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L’implacabile legge di Merton smonta l’idea del legislatore che comanda.

De Nicola e Bragantini ingaggiano una conversazione sulla legge di Merton secondo la quale falliscono, assai frequentemente, i tentativi del legislatore di imporre (con  leggi-comando) comportamenti economici ai Cittadini. Questi invece si inventano mille modi per comunque raggiungere il loro scopo nonostante i comandi nei quali non credono. È una storia assai datata; è difficile imporre agli uomini comportamenti che ritengono contrari ai loro interessi.

È l’idea stessa del comando degli Amministratori Pubblici sui Cittadini che ha fatto il suo tempo. La democrazia, in Italia particolarmente, garantisce al Cittadino il “diritto della sovranità”, ma chiama a sè, all’Amministrazione Pubblica, l’esercizio del potere, il comando. Da ottocento anni, la Storia della democrazia è un percorso di trasferimento evolutivo dell’effettivo esercizio del potere dagli Amministratori  Pubblici ai Cittadini. Non importa se gli Amministratori Pubblici sono autocrati o democratici; cambia l’intensità di violenza nel cambiamento, ma il cambiamento in sè non si ferma.

Qualche numero e fatto. Prima del 1940 le Costituzioni democratiche (quelle che, nelle dichiarazioni, sostengono la sovranità del popolo) erano una dozzina; ai giorni nostri sono circa duecento. L’incredibilmente rapida espansione delle democrazie non corrisponde però all’evoluzione delle forme dell’esercizio del potere. Salvo qualche rara eccezione, il comando rimane essenzialmente centralizzato.

La legge di Merton dimostra con gli esempi, che il comando del popolo (Amministratori Pubblici) sul popolo funziona sempre meno. Altri fenomeni sociologici lo dimostrano ancora di più. La democrazia non evolve da settant’anni ed è stanca. Il diritto alla sovranità non basta, è necessario trasferire anche parti del potere esecutivo, un passo alla volta.

Alessandro de Nicola: L’imprevedibilità delle leggi e gli effetti distorti sull’economia.

Il commento di Bragantini e la replica di De Nicola: Il rapporto migliore tra leggi ed economia

 

SE LA POLITICA CONDIZIONA IL DESTINO DI POSTE ITALIANE

Mentre impazzano il risiko bancario, il poker della legge di stabilità e la roulette del referendum, c’è una partita trasversale in corso che riassume efficacemente il perché quando la politica si addentra nella “giungla” del mercato quasi mai il risultato è benefico per l’economia.
Stiamo parlando di Poste italiane, azienda quotata in mano per il 65% allo Stato, guidata dall’amministratore delegato Francesco Caio. Chiariamo subito che non parleremo qui della conduzione aziendale da parte dell’attuale management: la bontà della stessa la giudicheranno gli investitori che, a onor del vero, al momento non sembrano scontenti.

Andiamo con ordine. In ottobre 2015 Poste è stata quotata in borsa e lo Stato ha collocato, ad un prezzo inferiore di quanto sperava, il 35,3% del suo capitale, incassando circa 3 miliardi di euro. Qualche mese dopo, il Mef decideva di conferire il 35% del suo pacchetto azionario a Cassa Depositi e Prestiti, controllata a sua volta dallo Stato all’80% e dalle fondazioni bancarie al 20%. L’idea era di vendere il residuo 29,7% in mano statale attraverso un’offerta pubblica di vendita in Borsa ed incassare circa 2,5 miliardi per abbattere un pochino il debito pubblico, essendo comunque il controllo governativo della società assicurato in futuro dal bastione Cdp.

Bene, anzi benino perché non ci sono motivi per non privatizzare completamente le Poste, ma, visto che la società è molto attiva ed è diventata azionista anche di imprese private come la Sgr Anima, più sono numerosi gli investitori privati, più Poste è tenuta a conformare il suo comportamento a logiche di mercato, magari allentando il rapporto con regolatori e politici.

Orbene, l’ulteriore vendita di azioni da parte del governo sarebbe dovuta accadere prima della fine dell’anno (anche per contabilizzare nel 2016 i suoi pur modesti effetti sul debito pubblico) ed era già pronto lo schema di decreto del presidente del consiglio contenente i criteri di privatizzazione e le modalità di dismissione dell’ulteriore quota.

Invece, qualche giorno fa, a margine di un convegno, il capo della segreteria tecnica del ministro Padoan, Pagani, ha dichiarato che non è possibile fornire una tempistica per la cessione del rimanente 29,7% citando i mitici “tempi tecnici” che sempre affiorano in questi casi e l’individuazione del momento di mercato più opportuno. Il 14 settembre il sottosegretario alle telecomunicazioni Giacomelli ha dichiarato che ora non “c’è necessità di un’operazione di questo tipo”. Il vice ministro Morando ha chiosato ieri parlando di un allungamento dei tempi per accompagnare meglio la ristrutturazione. Tre esponenti del governo, tre motivi diversi.

In realtà, si accavallano numerose ipotesi aggiuntive quali cause del ritardo: prima fra tutte la possibile acquisizione da parte di Poste di Pioneer, la società di gestione del risparmio attualmente in mano ad Unicredit ed il cui valore è stimato tra i 2,5 e 3 miliardi; Giacomelli stesso, peraltro, ha parlato delle “ulteriori potenzialità espansive” di Poste. Inoltre, poiché i sindacati hanno espresso la più ferma contrarietà alla diminuzione della quota in mano pubblica (citando, udite, udite “il quadro finanziario internazionale”!) e il referendum costituzionale è alle porte (e quindi il governo non ha bisogno di aprire un altro fronte coi sindacati), si potrebbe logicamente inferire che un rinvio è politicamente opportuno.

Può darsi che nessuna di queste ragioni esista, o che ognuna concorra in parte, ma le lezioni che possiamo comunque trarre sono tre.

Primo: non esiste “un momento giusto” in cui vendere che il legislatore sarebbe in grado di prevedere per una sua superiore capacità di analisi. La scusa che la situazione di mercato non era buona l’abbiamo sentita numerose volte, magari poco prima di un crollo delle quotazioni i cui effetti negativi si sarebbero potuti evitare vendendo subito.

Qualcuno dice che comprando Pioneer Poste acquisterebbe valore e allora tanto vale aspettare: ne saremmo lieti ma se, ad esempio, la società di Unicredit venisse strapagata, il titolo Poste perderebbe. Se ci fosse bisogno di un aumento di capitale per concludere l’acquisto, questo sarebbe probabilmente a sconto e così via. Insomma, chi può dirlo?

Secondo: la proprietà pubblica genera sempre problemi di conflitto. Un polo Pioneer-Poste potrebbe essere l’affare del secolo, ma si creerebbe il più grande gestore italiano di titoli del debito pubblico controllato proprio dall’emittente di questi titoli: più aumenta la distanza proprietaria tra i due, meglio è.

