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Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

Liberare la PA

I Casi di due aziende, Phase e Buzzoole, di cui si è parlato recentemente, testimoniano che, salvo rare eccezioni di eccellenza e straordinario impegno civico, la Pubblica amministrazione italiana è ancora incagliata e rappresenta uno, se non il principale, ostacolo alla crescita dell’economia e allo sviluppo di una società sana.

Permane una situazione in cui vi sono ancora persone poco motivate o poco preparate e vi è una grande confusione normativa che si accompagna ad una definizione di obiettivi poco chiari.

Bellissimo è stato il recente editoriale di Sabino Cassese che ha spiegato con grande lucidità come uno dei problemi della macchina statale sia l’eccessiva invadenza del Legislatore e della Politica in questioni troppo tecniche e di dettaglio che finiscono per ingessare l’operatività della macchina amministrativa invece di dare degli strumenti concreti per agire. Su questo immobilismo qualcuno prospera, mentre il cittadino e le aziende attendono invano servizi efficaci, che gli facciano perdere meno tempo, a cui si aggiunge un’eccezionale pressione fiscale a loro carico.

I buoni casi di amministrazione sono proprio quelli in cui i gestori, commissari o dirigenti riescono, per varie ragioni (urgenza, specificità o situazioni contingenti) a liberarsi del controllo oppressivo delle norme e delle formalità applicando criteri di buon senso e non formalismi bizantini. Per contro i casi di corruzione, invece che puniti severamente e in modo rapido, vengono utilizzati per irrigidire ancora di più le norme senza poi avere degli strumenti chiari di controllo e di verifica dei risultati degli enti pubblici.

Proprio pochissimi giorni fa è stato pubblicato il testo definitivo del decreto di modifica del D.Lgs. 33/2013 di revisione delle disposizioni in materia di trasparenza, con cui si introduce anche quello che pomposamente abbiamo voluto definire il Freedom of Information Act, o FOIA, italiano.

Esso rappresenta un passo indietro sulla trasparenza a favore del cittadino perché nel D.Lgs. 22/2013 era esercitabile per i cittadini il diritto civico alla trasparenza, mentre ora esso è stato limato e ridimensionato, introducendo un’eccessiva burocrazia.

Appare altresì grave e negativo che gli obblighi di pubblicazione a cui devono sottostare le pubbliche amministrazioni, già in essere grazie all’implementazione della sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti web delle PA, saranno sostituiti da informazioni da pubblicare a link e/o banche dati che non sono state definite ne indicate. A tutto questo si aggiungono tipologie di accesso differenti (ben tre!) che complicheranno ulteriormente i diritti dei cittadini ad avere accesso ai dati.

Come dice quindi giustamente Cassese, la prima cosa da fare per avere una Pubblica amministrazione più efficiente è di liberarla dal controllo di regole troppo specifiche e puntuali.

Secondariamente il Legislatore e la Politica devono garantire alcune importanti condizioni per cui la macchina amministrativa possa funzionare.

La prima condizione è di avere una Leadership credibile. Ovvero qualcuno ai vertici che possa vantare risultati concreti, competenze e il rispetto della comunità professionale, semplici endorsement politici o l’aver superato esami formali non basta.

La seconda condizione è che la macchina amministrativa si basi sull’ascolto dei dipendenti pubblici, e questo non significa che bisogna barattare il silenzio connivente del personale con un rinnovo contrattuale o un piccolo aumento o la sicurezza del posto fisso. Significa che il personale deve essere ascoltato, coinvolto, motivato e responsabilizzato.

Il terzo punto è la Meritocrazia. Serve avere dei Meccanismi premiali veri, non premi a pioggia, e un’opportuna flessibilità organizzativa per spostare chi non è adatto ad una mansione e dare maggiore responsabilità a chi merita. Questo perché uno dei fenomeni tipici della Pa italiana è la grande variabilità dei risultati come dimostrano i test Invalsi, le performance dei Tribunali, della Scuola e della Sanità.

