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Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

La “giungla” delle 11 mila partecipate pubbliche nel rapporto Istat

Di Francesco Bruno

Rapporto ISTAT sulle partecipate

“10.964 unità”, è questa la cifra indicata nel report pubblicato dall’Istat lunedì 16 novembre sulle società che presentavano una forma di partecipazione pubblica in Italia nel 2013. Per fare un semplice e banale paragone con i partner dell’Eurozona, la Francia (che in quanto a intervento dello Stato nell’economia sa il fatto suo) ne conta circa un migliaio.

Il secondo dato che attira subito dopo l’attenzione nella lettura del report, è che le società attive sono state 7.767, quindi vi erano 3.197 imprese con partecipazione pubbliche inattive, che impiegavano il 2,7% degli addetti totali (tra queste anche un migliaio di imprese fuori dal Registro Asia Imprese da cui il report ha estratto i dati). Inevitabile chiedersi immediatamente perché si debba mantenere partecipazioni pubbliche in imprese inattive e sarebbe molto interessante scoprire se nel corso degli ultimi due anni siano avvenute le doverose dismissioni dalle stesse.

Terzo dato, nelle unità con partecipazioni pubbliche operavano quasi un milione di persone(927.559), un milione di tessere elettorali per quanto interessa alla politica. Agevole capire il perché è così arduo razionalizzare tali partecipazioni in maniera efficiente.

Ma il report dice anche altro.

Utili e perdite

Con riguardo alle società sottoposte a controllo pubblico, il bilancio di esercizio è stato in utile per i due terzi, mentre il 23% ha fatto registrare una perdita. Le migliori performance di bilancio si segnalano nei settori di fornitura dell’acqua, nella gestione dei rifiuti e nell’erogazione di gas ed energia elettrica, mentre le maggiori perdite si rilevano nel settore dei traporti.

Nel 2013, le società controllate hanno prodotto utili per circa due miliardi di euro e perdite maggiori al miliardo. Il saldo complessivo è quindi positivo. Ma restano diverse ombre dietro i dati.

Innanzitutto, le perdite sono molto pesanti. Un miliardo di euro che finisce inevitabilmente a gravare sulla fiscalità generale, perché gli enti pubblici sono costretti a destinare risorse al risanamento dei bilanci. Si badi bene che si tratta di società che nella quasi totalità dei casi opera in regime di monopolio e con l’apporto di erogazioni pubbliche. Sentendo parlare spessissimo di “fallimenti del mercato”, vien da chiedersi perché nel mercato privato le imprese in perdita finiscono inevitabilmente per fallire, mentre lo stesso destino non tocchi alle società controllate da enti pubblici. “Per garantire i servizi pubblici essenziali” si potrebbe facilmente obiettare. Ma una società che non è in grado di evitare perdite di esercizio nonostante erogazioni di fondi pubblici e regimi di monopolio, sarà in grado di offrire un buon servizio ai cittadini? Difficile da credere.

Secondariamente, anche sul versante delle società in utile non si può ritenere che sia tutto oro qualcosa che luccica. In primis è doveroso far notare nuovamente che si tratta di società che ricevono erogazioni pubbliche, che operano in regime quasi esclusivo di monopolio e in settore altamente remunerativi, come quelli della fornitura di energia e gas. Se fossero in perdita anche tali società…..

Inoltre, quando si valuta il costo delle partecipate per i cittadini, non si può non tener conto anche delle tariffe applicate da queste aziende che vediamo nelle nostre bollette. Sarebbe minore questo costo in caso di apertura al mercato e alla concorrenza? Difficile dare risposte secche, ma sicuramente se la liberalizzazione e la dismissione delle quote pubbliche venisse eseguita correttamente, è probabile che gli utenti ci guadagnerebbero.

L’opinione della Corte dei Conti

Nella relazione depositata il 22 luglio 2015 dalla Corte dei Conti – Sezione delle Autonomie inerente “Gli Organismi partecipati degli enti territoriali”, sono molte le summenzionate ombre evidenziate dalla magistratura contabile.

Per brevità, le più rilevanti:

  1. Nei bilanci 2013 delle società a totale controllo pubblico, la Corte individua importanti squilibri tra le Regioni in merito a utili (di seguito “U”) e perdite (di seguito “P). In particolare il riferimento è a Lazio (U 4,4, mln – P 31,9 mln), Umbria (U 6,4 mln – P 32,7 mln), Molise (U 292 mila – P 2,9 mln), Campania (U 4,6 mln – P 24,3 mln), Calabria (U 798 mila – P 7,4 mln).
  2. In Calabria, Basilicata, Campania e Sicilia il costo del lavoro incide pesantemente sul costo della produzione, anche in modo superiore al 50%. Il dato è probabilmente dovuto al fenomeno delle assunzioni inutilidecise dalla mala-politica che controlla dette società.
  3. La Corte evidenzia che nelle società a totale partecipazione pubblica il fattore tecnologico è meno prevalente di quello umano. Anche qui la produttività fa spazio a esigenze occupazionali e di consenso politico.
  4. Dalle analisi si ricavano perfino molti casi di eccedenze delle erogazioni pubbliche rispetto al valore della produzione. Inoltre l’ente pubblico affidatario spesso riconosce alla partecipata altri finanziamenti ordinari e straordinari, nonché contributi per ripianare le perdite. In tali situazioni il peso della partecipazione è eccessivamente gravoso per le finanze dell’ente pubblico.