Terzo: dove c’è l’ingombrante presenza del Leviatano, maggiore è l’ingerenza politica, in questo caso esemplificata dal barrage dei sindacati, che rende ostaggio le imprese di decisioni che al posto di massimizzarne l’efficienza e la redditività, hanno di mira il consenso sociale o elettorale.

Intendiamoci, inutile essere ingenui, in Italia persino le imprese completamente private intrecciano le loro scelte alle decisioni della classe politica: e allora forse possiamo capire perché è 25 anni che non riusciamo a fermare il declino del Belpaese.

adenicola@ adamsmith. it

Per crescere, c’è chi taglia e cresce e chi invece spende e non si sa se cresce

L’Irlanda, con una tassazione dei redditi d’impresa al 12,5% e dopo tre anni di austerità con un taglio di circa 30 miliardi di spesa pubblica (qualcosa come il 20% del Pil) nel 2015 ha avuto un aumento del Gdp superiore al 6%!

UK, nell’immagine, attua un turnaround da capogiro nello spending e negli investimenti

 

Sindaci dei Comuni terremotati: aprite un conto unico per gli aiuti in denaro e pubblicatelo

Cari Sindaci dei Comuni terremotati, tutti i Cittadini italiani e del mondo sono con voi; non vi è alcun dubbio su questo. Ma non è chiaro “quanto” siano con voi. Pensiamo che sarebbe davvero chiaro se:

  • Apriste un conto corrente unico, in ciascuno dei vostri Comuni, sul quale far confluire tutti gli aiuti in denaro provenienti da qualsiasi organizzazione pubblica o privata, sia quelli che provengono dallo Stato sia quelli che provengono dai privati o dai Paesi stranieri o dall’Europa
  • Pubblicaste sui vostri siti il denaro ricevuto e il denaro destinato a chi e a quale progetto
  • Pretendeste dai media (almeno stampa e TV nazionali) che tengano in prima pagina le coordinate del vostro conto sul quale versare e con quale mezzo.

Una semplice trasparenza che toglierebbe di torno intermediari politicanti e gli interessati a strumentalizzare le disgrazie occorse ai vostri Comune e ai vostri Cittadini.

Decidete voi a chi e a quali progetti destinare le risorse finanziarie. Non consentite che alcuno dubiti della vostra capacità, serietà ed equità nel fare il bene dei vostri Comuni e dei vostri Cittadini. Non lasciate che faccendieri, politici e non, interferiscano sulla capacità, dei vostri Cittadini e vostra, di decidere equamente per il bene generale e di ciascun cittadino danneggiato.

Avrete molto di più di quanto vi promettono i faccendieri.

PS

Prendete atto che le organizzazioni che vogliono donare con trasparenza non donano allo Stato o a i vostri Comuni, ma a organizzazioni che hanno immagine (es. Croce Rossa) di neutralità e distanza dagli interessi dei faccendieri.

Certo, molti vorranno impedirlo dicendo che così gli aiuti vanno ai Comuni con maggiore immagine mediatica, es. Amatrice. Crediamo invece che questa sia una palestra per voi di dimostrare di poter cooperare (es: distribuire pro capite gli aiuti fra di voi?) senza bisogno dello Stato-padre-padrone. E sia anche una palestra per i media per cooperare con voi invece che con gli intermediari pubblici e privati.

Le Città liquide e l’ordine immaginato

Il populismo è il dissenso verso l’”ordine costituito” i cui Amministratori non sono più in grado di fornire sicurezza e prosperità ai Cittadini, nemmeno in forma di sogno per il futuro. Il populismo è il sintomo inascoltato del desiderio di un mondo nuovo. Il populismo non propone nuovi modelli sociali, solamente mostra un insieme incongruente e disorganizzato di aspirazioni. La Storia insegna che il primo ad organizzare le aspettative dei Cittadini si prende la guida verso l’autodistruzione o verso un più grande futuro.

Gli Stati sono nati per separare gli “uguali” con muri di confine; dentro ci sono gli uguali (sempre i migliori) e fuori ci sono i diversi, inevitabilmente i peggiori. Da più di duecento anni i Cittadini stanno costruendo un sistema, la democrazia, nel quale gli uguali non sono più uguali, ma sono tutti individualmente diversi e hanno pieno diritto di esserlo. Il dentro e il fuori hanno sempre meno senso.

Le Città, al contrario degli Stati, sono sempre state il punto di aggregazione spontaneo degli uomini, di qualsiasi uomo. Sono connesse fra loro e sono nodi di una rete attiva, inclusiva, innovativa. Saranno le Città a proporre, sperimentandolo nel concreto, un nuovo modello di cooperazione che superi le rivalità fra nazioni?

Solo chi ha vissuto per mezzo secolo nel socialismo reale e per un altro mezzo insegnando sociologia in UK poteva coniare la definizione “società liquida”. Baumann ha visto e descritto il dissolversi del mito della “società solida” (la società governata da un “ordine unico” di princìpi universali, eterni, immutabili, divini) e l’inizio della “società liquida”, nella quale i comportamenti dei singoli sono congruenti solo in parte, per lo più sono mutevoli e valgono temporaneamente solo negli accordi fra pari.

L’”ordine immaginato” che regge le società solide (non così tanto solide)

Le prime Città – Si stima che all’epoca della Rivoluzione Agricola, 12.000 anni fa, sulla Terra vivessero 5-8 milioni di cacciatori-raccoglitori nomadi. Duemila anni fa 1-2 milioni di cacciatori-raccoglitori ancora resistevano sulla superficie terrestre che nel frattempo si era coperta da chiazze di una muffetta sottilissima composta da 250 milioni di agricoltori stanziali. Insieme all’agricoltura e alla stanzialità, gli umani avevano inventato i villaggi e le Città

I confini – La terra coltivata era costantemente minacciata dell’invadenza della vegetazione, degli insetti, degli animali, degli stranieri. Preoccupazioni di sopravvivenza, al limite del paranoico, occupavano l’animo degli agricoltori. Inventarono così la separazione difensiva installando steccati, siepi, fossati e infine anche mura.

Ricchezza individuale o collettiva? – C’è chi sostiene che la Rivoluzione Agricola portò enormi benefici all’umanità. È innegabile che la società umana collettivamente mise a segno un grande successo di crescita numerica, diffusione e occupazione territoriale. Molti però argomentano che, con l’aumento della popolazione, la qualità della vita del singolo individuo sia peggiorata.  La Rivoluzione Agricola in effetti incatenò gli umani alla terra, li costrinse a vivere sempre nello stesso posto, in capanne di pochi e angusti metri quadri e accalcate l’una sull’altra, nella pericolosità di una dieta poco varia, nella scarsa igiene che la stanzialità compressa implica.
Paradossalmente la tipica casa degli agricoltori conteneva costosi manufatti in numero molto superiore a quelli posseduti da un’intera tribù di cacciatori-raccoglitori. Gli attrezzi erano costosi, ma non erano esattamente una ricchezza; erano mezzi indispensabili per mantenere la produzione di cibo in quantità sufficienti a pareggiare il crescente fabbisogno delle comunità umane. Si era creata una spirale impressionante: più cibo c’era, più cresceva il numero di umani e più aumentava il fabbisogno di cibo. Gli agricoltori si erano ridotti a ricchi-poveri, schiavi della loro stessa terra che mai potevano abbandonare, che dovevano difendere, che dovevano coltivare con attrezzi complicati da costruire.