L’ultimo punto, forse il più importante, è l’utilizzo del Giudizio del cittadino come principale barometro del successo o insuccesso di un ente e di un’organizzazione. Non avendo un mercato o dei competitor gli enti pubblici devono mostrare in modo trasparente quali sono i propri obiettivi e se e come li hanno raggiunti ed avere dei sistemi di monitoraggio della soddisfazione del cittadino nell’utilizzo dei servizi. Se ci fossero questi strumenti emergerebbero differenze di risultato e sarebbe possibile premiare chi Merita in modo importante.

Aspettiamo quindi con speranza il Testo Unico del Pubblico Impiego in prossima uscita e auspichiamo che possa tenere in considerazione questi punti, per dare completamento, dopo due anni, ad una riforma che sia una vera opera di Liberazione nazionale della Pubblica Amministrazione.

Una riforma che metta al centro la soddisfazione del Cittadino e non del Legislatore.

Boggian e Tumietto di Forum Meritocrazia

 

La bistecca protetta

Non tira una buona aria per il libero scambio. Purtroppo quella più metifica spira da oltreoceano, dove il front-runner repubblicano, l’ineffabile Donald Trump, propone oltre al muro anti –messicani anche tariffe del 45% per i prodotti cinesi e dazi di ogni genere. Le cose non vanno molto meglio in casa democratica: Hillary Clinton, cinica come sempre, ha abbandonato il suo precedente appoggio al Trattato sul libero commercio col Pacifico e le politiche di apertura a suo tempo incoraggiate dal marito Bill, sostituendole con una retorica protezionistica che scimmiotta il rivale Sanders.

È per questo motivo che i segnali di per sé insignificanti registrati ultimamente in Italia possono destare qualche preoccupazione: si inseriscono in una deriva culturale che invece di vedere nel libero scambio un’occasione di progresso, efficienza economica, maggior scelta, rafforzamento di legami tra le nazioni, lo dipinge come una minaccia.

Da noi, però,queste nubi sono fortunatamente accompagnate da un certo gusto per la farsa che alleggerisce l’atmosfera.

Prendete la vicenda dell’olio tunisino. Un fronte quasi unanime, dai 5 stelle alla Lega passando da molti PD, ha fatto un gran chiasso sulla decisione del Parlamento Europeo di ammettere per il 2016 e 2017un’importazione supplementare all’interno della UE di 35.000 tonnellate all’anno di olio tunisino sgravandolo da dazi. Per mettere il tutto in prospettiva, già oggi l’esenzione si applica per 57.000 tonnellate provenienti dal paese nordafricano e il consumo italianoè di circa 660.000 tonnellate. Non solo: la produzione nostrana è largamente insufficiente a coprire il fabbisogno (nel 2013-4 solo 440.000 tonnellate di cui ben 376.000riesportate) e  quelli pregiati“Dop” rappresentano solo il 2% del mercato.Quindi, a che pro tante grida di dolore per 35.000 tonnellate divise tra tutti i mercati europei per un prodotto che viene tranquillamente utilizzato anche dai nostri produttori nelle miscele che essi stessi mettono in commercio? E se Stati Uniti e Canada si comportassero allo stesso modo con noi? Senza contare l’aspetto più generale per il quale si blatera spesso dell’”aiutiamoli a casa loro” (al posto di accogliere immigrati) e quando finalmente c’è un’opportunità virtuosa anche per i nostri consumatori la si vorrebbe rifiutare.

Ancor più patetica e molto probabilmente illegale secondo le regole europee sulla libera circolazione, l’ordinanza del sindaco di Firenze che richiede a chi vuol aprire in centro città di prevedere nell’assortimento almeno il 70% di prodotti alimentari toscani con delle eccezioni in caso di vetrine di buon gusto ( si sa, a Firenze…). Gli chef hanno già bollato l’iniziativa come ottusa, ma in realtà essa è potenzialmente anche pericolosa. Quando la chianina o l’olio toscanoverranno bloccati da simili ordinanze romane (“per far la vita meno amara, magna l’abbacchio co la chitara”), partenopee (“se si nu verenapuletano,accattete‘o sammarzano“) o milanesi (“Ci vuol lumbarda la cutuletta, qui da noi si va di fretta!”) che diranno i sempre arguti fiorentini? E quando saranno Berlino (“Kartoffel, Kartoffel, uberalles!”) Londra (“so pudding, so cool”) o Parigi (« Vin français, c’est plus facile!”) a sbarrare la strada a alimenti e bevande italiane, ci rivolgeremo agli strateghi di Palazzo Vecchio?