Da questi dati emergono alcune criticità importanti inerenti le società a totale controllo pubblico, nelle quali è la politica a prendere tutte le decisioni. Ma anche le società dove il controllo pubblico non è totale o è minoritario destano forti preoccupazioni di sostenibilità finanziaria. I risultati possono indignarci, ma non devono sorprenderci. Il politico razionale pensa alla sua rielezione ed ha quindi un incentivo ad allargare il suo consenso, a danno delle casse pubbliche ovviamente.

Cosa si può fare

Tanto, tantissimo. Non servono genialate, Carlo Cottarelli – come tanti altri – ha già suggerito cosa si dovrebbe fare nelle sue memorie pre-licenziamento senza giusta causa.

Cosa si può fare concretamente? Assolutamente nulla se manca la volontà politica. Il Rottamatore avrebbe dovuto ridurle a mille, ma Palazzo Chigi favorisce l’oblio.

Affinché la riduzione delle partecipazioni pubbliche in società private avvenga, è necessario che questo risulti conveniente per la politica. Evidentemente al momento questo non avviene perché le misure di efficientamento della spesa pubblica non godono di un favore popolare che sia superiore o almeno pari al malumore generato dai tagli (ricordare il milione di addetti).

Probabilmente è errato anche il messaggio comunicativo trasmesso. I tagli indiscriminati generano tensioni e paure per un’eventuale diminuzione nel livello di alcuni servizi fondamentali che svolgono le partecipate. Si dovrebbe far capire che mentre esistono dei casi dove tali aziende vanno chiuse o dove è necessario che l’ente pubblico controllante ceda il controllo o il non controllante dismetta le sue quote, ve ne sono tanti altri dove non si deve necessariamente decurtare le erogazioni pubbliche: i soldi possono rimanere gli stessi, ma si può spenderli meglio.

Inoltre, a mo’ di esempio, se si fa capire che queste società hanno bisogno di investire in tecnologie innovative piuttosto che assumere scriteriatamente, forse sarà più facile incontrare il favore popolare.

Il messaggio potrebbe altresì far leva sui benevoli effetti della concorrenza per gli utenti, derivante da un’aperura al libero mercato della gestione di servizi notoriamente affidati ad aziende pubbliche: se si fa capire che la liberalizzazione degli affidamenti dei servizi può comportare unariduzione cospicua delle tariffe, il cittadino potrebbe essere maggiormente favorevole al cambiamento.

Ovviamente non è facile convincere il contribuente, il quale resta preoccupato, perché l’esperienza gli insegna che spesso in Italia specialmente la privatizzazione di aziende pubbliche o a controllo pubblico è coincisa con il passaggio da un monopolio pubblico a uno privato. La sfida diventa quindi quella della totale trasparenza delle gare e di una migliore regolamentazione sul conflitto d’interessi.

Trovare l’incentivo giusto che convinca la politica a farsi spazio nella giungla delle partecipate, tagliare molti rami e potandone altri, è una sfida senz’altro difficile, ma non impossibile, perché in fondo sarebbe sufficiente rendere l’intervento popolare e il politico razionale reagirebbe di conseguenza.

Se questo non avverrà, continueremo invece a narrare di perdite che aumentano, di numeri esorbitanti e ci consoleremo alla sera ascoltando i Guns N’Roses (https://www.youtube.com/watch?v=o1tj2zJ2Wvg).

Su Leoni Blog

Il coraggio di privatizzare

La più famosa vendita di gioielli della corona avvenne nel 1885 quando la Repubblica Francese, previa rinuncia di Enrico di Borbone, cedette quelli della monarchia transalpina. Dopo la Rivoluzione e Napoleone, per molti anni si era verificata un’alternanza tra repubblica, monarchia e dittatura militare (Napoleone III). Vendere le gemme reali, oltre ad un effetto benefico per le casse statali, ebbe un alto valore simbolico: la Francia aveva chiuso il suo plurisecolare rapporto con re e regine.
Ed in effetti, ogni qualvolta lo Stato vende i suoi gioielli dovrebbe prefiggersi un duplice scopo: risanare il bilancio pubblico, abbattendo il debito, e recidere i suoi legami con il sistema economico. Ciò significa, come puntualizza anche l’ex commissario alla spesa pubblica Cottarelli nel suo libro “Il Macigno”, che, esclusi i sempre più rari casi di “fallimento di mercato”, privatizzando il governo restituisce efficienza al sistema economico.

