. For one thing, in this digital age, the workforce is increasingly mobile and work can increasingly be done from anywhere, so that job and location are decoupled. That means that freelancers can select among temporary jobs and projects around the world, while employers can select the best individuals for specific projects from a larger pool than that available in any given area.

Digitization has also contributed directly to a decrease in jobs as software replaces some types of work and means that others take much less time. Other influences include financial pressures on businesses leading to further staff reductions and the entrance of the Milennial generation into the workforce. The current reality is that people tend to change jobs several times throughout their working lives; the gig economy can be seen as an evolution of that trend.

In a gig economy, businesses save resources in terms of benefits, office space and training. They also have the ability to contract with experts for specific projects who might be too high-priced to maintain on staff. From the perspective of the freelancer, a gig economy can improve work-life balance over what is possible in most jobs. Ideally, the model is powered by independent workers selecting jobs that they’re interested in, rather than one in which people are forced into a position where, unable to attain employment, they pick up whatever temporary gigs they can land.

The gig economy is part of a shifting cultural and business environment that also includes the sharing economy, the gift economy and the barter economy.

God save the Queen! Quando basse tasse ed alti salari si dan la mano.

Nella eterna, quindi inconcludente, discussione sul “modello di sviluppo” che l’Italia deve assumere, irrompe la eterodossa esperienza inglese, che al grido di “alti salari, basse tasse, welfare ridotto” vede il governo inglese proseguire la tappa di avvicinamento a livelli di tassazione assai bassi: oggi la “corporate tax”, l’imposta sugli utili societari, è stata portata al 20%, ma nelle intenzioni dello Scacchiere di Londra potrebbe scendere al 15% entro il 2020 (avvicinandosi a quel 12,5% che la vicina Irlanda impone alle imprese che hanno sede nella repubblica irlandese). Livelli da sogno per le imprese italiane, che con simili aliquote confidiamo possano “fare miracoli”.

Questo “modello” sociale ha consentito evoluzioni importanti: PIL inglese in crescita del 2,4% nel 2014 e nel 2015 (previsione), disavanzo in calo al 3,7%, occupazione in trend positivo, tutti segni che il risanamento dei conti inglesi sembra avviato verso il successo.

Alcune soluzioni sembrano difficilmente trasferibili nel contesto italiano: tagli al “welfare”, con riduzioni su assegni familiari, assegni per l’abitazione, sussidi per gli studenti.

Invece, le modifiche apportate al mercato del lavoro sono significative e col segno “+”: il governo conservatore ha fissato il salario orario minimo, “living wage” in lingua locale (ma tutti lo comprendono), dei lavoratori di almeno 25 anni di età a 7,20 sterline orarie (era 6,50 sino ad ora), con ulteriore previsione di adeguamento a 9 sterline orarie entro il 2020: nelle intenzioni governative, la ridotta tassazione sugli utili aziendali dovrebbe consentire alle imprese di trasferirne parte dei benefici ai dipendenti sotto forma di aumento dei salari, accompagnato da una esenzione totale di imposta sui redditi sino a 11.000 sterline annue.

Mettere in diretta relazione, nelle intenzioni e quel che più conta nella pratica, la bassa tassazione sul reddito di impresa con la aspettativa “razionale” di un trasferimento di una quota di “rendita” dal “capitale” al “lavoro” ci sembra una ottima proposizione: in attesa di vedere la sua concreta applicazione, ne facciamo l’elogio, confidando che abbia successo, un grande successo, in Gran Bretagna: e che da questo successo nasca anche un “effetto imitazione” per il nostro legislatore.

God save the Queen!

Il lavoro non è (solo) un contratto.

Le questioni sul tavolo sono sempre le stesse: diritti, fisco, formazione, previdenza. E la politica finalmente sembra essersi accorta che c’è un problema sugli autonomi, un vero e proprio esercito che conta due milioni di persone che lavorano, che creano impresa e sviluppo, non solo per se stessi. E che per anni sono stati visti con il sospetto e la diffidenza di chi concepisce il mercato ed il mercato del lavoro secondo schemi e semplificazioni che oggi hanno sempre meno ragione di esistere. Read more

#Crescita è la parola ambigua di oggi

Crescita, parola astratta, politica, politically correct, per dire che servono più imprese, che fanno più fatturato.
Cioè devono essere innovative, tecnologiche, capaci di vendere globalmente manufatti innovativi e tecnologici.
Che impiegano più persone, ben preparate e ben pagate.
La crescita non è un astratto esercizio dialettico-intellettuale.

