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Test di Medicina: i più bravi vanno alle università del Nord

Orsola Riva riporta oggi sul Corriere la notizia che alcune università del Nord attirano i migliori studenti d’Italia, è miltissimi vengonio dal Sud. La dose sudismo contro nordismo è massiccia; OR sostiene che le Università del Nord sono migliori grazie al contributo del Sud. La storia del Sud contro il Nord, e viceversa, suona un pò statia e fuori tempo.

Sappiamo ad esempio che sono oltre 100.000 i neo-laureati italiani che negli ultimi anni si sono trasferiti all’estero. Cioè i nostri giovani meglio preparati che trovano lavoro in altri Paesi. Qualcosa non va, se qui restano tutti gli altri, eventualmente disoccupati.

Non disponiamo al momento di dati specifici su “medicina”; ma sappiamo che i laureati in “medicina” in Italia sono eccellenti e che la sanità italiana (ricerca inclusa) è forse una delle poche discipline “locali” apprezzate anche all’estero.

L’articolo si chiude con ulteriori osservazioni che rimarcano il “depauperamento del Sud” (non opportunità che i docenti delle università del Sud non sanno creare). Al depauperamento dovrebbe porre rimedio la solita “Mamma Stato” con i soliti investimenti al Sud, mai interrotti e ciò nonostante sostanzialmente privi di rilevanti ritorni. Soldi sprecati (a danno di tutti i Cittadini, ma non proprio di tutti).

Dobbiamo perciò porci alcune domande su un piano diverso:

  • Perchè “Nord contro Sud” quando vi sono moltissime altre università italiane, anche al Nord, che non sono attrattive quanto le eccellenze (es. Milano e Padova)? Perchè non preoccuparci del “depaureramnento” anche della Liguria? O dell’Alto Adige?
  • Perchè Mamma Stato dovrebbe investire nelle Università, e nei loro dirigenti, incapaci di eccellere; peraltro solo al Sud e non a Trieste? Certo, è compito dello Stato quello di tirare su chi non è rimasto indietro; ma perchè non vengono citati (a parte le evidenze invalsi) i “diplomifici tarocchi”, università incluse, che beneficerebbero di soldi che non meritano? Come fare invece a dare soldi a chi si dà da fare e merita (Sud o Nord è quasi irilevante)?
  • Si tratterebbe di generici soldi a pioggia?  In quali puntuali iniziative dovrebbero convertirsi gli investimenti? In quali iniziative di miglioramento, possibilmente con pubblica periodica informativa sul progresso degli investimenti e dei risultati?
  • Per quale ragione dovrebbero essere tolti investimenti alle attuali eccellenze dirottandoli sulle università i cui docenti sono incapaci di far evolvere la loro università? Il risultato sarebbe “tirar giù chi ce la fa a creare eccellenza” a favore di chi invece fa altro. Insomma il risultato sarebbe riportare in basso anche le eccellenze correnti. È una linea d’azione che porta beneficio a tutti i cittadini o solo ad alcuni inefficienti privilegiati?
  • Le Università che sono rimaste indietro hanno piani realistici mirati ad avvicinarle all’obbiettivo di diventare internazionalmente attrattive? Noi Cittadini dove possiamo leggere i loro piani di investimento e i risultati attesi?
  • Le Università sono enti pubblici autonomi; dove noi Cittadini leggiamo le decisioni dei loro CdA per migliorare i loro risultati (attrattività inclusa)?

Non abbiamo terminato le nostre domande; ma lo scopo è in parte raggiunto. Se Orsola Riva proponesse le questioni da questo lato del problema credo che noi Cittadini ci sentiremmo più informati e meglio predisposti ad aiutare chi si dà da fare. Ovviamente non abbiamo alcuna pretesa di essere dal lato giusto, ma ci teniamo a sottolineare che l’informazione fatta a suon di usurati luoghi comuni, prima ha creato l’humus vitale a partiti di ispirazione autarchica, poi ad altri assai populisti, senza dimenticare i soliti partiti-faccendieri ai quali nulla interessa del futuro dei giovani Cittadini.

Leggere, ovvero l’aggiornamento del nostro software.