In primis, diminuendo la sua bulimia di capitali per finanziare il debito, lo Stato li rende disponibili ai privati che li impiegheranno in modo più redditizio. In questo momento storico i tassi sono bassi e, piene di sofferenze, le banche finanziano a fatica, ma non è una situazione che durerà per sempre. La situazione è aggravata dal fatto che le attività delle pubbliche amministrazioni a causa della cattiva gestione rendono pochissimo. Ricorda Cottarelli che, secondo gli ultimi dati disponibili, quando i tassi di interesse viaggiavano al 5-6%, i beni pubblici rendevano l’1%.

In secondo luogo, tagliando il cordone ombelicale con le imprese, lo Stato incentiva la liberalizzazione del mercato. Mentre in caso di privilegi od esclusive concesse a società in mano pubblica ci sarà sempre la scusa dell’interesse generale che rende ammissibile il monopolio, quando i proprietari sono privati la giustificazione non regge più. Non a caso porti, ferrovie, poste sono gli ambiti dove più tenaci resistono le protezioni legislative.

Se poi la società è già in competizione con i privati non c’è una ragione al mondo per mantenere la proprietà del governo: si rischia solo di favorire la concorrenza sleale (ad esempio, si presta denaro più volentieri a chi ha la garanzia dello Stato), la commistione con la politica e il regolatore nonché scelte determinate non da ragioni di efficienza ma elettorali.

Trasferire solo quote di minoranza, poi, ha un effetto positivo ed uno negativo. Il primo è che sopratutto in caso di quotazione in borsa si sottopone la società pubblica ad un po’ di disciplina del mercato azionario e se ne aumenta la trasparenza. Il negativo è che se l’impresa gode di privilegi normativi si raddoppiano coloro i quali sono interessati a mantenerli: lo Stato e gli azionisti privati di minoranza.

Purtroppo, se analizziamo il Def presentato in aprile non sembra esserci traccia di questa logica. Per cominciare, gli obbiettivi sono pochissimo ambiziosi: si intende procedere a privatizzazioni per 3 anni per circa 8 miliardi l’anno, lo 0,5% del Pil, un’inezia. Calcolare cosa si può immettere nel mercato non è semplice, ma le stime più recenti indicano da 300 a 450 miliardi, tra beni mobili e immobili, e solo perché non si ha abbastanza coraggio nello sdemanializzare enormi proprietà immobiliari. Inoltre, l’unica iniziativa concreta citata sembra essere l’alienazione di partecipazioni di minoranza di Enav e Ferrovie (pubblicizzazione di risparmio privato, la chiamerebbe qualcuno) e la presa non viene mollata su nient’altro. Se poi il piano di fusione Ferrovie-Anas proseguisse, ti saluto privatizzazione…

Fuori programma, qualche giorno fa, il ministro dell’Economia Padoan ha detto che si sta pensando a immettere sul mercato un’ulteriore tranche di Poste ma, per carità, senza perdere il controllo o spacchettare banca, assicurazioni e servizio postale (neanche treni e binari, se è per quello). Qualche parola viene spesa nel Def sugli immobili pubblici e grande vaghezza è riservata alle municipalizzate dove si insiste con “l’efficientamento” (anche nel programma di Andropov, presentato al Comitato Centrale del Pcus nel novembre 1982, si prospettava qualcosa di simile per l’industria sovietica) ma non sulla loro cessione. D’altronde, se si va in giro per l’Italia a sentire i programmi dei candidati sindaci delle grandi città, quelli che promettono di sbarazzarsi di un po’ di aziende locali sono pochi e timidissimi nel dirlo.

Liberalizzare e privatizzare: sono queste le due scelte che veramente denotano la volontà riformatrice di un governo. Ripararsi dietro concetti come la strategicità di un’impresa o l’esistenza di fallimenti di mercato serve solo a nascondere un ben più grande fallimento, almeno lui veramente strategico, quello dello Stato.

adenicola@ adamsmith. it
Twitter @aledenicola

Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

La grande bufala del taglio delle partecipate pubbliche

C’è una sottile e perfida resistenza dei vari ordini e gradi della Pa a ogni riduzione, anche modesta, degli enti inutili o ridondanti

La protesta di ferrotranvieri dell’Atac contro la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti romana (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Innanzi tutto c’è una notizia che in realtà è una non-notizia. La recente dichiarazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi con cui egli enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione «sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000» fu fatta il 18 aprile 2014. E anche questa non è una novità: siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui – ahinoi! – non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.a.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Quante sono le partecipate pubbliche? Per il Mef 7.726, per il Dipartimento pari opportunità oltre 10mila
Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal Mef (dato al 31/12/2012, ultimo disponibile). Secondo la stima – più recente – da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (Dpo) della Presidenza del Consiglio sono «oltre 10.000», quindi il 30% in più di quanto indicato dal Mef, uno “scarto” nella misurazione che dà bene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un Paese a vocazione certamente statalista e interventista in ambito economico) ne ha circa mille. Prendiamo come base di calcolo i dati del Dpo: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo Stato (nelle sue articolazioni: Stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1.300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante – torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.
Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro Paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, «a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato» (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).