Disoccupazione: una possibile spiegazione del divario tra Italia e Germania.

Riceviamo dall’autrice, Simona Santoro,  e pubblichiamo. In coda il link al suo Blog.

Secondo l’Osservatorio sulla crisi d’impresa il 2014 è stato un anno nero per le imprese italiane, nei primi 9 mesi dell’anno si contano 11 mila imprese in fallimento (+11,9 % rispetto al 2013).
Un quadro nefasto soprattutto per le PMI, nel rapporto di Cerved Group, Osservatorio su fallimenti,procedure e liquidazioni. n.21 del dicembre 2014, si legge a pagg. 10-11

“La crisi ha avuto forti impatti sui tassi di uscita delle 150 mila società di capitale attive prima della crisi che rispettavano i criteri europei di PMI (numero di addetti compresi tra 10 e 250 e valore del fatturato compreso tra 2 e 50 milioni di euro). I dati indicano che un quinto delle PMI italiane attive del 2007 ha avviato tra l’inizio del 2008 e giugno 2014 una procedura concorsuale (fallimentare o di altro tipo) o è stata liquidata volontariamente dall’ imprenditore.

Nel periodo esaminato si contano tra le PMI 13 mila fallimenti (l’8,7% delle società attive nel 2007), 5,5 mila procedure non fallimentari (il 3,6%, si tratta soprattutto di concordati preventivi) e 23 mila liquidazioni volontarie (il 15%). Complessivamente sono 31,5 mila le PMI attive nel 2007 che sono state interessate da almeno una di queste procedure tra l’inizio del 2008 e il primo semestre del 2014, pari al 21% dell’universo esaminato.

Con quasi un quarto delle PMI liquidate o in procedura concorsuale, il Centro-Sud ha pagato alla crisi un conto più salato rispetto al Nord Ovest (19,8% di PMI con almeno una procedura) e al Nord Est (18,5%). Tra le regioni,evidenziano tassi di uscita particolarmente elevati la Campania, le Marche e la Puglia, mentre le percentuali risultano decisamente più basse in Trentino Alto Adige e nella Valle d’Aosta. Se invece si considera l’incidenza dei soli fallimenti, a soffrire di più (con più di un decimo delle PMI fallite dall’ inizio della crisi) risultano Calabria, Friuli, Marche,Abruzzo, Molise.”

 Dal punto di vista pratico, al di là delle statistiche, dietro al fallimento o alla liquidazione di una PMI c’è un un numero impressionante di famiglie nelle quali uno o più componenti si ritrovano, improvvisamente o quasi, senza lavoro,con difficoltà quindi a pagare la rata del mutuo, il canone di locazione (ricordate che nel Decreto Milleproroghe non è stato inserito il blocco delgli sfratti), ad affrontare le più banale e semplice spesa.
Ecco quindi spiegato, almeno in parte, il divario tra Italia e Germania sul tasso di disoccupazione, che arriva a novembre 2014  in Italia a +13,4%, con punta di 43,9% tra i giovani.
I piccoli e medi imprenditori che resistono, qualcuno c’è, si trovano quotidianamente a combattere, oltre che con la complessa burocrazia di comuni, province e regioni, con banche che spesso rimpallano da un ufficio ad un altro i problemi, con i creditori che pretendono, giustamente, quanto loro dovuto, con gli stessi loro lavoratori.
Si è creato insomma un enorme circolo vizioso tra PMI-Banche-Creditori-Lavoratori che nessuno, ad oggi, riesce a spezzare.

Neet e Rischiano di Continuare ad Esserlo

La UE assegnerà 1.500 milioni all’Italia per il progetto “Garanzia Giovani” per combattere la disoccupazione under 25, ma 100 milioni si sono già “volatilizzati” nella creazione di un sito che il governo ha voluto per collegare Centri per l’Impiego (pubblici) ed Agenzie per il Lavoro (private), “una follia” nelle parole dell’Assessore al Lavoro del Veneto, “quelle risorse devono essere utilizzate per strumenti di avvicinamento e di inserimento al mondo del lavoro”. Il portale “Cliclavoro”, costo 100 milioni, intermedia 23.000 posti di lavoro; per confronto, un analogo portale tedesco ne intermedia 900.000.