Le biblioteche italiane sono quasi 17.500, comprese le 46 biblioteche pubbliche statali che conservano e raccolgono la produzione editoriale italiana a livello nazionale e locale, le 1.557 biblioteche degli enti religiosi, le 2.593 biblioteche delle università, le 7.014 degli enti locali. Read more

Studenti e scolarità.

Questo articolo è apparso nella rubrica “una tazzina di caffè…” su www.smartweek.it in data 23.6.2015

Il MIUR indica in 8.875.176 gli studenti delle scuole italiane, dall’infanzia alle superiori, per l’88.8% in istituti statali (7.881.632) e per l’11.2% in istituti parificati (993.544); in aumento gli studenti di nazionalità straniera, oggi 739.468 (il 9,4% degli studenti delle scuole pubbliche).

I dati più interessanti sono quelli riferiti all’indirizzo delle scuole superiori (secondarie di II grado): quasi 1 studente su 2 frequenta il liceo (47,1%), con una prevalenza del liceo scientifico tradizionale (428.767 studenti, il 16,4% del totale degli studenti alle superiori); il liceo classico è frequentato dal 6,2% (162.379 studenti), superato da quello linguistico (189.278 studenti, il 7,2%); gli studenti degli istituti ad indirizzo tecnico economico (i vecchi ragionieri) sono 366.660, il 14% del totale, e quelli che frequentato gli istituti ad indirizzo tecnologico (i vecchi geometri) sono 466.175 (il 17,9% del totale); il 21% degli studenti frequentano, infine, istituti professionali.

La scuola italiana copre una spesa pari al 4,6% del PIL (inclusi investimenti a scuole ed università), contro il 6,1% della Francia, il 5,1% della Germania, il 6,4% del Regno Unito, ed una media UE del 5,8%; nelle superiori, la composizione media della classe è di 19 allievi in Italia, 16 in Francia, 12 in Germania, 20 in UK, con una media UE di 16 allievi; un dato interessante è quello della scolarità attesa, c.d. permanenza in fase di istruzione, che è di 16,8 anni in Italia, 16,4 anni in Francia, 18,2 anni in Germani, 16,4 anni in UK, con una media UE di 17,8 anni. Nella fascia 15-19 anni, l’81% dei giovani italiani va a scuola, contro l’84% in Francia, il 90% in Germania, il 78% in UK, l’87% a livello UE.

E guardando ai risultati, nella fascia di età fra 25 ed i 34 anni, il 72% degli italiani ha un diploma di istruzione superiore, contro l’83% dei francesi, l’87% dei tedeschi, il 64% degli inglesi, con una media UE dell’84%. Si sta sui banchi di scuola come gli altri studenti europei, in una scuola dove si investe meno che nel resto dell’Europa, ed i risultati sono che i possessori di un diploma sono meno di quanto dovrebbe.

Non si finisce mai di aver bisogno di studiare.

Questo articolo è apparso nella rubrica “una tazzina di caffè…” di Corrado Griffa su smartweek

Piatto Ricco, mi ci Ficco

Dal 2007, l’Italia ha “regalato” oltre 300 milioni annui ad altri paesi UE per fare ricerca al posto del Belpaese: sui 41.500 milioni che la UE ha messo a gara negli ultimi 7 anni, l’Italia ha visto assegnati 3.457 milioni, l’8,3% del totale; per contro, l’Italia contribuisce al bilancio UE con il 13% delle risorse, che porta ad un saldo negativo di 2.000 milioni totali, nei 7 anni coperti dal VII programma-quadro UE. La Germania si è vista assegnare 6.960 milioni (il doppio dell’Italia), l’Inghilterra 5.900 milioni, la Francia 4.600 milioni, l’Olanda 3.100 milioni (il 7,5% dei progetti totali, a fronte di contributi del 3,3%). Il tasso di successo dei progetti presentati dall’Italia è il 18,3% (meno di 1 su 5), contro una media del 20,5%, e del 24,1% della Germania; l’Italia si posizione al 20° posto, su 27, nell’assegnazione dei fondi alla ricerca europea.

