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I Segreti della COVIP

L’ente di controllo COVIP ha effettuato il “monitoraggio” sugli investimenti delle casse previdenziali dei professionisti, per il terzo anno, ma i risultati non sono disponibili, come non lo sono stati per il passato, per i professionisti: 20 casse di previdenza che gestiscono patrimoni vicini ai 60 miliardi per 1.400.000 professionisti. Dal 2012 i rapporti (con analisi, confronti, dettagli rilevanti) della COVIP non sono resi pubblici dalle singole casse previdenziali e dal ministero competente (MinLavoro); non è chiaro quali ragioni impediscano la diffusione di dati essenziali per comprendere come sono gestiti “soldi” dei singoli contribuenti e risparmiatori che serviranno alla loro pensione futura.

Corrado Griffa, pubblicato su “Una tazzina di caffè…” su www.smartweek.it giovedì 4 giugno 2015

Sconti fiscali per i fondi pensione

Dal Blog di Sodo Caustico del 16 Maggio 2015. Per la fonte clicca qui

 

Emanato il decreto MEF che prevede uno sconto fiscale per i fondi pensione e le Casse previdenziali che investano in progetti a medio-lungo termine nell’economia reale; attuando la misura prevista nella legge di Stabilità 2015, il beneficio fiscale si concreta nella riduzione dell’aliquota pagata sul rendimento annuo delle gestione dei fondi pensione (dal 20% all’11%) e delle Casse (dal 26% al 20%), attraverso il meccanismo del versamento ad aliquota “piena” e la successiva richiesta di rimborso attraverso il credito di imposta, attingendo ad un “fondo plafond” di 80 milioni di euro annui (con ulteriori tecnicismi in caso di eccedenza delle richieste di rimborso).

Per almeno 5 anni fondi e Casse dovranno detenere azioni, obbligazioni, OICR che investono in “infrastrutture turistiche, culturali, ambientali, idriche, stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sanitarie, immobiliari pubbliche non residenziali, delle telecomunicazioni, comprese quelle digitali, e della produzione e trasporto di energia”.

Gli ultimi dati disponibili indicano un patrimonio detenuto dalle forme di previdenza complementare di 63.960 milioni di euro, oggi per il 4,6% investito in azioni, per il 18,8% in titoli di stato, per il 33,4% in OICR.

Sodo Caustico

La spesa pubblica italiana: fra storia, realtà e mito (della Spending Review)

“”Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse””, Maffeo Pantaleoni (Frascati, 1857 – Milano,1924)

Così diceva l’economista, politologo e senatore del Regno d’Italia. Perché citare un uomo morto quasi un secolo fa, vi chiederete? Perché le sue parole sono incredibilmente attualissime se le coniughiamo alla cronaca politica.
La Cgia di Mestre ha calcolato che ammontano a 1,5 miliardi di euro i tagli ai comuni in conseguenza della spending review. I più penalizzati da questa operazione saranno quelli di Cosenza, Napoli, Siena e Firenze.
È questo il modo giusto per tagliare una spesa pubblica fuori controllo come quella italiana? Per rispondere a questa domanda, occorre prima capire come è composta e come è cambiata nel tempo.

