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SE LA POLITICA CONDIZIONA IL DESTINO DI POSTE ITALIANE

Mentre impazzano il risiko bancario, il poker della legge di stabilità e la roulette del referendum, c’è una partita trasversale in corso che riassume efficacemente il perché quando la politica si addentra nella “giungla” del mercato quasi mai il risultato è benefico per l’economia.
Stiamo parlando di Poste italiane, azienda quotata in mano per il 65% allo Stato, guidata dall’amministratore delegato Francesco Caio. Chiariamo subito che non parleremo qui della conduzione aziendale da parte dell’attuale management: la bontà della stessa la giudicheranno gli investitori che, a onor del vero, al momento non sembrano scontenti.

Andiamo con ordine. In ottobre 2015 Poste è stata quotata in borsa e lo Stato ha collocato, ad un prezzo inferiore di quanto sperava, il 35,3% del suo capitale, incassando circa 3 miliardi di euro. Qualche mese dopo, il Mef decideva di conferire il 35% del suo pacchetto azionario a Cassa Depositi e Prestiti, controllata a sua volta dallo Stato all’80% e dalle fondazioni bancarie al 20%. L’idea era di vendere il residuo 29,7% in mano statale attraverso un’offerta pubblica di vendita in Borsa ed incassare circa 2,5 miliardi per abbattere un pochino il debito pubblico, essendo comunque il controllo governativo della società assicurato in futuro dal bastione Cdp.

Bene, anzi benino perché non ci sono motivi per non privatizzare completamente le Poste, ma, visto che la società è molto attiva ed è diventata azionista anche di imprese private come la Sgr Anima, più sono numerosi gli investitori privati, più Poste è tenuta a conformare il suo comportamento a logiche di mercato, magari allentando il rapporto con regolatori e politici.

Orbene, l’ulteriore vendita di azioni da parte del governo sarebbe dovuta accadere prima della fine dell’anno (anche per contabilizzare nel 2016 i suoi pur modesti effetti sul debito pubblico) ed era già pronto lo schema di decreto del presidente del consiglio contenente i criteri di privatizzazione e le modalità di dismissione dell’ulteriore quota.

Invece, qualche giorno fa, a margine di un convegno, il capo della segreteria tecnica del ministro Padoan, Pagani, ha dichiarato che non è possibile fornire una tempistica per la cessione del rimanente 29,7% citando i mitici “tempi tecnici” che sempre affiorano in questi casi e l’individuazione del momento di mercato più opportuno. Il 14 settembre il sottosegretario alle telecomunicazioni Giacomelli ha dichiarato che ora non “c’è necessità di un’operazione di questo tipo”. Il vice ministro Morando ha chiosato ieri parlando di un allungamento dei tempi per accompagnare meglio la ristrutturazione. Tre esponenti del governo, tre motivi diversi.

In realtà, si accavallano numerose ipotesi aggiuntive quali cause del ritardo: prima fra tutte la possibile acquisizione da parte di Poste di Pioneer, la società di gestione del risparmio attualmente in mano ad Unicredit ed il cui valore è stimato tra i 2,5 e 3 miliardi; Giacomelli stesso, peraltro, ha parlato delle “ulteriori potenzialità espansive” di Poste. Inoltre, poiché i sindacati hanno espresso la più ferma contrarietà alla diminuzione della quota in mano pubblica (citando, udite, udite “il quadro finanziario internazionale”!) e il referendum costituzionale è alle porte (e quindi il governo non ha bisogno di aprire un altro fronte coi sindacati), si potrebbe logicamente inferire che un rinvio è politicamente opportuno.

Può darsi che nessuna di queste ragioni esista, o che ognuna concorra in parte, ma le lezioni che possiamo comunque trarre sono tre.

Primo: non esiste “un momento giusto” in cui vendere che il legislatore sarebbe in grado di prevedere per una sua superiore capacità di analisi. La scusa che la situazione di mercato non era buona l’abbiamo sentita numerose volte, magari poco prima di un crollo delle quotazioni i cui effetti negativi si sarebbero potuti evitare vendendo subito.

Qualcuno dice che comprando Pioneer Poste acquisterebbe valore e allora tanto vale aspettare: ne saremmo lieti ma se, ad esempio, la società di Unicredit venisse strapagata, il titolo Poste perderebbe. Se ci fosse bisogno di un aumento di capitale per concludere l’acquisto, questo sarebbe probabilmente a sconto e così via. Insomma, chi può dirlo?