Nelle prime 50 università europee che si vedono assegnare fondi per la ricerca, vi sono 14 università inglesi e solo 2 italiane, al 35° posto (Politecnico Milano) e al 37° posto (Almamater Bologna); tra le top imprese, solo 4 italiane; tra le prime 25 PMI per numero di progetti non vi è una impresa PMI italiana. A sancire l’ecatombe, le parole della DG ricerca della Commissione UE: “L’Italia è in generale ritardo tra i paesi leader in termini di risorse complessive in grado di attrarre”. Sarà un bel paese, ma assai poco attraente.

Pubblichiamo a nome dell’autore. Da Smartweek.it. Clicca qui per la fonte

Art. 33 della Costituzione: “senza oneri per lo Stato”.

Art. 33 della Costituzione Italiana:
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro studenti un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
(omissis).
In “la Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori”  (a cura di V. Falzone – F. Palermo – F. Cosentino), Oscar Mondadori, 1976, ed. fuori commercio, alla pagina 179 vengono riportate le osservazioni e conclusioni dei lavori preparatori, sull’argomento oggetto dell’articolo.
Ci soffermiamo in particolare sul comma terzo che prevede il diritto di istituire scuole private, riportando dal testo originale:
“”Le parole finali “senza oneri per lo Stato” furono proposte dagli on. Corbino, Marchesi, Preti, Pacciardi, Mario Rodinò, Codignola, Bernin, e altri. L’on. Gronchi obiettò che “è estremamente inopportuno precludere per via costituzionale allo Stato ogni possibilità di venire in aiuto a istituzioni le quali possono concorrere a finalità di così alta importanza sociale”; e fece tra l’altro l’esempio di scuole che siano istituite da Comuni, quindi non statali (A.C., pag 3377). Ma, anche a nome degli altri firmatari l’emendamento, l’on. Corbino chiarì la portata dell’emendamento: “Noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire a favore degli istituti; diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato”. L’on. Gronchi non parve convinto e si chiese quale sorte sarebbe riservata alle scuole professionali che oggi non sono di Stato e che pur vivono col concorso dello Stato. Un altro firmatario dell’emendamento, l’on. Codignola, chiarì nuovamente che “con questa aggiunta non è vero che si venga a impedire qualsiasi aiuto dello Stato alle scuole professionali; si stabilisce solo che non esiste un diritto costituzionale a chiedere quell’aiuto”. L’Assemblea approvò la formula “senza oneri per lo Stato”, alla quale pertanto va attribuito il significato precisato dai proponenti (A.C., pagg. 3377-8). Va inoltre osservato che codesta formula e la sua interpretazione autentica si riferiscono a tutte le scuole non statali, parificate e non parificate. Durante la discussione si parlò infatti indiscriminatamente delle une e delle altre, nonché delle scuole istituite da Comuni e da altri enti e delle scuole professionali.””

Riforma della scuola: Sparta o Atene?

La Repubblica, 1 settembre 2014: “Riforma della scuola: Sparta o Atene?”

Spartiati o Ateniesi?

Verso la fine del più bel discorso politico della Storia, l’Elogio funebre dei caduti ateniesi pronunciato da Pericle e raccontato da Tucidide, il leader ateniese ricorda: “I loro figli da oggi saranno mantenuti a spese dello stato fino alla virilità: è questa l’utile corona che per siffatti cimenti la città propone e offre a coloro che qui giacciono e a quelli che restano”. Ed in cosa consisteva questo sostegno alla paideia degli orfani di guerra? Nell’equivalente del buono-scuola: lo Stato pagava i pedagoghi che la famiglia avrebbe scelto.
E gli orfani Spartani (o meglio Spartiati)? Nessun problema: l’agoghè, vale a dire il sistema educativo della città lacedemone, prevedeva che il ragazzo fosse fin da piccolo affidato alle cure dello Stato e sottratto alla famiglia per diventare un guerriero.

Quali siano stati i prodotti culturali dei due sistemi educativi per noi contemporanei è ormai facile giudicarlo, eppure tutt’oggi c’é chi appassionatamente difende una scuola statale, uguale per tutti ed in tutto, guardando con fastidio ad ogni forma di interferenza privata. In Italia il rifugio degli apologeti di Sparta è l’articolo 33 della Costituzione che recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Naturalmente si tratta di un appiglio formalistico, senza contare che “istituire” non vuol dire “gestire” né finanziare direttamente gli alunni.