È appena il caso di notare che Confagricoltura ha comunicato che finalmente l’export italiano di prodotti agricoli è aumentatonel 2015 dell’11,2% e quello dei prodotti alimentari del 6,5% raggiungendo, secondo le statistiche del MISE, oltre 35 miliardi di euro di valore. Le industrie alimentari italiane, Campari e Lavazza, hanno appena conquistato Grand Marnier e Carte Noir, la Ferrero si avvia ai 10 miliardi di fatturato e l’interesse nazionale sarebbe quello di incoraggiare il km zero o ostacolare il libero flusso di capitali, servizi e merci nel settore agroalimentare?

Il Belpaese ha evitato una ben più grave recessione negli ultimi anni proprio grazie alla tenuta e all’incremento dell’export in tutti i settori economici. Qualsiasi spinta da parte nostra che porti alla chiusura delle frontiere sarebbe autolesionista per consumatori e produttori. Problemi ce ne sono già abbastanza, potrebbe essere una buona idea evitare di crearcene di nuovi senza motivo.

Alessandro De Nicola

@aledenicola

Meritocrazia, Italia ancora al palo. E la crescita arranca

Sembra ormai probabile che la ripresa del nostro Pil, iniziata a cavallo dell’estate del 2015, sia in rallentamento e, nonostante le misure imponenti di Quantitative Easing dell’Ue per il 2016, la nostra crescita pare resterà abbastanza piatta. Le molte misure economiche promosse da questo Governo ( 80 euro, Jobs Act, 100.000 assunzioni nelle scuole, qualche taglio di Irpef e Tasi) sembrano non risvegliare la crescita economica come servirebbe. Perchè?

Una possibile risposta la si può trovare guardando il tasso di Meritocrazia del nostro Paese. Anche quest’anno il Forum della Meritocrazia ha diffuso il suo indicatore di Meritocrazia ( Meritometro) per il 2016, in collaborazione con l’università Cattolica di Milano , che si basa su 7 pilastri, tratti da indicatori internazionali ( Libertà economica, Regole, Trasparenza, Educazione, Mobilità sociale, Pari opportunità, Attrattività dei Talenti).

Nei confronti dei 12 paesi europei considerati (Finlandia, Norvegia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Germania, Gran Bretagna, Austria, Francia, Polonia, Spagna) l’Italia rimane in ultima posizione nel 2016, praticamente ferma (più 0,06 per cento) rispetto al 2015.

meritometro 2016 (1)

L’Italia ha poi il triste primato di essere ultima nel ranking riguardante tutti i pilastri. Le maggiori differenze rispetto alla media europea si riscontrano nei pilastri della trasparenza, delle regole, della libertà economica e delle pari opportunità. Il divario rispetto agli altri stati membri dell’Ue sta crescendo: il nostro paese, rispetto al 2015, si conferma in un’ultima posizione nel ranking europeo, con un punteggio di 23,4 con più di 40 punti di distacco dalla Finlandia (67,7), 20 dalla Francia (41,5) e quasi 30 dalla Germania (52,3); punteggio inferiore di oltre 16 punti della Polonia (39,6) e 12 punti della Spagna (35,1).

meritometro 2016 (2)

Che rapporto c’è tra meritocrazia e crescita economica? In un Paese in cui c’è poca Meritocrazia le persone, le aziende e le istituzioni non sono incentivate e non hanno gli strumenti per attivarsi e quindi il sistema nel complesso non cresce. Ancora pesanti infatti sono i disincentivi per molti a mettersi “in moto”, mentre sempre forti sono gli incentivi a mantenere le proprie posizioni di rendita a causa delle ancora deboli e parziali liberalizzazioni e alla conservazione delle tante lobby che bloccano il cambiamento.
Cosa fare allora ? Il Paese ha fatto sicuramente qualche passo avanti in termini di selezione della classe dirigente e della classe politica e di tornare ad investire in Istruzione ( seppure in modo forse poco qualitativo), ma ora il cambiamento non è più solo questione di Leadership, ma di cambiare sensibilmente il nostro sistema di Regole e come vengono applicate.