Secondo: la proprietà pubblica genera sempre problemi di conflitto. Un polo Pioneer-Poste potrebbe essere l’affare del secolo, ma si creerebbe il più grande gestore italiano di titoli del debito pubblico controllato proprio dall’emittente di questi titoli: più aumenta la distanza proprietaria tra i due, meglio è.

Terzo: dove c’è l’ingombrante presenza del Leviatano, maggiore è l’ingerenza politica, in questo caso esemplificata dal barrage dei sindacati, che rende ostaggio le imprese di decisioni che al posto di massimizzarne l’efficienza e la redditività, hanno di mira il consenso sociale o elettorale.

Intendiamoci, inutile essere ingenui, in Italia persino le imprese completamente private intrecciano le loro scelte alle decisioni della classe politica: e allora forse possiamo capire perché è 25 anni che non riusciamo a fermare il declino del Belpaese.

adenicola@ adamsmith. it

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

I gemelli del gol

Pulici e Graziani, oppure Mancini e Vialli. Le coppie dei “gemelli del gol” son rimaste impresse nella memoria degli italiani perché da sole caratterizzavano squadre altrimenti non da primato e che grazie ad esse riuscivano a vincere lo scudetto, come il Torino e la Sampdoria .

Ebbene, anche l’economia italiana, se solo la classe politica lo volesse, potrebbe puntare sui suoi gemelli del gol per uscire dalle secche di stagnazione, basso tasso di occupazione, emigrazione dei migliori, alto debito pubblico e carico fiscale. Stiamo parlando di liberalizzazioni e privatizzazioni, le grandi assenti dall’azione di governo di Renzi e, per la verità, anche degli altri governi del XXI secolo.
Per trovare una spinta decisa e coerente e non episodica nella direzione della concorrenza e dell’apertura al capitale privato, bisogna infatti risalire alla seconda metà degli anni ’90 i quali, forse non a caso, sono gli ultimi in cui, nonostante le tasse per l’Europa, si sia verificata una crescita del PIL debolina ma almeno degna di questo nome.
Consideriamo in primis perché è meglio avere dei gemelli invece che un solo grande centravanti alla Higuain. La ragione è semplice: la combinazione dei due  è più fruttuosa.
Le privatizzazioni servono a ridurre il debito pubblico, ma non solo. Infatti, quando le società pubbliche vengono quotate si introduce la disciplina dei mercati finanziari, fatta sia di regole di governance che di requisiti di efficienza. Se arrivano investitori stranieri portano il loro bagaglio di know-how, rete commerciale o brevetti utilissimi a fini di sinergia e di redditività ma anche per la formazione del personale italiano. L’assenza dello Stato nell’azionariato evita fenomeni di scelta di investimenti aziendali a fini elettorali e non economici, di selezione di manager per motivi di appartenenza politica, di commistione con i regolatori, nominati o influenzati dalla stessa classe politica. Senza mano pubblica si evita la concorrenza sleale con le società private, le quali, ad esempio, faranno sicuramente più fatica a trovare finanziamenti bancari od obbligazionari in assenza della garanzia della proprietà statale.
Bene, ma questi vantaggi sarebbero sicuramente diminuiti se l’azienda privatizzata continuasse ad essere un monopolista, magari concessionario pubblico protetto dalla competizione. Oppure se i prezzi del mercato in cui opera fossero amministrati da un’ autorità pubblica che elevasse pure barriere regolamentari all’entrata di nuovi concorrenti. E se questa società dovesse ricorrere a professionisti a loro volta privilegiati normativamente e poco efficienti o si  approvvigionasse da società oligopoliste o monopoliste, probabilmente si troverebbe a dover competere con gli stranieri con un handicap di partenza.
Ecco perché liberalizzazioni e privatizzazioni se vanno di pari passo son più benefiche che da sole. E nel Belpaese è facile capire da dove un governo veramente riformatore dovrebbe cominciare.
Innanzi  tutto dovrebbe sbarazzarsi e fare in modo che gli enti locali si sbarazzino di tutte le imprese che già operano in regime di concorrenza attuale o potenziale. Non c’è una sola motivazione vagamente teorica (del tipo il servizio di pubblico interesse che può essere reso solo da un monopolista) per mantenere di proprietà del Leviatano (o della CDP)  aziende come ENEL, Eni, Saipem, Snam, Finmeccanica, Poste, Trenitalia, Poligrafico, Rai, gli aeroporti, le stazioni, i porti, le public utility  locali  e quant’altro.
A maggior ragione va sfoltito il patrimonio immobiliare pubblico, operazione in passato non riuscita per mancanza di volontà politica. Ad oggi si dice che il valore degli immobili statali immettibili sul mercato sarebbe di soli 2,7 miliardi perché per gli altri ci sarebbero vincoli demaniali di vario genere. Appunto, i vincoli non sono un noumeno kantiano dell’edificio, ma qualcosa che la legge ha stabilito, basta cambiarla.
Per i settori produttivi prima menzionati  alcune delle liberalizzazioni contenute nel ddl concorrenza che giace in Parlamento sono direttamente utili: i prezzi dell’energia, l’apertura di nuove stazioni di servizio, il recapito dei plichi giudiziari. Altre, quelle relative alle professioni, le farmacie, le assicurazioni, le telecomunicazioni e le banche creano il giusto contesto competitivo. Altre ancora, espunte dal ddl, sui porti, i trasporti pubblici, i fondi pensione, i farmaci di fascia C sono rilevanti nei due sensi.
Insomma, per riprendere la strada dello sviluppo l’economia italiana ha bisogno di molti gol. Una vita da mediano traccheggiando a centrocampo oggi non assicura più la salvezza ma la retrocessione in serie B.
Alessandro De Nicola
@aledenicola

Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

La grande bufala del taglio delle partecipate pubbliche

C’è una sottile e perfida resistenza dei vari ordini e gradi della Pa a ogni riduzione, anche modesta, degli enti inutili o ridondanti

La protesta di ferrotranvieri dell’Atac contro la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti romana (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Innanzi tutto c’è una notizia che in realtà è una non-notizia. La recente dichiarazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi con cui egli enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione «sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000» fu fatta il 18 aprile 2014. E anche questa non è una novità: siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui – ahinoi! – non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.a.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Quante sono le partecipate pubbliche? Per il Mef 7.726, per il Dipartimento pari opportunità oltre 10mila
Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal Mef (dato al 31/12/2012, ultimo disponibile). Secondo la stima – più recente – da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (Dpo) della Presidenza del Consiglio sono «oltre 10.000», quindi il 30% in più di quanto indicato dal Mef, uno “scarto” nella misurazione che dà bene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un Paese a vocazione certamente statalista e interventista in ambito economico) ne ha circa mille. Prendiamo come base di calcolo i dati del Dpo: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo Stato (nelle sue articolazioni: Stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1.300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante – torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.
Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro Paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, «a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato» (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).

Si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibileresistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.

Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole Regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono “per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.

Per le regioni a statuto speciale nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province – anche nella loro nuova veste – delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale. Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie e organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a.
Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita:

«Al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le amministrazioni pubbliche non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. È sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici … e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte , nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza».

C’è una sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a
La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore e avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale – molto parziale – esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà diaggirare il “patto di stabilità” che poteva (e ancora può…) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

La spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità”
In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.
Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.
Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, volontà che nel governo Renzi sembra assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta
Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica

Pubblicato su Linkiesta

Casta continua – Le categorie sono lobby potenti. Così non facciamo da noi le leggi che imponiamo ai greci

I paradossi della politica europea sono ormai sempre più curiosi. Infatti, i governi europei (che fossero socialisti, liberali e conservatori) hanno imposto alla Grecia, come condizione per il rifinanziamento del suo enorme debito, un pacchetto di riforme molto incisive in tema di liberalizzazioni e privatizzazioni senza particolari discussioni, riservate invece a tasse, tagli alla spesa pubblica e haircut. È difficile capire, allora, perché quello che va bene per gli ellenici fatichi poi ad essere attuato qui in Italia.

Basta vedere come il disegno di legge sulla concorrenza, approntato dal ministro Guidi e il cui esame riprenderà a settembre, sia sottoposto ad un attacco concentrico.
Di che si tratta? Nel 2009, su iniziativa dell’allora deputato Pdl Della Vedova, fu approvata una norma che imponeva al governo e al Parlamento di emanare ogni anno una legge annuale sulla concorrenza che sostanzialmente recepisse le indicazioni dell’Autorità Antitrust. Purtroppo, nonostante il garante del mercato abbia prodotto molteplici indicazioni ed alcune di esse siano state inserite in provvedimenti di varia natura, una vera e propria legge annuale attuativa di quanto previsto nel 2009 non è mai stata approvata e il ddl Guidi è il primo tentativo in tal senso.