Arriviamo all’oggi. Il governo Renzi vuole avviare un grande processo di consultazione per attuare una riforma della scuola “non calata dall’alto” ma che valorizzi il merito e l’autonomia. Il ministro Giannini, in svariati interventi, ha usato toni favorevoli alle scuole paritarie, sempre nell’ottica della concorrenza e del merito.

Allora, visto che ci si é presi una pausa di riflessione prima di varare il riordino del sistema educativo italiano, si potrebbe consigliare sia al ministro che al premier di ascoltare poco i sindacati dei produttori (insegnanti e personale non docente), di capire cosa preferirebbero i consumatori (le famiglie) e di guardare alle esperienze positive fatte all’estero.

In particolar modo basta volgere lo sguardo verso Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia e persino il Cile, paesi che da anni sperimentano con successo sia il sistema dei buoni-scuola che quello degli istituti indipendenti (charter school in America e free school oltre Manica).

Le charter e le free school sono promosse da fondazioni, benefattori, gruppi di genitori e a volte anche da enti commerciali. Ricevono finanziamenti statali in proporzione al numero di studenti che attraggono e godono di buona libertà organizzativa (come assumere, premiare o rinunciare al personale, ad esempio) e di una certa creatività curricolare. Gli studi relativi ai risultati accademici non sono univoci: in qualche caso non si notano differenze con le scuole pubbliche, in altri miglioramenti grandi o piccoli e comunque mai peggioramenti. Risultati positivi si riscontrano in aree come l’integrazione razziale, i servizi a studenti disabili e la sicurezza. Certamente queste scuole funzionano meglio proprio per i figli delle classi più disagiate ed in più il costo per allievo è inferiore a quello del sistema pubblico. Inoltre, se il mercato “vota con i piedi”, il verdetto per questo genere di istituti é chiaro: ovunque ci sia la possibilità i genitori accorrono ad iscrivere i loro figli e la sperimentazione, quando non é ostacolata da politici e sindacati degli insegnanti, cresce a vista d’occhio.
Lo stesso discorso si può fare per i voucher, vale a dire un “buono” che l’autorità pubblica assegna a ciascun allievo in Svezia, Cile e in alcuni Stati USA, spendibile in qualsiasi scuola, pubblica o privata. É il modo più semplice per far sì che gli istituti privati non siano prevalentemente per le famiglie più agiate, ma per tutti, scremando pure quei diplomifici utilizzati solo per far andare avanti i figli fannulloni dei benestanti che “comprano” quella promozione che non riescono a ottenere nella scuola pubblica.

La competizione fa inoltre si’ che emergano soluzioni innovative che possono essere imitate anche da altri. Ad esempio, le charter school di grande successo anche dal punto di vista dei risultati accademici di Chicago, Washington e New York sono progressivamente imitate in tutto il paese.
La vuota retorica che parla di “sottrazione di risorse alla scuola pubblica” non tiene conto che se insieme ai soldi si trasferisce verso il privato anche l’alunno, in realtà gli istituti statali hanno bisogno di meno risorse. Grande tuttavia é la paura di perdere discepoli, perché il personale incompetente o poco diligente del sistema pubblico si potrebbe rivelare superfluo.

I test INVALSI vanno bene per fotografare la situazione, gli aumenti di stipendio per chi lavora di più é un primo passo, la responsabilizzazione di presidi, dirigenti scolastici e famiglie nel giudicare la performance di maestri e professori é un’ottima idea. Ma niente come la concorrenza riesce ad aguzzare l’ingegno, stimolare la produttività, premiare i capaci e i meritevoli, emarginare gli inadatti e i lazzaroni e, soprattutto, dare al paese studenti migliori. D’altronde, il mélas zomòs, il brodo nero spartano, diciamoci la verità, faceva veramente schifo.

Alessandro De Nicola
Twitter @aledenicola
adenicola@adamsmith.it