Qualcuno è più uguale – Troppo impegnati a produrre cibo e scorte, gli agricoltori non badarono troppo all’animo predatorio sopravvissuto in alcuni degli umani: i briganti. Questi capirono presto che avrebbero potuto campare con meno sforzo sottraendo le scorte agli agricoltori, ad alcuni anche il necessario per vivere. I briganti oziavano su tutto, ma non sulle arti della violenza necessarie ad ottenere la “cooperazione” degli agricoltori affinchè provvedessero al loro mantenimento. I briganti assunsero il ruolo a loro più confacente: amministratori delle comunità. La violenza però è piuttosto inefficiente; bisogna darsi da fare con la spada, qualche brigante moriva o restava mutilato; ma il peggior effetto è che la violenza decima la popolazione produttiva.
Al nostro tempo contemporaneo, la parola cooperazione è evocativa di buoni sentimenti e giudica la sudditanza una forma di cooperazione troppo forzosa. A quel tempo invece, gli umani, che sono gente inconsapevolmente pragmatica, cominciarono a credere ad un nuovo ordine delle cose: ai benefici della sudditanza volontaria.  Tutto sommato gli amministratori, briganti e violenti, tenevano tutto “ordinato” secondo il loro modo di vedere; allo scopo era a loro sufficiente eseguire, di tanto in tanto, qualcosa di violento per ricordare che avrebbero potuto essere molto pericolosi. Il sistema implicava quindi un uso minimo ed efficiente della violenza; così, con beneficio per tutti, gli agricoltori potevano moltiplicarsi più velocemente.
Nei fatti l””ordine immaginato” della sudditanza produsse un ulteriore successo. L’agricoltore e la sua famiglia stentavano, ma la collettività andava a gonfie vele. Nell’8500 a.C. Gerico contava alcune centinaia di abitanti. Nel 7.000 a.C. la Città di Çatalhöyük contava 5-10.000 abitanti. Come un sistema stellare in formazione, intorno al 4-5.000 a.C. molte erano le Città popolose in grado di controllare i villaggi vicini, anch’essi sempre più grandi. Le Città attraevano migliaia di individui e il processo di aggregazione era solo all’inizio. Ma l’espansione del genere umano stava per collassare, come Babele, sotto il peso del proprio successo.

La scrittura e la burocrazia – In milioni di anni, gli umani avevano affinato un metodo per stare insieme in gruppi che non superavano le poche decine di individui. Ma le Città si erano moltiplicate e ciascuna contava migliaia e migliaia abitanti. L’antico metodo sociale non era più sufficiente. Tutto stava succedendo molto rapidamente ed era assolutamente necessario trovare un metodo che facesse cooperare decine di migliaia di persone che non si conoscevano fra di loro. Molto tempo addietro gli umani avevano inventato i miti che gli anziani, e gli sciamani, ripetitivamente raccontavano per ricordare i comportamenti “utili” e quelli pericolosi; più o meno tutti fermamente credevano ai miti col risultato di tenere coesa la piccola comunità. Col sistema di trasmissione orale però i miti non potevano essere ricordati tutti quanti, a così tante persone e sempre con la stessa precisione.
Con l’aumento delle terre e delle popolazioni agricole, gli agricoltori avevano inventato una scrittura adatta a misurare la terra e i raccolti, a ricordare e comunicare. La scrittura non era stata pensata per scrivere un romanzo o una poesia. Ma Hammurabi ne capì il potenziale e intorno al 1776 a.C. fece scolpire sulla pietra il più famoso manuale di cooperazione sociale della Storia: il Codice di Hammurabi.
Fu un successone.
Intorno al 3.500 il primo regno egiziano unificò tutti gli insediamenti umani del basso Nilo. A partire dal 1.000 a.C. in Medio Oriente si moltiplicarono gli imperi con eserciti permanenti di decine di migliaia di soldati e con milioni di sudditi. Più o meno contemporaneamente alla formazione dell’Impero Romano, l’imperatore Qin unificò la Cina. Entrambi gli imperi erano amministrati ciascuno da una burocrazia con oltre centomila funzionari statali che registravano gli eventi e comunicavano fra loro con la scrittura. Tutti convintamente credevano nelle scritture e nei fatti che esse descrivevano. Il mondo dell’amministrazione (le leggi) era ormai immaginato come un sistema divino, universale, eterno, immutabile, scritto e creduto da tutti.

I principi universali, immutabili, eterni, divini – Alla Storia piace il gioco e l’ironia; nel 1776 d.C. venne scritto un altro famosissimo manuale di cooperazione sociale: La Dichiarazione di Indipendenza americana. Non sappiamo se i princìpi di Hammurabi, dei Romani, dei Qin e dei costituenti americani siano di origine divina. Da loro stessi però apprendiamo che i princìpi (da tutti loro dichiarati universali-immutabili-eterni-ispirati dal divino o dal “pre-esistente naturale”) sono in notevole contraddizione fra di loro. Evidentemente non sono affatto né universali, né eterni ed è da dubitare che siano giusti. Ma allora perché sono creduti “veri”, meritevoli di fiducia? Non si sa esattamente, ma il fatto è che, ciascuno nel suo tempo, ha “deciso” di credere al proprio “ordine immaginario” universale, immutabile, eterno, divino.
Gli osservatori, Baumann e più ancora i fatti che accadono intorno a noi, raccontano che ai nostri tempi sempre meno umani credono all’esistenza di un “unico solido ordine” immutabile, universale, eterno, divino.

Il solido si va facendo umido, anzi liquido.