Nell’attuale bozza i cambiamenti più significativi sarebbero la liberalizzazione completa a partire dal 1° gennaio 2018 dei prezzi di energia e gas, l’abolizione del divieto di possedere più di 4 farmacie, l’eliminazione del monopolio delle Poste sulla consegna degli atti giudiziari, la riforma delle professioni forensi. In quest’ultimo caso, pare che l’ingresso di soci di capitale negli studi legali sarà circoscritto ad 1/3 del capitale sociale (e sarebbe una restrizione inutile), mentre verranno tolti alcuni limiti riguardanti il domicilio o l’appartenenza degli avvocati a più associazioni professionali. I notai, che hanno una capacità di fuoco superiore alla Luftwaffe, sono riusciti a impedire che i trasferimenti degli immobili a uso non abitativo di valore inferiore a 100.000 euro potessero essere affidati agli avvocati (la norma, per la verità, era scritta malino), ma non la sottoscrizione digitale degli atti di vendita delle quote di srl. Si tratta di un’innovazione importante perché se si dimostra che togliere esclusive ai notai non mette in pericolo l’Universo sarà più facile procedere ad altre liberalizzazioni. Anche il loro numero dovrebbe aumentare a 12.000, quasi triplicando l’attuale: peccato che non vengano fatti i concorsi e, quando sono indetti, i partecipanti “idonei” siano sempre pochissimi: un mestiere difficile.

Bene anche le misure per agevolare l’ingresso sul mercato di distributori di carburanti e la trasparenza imposta a compagnie telefoniche e aziende energetiche. Malauguratamente, però, le riforme stralciate o modificate sono altrettanto importanti di quelle sopravvissute al fuoco di fila di lobby, burocrati, sindacati e parlamentari.

La portabilità dei fondi pensioni è stata cancellata: evidentemente i sindacati considerano i sottoscrittori dei minus habens non in grado di decidere da sé. Gli sconti minimi sulle polizze per l’installazione delle scatole nere sulle auto e per gli autisti virtuosi (quelli senza incidenti per 5 anni) verranno decisi dall’Ivass, l’autorità di regolamentazione che invece bisognerebbe evitare si trasformasse in un sostituto burocratico del mercato; pur essendo prevista nella prima bozza, non ha proprio visto la luce, per l’opposizione in particolare di Ncd, paladino di tutte le categorie, dai taxisti ai carrozzieri, senza rendersi conto che ciò non si traduce automaticamente in voti, la separazione tra regolamentazione e attività commerciale delle autorità portuali, la vendita nelle parafarmacie dei farmaci di fascia “C” (anche se Scelta Civica promette battaglia) e la liberalizzazione dei trasporti urbani.

In altre parole, mentre dovrebbe essere patrimonio comune di tutte le forze politiche di governo (anche degli ex, come Forza Italia e Conservatori), se non altro per l’adesione ai Trattati europei, il principio che la competizione è un formidabile mezzo di diffusione di conoscenza ed efficienza e quindi di crescita equa, gli interessi costituiti rimangono sempre fortissimi. Tuttavia, non sono pessimista: se passa il principio della legge annuale della concorrenza, lo smantellamento di privilegi, monopoli, esclusive sarà più lento ma inesorabile. E speriamo senza dover invocare Herr Schäuble.

La curiosa indifferenza per l’approvazione Europea del TTIP

IN UN’ATMOSFERA di curiosa indifferenza generale, il Parlamento Europeo ha approvato una lista di raccomandazioni alla Commissione Europea per la conduzione delle trattative con gli Stati Uniti al fine di firmare il Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (Ttip). Il Trattato, la cui negoziazione sta andando avanti un po’ a singhiozzo da due anni, dovrebbe abbattere le tariffe doganali tra Europa e Usa, eliminare le barriere regolamentari all’importazione di beni e servizi e istituire degli standard comuni.

Nonostante i dazi tra le due sponde dell’Atlantico siano relativamente bassi, tuttavia, essendo l’interscambio pari a più di 850 miliardi di euro, anche piccole diminuzioni hanno effetti significativi. Gli investimenti diretti tra i due blocchi superano poi i 3 mila miliardi di euro.