L’evoluzione della spesa pubblica italiana

La definizione di spesa pubblica include spese correnti, interessi e investimenti: nel 2014 è stata di 817,5 miliardi di euro, pari al 51,1% del PIL. Nel 1954 era il 25%, poi è via via cresciuta negli anni: ha superato il 30% nel 1996, il 40% nel 1981, ha sfondato quota 50% nel 1990, è ridiscesa sotto il 50% nel 1997, per poi tornare saldamente sopra il 50% dal 2012.
Prima osservazione: dal 1954, in nessun anno le entrate (imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali, altri ricavi) sono state superiori alle spese, questo ha determinato una serie ininterrotta di “deficit” (con una differenza massima fra spese ed entrate di 11,6 punti di PIL nel 1988).
Le entrate fiscali erano 23,1% del PIL nel 1954, hanno superato il 40% nel 1990, sono il 48,1% del PIL nel 2014. Se “sommiamo” tutti i deficit dal 1954 al 2014, arriviamo a un valore che è 3,15 volte il PIL italiano del 2014.
Spesa pubblica: un confronto europeo
La spesa pubblica italiana è assai elevata in assoluto e in percentuale del PIL, ma quando la si raffronta a livello europeo troviamo delle inaspettate sorprese.
Come dicevamo in Italia la spesa pubblica totale (tutte le spese correnti inclusi stipendi, investimenti, pensioni, sussidi, interessi) è pari al 51,1% del PIL. In Francia tocca il 57,3%, in Svezia il 54,6%, in Belgio il 54,1% (la Germania fa meglio: 44,1%). Se si analizza la spesa pubblica primaria (che esclude pensioni e interessi, conseguenze dei governi del passato), la percentuale sul PIL della spesa italiana è il 28,8%: la Svezia è al 41,9%, la Francia al 39,1%, la Germania al 30,1%.
Una seconda osservazione è quindi che in Italia il costo per interessi e per pensioni è più elevato che in altri paesi europei, poiché “vale” il 20% di PIL, mentre in Germania il 14% e in Svezia il 12,7%.

 

La composizione della spesa pubblica italiana

Dalla sua analisi si traggono utili osservazioni. Al governo e alla politica l’arduo compito di utilizzarle in modo corretto (purtroppo la storia degli ultimi 60 anni depone in senso contrario).
Gli 817,5 miliardi di spesa pubblica del 2014, per livello di governo, sono così composti (fonte: Istat):
• 323,7 miliardi (il 39,6%) per la previdenza (pensioni);
• 264,9 miliardi (il 32,4%) per costi delle amministrazioni centrali (ministeri, giustizia, difesa…);
• 111,2 miliardi (il 13,6%) per la sanità;
• 66,2 miliardi (l’8,2%) per i comuni;
• 41,7 miliardi (il 5,1%) per le regioni (esclusa la sanità, sopra indicata);
• 9,8 miliardi (l’1,2%) per le province (recentemente oggetto di una norma di abolizione da parte del Governo Renzi).
Nella spesa pubblica sono inclusi gli investimenti, che per il 2014 sono stati 31,1 miliardi di euro (il 3,8% del totale della spesa pubblica), per la maggior parte effettuati dagli enti locali (572,2 miliardi, il 70%) e poi a quelli centrali (201,9 miliardi, il 25,8%). Gli investimenti per la difesa sono stati 8,9 miliardi. Dove tagliare?

 

Quale spending review per l’Italia?

Una spending review ben fatta dovrebbe concentrarsi su tutte le voci di spesa, per quanto difficile possa essere incidere su voci come le pensioni, che assorbono 40 euro per ogni 100 spesi dallo stato.
I mezzi e gli strumento dovrebbero essere indicati dalla politica e non solo dalla tecnica. L’azione del governo si è sinora concentrata su una voce “facile” come quella delle province, forse perché toccava solo l’1,2% del totale della spesa, ma aveva un suo peso mediatico, dando l’idea che “si faceva sul serio”.
Tuttavia per uno Stato che negli ultimi 60 anni ha speso sempre più di quanto ha incassato ci vuole ben altro, anche se forse un deficit del 3% (differenza fra il 51,1% di spesa sul PIL e il 48,1% di entrate fiscali sul PIL) non è che “una goccia in un mare” di risorse sottratte ai cittadini in 60 anni.

Non tornano anche a voi in mente le dotte parole di Pantaleoni?

 

Tutto sulla previdenza complementare

Dopo aver delineato come funziona il sistema pensionistico pubblico e come sono i conti dell’INPS, descriviamo ora il sistema pensionistico privato e le forme di previdenza complementare.