Dal verticale all’orizzontale – Prima della Rivoluzione Industriale sulla superficie della Terra vi erano numerosissimi gruppi umani assoggettati a codici “verticali”, cioè scritti da un capo/re/imperatore come Hammurabi. Con la Rivoluzione Industriale iniziarono sporadici esperimenti di democrazia nei quali alcuni delegati dal popolo iniziarono a scrivere Costituzioni le quali proclamavano un “nuovo ordine”; la verticalità del divino e del capo cominciò a inclinarsi verso una società orizzontale di Cittadini “pari” e sovrani. Nel 1800 si contavano già sei Costituzioni. Il cambiamento fu lento e centocinquant’anni dopo (prima del 1945) le Costituzioni erano poco più di una dozzina. Settant’anni più tardi, ai nostri giorni, quasi tutti i 200 Stati iscritti all’ONU hanno una Costituzione, seppure con gradi di democraticità assai variabili. Possiamo affermare che l’umanità è oggi suddivisa in circa 200 “ordini immaginati” (Stati) ciascuno contenuto nei propri confini. Tutti separati quindi, ma anche tutti più simili. Ormai tutti hanno una Costituzione e hanno sempre più elementi in comune. Come abbiamo visto la convergenza fra gruppi umani è in aumento da sempre; sebbene qualcuno voglia disperatamente resistere e retrocedere predicando diversità incompatibili, in una specie di canto del cigno. La “convergenza” (più comunemente chiamata globalizzazione) è un processo complicato che forza gli Stati ad essere più simili. Gli Stati, per loro natura e origine, sono “ordini solidi” che esistono tanto in quanto esistono altri “ordini solidi”; tutti però condividono almeno una essenziale convinzione: essere diversi gli uni dagli altri. E se l’unica vera diversità fosse che hanno Amministratori diversi i quali ci tengono a restare al loro posto?  Anche a costo di inventare interessi contrastanti fra Cittadini?
Baumann ha descritto quest’evoluzione che ha battezzato liquefazione della società degli Stati (i Cittadini che non credono più ai propri amministratori); ha anche raccontato un mare agitato da onde incrociate, ancora più sfidante e pericoloso che, alla luce degli eventi attuali, ora vediamo più nitidamente:

  • Stati solidi e Cittadini solidi –  Vi sono Stati solidi che da tempo hanno seguito l’evoluzione del sentire dei loro Cittadini diventando parte integrante di un più vasto sistema sempre più globale. Esistono molti altri Stati solidi i cui Amministratori non intendono affatto abbandonare le proprie immaginate caratteristiche identitarie (leggi: potere). Essi retrocedono verso il rafforzamento dei simboli estetici quali l’abbigliamento e i comportamenti rituali pubblici, continuando a vivere nel privato in modo del tutto diverso e contraddittorio. La “solidità” dei sopravvissuti Stati solidi dipende da quanto a lungo i loro Cittadini resteranno ferventi credenti della sudditanza. Sembra però che questo convincimento sia tanto forte da non consentire loro di vedere la distruzione fisica dell’ambiente nel quale vivono. L’incredibile violenza verso i propri sudditi volontari  è l’ultimo tragico tentativo dei loro amministratori di ripristinare l’ordine immaginato da entrambi (sudditi e amministratori).
  • Cittadini e Stati evoluzionari – I Cittadini di molti Stati modificano progressivamente l’“ordine” del proprio Stato, copiando gli uni dagli altri, con il risultato di far sembrare gli Stati più simili fra loro. Gli Stati evoluzionari sono riconoscibili da vari sintomi; per esempio l’evanescenza dei confini condivisi e la frequente rotazione dei loro amministratori.
  • I Cittadini liquidi – Gli Stati non possono essere liquidi, per definizione. Gli Stati sono ciascuno espressione concreta di un sistema unitario e locale di regole e comportamenti. I Cittadini evoluzionari puntano diritto verso una mutazione in Cittadini liquidi. Il nuovo Cittadino liquido a) dà per scontato che i confini non esistano più e che non servano a nulla se non in particolari casi (es: immigrazione massiva), b) non “crede” all’esistenza di “un solo ordine”, ma ritiene di potersi associare contemporaneamente a molteplici “società”, ciascuna affine ai propri individuali interessi, anche transconfinarie e con loro propri ordinamenti.  Gli amministratori degli Stati solidi sono abituati ad essere: narcisi ammirati dal proprio popolo grazie alle elargizioni, alle dichiarazioni di giustizia, di uguaglianza, di libertà, di prosperità e di tante altre promesse vacue, non credibili e infatti sempre meno credute. La trasformazione del Cittadino da solido a liquido inevitabilmente conduce all’indebolimento dell’ordine unitario e monocromatico dello Stato che viene relegato a svolgere solo alcune funzioni faticose, scomode, antipatiche, divisive, impopolari. Insomma agli Amministratori degli Stati abitati da Cittadini liquidi viene richiesto di assolvere ad un ruolo “impossibile”,  specie se non producono positivi risultati concreti come accade da anni in tante economie “avanzate”.

Il mare incrociato – Nonostante la resistenza al processo di apertura verso la pacifica convivenza, i Cittadini solidi non sono più costretti entro i confini del proprio Stato. Si spostano facilmente fra uno Stato e l’altro, mescolandosi sia con altri Cittadino solidi sia con Cittadini liquidi. Lo smarrimento dei Cittadini solidi, abituati ad una sola regola, si confrontano con Cittadini senza altre regole se non quelle della tolleranza e del rispetto reciproco. Queste ultime sono peraltro quasi irrilevanti e incomprensibili per i Cittadini solidi. Non è sorprendente che lo smarrimento maggiore si abbia dove il rimescolamento di solidi e liquidi è più intenso. E non è nemmeno sorprendete che negli Stati solidi, dove si manifestano tentativi di cambiamento sociale, esplodano movimenti violentemente repressivi.

In conclusione

Gli Stati generalmente non spostano persone. Gli Stati tendono a spostare, o difendere, i confini con l’uso delle “forze dell’ordine” (qui la parola ordine trasporta pesi e significati nettamente percepibili).  Gli Stati, gli Amministratori, non sono abituati, e ancor meno sono attrezzati, per comprendere e trarre vantaggio dai molti “ordini” transnazionali costruiti e partecipati dai loro Cittadini (la scienza, la ricerca, la cultura, il turismo, il commercio, il diritto, la finanza, lo scambio, le merci, il lavoro, le arti, …).

Le Città, al contrario degli Stati, sono da sempre libere aggregazioni delle persone che hanno scelto di viverci. Da che esistono, la sfida (quasi sempre vinta) delle Città è quella di facilitare la convivenza pacifica di chiunque vi abiti. Lo è stato in passato e sperabilmente ancor più lo sarà in futuro. Le Città sono da sempre connesse da imponenti reti di trasporto e scambio globali. Le Città sono, da sempre, il motore sociale dell’umanità; anche questa volta, nel passare dal solido al liquido, sono meglio motivate ed attrezzate per trovare mille soluzioni convergenti.

Le mani dei burocrati sui nostri affetti

IL CONSIGLIO di Stato è stato chiaro: le prime unioni civili si potranno celebrare prima di Ferragosto. Bene, qualunque cosa si pensi della legge Cirinnà, non aveva molto senso che, una volta approvata, si facesse passare troppo tempo prima di poterla applicare appieno. Tuttavia, come è normale quando entra in vigore una norma che introduce istituti giuridici nuovi, qualche dubbio interpretativo comincia già ad affiorare.
Uno di questi riguarda le convivenze di fatto e la chiarezza sul punto è importante, perché la scelta dell’una o l’altra interpretazione ci dirà se l’ordinamento giuridico italiano tiene ancora in conto la libertà degli individui di autodeterminarsi o se si avvia inesorabilmente a diventare un paternalistico sistema in cui lo Stato sa sempre meglio della persona qual è il suo “bene”.