Si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibileresistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.

Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole Regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono “per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.

Per le regioni a statuto speciale nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province – anche nella loro nuova veste – delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale. Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie e organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a.
Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita:

«Al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le amministrazioni pubbliche non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. È sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici … e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte , nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza».

C’è una sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a
La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore e avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale – molto parziale – esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà diaggirare il “patto di stabilità” che poteva (e ancora può…) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

La spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità”
In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.
Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.
Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, volontà che nel governo Renzi sembra assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta
Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica

Pubblicato su Linkiesta

“Aggiungi un posto all’Atac” e il costo di percorrenza di ogni km è il triplo di quello inglese

PER CHI non lo avesse ancora fatto, suggerisco di scaricare il divertente video prodotto da Sora Cesira intitolato “Aggiungi un posto all’Atac” in cui si dileggia l’infornata di assunzioni avvenuta nell’azienda di trasporti romana mentre era sindaco Gianni Alemanno. Il filmato da solo riesce a far capire più di molti studi qual è il dramma di molte (anche se non tutte) società partecipate dagli enti locali: clientelismo, inefficienza, sprechi e a volte malaffare. Il caso dell’Atac è eclatante e ormai arcinoto: debiti accumulati per 1 miliardo e mezzo, perdite tra il 2009 e il 2014 di 1 miliardo e cento milioni nonostante contributi pubblici di oltre 5 miliardi (questi ultimi incidono per il 70% dei ricavi). I dipendenti sono ben 11.800, ma, come ben evidenziato in vari studi degli economisti Giuricin ed Arrigo, con una bassissima produttività ed un costo del lavoro molto alto (ad esempio, secondo uno studio del 2014, superiore di 4 mila euro a quello dei dipendenti del trasporto pubblico parigino). Il costo di percorrenza di ogni km è di 7,3 euro, quasi il triplo di quello inglese, ove il trasporto pubblico locale (Tpl) è liberalizzato. Attenzione però, le linee che a Roma vengono affidate a società private a seguito di appalto pubblico costano 4,5 euro, il 40% in meno. E per il servizio svolto in subappalto, sempre a seguito di gara, il costo crolla a 2,63 euro, ben 2/3 in meno.
Questi dati, oltre a testimoniare l’incapacità delle varie giunte capitoline che si sono succedute negli anni a governare in modo decente l’Azienda (Venezia e Milano, per citare due casi di città “difficili”, sono messe molto meglio), dimostrano che la combinazione proprietà pubblica- monopolio è dannosa: strapotere dei sindacati, salari fuori mercato, lassismo (l’assenteismo è record), raccomandazioni e incapacità di programmazione.
D’altronde quando si inietta un po’ di concorrenza la situazione migliora sempre e il trasporto pubblico non fa eccezione: per esempio, da quando l’autotrasporto su gomma a lunga distanza è stato liberalizzato, in tutta Europa è esplosa l’offerta e le ferrovie, per anni indebitamente protette, hanno dovuto correre ai ripari migliorando prezzi e qualità dei loro servizi.
Tuttavia, se Roma piange, è tutto il settore Tpl che in Italia non ride. La recente indagine Mediobanca su un campione si-gnificativo di società pubbliche (presumibilmente le più efficienti, in quanto sono le 440 più grandi e con dati disponibili) mostra come, nonostante il trasporto locale abbia beneficiato dal 2006 al 2013 di trasferimenti come integrazione tariffaria e supporto ai salari per 22,2 miliardi di euro (sì, avete letto bene), sia riuscito a registrare perdite per 1,6 miliardi di euro. Il settore ambientale e il Tpl peraltro ricevono il 92% dei corrispettivi e contributi pubblici dell’intero comparto dei servizi pubblici locali. Nel 2012-3 su 9 miliardi di trasferimenti alle società esaminate da Mediobanca, 8,3 sono andati ai due settori menzionati. Ma la cifra totale, riportata dall’ex commissario alla spesa pubblica Cottarelli, si aggira in realtà sui 6-7 miliardi l’anno per il solo Tpl.
Orbene, è ovvio che l’intero comparto delle aziende di proprietà degli enti locali va riformato, ma tra queste chi ha bisogno più urgentemente di una drastica riforma è proprio il trasporto pubblico locale. Il primo provvedimento è quello di diminuire le contribuzioni pubbliche. Le lamentele degli amministratori locali sui tagli ai sussidi sono infatti spesso ingiustificate: uno studio del Politecnico di Torino ha evidenziato che nel 2013, a seguito di una sforbiciata dei trasferimenti dalla Regione, il Comune ha ridotto i servizi di trasporto del 10%. Nonostante ciò il numero di passeggeri trasportato è rimasto lo stesso, circa 200 milioni.
Si può dunque procedere a decurtazioni di linee il cui tasso di riempimento è troppo basso e sostituirlo con servizi ad hoc “a chiamata”: in media, difatti, il 70-80% dei passeggeri è trasportato da appena 30% delle corse, mentre le altre sono semi-vuote. L’evasione del biglietto è pure molto elevata: non è un caso che l’Atac abbia deciso come prima misura di risanamento di schiodare 500 dipendenti dalle scrivanie e mandarli a fare i controllori. Inoltre è necessario accorpare le innumerevoli imprese locali che non riescono a fare economie di scala e procedere a privatizzazioni su ampia scala, assegnando per bando pubblico il servizio. La privatizzazione è imprescindibile in quanto bisogna evitare che il Comune concorra alla gara, sia contemporaneamente l’ente aggiudicatore e poi l’arbitro sull’efficienza del servizio. Bisognerebbe poi applicare immediatamente il criterio dei costi standard per ridurre i trasferimenti alle aziende la cui inefficienza è cosi scandalosa da essere incredibile: si pensi che la municipalizzata di Napoli copre i costi operativi con i propri ricavi non sussidiati solo per il 9,4%!
La riforma della Pubblica amministrazine contiene alcuni utili princìpi (incentivi alla privatizzazione, messa in liquidazione delle società con più anni di perdite, parziale liberalizzazione dell’attività, trasparenza). Tuttavia, essa è contraddistinta da una certa vaghezza entro la quale la portata liberalizzatrice dei decreti attuativi potrebbe essere annacquata e quindi è opportuno che il governo dica subito con chiarezza quali saranno le direttrici che intende seguire per far sì che questo non avvenga. Di posti a tavola se ne sono aggiunti fin troppi: adesso è il momento di sparecchiare.
adenicola@adamsmith.it Twitter @aledenicola
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Il MIPA: una gran bella holding.