Il lavoro viene meglio “stanato” e reso disponibile dalle Agenzie private, che oggi sono 2.483, occupano 10.000 persone ed hanno consentito di trovare un nuovo lavoro a 470.000 persone (dato 2012), con un tasso di collocamento (media di persone che hanno trovato lavoro, per ogni addetto) di 47. I dati dei Centri pubblici sono meno “performanti”: 553 centri che occupano 9.865 dipendenti (quindi, lo stesso numero delle Agenzie private) che hanno trovato lavoro a 35.200 persone (media ultimi 7 anni) con un tasso di collocamento di 4, meno di 1/10 di quello delle agenzie private. Qualcosa su cui pensare e lavorare, sodo: un pubblico “tirarsi su le maniche” non resti un vuoto messaggio.

Genova: Il disprezzo per l’alta nautica porta a nessuna nautica

MussoDi Enrico Musso: «Genova: Potrebbe essere l’ultimo Salone Nautico»
Genova rischia di giocarsi la sua rassegna più prestigiosa. Il settore regge, ma la kermesse continua a perdere importanza.

Qualche consiglio per il rilancio
http://genova.mentelocale.it/61228-genova-musso-salone-nautico-potrebbe-essere-ultimo/

Il succo è questo: Genova questa volta rischia davvero di giocarsi il Salone Nautico. Dopo anni d’incertezze, liti, battibecchi fra Ucina, Autorità Portuale, Fiera, Regione Liguria, Comune, ed ex poteri forti di questa ex città forte, in un groviglio d’interessi. Calo nel numero e dimensione degli espositori, negli spazi, nella durata. Perdita d’importanza e posizioni rispetto a uno scenario internazionale dove è ormai ben lungi dall’essere uno dei principali saloni nautici, e il suo primato è conteso persino in Italia.
Stavolta ce lo giochiamo proprio. Il Salone 2015 non si sa quando sarà. E potrebbe essere l’ultimo. O forse no. O forse ce lo siamo già giocato, perché il Salone è ormai solo l’ombra di quello che era. Eppure, malgrado una crisi senza eguali, l’industria nautica è rimasta una delle poche eccellenze italiane, e tutto suggerisce che dovrebbero puntarci sopra anche la città e la politica, le cui azioni degli ultimi anni hanno soprattutto colpito, quando non addirittura perseguitato, questo settore chiave della nostra economia.
La crisi: il fatturato della nautica italiana è arrivato al top nel 2008 (6,2 miliardi), poi è crollato a 2,4 miliardi. Meno 61%. Gli occupati sono dimezzati. Per dire: negli stessi anni il pil italiano ha perso complessivamente il 9%, e diciamo giustamente che è un tracollo. Anche il turismo nautico crolla in Italia: dimezzate le giornate in barca e la spesa dei diportisti, persi 10 mila posti di lavoro.
Il tracollone della nautica dura fino a tutto il 2013, mentre i dati parziali del 2014 lasciano intravedere una ripresa: il fatturato crescerà forse fra il 2% e il 6%, i contratti di leasing sono aumentati del 5% nei primi sei mesi. Certo, dopo aver perso quasi due terzi del fatturato, a un certo momento arriva il segno più. E si sono operate dolorose ristrutturazioni aziendali che si ripercuoteranno ancora negativamente sull’occupazione. Ma insomma, è un primo segnale.
Ma i segnali importanti sono altri, e consentono di essere moderatamente ottimisti per la nautica e non troppo per il nostro salone. La nautica non è la nautica. È un settore molto composito. A grandi linee, dobbiamo (almeno) distinguere fra segmenti di mercato (come per le auto, ci sono le piccole e le fuoriserie) e fra esportazioni e mercato interno. Quest’ultima distinzione è la più eclatante: nel drammatico ciclo 2008-2013 il mercato italiano è calato del 94% mentre la produzione per l’esportazione è calata solo di un terzo. I cantieri nautici italiani, che nel 2008 producevano in parti quasi uguali per l’export (53%) e l’Italia (47%), oggi producono al 93% per l’esportazione.