Gli ostacoli non tariffari possono invece essere molto più dannosi: ad esempio, se le regole di sicurezza per gli autoveicoli differiscono, per poter esportare un automobile si devono apporre così tanti cambiamenti che alla fine il prezzo non è più competitivo. Oppure, può esserci una chiusura alla partecipazione a certi appalti pubblici per imprese non nazionali (o dell’Unione) o quote riservate ad aziende locali. Questo tipo di impedimenti è particolarmente punitivo per le piccole e medie imprese che non hanno le economie di scala per adempiere ai requisiti regolamentari né la forza di installarsi in pianta stabile, magari in joint-venture con un autoctono, per partecipare alle gare.

Gli standard normativi sono altrettanto importanti: regole comuni o quantomeno compatibili su materie come la proprietà intellettuale, l’antitrust, la denominazione di origine dei prodotti (materia delicatissima per noi italiani), l’energia, le norme doganali, le misure sanitarie e fitosanitarie, semplificano enormemente la vita delle aziende, le quali possono così utilizzare un solo processo produttivo, chiedere una singola autorizzazione, tenere comportamenti coerenti senza timori che siano illeciti in un posto e permessi in un altro, commercializzare i medesimi prodotti.

È sempre difficile quantificare i vantaggi di un trattato di libero scambio e, con tipico pragmatismo britannico, la House of Lords l’ha non solo notato ma ha anche ironizzato sulla scarsa presa che la prospettiva di un aumento dello 0,5% del Pil può esercitare sull’elettorato. Ciò detto, la Commissione Europea ha calcolato un beneficio di una maggiore crescita annua di 120 miliardi di euro per l’economia del Vecchio Continente (pari allo 0,5% del Pil) e di 95 miliardi per gli Usa. Il centro studi Prometeia ha quantificato un beneficio di 5,6 miliardi per l’economia italiana e la creazione di 30.000 posti di lavoro. Un grande effetto positivo indiretto, inoltre, lo si ha grazie alla maggior reciproca concorrenzialità dei mercati domestici.

Naturalmente ci sono temi controversi, alcuni dettati da rigurgiti di protezionismo, ad esempio l’esclusione di alcuni servizi dal patto e la clausola di salvaguardia in caso di “troppe importazioni”; altri dal terrore semi-irrazionale che circonda temi come gli Ogm; altri ancora meramente tecnici, ad esempio relativamente al tribunale arbitrale per la risoluzione delle dispute tra imprese e Stati che violino il trattato. Sono questi punti su cui il Parlamento Europeo ha tirato il freno a mano.

Quello che non dovrebbe sfuggire, però, è che i rischi di una mancata firma sono comunque più alti di quelli della conclusione di un Ttip seppur edulcorato come lo vorrebbe il consesso di Strasburgo.

Infatti, un’intesa tra le due sponde dell’Atlantico, i due blocchi economici tuttora più forti al mondo, farebbe sì che le regole del commercio internazionale non potrebbero che ispirarsi agli ideali moderni, democratici e di tutela della salute e dei consumatori che gli europei condividono con gli Usa. Inoltre, poiché Washington sta trattando un simile accordo con i paesi del Pacifico è nostro interesse primario che l’asse dell’attenzione e degli investimenti americani non volti le spalle all’Europa. Una grande area di libero commercio renderebbe poi sempre più evidente il grande valore dell’appartenenza all’Unione.

Una tantum l’Italia ha un rappresentante capace e liberale che si occupa del dossier, il vice-ministro Calenda. L’importante è non lasciarlo solo: il governo deve perciò fare tutto il possibile perché in sede di Consiglio Europeo prevalga una linea liberalizzatrice e magari dimostrare lo stesso impegno profuso per l’Italicum o il Jobs Act nello spiegare all’opinione pubblica perché il Trattato conviene sia ai nostri ideali che al nostro portafoglio.

adenicola@adamsmith.it Twitter @aledenicola

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Anche in Italia c’è un fondo sovrano.

Forse poca cosa rispetto al fondo sovrano della Norvegia — che ha attività finanziarie di 860 miliardi di dollari ed un portafoglio di 500 miliardi di dollari investito in Europa ed è il più importante investitore del Vecchio Continente – il Fondo Strategico Italiano (FSI) è anch’esso un fondo sovrano, con un capitale sottoscritto di 4,5 miliardi di euro, per il 77,702% da CDP, il 2,298% da Fintecna (a sua volta, posseduta al 72,5% da CDP), al 20% da Banca d’Italia.