Proprio sul pilastro delle Regole il nostro Meritometro indica un peggioramento nel 2016. Le Regole nel nostro Paese infatti non solo non vengono applicate in modo efficiente, ma sono  spesso inique.
Cosa blocca il cambiamento? Essenzialmente il grosso potere conservativo della maggioranza della popolazione in Italia (e in Ue) ostacola un riassetto del sistema di Regole che crei un sistema più equo e bilanciato.

E’ successo così per il sistema pensionistico nel passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo e nella diversificazione delle condizioni delle varie casse previdenziali ( quasi tutte in perdita). E’ successo anche nel Mercato del Lavoro, prima con la Legge Biagi e ora con il Jobs act, che si applica solo sui nuovi contratti di lavoro e non per tutti (si applicherebbe al Pubblico Impiego secondo una sentenza della Cassazione). Succede quando si chiede di poter fare più debito a scapito delle future generazioni. Succede poi quando non si liberalizzano i servizi pubblici locali e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Questo continua a produrre situazioni in cui persone e categorie sociali diverse sono sottoposte a Regole più o meno vantaggiose. Perché impegnarsi in un gioco dove gli altri sono avvantaggiati dall’arbitro? Perché fare uno sforzo se tanto il mio avversario parte con le gambe legate?

Il Paese non crescerà quindi fino a che il dipendente pubblico non avrà le stesse regole del dipendente privato, fino a che il giovane o il commerciante non avrà gli stessi ritorni pensionistici dai propri contributi dei più anziani, fino a che l’azienda Y non avrà la stessa possibilità di avere un appalto dalla Pa dell’azienda Z e fino a che il lavoratore autonomo non avrà le stesse possibilità di lavorare per un azienda del lavoratore dipendente, al Nord come al Sud. Troppe categorie hanno condizioni di lavoro e di vita diverse non per il proprio Merito, ma per essere nate dopo, o in una particolare Regione del Paese,  con il cognome Rossi invece che Bianchi etc.

Un altro fattore di scarsa Meritocrazia segnalato dal Meritometro è la bassa Attrattività per i talenti del nostro Paese. Si dice che ogni anno 100.000 giovani laureati lasciano il Paese contro poche migliaia che rientrano. Su questo fattore pesano la mancanza di investimenti significativi oltre al depotenziamento di alcune misure, come la legge 238/2010 sul rientro dei talenti.

Non è un caso che investiamo circa un centinaio di milioni di euro per riportare i talenti italiani dall’estero contro diversi miliardi di euro per trasformare i contratti a progetto in contratti a tutele crescenti per lavoratori in Italia come avviene con la decontribuzione per il Jobs Act. Non è il primo un migliore investimento in termini di crescita economica di qualità?

Sembra una questione secondaria, ma attrarre giovani talenti dall’estero sarebbe uno dei modi più intelligenti di investire sul futuro e correggere quello sbilanciamento sociale, politico, demografico ed economico che minaccia il nostro Paese.

Purtroppo dobbiamo ancora dire che questo Paese non crescerà fino a che non ci sarà più Meritocrazia ( non solo nelle Nomine) e fino a che non si faranno Riforme delle Regole e investimenti per tutti e non solo a favore di pochi. Fino a che non lo capiremo e non seguiremo questa strada,  continueremo a fare riforme selettive e non generali e renderemo più difficile il cambiamento e la crescita.
Per il momento non possiamo quindi che applaudire i casi eccezionali di Merito di Aziende, Scuole e Persone che dimostrano che fare Meritocrazia anche in Italia è possibile, sapendo però che da soli non possono fare “sistema”.

Su affaritaliani.it

#Raccomandazione è la parola ambigua di oggi

Parola ambigua non troppo, a dire il vero: è chiaro che cosa è la Raccomandazione.