La relativa tenuta dell’export è il primo aspetto positivo, ma ce n’è un altro. Il settore dove andiamo più forte è quello che ha tenuto di più, i cosiddetti superyacht. Dei 735 attualmente ordinati o in costruzione, 274 sono a produttori italiani. L’Italia è di gran lunga leader mondiale, con buon distacco sul secondo (gli Usa con 63 unità): abbiamo il 37% del mercato mondiale, trend in aumento. I primi tre cantieri del mondo (insieme, il 20% del mercato) sono italiani: Azimut-Benetti, Sanlorenzo, Ferretti.
Dunque: crisi nera in tutto il mondo, e in Italia ancor più nera (perché la crisi italiana è più forte e lunga, per la politica fiscale, etc.). Ma l’industria nautica tiene, tengono le esportazioni e i superyacht. Per questi segmenti la domanda passa – di più – per altri saloni e altri canali. Così, forse, il salone di Genova ha perso importanza non solo e non tanto per la crisi del settore, ma perché ha perso la battaglia fra i saloni; se i clienti venissero ancora dalla Brianza potremmo fregarcene, ma se vengono da Mosca, Shang Hai, Dubai, allora Cannes o Montecarlo ci fanno un mazzo così (grazie anche al confronto impossibile fra l’aeroporto di Nizza e quello di Genova, fresco di declassamento ufficiale nella serie B degli scali italiani).
Quindi attenzione. Non possiamo raccontarci che la crisi del Salone di Genova è colpa della crisi della nautica. È colpa del confronto concorrenziale perduto a tutti i livelli.
Ucina e Fiera hanno annunciato che «il Salone si sposta a maggio» per anticipare i concorrenti (e perché lo hanno chiesto alcuni espositori top, dopo che il numero uno del mondo, Azimut-Ferretti, ha clamorosamente disertato). Poi però non si fa più. Poi forse. Poi vedremo. Intanto nessuno sa quando e se ci sarà il salone dell’anno prossimo.
Nelle relazioni fra città e salone, Genova si è mossa un po’ meglio che in passato, ma forse è già troppo tardi. Abituati come siamo alle rendite di posizione, in tutti i settori, qualunque forma di concorrenza ci spiazza, quella internazionale ci uccide.
Quanto alla politica: vediamo se dopo aver perso metà dei diportisti (italiani e stranieri) e più di metà del gettito fiscale riusciamo a smettere di considerare il settore come il ricettacolo degli evasori e dei grandi criminali. Perché è questo il messaggio che è arrivato dalla politica per troppi anni.
Nel nuovo mercato mondiale, con l’industria italiana forte ma la domanda spostata quasi interamente all’estero e concentrata sui segmenti alti, il Salone di Genova non ha troppe strategie a disposizione per rilanciarsi.
Una potrebbe essere quella di risuscitare la domanda nazionale e minore (l’emiro al suo quinto yacht non viene a Genova, il giovane professionista al suo primo gommone forse sì) ed essere punto di riferimento per il leasing e anche per l’usato, con strategie aggressive dei produttori ma anche – finalmente – con la politica come alleato e non come nemico.
Un’altra strada, non alternativa alla prima, è che il salone di Genova, inteso come vetrina della più importante industria nautica del mondo, diventi un brand che promuove la nautica italiana nel mondo, e magari organizzi eventi decentrati dove è oggi il mercato, per esempio a Shang Hai, Dubai, San Pietroburgo, Miami, Cartagena. La città, dal canto suo, può e deve offrire più che in passato ai visitatori del salone (in parte lo fa: bene una grande mostra in corso al Ducale, meno bene che sembri – anche se non lo è – uguale a quella dei mesi scorsi a Roma, e che riguardi artisti stranieri e non italiani: Frida Kahlo e Diego Rivera sono più una mostra per genovesi che per foresti). E favorire maggiori collegamenti con turismo e sport non esclusivamente legati alla nautica.
La partita è apertissima per la nautica italiana e – a essere realisti – quasi persa per il salone di Genova, per un diabolico mix di cause esterne e sciatteria locale. Ma non possiamo rinunciare a tornare la vetrina più importante della più importante eccellenza italiana nell’industria mondiale.
Enrico Musso