Ad oggi, gli investimenti in essere sono 1,4 miliardi di euro e la liquidità disponibile è 3,6 miliardi.

FSI (e suo tramite, la partecipata al 77,1% FSI Investimenti) investe, con quote di minoranza, in “imprese di rilevante interesse nazionale”, che si trovino in uno “stabile equilibrio economico, finanziario e patrimoniale”, e che abbiano “adeguate prospettive di redditività e significative prospettive di sviluppo”: insomma, i “campioni nazionali”.
I 14 settori ritenuti meritevoli di interesse, e quindi di investimento, sono quelli della difesa, della sicurezza, delle infrastrutture, dei trasporti, delle comunicazioni, dell’ energia, delle assicurazioni e dell’ intermediazione finanziaria, della ricerca e dell’ innovazione ad alto contenuto tecnologico, e dei pubblici servizi, turistico-alberghiero, dell’ agroalimentare e della distribuzione, della gestione dei beni culturali e artistici.

Banca d’Italia è divenuta azionista di FSI quando dovette cedere il 4,48% di Generali poiché divenuta organo di vigilanza sul settore assicurativo (assorbendo le precedenti competenze dell’ISVAP), partecipazione che è stata conferita in FSI al valore di 883,4 milioni di euro (partecipazione nel frattempo ridottasi al 2,569% al 31.12.2014).

FSI ha infine costituito FSI Investimenti, in cui sono oggi concentrate le partecipazioni, aprendone il capitale al fondo sovrano Kuwait Investment Authority (KIA) che oggi detiene il 22,9% di FSI Investimenti (FSII); ed inoltre ha costituito QI Made in Italy, al 50% con il fondo sovrano Qatar Holding, che è entrata in Inalca (gruppo Cremonini, attivo nel settore della macellazione della carne) con il 28,4%.

Gli interventi di FSI hanno seguito alcune linee-guida, che comprendono lo “stabilizzare l’azionariato per consentire la continuità azionaria dell’imprenditore fondatore e proseguire la crescita” come la “crescita organica tramite acquisizioni”, “dotare l’azienda di nuove risorse per finanziare il proprio piano di sviluppo”, “favorire la creazione di un polo del turismo italiano” (seppure perseguito tramite un investimento con un operatore non italiano, come il gruppo Rocco Forte Hotels).

Linee-guida che possiamo trovare realizzate con gli investimenti (talora fatti con aumenti di capitale e prestiti obbligazionari, quindi immettendo risorse fresche in azienda; talora con mere operazioni di acquisto di azioni detenute da terzi o dagli stessi imprenditori, quindi mere operazioni di “portage” o di “riassetto azionario”) nel 25,1% di Kedrion (plasma derivati) per 150 milioni di euro (aumento capitale e prestito); nel 46,2% di Metroweb (infrastrutture telefoniche e fibra ottica; peraltro il restante 53,8% è posseduto direttamente da CDP, risultando in un controllo totalitario) per 200 milioni (aumento capitale); nell’84,55% di Ansaldo Energia (energia), con una operazione di acquisto delle partecipazioni detenute da First Reserve (45%) e Finmeccanica (39,55%) per 657 milioni, in una (tipica) operazione di “riassetto azionario” a vantaggio dei soci venditori (con l’impegno di FSI-FSII a rilevare il rimanente 15% in mano a Finmeccanica valutato 147 milioni); nel 49,5% (in caso di conversione del POC in azioni) di Valvitalia (valvole per Oil&Gas) per 151,2 milioni (di cui 150,2 milioni come POC in azioni); nel 42,255% di Sia (sistemi elettronici per banche e finanziari) per 281 milioni ( di cui 77 milioni come prestito); nel 16,852% di Trevi (macchinari per l’esplorazione petrolifera), in parte come FSI ed in parte come FSII, per 100,6 milioni; nel 28,4% (tramite QI Made in Italy) di Inalca (macellazione e lavorazione di carne bovina) per 165 milioni (di cui 50 milioni con l’acquisto di azioni dall’azionista Cremonini); nel 23% (in parte come FSI ed in parte come FSII) di Rocco Forte Holding (settore turistico, società inglese) per 80 milioni.
A differenza dei fondi sovrani dei paesi produttori di petrolio (come Norvegia, Qatar, Kuwait, Oman) che hanno accumulato negli anni i rilevanti incassi derivanti dalla vendita di petrolio e quindi hanno un “tesoro” da investire come ulteriore “rendita finanziaria”, CDP (e quindi FSI) non ha una tale “ricchezza accumulata”, ma utilizza prevalentemente le risorse finanziarie derivanti dai depositi postali che non possono essere quindi considerate “tesoro” ma più correttamente “prestiti fatti dai depositanti”.
Motivo forse sufficiente per esaminare, e valutare, con particolare attenzione il “risk reward ratio” degli investimenti effettuati.