I diversi tipi di sistema pensionistico privato

Considerato che la pensione pubblica non assicura, né assicurerà in futuro, un adeguato tenore di vita, i lavoratori possono (o meglio: devono) scegliere di destinare una parte del proprio risparmio alla costruzione di una rendita aggiuntiva, versando volontariamente dei contributi alle forme pensionistiche complementari.

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La verità sui conti e sulla gestione dei contributi dell’Inps

6,7 miliardi di euro.

A tanto ammonta il deficit dell’INPS, stando al bilancio preventivo 2015 che deve essere esaminato dal CIV (il Comitato di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS). Come mai? E come gestisce l’INPS tutti i contributi versati dai lavoratori?

Come l’INPS gestisce i contributi versati?

La Legge 335 del 1995 ha previsto che la pensione sia calcolata esclusivamente con il sistema di calcolo contributivo per i lavoratori privi di anzianità contributiva al 1° gennaio 1996 e per i lavoratori che esercitano la facoltà di opzione al sistema di calcolo contributivo. Ma ne siamo proprio sicuri?

A pagina 111 del Rapporto Annuale INPS troviamo la risposta: “Sul piano delle modalità di finanziamento, il modello pensionistico obbligatorio nel nostro paese si configura come un sistema a ripartizione, in cui l’onere pensionistico è ripartito sui lavoratori correnti: i contributi dei lavoratori attivi vengono immediatamente utilizzati per pagare le pensioni ai lavoratori in quiescenza. In quanto tale, il metodo a ripartizione subisce le oscillazioni del dato occupazionale, del livello retributivo degli assicurati e dell’andamento demografico”.

Le somme dei contributi sono quindi immediatamente utilizzate per pagare le pensioni ai pensionati: non c’è nessuna politica di gestione finanziaria, nessuna allocazione dei contributi a un “conto individuale”.

Inutile pensare a stime attuariali, stime finanziarie sui rendimenti delle attività finanziarie (che stanno in cassa per pochi giorni, giusto per arrivare a fine mese e pagare le pensioni…), profili di rischio e di investimento sulla base dell’età del lavoratore in servizio e della personale propensione al rischio, modelli di investimento a lungo termine e quanto faccia parte della normale dotazione di strumenti del gestore di patrimoni. L’INPS non ha né competenze né ruoli e funzioni di gestione finanziaria; siamo al “tanto entra, tanto esce”.

Ma ancora più allarmante è quello che riguarda le pensioni dei dipendenti pubblici.

Gli accantonamenti pensionistici per i dipendenti pubblici

Fino al 31 dicembre 1995 i trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato (CTS) e degli enti locali (CPDEL) erano a carico dello Stato, non esistendo una cassa previdenziale.

Dal 1° gennaio 1996 si è istituita presso l’INPDAP la gestione separata del trattamento pensionistico dei dipendenti dello Stato (Cassa Trattamenti Pensioni Statali, CTPS), prevedendo che la Pubblica Amministrazione versasse l’intera contribuzione all’INPDAP.

Non era previsto alcun trasferimento del capitale contributivo virtualmente accantonato negli esercizi precedenti nel bilancio statale. Si stabilì un apporto dello Stato a favore della gestione relativa, finalizzato a garantire il pagamento dei trattamenti pensionistici statali ponendo a carico dello Stato i trattamenti relativi, sino al 2007.

Dal 2008 (Legge Finanziaria 2008) è stato eliminato tale apporto finanziario alla CTPS, causando un disavanzo finanziario in costante crescita: 5.627 milioni nel 2009, 6.221 milioni nel 2010, 8.456 nel 2011.

L’INPDAP è stato abolito il 31 dicembre 2011, con trasferimento degli obblighi all’INPS. Il debito cumulato dall’INPDAP per le anticipazioni erogate era di 25 miliardi a fine 2011.

Con la Legge di Stabilità 2012 sono stati ripristinati meccanismi di finanziamento statale a sostegno delle gestioni ex-INPDAP ed è stata costituita presso l’INPS la gestione degli interventi assistenziali e di sostegno della gestione previdenziali (GIAS), con oneri a carico dello Stato.