I Neet italioti.

Da diversi anni a livello europeo si è posta l’attenzione sui Neet (Not in Education, Employment or Training), giovani non più inseriti in un percorso scolastico/formativo ma neppure impegnati in un’attività lavorativa. In questo gruppo di giovani un prolungato allontanamento dal mercato del lavoro e dal sistema formativo può comportare il rischio di una maggiore difficoltà di reinserimento. Nel 2012, in Italia oltre 2.250 mila giovani (il 23,9 per cento della popolazione tra i 15 e i 29 anni) risultano fuori dal circuito formativo e lavorativo. L’incidenza dei Neet è più elevata tra le donne (26,1 per cento) rispetto agli uomini (21,8 per cento).
Dopo un periodo in cui il fenomeno aveva mostrato una leggera regressione (tra il 2005 ed il 2007 si era passati dal 20,0 al 18,9 per cento), l’incidenza di Neet è tornata a crescere durante la fase ciclica negativa: l’indicatore, che ha rilevato un incremento annuo molto sostenuto nel 2009 e nel 2010, registra un consistente aumento anche nel 2012.

In Italia la quota dei Neet è di molto superiore a quella media dell’UE27 (rispettivamente 23,9 e 15,9 per cento) e con valori significativamente più elevati rispetto a Germania (9,6 per cento), Francia (15,0 per cento) e Regno Unito (15,4 per cento). La Spagna presenta una quota di Neet (22,6 per cento) leggermente inferiore a quella italiana, mentre Grecia e Bulgaria presentano incidenze maggiori (27,1 e 24,7 per cento). Nella maggior parte dei paesi europei il fenomeno coinvolge in misura maggiore le donne (il 17,8 per cento in media contro il 14,0 degli uomini).Nella media dei paesi UE circa la metà dei Neet è alla ricerca di una occupazione, con picchi di oltre il 70 per cento in Grecia, Spagna e Portogallo.

Nel nostro Paese negli anni più recenti l’aggregato si è caratterizzato per una minore incidenza dei disoccupati e una più diffusa presenza di inattivi; tuttavia, nel 2012 la quota di disoccupati tra i giovani Neet è aumentata in misura significativa, passando dal 33,9 per cento al 40,2 per cento e riducendo il divario con la media europea. Mentre nel biennio 2009-2010 la crescita dell’area dei Neet aveva coinvolto principalmente i giovani del Centro-Nord e nel 2011 l’incremento aveva interessato esclusivamente il Centro e il Mezzogiorno, nel 2012 il significativo incremento nell’incidenza dei giovani che non lavorano e non studiano ha riguardato diffusamente tutte le aree del Paese. In particolare nel Mezzogiorno, dove la condizione di Neet è di gran lunga prevalente, l’incidenza del fenomeno raggiunge il livello più alto e pari al 33,3 per cento (17,6 per cento nel Centro-Nord), ponendo in luce le criticità di accesso all’occupazione per un gran numero di giovani residenti nel meridione. Sicilia e Campania sono le regioni con le quote più elevate, con valori rispettivamente pari al 37,7 e 35,4 per cento, seguite da Calabria e Puglia, con livelli pari al 33,8 e al 31,2 per cento. Nel Mezzogiorno il fenomeno dei Neet è peraltro così pervasivo da non mostrare nette differenze di genere: il vantaggio per gli uomini (31,6 per cento) è minimo rispetto a quello delle donne (35,0 per cento).

 

Professione Codista.

Per tutti, fare la coda in posta, al Catasto o in Comune è una perdita di tempo, che innervosisce e fa perdere la pazienza. Ma in Italia, c’è anche chi lo fa di mestiere, per conto terzi. Un lavoro nato per necessità, in modo piacevole e di successo. A Milano, un giovane intraprendente, una laurea in scienze della comunicazione alla Bocconi (“what else?”), sta pensando di creare un circuito di agenzie «con persone regolarmente assunte e stipendiate, in grado di svolgere questo lavoro nel migliore dei modi, su tutto il territorio nazionale». Rimasto senza lavoro, il neo-imprenditore, dotato del necessario spirito di iniziativa e per cui si è accesa la classica “”lampadina in testa””, ha cominciato ad offrirsi come tuttofare: autista, personal shopper e soprattutto codista, al costo di dieci euro all’ora. Da subito, è stato un boom mediatico. E mentre il factotum continua a rastrellare consensi sulla stampa (di lui ha parlato il Financial Times), ecco arrivare i clienti: liberi professionisti, anziani, aziende. Gente stanca di perdere tempo. Il successo ha risvegliato anche le coscienze, evidentemente non proprio esenti da errori, di alcuni Comuni per fare un monitoraggio delle file e snellire i tempi di attesa agli sportelli; gli sportelli più frequentati (quindi, quelli dove si perde più tempo …) sono Equitalia, Agenzia delle entrate, Asl e Catasto. E fare il codista richiede organizzazione (è nato un sito specializzato) e pazienza. Ma alcune regole sono essenziali: mai scavalcare la fila e fare la coda col sorriso. La fantasia sopperisce al malfunzionamento della pubblica amministrazione; questa è l’Italia, nel bene (poco) e nel meno bene (il più). Ultime riflessioni coi titoli di coda: la “informatizzazione” della P.A. è tutta da venire, altro che “cloud”, con il cittadino obbligato a perdere tempo (o spendere denaro) per avere accesso ai servizi che gli sarebbero dovuti; moltiplicando 10 euro (ma anche 5 euro bastano) per ogni ora persa da milioni di cittadini “in coda”, ogni giorno, la cifra del “danno emergente” si fa corposa assai: sperando che non venga considerata dal fisco come “provento diverso e presunto”.