Il MIPA (Ministero delle Politiche Agricole), il ministero che governa l’agricoltura italiana, attraverso un numero (imprecisato) di enti, società ed agenzie è anche azionista di molte imprese agricole, gestore dei fondi agricoli europei e molto altro. Nomi come ISA, AGEA, SIN, SIAN, INEA, ISMEA, AGECONSULT, CRA suonano come scioglilingua, forse per mettere in imbarazzo, e ci riescono.

Una breve sintesi di 2 enti significativi: AGEA ed ISA.

L’ AGEA, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, è demandata a gestire 27 miliardi di euro di aiuti PAC (il Piano Agricolo Comunitario della UE) per gli anni 2014-2020, cioè 4 miliardi di euro annui, ma nel frattempo è stata commissariata, dopo che è stata (tardivamente) rilevata una maxi-truffa (dossier falsificati per trattenere fondi),  denunciata (inutilmente) da anni sia dalle organizzazioni agricole che dalla Corte de Conti (“ conti truccati”,  verrebbe da commentare).

L’ ISA, Istituto per Sviluppo Agroalimentare, è una società partecipata al 100% dal Ministero delle Politiche Agricole (MIPA), che interviene nel capitale di società del settore italiane: sinora, ha sviluppato 138 progetti, con oltre 500 milioni di investimenti, generando 91,6 milioni di dividendi per il MIPA nel periodo 2012-2014; fra gli investimenti effettuati, si annoverano interventi sul capitale e/o sul debito in Bisol (spumanti e vini, partecipata del gruppo Lunelli/Ferrari), Granarolo, Conserve Italia, Gruppo Italiano Vini, Ferrarini, Orogel, Italcarni, Spreafico, Amadori, Rigoni, Mataluni; l’ultimo annunciato ad inizio luglio 2015 nella Carnj Coop del gruppo Fileni (avicola) con un aumento di capitale di 10 milioni di euro; ben 38 progetti finalizzati, dal 2006. Ortofrutta, zootecnia, vino insieme fanno l’80% degli interventi fatti, per il 35% in Emilia Romagna e per il 21,8% in Veneto. ISA debutta nella distribuzione e logistica dei prodotti agricoli e della pesca, rafforzando l’impegno del MIPA nel settore distributivo-logistico.

ISA è, a tutti gli effetti, la “investment company” pubblica dell’agricoltura italiana. Un piccolo “fondo sovrano” che investe solo nell’agricoltura nazionale, che si muove “sotto traccia” rispetto ai più noti Fondo di Investimento Italiano (FII) e Fondo Strategico Italiano (FSI, oggetto di un precedente #IlGraffio), ma sempre sotto la occhiuta guida della mano pubblica, chiamiamola MEF e CDP, o MIPA.