In sintesi: non ci sono stati accantonamenti pensionistici per i dipendenti pubblici sino a tutto il 1995. La PA è stata inadempiente per decenni; lo squilibrio conseguente è stato coperto, ed è ancora coperto, dalla fiscalità generale: le tasse sui redditi che i cittadini pagano allo stato sono in parte utilizzati per pagare le pensioni di dipendenti statali, pensioni che non sono state coperte da accantonamenti, sia a carico dei dipendenti che del datore di lavoro “Stato”; situazione destinata a proseguire negli anni futuri. Esaminiamo ora l’entità del “trasferimento dalla tasca dei cittadini alle tasche dei pensionati pubblici”: il disavanzo INPS.

I conti dell’INPS

Esaminando il bilancio dell’INPS del 2013 scopriamo che nel 2013 il 52,9% è costituito dai contributi previdenziali; di questi, il 73% sono contributi dei dipendenti privati.

Inoltre, il saldo fra entrate contributive (i contributi versati dai dipendenti privati e dai dipendenti di lavoro privati, dai dipendenti pubblici) e uscite (pensioni pagate) è costantemente negativo. Lo vediamo in tabella (dati espressi in milioni di euro).

2012 2013
Entrate contributive 208.076 209.995
Pensioni 261.487 266.887
Deficit -53.411 -56.892

Sia le gestioni dei dipendenti privati che le gestioni dei dipendenti pubblici sono in deficit strutturale, rispettivamente per 48.079 e 9.027 milioni di euro.

Pensioni 266.887
Gestione privata 201.410
Gestione dipend. pubblici 64.531
Gestione ex-ENPALS 946
Entrate contributive 209.995
Gestione privata 153.331
Gestione dipend. pubblici 55.504
Gestione ex-ENPALS 1.160
Deficit gestione privata -48.079
Deficit gest. dip. pubblici -9.027
Surplus ex-ENPALS 214

Data la dinamica demografica di un progressivo invecchiamento della popolazione italiana, non vi sono ragionevoli aspettative di ridurre tali deficit. Nel 2012, per ogni 100 pensioni, vi erano 131 contribuenti (lavoratori in servizio); nel 2013 tale rapporto è sceso a 129,2. Il rapporto era superiore a 500 negli anni ‘50.

Il quadro diviene ancora più difficile laddove si consideri il peso importante rivestito dalle prestazioni assistenziali sul totale delle uscite dell’INPS. Queste prestazioni sono erogate prelevando le somme relative dal “monte contributivo” dei dipendenti in servizio: si tratta quindi di spese non coperte da specifici accantonamenti, che vanno a “sottrarre” risorse finanziarie al sistema pensionistico.

La spesa assistenziale per erogazione di pensioni assistenziali e per l’invalidità civile è stata così composta nel 2012 e 2013 (dati espressi in milioni di euro).

2012 2013
Invalidi civili 16.662 17.428
Altre prestazioni (assegni sociali, vitalizi) 8.119 7.899
Spesa assistenziale totale 24.781 25.327

Cosa aspettarci per il futuro dall’INPS?

Nulla di buono. In chiave prospettica, l’andamento demografico (si innalza l’età media della popolazione, e quindi si estende il periodo di permanenza nella condizione di pensionato/a) e occupazionale (si riduce il rapporto fra lavoratori e pensionati) aggiungono difficoltà e problemi per un sistema pensionistico, in particolare per un sistema in cronico deficit finanziario.

La pratica attuariale e statistica indurrebbero il legislatore e il gestore pensionistico obbligatorio pubblico a rivedere la struttura di base del sistema, che oggi non è in grado di auto-sostenersi, dovendo ricorrere al sostegno dello Stato, che a sua volta attinge alla fiscalità generale. Il futuro è ancora più fosco e occorre metter mano allo schema prima che esso “salti per aria”.