Com’è noto, la legge 76 del 2016 regola anche le convivenze di fatto tra due persone che sono unite “stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale”. I conviventi possono essere dello stesso sesso o di sesso diverso, e per accertare “la stabile convivenza” devono presentare all’anagrafe un’apposita dichiarazione. Questa condizione fa sorgere diritti e doveri per la coppia da un punto di vista successorio, di accesso ai dati personali, di reciproco sostegno, di possibile corresponsione di alimenti dopo la rottura del legame è così via. Inoltre, la registrazione è condizione per poter stipulare un contratto di convivenza che regoli i rapporti tra i contraenti.

La nuova legge, peraltro, non ha abrogato la possibilità prevista da un decreto del 1989 di dichiarare all’anagrafe l’esistenza di una convivenza per vincoli affettivi, che possono essere anche di amicizia o parentela (zio e nipote, per esempio) e riguardare più persone.

Infine, esistono le convivenze di persone che mantengono la residenza separata o che non hanno né tempo né voglia di registrarsi da alcuna parte.

Ecco, secondo un’interpretazione estensiva ed in punto di diritto la convivenza é “accertata” dalla dichiarazione prevista dalla legge Cirinnà ma non costituita dalla stessa, quindi esiste a prescindere. La conseguenza sarebbe che, salvo per gli effetti tipici previsti dalla novella legislativa, ossia la possibilità di sottoscrivere il contratto di convivenza, gli altri diritti e doveri si applicherebbero anche a tutti gli altri conviventi, compresi quelli registrati secondo il decreto del 1989 o gli “anonimi”.

Io non penso che la lettura della norma porti a tale conclusione ma, se così fosse, saremmo di fronte ad un classico caso di summum ius, summa iniuria.

È mai possibile che un cittadino non possa sfuggire all’amorevole aiuto della legge? Che il legislatore, considerandolo un minus habens, lo protegga e gli imponga dei doveri nell’ambito dei rapporti personali quando è ovvio che di tale amorevoli diritti e cavillosi doveri il nostro cittadino vuole fare a meno?

Senza nemmeno soffermarsi sul caos che si produrrebbe per stabilire se un paio di settimane con la morosa siano stabile convivenza o meno, o se la legge, pensata per le coppie che vivono insieme, come si diceva una volta, more uxorio, sia applicabile allo studente che invece divide i costi dell’appartamento con un suo caro amico, il punto centrale è un altro: perché lo Stato deve per forza imporre comportamenti o garantire privilegi in una sfera personalissima come quella affettiva? La giurisprudenza nel corso degli anni aveva già regolato alcuni problemi scaturenti da una situazione di convivenza caratterizzata da “affetto familiare” proprio perché mancava una legge apposita; ora che c’è, solo chi rientra nella sua definizione e come tale si registra dovrebbe essere sottoposto alle relative prescrizioni.

Perché dei terzi, ad esempio gli eredi di uno dei conviventi non registrati ed ahimè deceduto, dovrebbero vedere i loro diritti (ereditari), diminuiti da altri diritti che in vita i conviventi non avevano inteso creare visto che non si erano registrati?

L’intrusione del Leviatano nella vita e nelle tasche degli individui é già arrivata a livelli mai prima raggiunti: almeno nei propri affetti lasciamo liberi i cittadini di evitare di avere a che fare con burocrati e carte bollate.

Alessandro De Nicola
adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Le Città e la Democrazia al tempo dei populismi

Con mirabile semplicità, tutti gli elementi del cosmo sono messi in relazione reciproca dalla legge universale dell’attrattività: essere attratti ed essere attraenti. Non so se la parola “democrazia” esprima la quintessenza dell’attrattività, ma certamente rappresenta l’arte di essere votati e l’arte di votare entro un sistema di comportamenti regolati che consentono agli esseri umani di esercitare reciproca attrattività senza per questo precipitare in violente collisioni. La democrazia sembra proprio una bella invenzione, eppure quasi ovunque mostra pericolosi sintomi di esaurimento:

  1. Da anni la democrazia non produce crescita (GDPpc – pro-capite)
  2. Cresce la distanza fra i cavalieri dello sviluppo e i feriti dal cambiamento
  3. Proliferano i vanitosi opportunisti che orribilmente manipolano i sentimenti dei feriti con l’unico intento di essere votati
  4. Aumenta la percezione del divario fra gli interessi degli AP (Amministratori Pubblici) e gli interessi dei Cittadini
  5. I risultati elettorali dimostrano l’incapacità degli AP di comprendere il senso degli interessi individuali dei cittadini e dei loro aggregati. Nello stesso tempo la competizione elettorale è diventata perenne e si gioca prevalentemente sulla vanità della retorica e sull’elargizione di privilegi (e spesso anche peggio). Sull’Europa a 28 Stati, il sole partitico-elettorale non tramonta mai.
  6. I Cittadini dimostrano, con risultati elettorali eclatanti, di essere stanchi di essere coinvolti in elezioni i cui effetti si manifestano in luoghi troppo distanti dai loro interessi più vicini.
  7. I super-stati continentali non sono capaci di correre più veloci della realtà; accade che EU che perda i pezzi; è accaduto che l’URSS collassasse senza bisogno di alcuna guerra. (L’ultimo caso di dissoluzione sanguinosa è forse la Yugoslavia)
  8. Nel mezzo dell’imponente cammino verso una maggiore condivisione fra democrazie, gli Stati sembrano essere i maggiori promotori delle separazioni, dei distinguo e dei confini.

Al contrario, sotto la superfice agitata del clangoroso mugugno, avanzano esperimenti e movimenti verso una democrazia aggiornata e rinnovata all’insegna dello scambio e della condivisione:

  • I produttori di conoscenza, come le università e i centri di ricerca, sono ormai una rete globale che anticipa e sopravanza qualsiasi regolazione “geografico statale”
  • I rapporti commerciali internazionali (il Diritto e l’Amministrazione della Giustizia) convergono verso principi e procedure simili.
  • Le metropoli Europee si mettono d’accordo fra di loro senza attendere il permesso dei propri Stati e dell’Europa.

Le metropoli sono ora consapevoli di essere i nodi vitali delle veloci vie aree, marittime, aeroportuali, stradali, ferroviarie, finanziarie, digitali, informative. Le Città non sono solo nodi, sono utilizzatori (e produttori) intensivi di conoscenza, sono i centri decisionali mondiali. Si moltiplicano gli eventi che marcano lo spartiacque fra chi è nella rete di Città e chi si è ritirato o ne è stato escluso. In ogni caso la democrazia ha bisogno di riorganizzare il proprio modello decisionale e partecipativo. Stiamo passando dalla dem 2.0, nata dalla WWII, alla dem 3.0 del terzo millennio.