In Francia (con la BPI, Banca Pubblica di Investimento, dotata di un capitale iniziale di 40 miliardi, che investe nei 9 settori definiti strategici: energia, reti, telecomunicazioni, finanza, difesa, tecnologia, trasporti, gestione dell’acqua e sanità) ed in Germania (con la KFW, nata nel 1948, ed oggi dotata di un patrimonio di 500 miliardi) i rispettivi governi investono nei rispettivi “campioni nazionali” in settori definiti strategici, cosicché le imprese francesi e tedesche hanno una “spalla” finanziaria pubblica al loro fianco per crescere, investire, produrre reddito ed occupazione.

Ma quali sono i pro ed i contro di un fondo strategico e sovrano come FSI?

I pro

Similmente a quanto fatto in Francia e Germania, un fondo strategico è utile per sostenere imprese nazionali con buone, preferibilmente forti, competenze industriali, con adeguati progetti di investimento sia nazionali che internazionali, così da essere e migliorare la propria posizione competitiva.
Un “sostegno” di tale natura va inquadrato in settori e mercati ove la competizione, e quindi il libero mercato, è tale da richiedere piani di sviluppo di crescita e miglioramento continuo.
E’ essenziale che il “braccio pubblico” (come nel caso di CDP/FSI e dei tedesco KFW e francese BPI) abbia ben definito quali sono i settori “strategici”, quali i “campioni”, come intervenire a loro sostegno.

I contro

Interventi “strategici” possono coprire soluzioni “di sistema” a protezione di particolari situazioni non diversamente ed utilmente affrontabili con strumenti di mercato; questi sembrano i casi di Ansaldo Energia, Generali, che appaiono come operazioni “dettate dalla ragion politica” e non da quella industriale. In un caso (Rocco Forte) le ragioni “strategiche” dell’investimento sembrano assai deboli.
La “scelta” di quali “campioni” sostenere è probabilmente opinabile, dal punto di vista dei “non prescelti”: ragione per la quale una adeguata “due diligence” su potenzialità, redditività presente ed attesa, scenari industriali e tecnologici futuri è di assoluta priorità ed importanza, come la “scelta” di quali sono i settori su cui investire; e 14 ci sembrano tanti.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog

 

Liberalizzazioni ferroviarie, concorrenza, multe col plafond.

Nel decreto legislativo di ricezione della direttiva RECAST sulle liberalizzazioni ferroviarie è previsto (all’art. 37, comma 14) un limite massimo alle multe che l’Autorità per la Regolazione dei Trasporti (ART) potrà comminare per violazioni della concorrenza e/o abuso di posizione dominante, fissato in 1.000.000 di euro. Una cifra massima modesta, se confrontata alla “dimensione” dei giocatori in campo, siano essi i titolari della rete ferroviaria (RFI del gruppo FS) che i concessionari e gli utilizzatori della rete ordinaria ed ad alta velocità. Il rischio di pagare molto, di solito, induce a comportamenti virtuosi specie se le Autorità preposte fanno bene e puntualmente il loro (ingrato) mestiere, e viceversa. La norma è stata varata con la interessata partecipazione dei ministeri competenti: quello delle Infrastrutture ed il MEF, azionista di FS, in un momento in cui ART ha avviato una procedura di infrazione della concorrenza nei confronti di RFI per supposta violazione delle regole di accesso paritario alla rete a svantaggio di un operatore privato, che potrebbe comportare (a normativa attuale) una multa sino a 934.000.000 di euro. A tutto vapore corre il treno dei conflitti di interesse e della assenza di concorrenza.

http://www.smartweek.it/fatto-del-giorno/multa-ma-ridotta/

Finte privatizzazioni poche liberalizzazioni è il mercato all’italiana

L’annuncio del governo Letta di voler procedere a mini-privatizzazioni per un valore di 10-12 miliardi deve essere preso con le pinze. Read more