Ma procediamo con ordine.
Per raccomandazione si intende, comunemente, un’azione o una condizione che favorisce un soggetto, detto raccomandato, nell’ambito di una procedura di valutazione o selezione, a prescindere dalle finalità apparenti della procedura, che sarebbero (condizionale d’obbligo, coi tempi osceni che corrono) di indicare i più meritevoli e capaci. Per essere tale, la raccomandazione deve coinvolgere un altro soggetto, detto raccomandante o sponsor, il quale esercita un’influenza sulla procedura di valutazione, indipendentemente dalle qualità del soggetto raccomandato.

Le procedure di valutazione o selezione più frequentemente distorte dalle raccomandazioni sono i concorsi pubblici, le procedure di selezione del personale, i procedimenti di valutazione scolastica o di accesso a un corso di studi, gli esami universitari o di abilitazione professionale, o qualsiasi procedura dove si valuta l’idoneità o la competenza di un soggetto in un determinato ambito professionale o culturale. Coinvolgono raramente “poveri cristi”, più spesso “figli di papà”, talora altolocati (vale la pena ricordare, seppure di sfuggita, che si può rapidamente e clamorosamente cadere dalle alte vette, specialmente quando #staisereno).
La raccomandazione che agisce su queste procedure introducendo un criterio di valutazione estraneo ai criteri logici ordinari, che dovrebbero puntare a scegliere i più preparati e i più idonei. Questa caratteristica la distingue da altre pratiche apparentemente simili, ma eticamente legittime e socialmente funzionali, come la presentazione di un allievo, da parte di uno scienziato a un altro scienziato, affinché l’allievo prosegua con il secondo scienziato il percorso di ricerca già intrapreso con il primo. In questo caso, infatti, l’azione dello scienziato “raccomandante” non prescinde affatto dalla qualità del “raccomandato”, testata appropriatamente attraverso l’esperienza di ricerca. Per sincerare l’esistenza di una vera “raccomandazione” occorre dunque comprendere la natura dei rapporti tra i soggetti coinvolti, e chiarire se la natura di questi rapporti sono tali da introdurre, nel processo di valutazione, criteri estranei a quelli del merito e della capacità del valutando.
Quando la raccomandazione ha buon esito e il candidato è insediato nel posto di lavoro da lui richiesto, può succedere che gli venga segnalato dall’ex raccomandatario un nuovo candidato da favorire, aprendo così una catena che è molto difficile interrompere, ma che finisce spesso per premiare candidati impreparati o inadatti a quella mansione a danno di altre persone che avrebbero i titoli e la preparazione ottimale per accedere, ma che si vedono esclusi a priori dall’accesso. La raccomandazione viaggia spesso attraverso circuiti familiari (nepotismo): un parente può essere favorito da un membro della stessa famiglia che occupa una posizione importante in seno a un istituto della pubblica amministrazione, un ente privato o una struttura confessionale, se in tali istituzioni esistono soggetti in grado e propensi a favorire dei loro protetti e manchi la vigilanza delle istituzioni. Di padre in figlio, da figlio ad amico, da amico ad amico imbecille: la catena della raccomandazione ha tanti anelli deboli, che vengono rinforzati dalla “logica del gruppo chiuso di occupazione”.
Questa pratica danneggia quindi meritocrazia e efficienza che dovrebbero essere sempre alla base delle assunzioni e della gestione: l’accesso di nuovi assunti non in grado di assolvere ai requisiti richiesti può causare una diminuzione o un danno alla produttività e all’efficienza di una struttura, mentre in molti casi la macchina burocratica della stessa diventa più lenta per la presenza di personale assunto ad hoc in numero eccedente rispetto alle necessità effettive. Talvolta il raccomandatario, se in una posizione molto influente, può addirittura indire un concorso o una serie di colloqui per posizioni per esaudire le necessità del raccomandato.
La maggior parte delle raccomandazioni sono da considerare una vera e propria piaga sociale che danneggia alle fondamenta il sistema sociale ed economico, incentivando la “fuga dei cervelli”, minando la competitività del sistema produttivo, incentivando l’inefficienza, gli sprechi e l’illegalità nella pubblica amministrazione e contribuendo a diffondere un’atmosfera di sfiducia e scarsa propensione al lavoro e allo studio.

Sine qua non.