Va bene, anzi benissimo, sostenere l’agricoltura nazionale; ma con quale logica? Sulla base di quale disegno industriale e di filiera? E le imprese concorrenti delle “138 best-in-class” non avranno nulla da ridire? O vorranno partecipare al banchetto? Ed i cittadini, che ne sanno e che ne pensano?

Nell’epoca del (primo) Ventennio, vigeva l’aurea regola “mangia, e taci”.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog 

La Corte ha deciso: Mettere a dieta il Leviatano

“Si scontrano due posizioni: La prima è quella di chi sostiene che le imprese pubbliche possono fare qualunque cosa purché non abbiano perdite e non siano sovvenzionate. La seconda è che le imprese pubbliche devono operare solo quando esistono forti motivi per pensare che imprese private non possano fare la stessa cosa.

Ci deve essere, in altre parole, un ‘fallimento del mercato”. Così scrive nel suo ultimo libro, parlando delle società con capitale pubblico, Carlo Cottarelli, ex commissario del governo alla spesa pubblica, ora felicemente ritornato al Fondo Monetario Internazionale. L’economista precisa che i confini del fallimento di mercato sono mobili: una volta si pensava che i privati non fossero in grado di garantire l’approvvigionamento del latte o la presenza di farmacie, oggi non è più così. E Cottarelli è fin troppo generoso, poiché nel corso degli anni si è scoperto che televisione, telecomunicazioni, trasporti, poste, energia, gas e persino la zecca di stato erano settori che potevano benissimo essere gestiti in concorrenza da operatori privati; che alcuni “monopoli naturali” non erano tali e che i presunti fallimenti del mercato molto più spesso erano causati del governo il quale, come minimo, aveva instaurato un cattivo sistema di regolamentazione. Insomma, benché in Italia larghi settori dell’economia siano ancora in mano pubblica e, grazie alla certosina opera di Cassa Depositi e Prestiti, il perimetro tenda addirittura ad allargarsi, in generale le giustificazioni teoriche e morali della proprietà statale delle imprese sono collassate e la classe politica si affida alla voce stonata di chi difende “strategicità” e “italianità” di certe aziende.

Questa consapevolezza non si è però diffusa fino al punto tale da dar vita ad un ripensamento più profondo di quale sia il ruolo dello Stato all’interno della società e dell’economia. In Italia non si verifica nulla di simile all’approccio adottato dal governo conservatore britannico il quale, avendo già ridotto la spesa pubblica al 40,8% del PIL (nel Belpaese è superiore al 50%), conta di portarla al 35 % nel prossimo quinquennio, vicina a livelli “americani”. Lo stesso Cottarelli ha sempre avanzato delle proposte molto più tese ad eliminare gli sprechi (cosa buona e giusta, per carità) che a limitare le funzioni attualmente svolte dalla mano pubblica.
A sorpresa, a porre il problema ci ha pensato la Corte dei Conti, la nostra magistratura contabile. Nella sua prolusione di presentazione del rendiconto generale dello Stato per il 2014, la relatrice Laterza ha ricordato prima di tutto alcune amare verità.
Infatti, nonostante il gran parlare di “tagli selvaggi” che si è fatto in questi anni, la realtà ci dice che negli ultimi anni la spesa pubblica si è appunto mantenuta al di sopra del 50% del PIL e il governo ha spremuto di tasse i contribuenti. Inoltre, nel quadriennio 2009-2014 il minore indebitamento (-34 miliardi) è risultato derivare da un aumento di entrate di 55 miliardi compensato da un incremento di 16 miliardi di spesa primaria e di 6 miliardi per gli interessi sul debito. E laddove sono crollati gli investimenti, sono schizzate le spese per le pensioni.
Insomma, i tradizionali strumenti di contenimento del deficit sembrano non funzionare e, in assenza di privatizzazioni, lo stock del debito pubblico continua ad aumentare. Ecco perché la Corte dei Conti ha osato pronunciare l’impronunciabile: “Il necessario contributo (alla crescita economica) ancora atteso dalla riduzione della spesa pubblica… non può eludere la scelta di fondo di porre limiti alla prestazione di alcuni servizi pubblici in una condizione di permanente squilibrio tra costi e ricavi”. Chiaro no? Lo Stato deve fare meno e, per non lasciare dubbi, i magistrati contabili, dopo aver ribadito le necessità di diminuire le tasse (“restituire capacità di spesa a famiglie e imprese”), sferrano il colpo finale “Un duraturo controllo della spesa pubblica può ormai difficilmente prescindere dalla questione del perimetro dell’intervento pubblico” il che comporta “riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici” sulla base di “una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo”.
A memoria, nessun partito presente in Parlamento negli ultimi 40 anni (da quando cioè è esplosa la spesa) né alcuna istituzione ha pronunciato parole così chiare. Gli interessi costituiti e il calcolo elettorale sono freni quasi insuperabili ad un taglio graduale delle uscite e sempre più viene da sospettare che si debba ridurre il campo di gioco per liberare risorse da investire produttivamente: riformare completamente il sistema previdenziale, con una minima pensione garantita dallo Stato ed il resto affidato a fondi, certamente regolamentati e vigilati, che possano reinvestire nell’economia; pagare solo ai veramente meno abbienti le prestazioni sanitarie, lasciando spazio alle assicurazioni e alle mutue sanitarie, più adatte a controllare i costi; sbarazzarsi dell’equazione servizio pubblico = proprietà pubblica. Si tratta sicuramente di un “vaste programme” avrebbe ironicamente celiato De Gaulle. Tuttavia, le cure fatte di imposte e piccole sforbiciate finora non hanno funzionato e il nostro paese, che ha una classe imprenditoriale imbattibile nell’innovare e adattarsi, ristagna e va peggio di tutti gli altri. La Corte dei Conti ha reso un grande servizio, se lo si saprà cogliere: pensare l’impensabile è la maniera migliore per progredire.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola
Pubblicato su Repubblica