I Cittadini sentono il bisogno di una democrazia dem 3.0 con processi decisionali più pratici

Un bell’articolo di Vitalba Azzollini apre una porta a quanti vogliono passare alla dem 3.0., e aiuta a focalizzare l’attenzione ai fondamenti della dem 2.0 per poterli ridiscutere e riorganizzarli.

Vitalba Azzollini riporta l’opinione di Madison:”La democrazia … altrimenti essa diviene il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse ad entrambe”.

Per ironia della Storia, la “democrazia americana” non sapeva di essere una “democrazia” fino a quando Tocqueville non la battezzò nel suo libro De la démocratie en Amerique”. La democratie fu pubblicata oltre cinquant’anni dopo la Costituzione Americana che fu scritta in gran parte da Madison, insieme a pochi altri, in tempi brevissimi e con un efficiente processo di condivisione. L’acuto osservatore francese, e post-rivoluzionario, dovette cercare un nome da assegnare a quella forma di autogoverno mai visto prima in Europa, nemmeno nei molti decenni successivi al gran fallimento della rivoluzione francese. Il punto più ironico di tutti è che Madison, insieme a moltissimi dei suoi concittadini, disprezzava la democrazia. Secondo lui quel processo decisionale era troppo complesso, contraddittorio, rischioso e inefficace. Lo spirito pragmatico americano (e anglosassone) richiedeva che alle dichiarazioni dovessero seguire i fatti, cioè le parole devono essere eseguibili (walk the talk). I principi astratti sono belli, ma portano sfortuna, come le rivoluzioni ideologiche ampiamente dimostrano.

Il primo insegnamento che ci viene dalla Storia dunque è che la democrazia non è un nome o un’astratta idea-ideologica o una serie di principi teorici buonisti e inapplicabili. La democrazia è un insieme di comportamenti interamente e immediatamente applicabili.

Amministrare non è cosa da narcisi

Vitalba Azzollini cita Toqueville: La democrazia può compiersi solo con un “popolo informato” .

La politica è l’arte del farsi votare. Sperare che gli AP spieghino accuratamente ed equamente i pro e i contro di provvedimenti da loro proposti è come chiedere all’imbonitore se il suo unguento magico è buono. La legge della seduzione e dell’attrattività non ha confini e spesso travalica anche il confine dell’omissione e della menzogna. Il lettore sa bene quanto in alcune culture la menzogna comprometta la dignità sociale degli individui, mentre in altre è tollerata. Il disprezzo per la menzogna è, a ragion veduta, un tipico anticorpo delle democrazie sostanziali. Ciò detto, non c’è colpa nel portare acqua al proprio mulino, ma è da sprovveduti credere a tutto quanto dicono gli imbonitori.
Sedurre è un’arte appassionate.  Cameron, Johnson, Farage hanno manipolato le pance dei feriti per ottenerne il voto. Il primo ha strizzato l’occhio ai feriti per raggranellare un po’ di voti da aggiungere a quelli del suo elettorato tradizionale ed elitario. Gli altri speravano di estrarre voti dall’elettorato di Cameron per batterlo nel suo giardinetto politico. Nessuno di questi obiettivi mira all’interesse dei Cittadini. Così è il gioco della politica elettorale.
Amministrare è un’arte faticosa, nessuno dei tre ammaliatori si è preoccupato del fatto che “dopo” avrebbe dovuto amministrare il Paese del Day After; il giorno nel quale i Cittadini avrebbero improvvisamente appreso di essere stati imbrogliati con tecniche di seduzione da playboy senza sostanza. Tutti e tre sono scappati ignominiosamente. Anche il trio “controparte” Merkel, Junker, Hollande si sono ritirati nella penombra e nel silenzio. Sono consapevoli di essere gli attori primari del fallimento?
Votare è un’arte difficile. I cittadini hanno scelto i flauti magici degli ammaliatori e sono caduti nel dirupo.

Dalla Brexit impariamo che una sana diffidenza verso gli AP aiuta sia gli elettori sia i seduttori (futuri amministratori). Un’equilibrata diffidenza sempre aiuta a porre domande per una maggiore trasparenza e chiarezza.

Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti.

Propendiamo per l’idea che non esista “un’informazione sufficiente”, e tanto meno che esista un'”informazione perfetta”; esistono solo informazioni parziali e lacunose. Non esiste alcuna condizione che possa condurre deterministicamente “al voto perfetto”. L’informazione è importantissima, più ce n’é meglio è, ma l’idea che il voto possa essere buono solo se informato è contraria ai principi fondanti della democrazia. In democrazia ciascuno ha una sua propria idea del proprio futuro, diversa da quella di tutti gli altri; la differenza di opinione sta più nel diverso futuro che nella diversa informazione. Il mito “dell’informazione perfetta” ha, per giunta, il grave difetto di spalancare la porta agli orrendi opportunisti portatori di semplicistiche verità assolute; ne abbiamo già visti anche troppi di imbonitori col flauto magico che pretendono di sapere dove noi Cittadini dobbiamo andare.

Oltre ad essere il tollerante luogo delle diversità (che stranamente vengono chiamate uguaglianze), la democrazia è modesta: evita di essere portatrice una sua propria idea di verità assoluta, unica, eterna e si accontenta di essere un metodo per far convergere i Cittadini su pochi obiettivi parziali, vicini nel tempo e nello spazio, condivisi dai più e che non provocano danni irreparabili a tutti gli altri. Più coerentemente con l’idea di democrazia, potremmo piuttosto adottare l’idea che (parafrasando): Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti. Il che implicitamente ricorda che votare significa decidere sulle cose, sulle proposte, e non serve esclusivamente ad eleggere persone che poi decideranno sulle cose, forse. Certamente i greci, i veneziani, votavano sulle cose e tutt’ora lo fanno gli svizzeri e altri popoli, ma non noi Cittadini italiani. Anche se l’assunto sarebbe che la libertà di scegliere il proprio futuro sta nella sovranità di ciascun Cittadino. Se così fosse, il Cittadino avrebbe responsabilità piena e individuale sul proprio voto.

Gli AP hanno piena responsabilità sul processo del voto. Loro sono stati delegati a progettarlo e a condurlo in modo da consentire a ciascuno di esprimersi, ma specialmente a che le decisioni maggioritarie non producano iniquità irrimediabili per gli altri Cittadini. Non essenso elettoralmente impegnati, è per noi inutile occuparci dell’opinabile contenuto del voto; intendiamo invece focalizzarci sull’efficienza dei processi di partecipazione che al momento sembrano produrre più danni che benefici.

Il metodo Hybrid (“da vicino”) e il metodo F35 (“da lontano”) – Gli esseri umani hanno sviluppato un sofisticato sistema visivo che elabora le immagini secondo le (inconsapevoli) priorità umane. Propone infatti un notevole ingrandimento e molti dettagli agli eventi vicini e un modesto ingrandimento e pochi dettagli agli eventi che, pur essendo incredibilmente grandi, sono lontani. Lo strumento Hybrid- da vicino è quindi pienamente coerente con il fatto che le persone soppesano per mesi tutti i fattori che influenzano l’acquisto di una nuova auto. Al contrario non dedicano proporzionale attenzione all’acquisto di un F35. È così che acquistare un F35 diventa una bazzecola sulla quale si può decidere fra amici al bar; il metodo F35 non sembra garantire i risultati migliori.