Anche in Italia c’è un fondo sovrano.

Forse poca cosa rispetto al fondo sovrano della Norvegia — che ha attività finanziarie di 860 miliardi di dollari ed un portafoglio di 500 miliardi di dollari investito in Europa ed è il più importante investitore del Vecchio Continente – il Fondo Strategico Italiano (FSI) è anch’esso un fondo sovrano, con un capitale sottoscritto di 4,5 miliardi di euro, per il 77,702% da CDP, il 2,298% da Fintecna (a sua volta, posseduta al 72,5% da CDP), al 20% da Banca d’Italia.

Ad oggi, gli investimenti in essere sono 1,4 miliardi di euro e la liquidità disponibile è 3,6 miliardi.

FSI (e suo tramite, la partecipata al 77,1% FSI Investimenti) investe, con quote di minoranza, in “imprese di rilevante interesse nazionale”, che si trovino in uno “stabile equilibrio economico, finanziario e patrimoniale”, e che abbiano “adeguate prospettive di redditività e significative prospettive di sviluppo”: insomma, i “campioni nazionali”.
I 14 settori ritenuti meritevoli di interesse, e quindi di investimento, sono quelli della difesa, della sicurezza, delle infrastrutture, dei trasporti, delle comunicazioni, dell’ energia, delle assicurazioni e dell’ intermediazione finanziaria, della ricerca e dell’ innovazione ad alto contenuto tecnologico, e dei pubblici servizi, turistico-alberghiero, dell’ agroalimentare e della distribuzione, della gestione dei beni culturali e artistici.

Banca d’Italia è divenuta azionista di FSI quando dovette cedere il 4,48% di Generali poiché divenuta organo di vigilanza sul settore assicurativo (assorbendo le precedenti competenze dell’ISVAP), partecipazione che è stata conferita in FSI al valore di 883,4 milioni di euro (partecipazione nel frattempo ridottasi al 2,569% al 31.12.2014).

FSI ha infine costituito FSI Investimenti, in cui sono oggi concentrate le partecipazioni, aprendone il capitale al fondo sovrano Kuwait Investment Authority (KIA) che oggi detiene il 22,9% di FSI Investimenti (FSII); ed inoltre ha costituito QI Made in Italy, al 50% con il fondo sovrano Qatar Holding, che è entrata in Inalca (gruppo Cremonini, attivo nel settore della macellazione della carne) con il 28,4%.

Gli interventi di FSI hanno seguito alcune linee-guida, che comprendono lo “stabilizzare l’azionariato per consentire la continuità azionaria dell’imprenditore fondatore e proseguire la crescita” come la “crescita organica tramite acquisizioni”, “dotare l’azienda di nuove risorse per finanziare il proprio piano di sviluppo”, “favorire la creazione di un polo del turismo italiano” (seppure perseguito tramite un investimento con un operatore non italiano, come il gruppo Rocco Forte Hotels).

Linee-guida che possiamo trovare realizzate con gli investimenti (talora fatti con aumenti di capitale e prestiti obbligazionari, quindi immettendo risorse fresche in azienda; talora con mere operazioni di acquisto di azioni detenute da terzi o dagli stessi imprenditori, quindi mere operazioni di “portage” o di “riassetto azionario”) nel 25,1% di Kedrion (plasma derivati) per 150 milioni di euro (aumento capitale e prestito); nel 46,2% di Metroweb (infrastrutture telefoniche e fibra ottica; peraltro il restante 53,8% è posseduto direttamente da CDP, risultando in un controllo totalitario) per 200 milioni (aumento capitale); nell’84,55% di Ansaldo Energia (energia), con una operazione di acquisto delle partecipazioni detenute da First Reserve (45%) e Finmeccanica (39,55%) per 657 milioni, in una (tipica) operazione di “riassetto azionario” a vantaggio dei soci venditori (con l’impegno di FSI-FSII a rilevare il rimanente 15% in mano a Finmeccanica valutato 147 milioni); nel 49,5% (in caso di conversione del POC in azioni) di Valvitalia (valvole per Oil&Gas) per 151,2 milioni (di cui 150,2 milioni come POC in azioni); nel 42,255% di Sia (sistemi elettronici per banche e finanziari) per 281 milioni ( di cui 77 milioni come prestito); nel 16,852% di Trevi (macchinari per l’esplorazione petrolifera), in parte come FSI ed in parte come FSII, per 100,6 milioni; nel 28,4% (tramite QI Made in Italy) di Inalca (macellazione e lavorazione di carne bovina) per 165 milioni (di cui 50 milioni con l’acquisto di azioni dall’azionista Cremonini); nel 23% (in parte come FSI ed in parte come FSII) di Rocco Forte Holding (settore turistico, società inglese) per 80 milioni.
A differenza dei fondi sovrani dei paesi produttori di petrolio (come Norvegia, Qatar, Kuwait, Oman) che hanno accumulato negli anni i rilevanti incassi derivanti dalla vendita di petrolio e quindi hanno un “tesoro” da investire come ulteriore “rendita finanziaria”, CDP (e quindi FSI) non ha una tale “ricchezza accumulata”, ma utilizza prevalentemente le risorse finanziarie derivanti dai depositi postali che non possono essere quindi considerate “tesoro” ma più correttamente “prestiti fatti dai depositanti”.
Motivo forse sufficiente per esaminare, e valutare, con particolare attenzione il “risk reward ratio” degli investimenti effettuati.

In Francia (con la BPI, Banca Pubblica di Investimento, dotata di un capitale iniziale di 40 miliardi, che investe nei 9 settori definiti strategici: energia, reti, telecomunicazioni, finanza, difesa, tecnologia, trasporti, gestione dell’acqua e sanità) ed in Germania (con la KFW, nata nel 1948, ed oggi dotata di un patrimonio di 500 miliardi) i rispettivi governi investono nei rispettivi “campioni nazionali” in settori definiti strategici, cosicché le imprese francesi e tedesche hanno una “spalla” finanziaria pubblica al loro fianco per crescere, investire, produrre reddito ed occupazione.

Ma quali sono i pro ed i contro di un fondo strategico e sovrano come FSI?

I pro

Similmente a quanto fatto in Francia e Germania, un fondo strategico è utile per sostenere imprese nazionali con buone, preferibilmente forti, competenze industriali, con adeguati progetti di investimento sia nazionali che internazionali, così da essere e migliorare la propria posizione competitiva.
Un “sostegno” di tale natura va inquadrato in settori e mercati ove la competizione, e quindi il libero mercato, è tale da richiedere piani di sviluppo di crescita e miglioramento continuo.
E’ essenziale che il “braccio pubblico” (come nel caso di CDP/FSI e dei tedesco KFW e francese BPI) abbia ben definito quali sono i settori “strategici”, quali i “campioni”, come intervenire a loro sostegno.

I contro

Interventi “strategici” possono coprire soluzioni “di sistema” a protezione di particolari situazioni non diversamente ed utilmente affrontabili con strumenti di mercato; questi sembrano i casi di Ansaldo Energia, Generali, che appaiono come operazioni “dettate dalla ragion politica” e non da quella industriale. In un caso (Rocco Forte) le ragioni “strategiche” dell’investimento sembrano assai deboli.
La “scelta” di quali “campioni” sostenere è probabilmente opinabile, dal punto di vista dei “non prescelti”: ragione per la quale una adeguata “due diligence” su potenzialità, redditività presente ed attesa, scenari industriali e tecnologici futuri è di assoluta priorità ed importanza, come la “scelta” di quali sono i settori su cui investire; e 14 ci sembrano tanti.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog

 

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

«Uno dei più grandi dibattiti del nostro tempo riguarda quanto del vostro denaro debba essere speso dallo Stato e quanto ne dobbiate conservare e spendere per la vostra famiglia.

Non dimentichiamoci mai questa verità fondamentale: lo Stato non ha altre fonti di denaro se non il denaro che la gente guadagna per proprio conto.

Se lo Stato intende spendere di più, lo può fare soltanto prendendo in prestito i vostri risparmi o tassandovi di più. E non è un buon modo di pensare ritenere che sarà qualcun altro a pagare, quel qualcun altro siete voi.

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

La prosperità non giungerà attraverso l’invenzione di sempre nuovi programmi di spesa pubblica, non diventerete più ricchi ordinando alla banca un nuovo libretto d’assegni.

Nessuna nazione è mai diventata più ricca tassando i suoi cittadini oltre la loro possibilità di pagare.

Noi abbiamo il dovere di assicurarci che ogni singolo penny che raccogliamo con le tasse sia speso saggiamente e bene».

 

Parole pronunciate il 14.10.1983 da un primo ministro (non italiano).