Se perdonate il gioco di parole, abbiamo messo a fuoco che gli esseri umani sono piuttosto bravi a prevedere gli effetti delle loro decisioni su problemi piccoli che si presentano in luoghi vicini. Il rischio di sbagliare (produrre effetti collaterali indesiderati) è minimo. Il rischio di sbagliare invece aumenta in funzione della distanza (e anche della dimensione reale del problema). Il lettore ha certo familiarità con l’espressione “decisione miope” la quale ironizza sul fatto che il metodo “da vicino” (miope) non funziona per i problemi “da lontano”.

Problemi-vicini-e-lontani-01

Riduzione dei rischi – Accettato il principio secondo il quale una buona decisione, qualsiasi ne sia il contenuto, deve minimizzare gli effetti collaterali indesiderati (danni per sé e per gli altri), si pone il problema di come ridurre i rischi di mancare il bersaglio. Ci sono almeno due intuitive leve per ridurre i rischi.

La prima, e più efficiente, è quella di frazionare il grande problema in problemi più piccoli. L’esempio sociologico-antropologico più evidente è la democrazia: funzionano decisamente meglio quelle evolutive, costruite un pezzo di cambiamento alla volta, rispetto a quelle di quelle costruite su un progetto omnicomprensivo e totalizzante (es. rivoluzione francese, rivoluzione russa et similia). Nell’immaginario umano resiste tuttavia il mito del grande progetto unico mirato al “grande obbiettivo”. Tenderemmo a convergere con l’idea del progetto unico, forse più efficiente, se condividessimo l’idea di un “grande obbiettivo” unico per tutti. La Storia in effetti racconta che i “grandi obbiettivi” non durano e che i grandi progetti sono fragili castelli di carte. L’idea di fare un passo alla volta (nell’area verde) è buona prassi da molti punti di vista.

La seconda leva è più organizzativa: avvicinare il decisore al problema. Non è per caso che gli umani tendono ad affidare la soluzione dei grandi problemi a chi è disposto a studiarli da vicino. Si chiama delega e funziona benissimo per i problemi lontani e complicati  per i cittadini impegnati nel loro proprio lavoro quotidiano; ma sono problemi vicini, e tutto sommato gestibili anche se grandi, per quelli che vi si dedicano quotidianamente. Si tratta di considerazioni di banale buon senso. Ma allora:

  • Perchè il singolo cittadino è ostacolato nel decidere sul destino del marciapiede davanti a casa sua (decisione facile)? Perché la decisione è resa inefficientemente difficile ponendo il punto di decisione lontano dal problema?
  • Perché d’istinto molti pensano che sia giusto chiedere ai cittadini di decidere su un F35? (decisione molto rischiosa)?
  • Perchè qualcuno ha chiesto agli amici del bar di decidere su Brexit?
  • Perché il super-stato franco-germanico sembra proprio volersi occupare dei piccoli problemi lontani (zucchine, vongole e banane) lasciando i problemi ad alto rischio del tutto trascurati?

A pensarci bene, anche noi ora la pensiamo come Madison a proposito della democrazia in salsa francese. Alla dem 3.0 servono meno “irrinunciabili rincipi e diritti” e alcune fattibili in concreto:

  • il massivo avvicinamento dei Cittadini ai processi di decisione sui problemi nei quali sono coinvolti “da vicino”.
  • una maggiore attenzione al divario fra cavalieri dello sviluppo e i “feriti” dal cambiamento. (Lincoln diceva che la democrazia non sta nel tirare giù chi è in alto, ma nel tirare su chi è rimasto indietro. A destra hanno dimenticato la seconda metà della frase, a sinistra hanno dimenticato la prima metà, gli AP hanno dimenticato tutt’e due le metà).

In conclusione: le grandi città sono sistemi più piccoli e più agili degli Stati. Non hanno il problema dei distinguo, dei confini e dei nazionalismi. Sono sistemi molto più omogenei fra di loro che con il resto dei “loro” stessi Stati. Sono inoltre sempre più connesse fra di loro rispondendo positivamente al richiamo dell’attrattività. Non stupisce che, al palese fallimento delle Amministrazioni Pubbliche (super)Nazionali, le Città si stiano proponendo di risolvere le sfide e i problemi che le riguardano, cercando di superare gli ostacoli, più immaginari che reali, posti dagli Stati. Le Città ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale e si stima garantiscano un PIL procapite medio da due a tre volte più grande del PIL procapite medio. Se non ce la fanno loro, gli Stati ci divideranno.

 

 

La sfida post-Brexit e post-Europa-degli-Stati: Milano sarà un nodo della rete di Città-Mondo?

All’ombra di una Brexit, che stenta a concretizzarsi nelle regole della EU, si stanno consumando i nostalgici del centralismo, eventualmente democratico. L’Europa degli Stati, proclamata ieri dalla Merkel, è un ulteriore passo indietro contro la democrazia e verso i retrogradi nazionalismi degli Stati. Con lo sguardo al passato, l’EU dei sessantottini sessantenni, stancamente si esaurisce impaurita e incapace di pensare e condurre cambiamenti rilevanti.

I vertici dei “Grandi Stati” europei si incontrano per concordare una linea di condotta sugli altri 24 Stati; discutono di argomenti più contro UK che pro-cittadini europei, quelli rimasti. Rimbalzano smentite e conferme di risentimenti, di rancori, di possibili vendette contro UK; seguono minacce di rigido rigore contro chi esce, di segnalazioni “guai a voi” per chi sta pensando di uscire. Si intravede l’architettura di nuove regole di controllo e comando per preservare il potere su un popoloso continente in rapida evoluzione.

Difficilmente verrà rimossa, sciolta, semplificata la metafisica dell’obsoleto partitismo alla spagnola, del partitismo fallimentare della Brexit, del traballante partitismo centralistico francese, del mediato partitismo della media della coalizione tedesca.

Il populismo guadagna terreno ovunque terrorizzando e immobilizzando i partiti tradizionali. I populismi sono a tutti gli effetti l’espressione di protesta contro una democrazia che ha smesso di evolvere e di produrre GDP pro capite (crescita). I Cittadini vogliono un ripensamento profondo della democrazia che tenga conto delle novità comparse sulla Terra negli ultimi cinquant’anni. I Cittadini vogliono che il GDPpc torni a crescere. Il populismo intercetta questo desiderio che non ha ancora forma concretamente propositiva e applicabile. Il populismo, come sempre, è la benna che prima di tutto mira a spazzare via i resistenti, quelli al comando che si arroccano sulle loro poltrone. Il potere, non ascolta; il potere disprezza coloro che presentano istanze di cambiamento, seppure ancora strampalate, ma pur sempre legittime; le richieste populiste, se ben distillate, mostrano la loro utile essenza. I populisti strumentalizzano il populismo per alimentare i propri opportunismi, che talvolta sono solo personale narcisismo; i populisti talvolta sono calcolatori e rimestatori amanti del potere, talvolta sono solo ingenui appassionati in buona fede. Gli uomini al comando, dannosamente per sé e per gli altri, reagiscono ignorando, spesso disprezzando, i segnali ed ottengono l’opposto effetto di infiammare l’ostilità verso gli amministratori pubblici, anche negli animi tradizionalmente pragmatici e stoici dei britannici. I populisti prima o poi spariscono e il populismo si trasforma in  qualcosa di sistemico ed applicabile. Non sempre, ma lo speriamo. Il passaggio per il populismo non è necessario; potrebbe essere evitato, o minimizzato, per esempio con un ricambio frequente delle persone al comando  e anche da un diverso metodo decisionale, un pò meno centralistico. Fenomeni che sono incrostazioni residue di imperi lontani, nei quali i ruoli durano durano troppo a lungo.

A questo punto è l’Europa (e non solo).

Da qui, Brexit-o-non-Brexit, è già iniziata la costruzione di una Europa nuova meno ideo-romantica, meno media delle medie degli Stati, meno intrappolata dall’eccesso di noiose regole tanto minuziose quanto controproducenti, con meno confini statali, con più ricambi generazionali.

Anne Hidalgo e Sadiq Khan, sindaci di Parigi e Londra, si sono incontrati per formare un asse in alternativa “al letargo degli Stati-nazione”. Stupisce che due cognomi, non francesi e non inglesi, lontani dai sessanta, pensino ad un grande futuro euro-globale invece che alla piccola cucina sotto casa? I due dichiarano: “se il XIX secolo è stato definito il secolo degli imperi e il XX degli Stati-nazione, il XXI è quello della Città-mondo”.

Condividiamo quest’idea di futuro.

Milano ha cominciato a lavorare per esserci?

Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

Liberare la PA

I Casi di due aziende, Phase e Buzzoole, di cui si è parlato recentemente, testimoniano che, salvo rare eccezioni di eccellenza e straordinario impegno civico, la Pubblica amministrazione italiana è ancora incagliata e rappresenta uno, se non il principale, ostacolo alla crescita dell’economia e allo sviluppo di una società sana.

Permane una situazione in cui vi sono ancora persone poco motivate o poco preparate e vi è una grande confusione normativa che si accompagna ad una definizione di obiettivi poco chiari.

Bellissimo è stato il recente editoriale di Sabino Cassese che ha spiegato con grande lucidità come uno dei problemi della macchina statale sia l’eccessiva invadenza del Legislatore e della Politica in questioni troppo tecniche e di dettaglio che finiscono per ingessare l’operatività della macchina amministrativa invece di dare degli strumenti concreti per agire. Su questo immobilismo qualcuno prospera, mentre il cittadino e le aziende attendono invano servizi efficaci, che gli facciano perdere meno tempo, a cui si aggiunge un’eccezionale pressione fiscale a loro carico.

I buoni casi di amministrazione sono proprio quelli in cui i gestori, commissari o dirigenti riescono, per varie ragioni (urgenza, specificità o situazioni contingenti) a liberarsi del controllo oppressivo delle norme e delle formalità applicando criteri di buon senso e non formalismi bizantini. Per contro i casi di corruzione, invece che puniti severamente e in modo rapido, vengono utilizzati per irrigidire ancora di più le norme senza poi avere degli strumenti chiari di controllo e di verifica dei risultati degli enti pubblici.

Proprio pochissimi giorni fa è stato pubblicato il testo definitivo del decreto di modifica del D.Lgs. 33/2013 di revisione delle disposizioni in materia di trasparenza, con cui si introduce anche quello che pomposamente abbiamo voluto definire il Freedom of Information Act, o FOIA, italiano.

Esso rappresenta un passo indietro sulla trasparenza a favore del cittadino perché nel D.Lgs. 22/2013 era esercitabile per i cittadini il diritto civico alla trasparenza, mentre ora esso è stato limato e ridimensionato, introducendo un’eccessiva burocrazia.

Appare altresì grave e negativo che gli obblighi di pubblicazione a cui devono sottostare le pubbliche amministrazioni, già in essere grazie all’implementazione della sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti web delle PA, saranno sostituiti da informazioni da pubblicare a link e/o banche dati che non sono state definite ne indicate. A tutto questo si aggiungono tipologie di accesso differenti (ben tre!) che complicheranno ulteriormente i diritti dei cittadini ad avere accesso ai dati.

Come dice quindi giustamente Cassese, la prima cosa da fare per avere una Pubblica amministrazione più efficiente è di liberarla dal controllo di regole troppo specifiche e puntuali.

Secondariamente il Legislatore e la Politica devono garantire alcune importanti condizioni per cui la macchina amministrativa possa funzionare.

La prima condizione è di avere una Leadership credibile. Ovvero qualcuno ai vertici che possa vantare risultati concreti, competenze e il rispetto della comunità professionale, semplici endorsement politici o l’aver superato esami formali non basta.

La seconda condizione è che la macchina amministrativa si basi sull’ascolto dei dipendenti pubblici, e questo non significa che bisogna barattare il silenzio connivente del personale con un rinnovo contrattuale o un piccolo aumento o la sicurezza del posto fisso. Significa che il personale deve essere ascoltato, coinvolto, motivato e responsabilizzato.

Il terzo punto è la Meritocrazia. Serve avere dei Meccanismi premiali veri, non premi a pioggia, e un’opportuna flessibilità organizzativa per spostare chi non è adatto ad una mansione e dare maggiore responsabilità a chi merita. Questo perché uno dei fenomeni tipici della Pa italiana è la grande variabilità dei risultati come dimostrano i test Invalsi, le performance dei Tribunali, della Scuola e della Sanità.

L’ultimo punto, forse il più importante, è l’utilizzo del Giudizio del cittadino come principale barometro del successo o insuccesso di un ente e di un’organizzazione. Non avendo un mercato o dei competitor gli enti pubblici devono mostrare in modo trasparente quali sono i propri obiettivi e se e come li hanno raggiunti ed avere dei sistemi di monitoraggio della soddisfazione del cittadino nell’utilizzo dei servizi. Se ci fossero questi strumenti emergerebbero differenze di risultato e sarebbe possibile premiare chi Merita in modo importante.

Aspettiamo quindi con speranza il Testo Unico del Pubblico Impiego in prossima uscita e auspichiamo che possa tenere in considerazione questi punti, per dare completamento, dopo due anni, ad una riforma che sia una vera opera di Liberazione nazionale della Pubblica Amministrazione.

Una riforma che metta al centro la soddisfazione del Cittadino e non del Legislatore.

Boggian e Tumietto di Forum Meritocrazia