Corrado Griffa

Da AdviseOnly-#IlGraffio del 16 Febbraio 2015: http://it.adviseonly.com/blog/economia-e-mercati/riflessioni-sulleconomia/ilgraffio-conti-e-gestione-contributi-inps/

Sai come calcolare la tua pensione?

I risparmiatori che investono in fondi comuni sanno porre le “domande giuste” ai gestori dei loro investimenti. Non avviene altrettanto con il maggiore “gestore di risparmi” (forzosi, aggiungiamo) in Italia: l’INPS. Cercheremo di accompagnarvi nella scoperta di questo sistema in 4 puntate, rispondendo ad alcune domande a cui difficilmente si trova risposta.

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Il tabù delle pensioni

Da Alessandro De Nicola su La Repubblica, 26 Settembre 2014: “Il tabù delle pensioni”

Provate in un qualsiasi dibattito pubblico ad avanzare l’idea che, nonostante quanto fatto con la riforma Fornero, il sistema pensionistico italiano debba essere ulteriormente riformato in quanto troppo oneroso per le finanze pubbliche. Sarà un miracolo uscire illesi.

Naturalmente il provvedimento preso del governo Monti é macchiato dall’imperdonabile errore commesso con gli esodati, ma ciò nonostante é stato un passo necessario per evitare il tracollo delle finanze pubbliche italiane e la sostenibilità a medio- lungo termine del sistema stesso.
Eppure, non più tardi di qualche giorno fa, il Fondo Monetario Internazionale, nella sua nota di aggiornamento sull’Italia, ha ribadito che per liberare risorse indispensabili ad abbassare le aliquote fiscali marginali (argomento che il governo non sfiora mai) e rilanciare la crescita, si devono ridurre in particolare le attuali pensioni .
Il peso delle stesse sul PIL italiano, in effetti, non si è affatto ridotto. Il Documento di Economia e Finanza DEF) di aprile, preparato dal ministro Padoan, già prevedeva un lieve aumento rispetto al 2013 dal 16,3 al 16,4% del PIL. Peccato che la previsione fosse tarata su una crescita nominale dello stesso PIL per il 2014 dell’1,7%, mentre oggi -tra recessione in corso e deflazione- gli oltre 260 miliardi di prestazioni previdenziali rappresentano il 16,6% della ricchezza prodotta. E, se nel 2015 si confermeranno le previsioni più recenti che parlano di un magro aumento della produzione nazionale, le pensioni saliranno all’equivalente del 16.7%. Insomma, la situazione peggiora anche rispetto alle già prudentissime stime del MEF che nondimeno ponevano il peso previdenziale sul PIL sopra il 16% almeno fino al 2018. La media UE é all’incirca il 12% e quella dei paesi OCSE il 9%. Facile intuire che, oltre noi, sopra la media europea svettano campioni dello sviluppo come la Grecia e la Francia. É vero che nel lunghissimo periodo, il 2060, (quando molti di noi saranno, ahimè, morti) la riforma Fornero dovrebbe portare l’impatto previdenziale appena sotto il 14%, ma è un numero comunque più elevato della futura media europea. Peraltro, lo studio del MEF che nel 2013 giunge a tali conclusioni si basa su una stima di crescita del PIL reale dell’1,5% l’anno che forse è un po’ ottimistica. Se prendiamo il decennio 2012-2022, nei primi 3 anni avremo perso il 4,4% PIL e quindi nei successivi sette bisognerebbe crescer del 3% annuale per raggiungere l’1,5% di media. Nemmeno un Berlusconi smagliante e redivivo al governo oserebbe prometterlo.
Basta coi numeri, ma essi sono facilmente consultabili. Chi si oppone ad ogni revisione della spesa previdenziale cita in genere due fattori. Il primo é che già oggi l’assegno pensionistico è basso per la stragrande maggioranza dei percettori: il 75% é inferiore ai 2000 euro. Il secondo é che togliendo potere di acquisto ai pensionati si riducono i consumi e si aggrava la recessione.
Quest’ultimo ragionamento non ha molto fondamento. Se la minor spesa previdenziale si traduce in una riduzione delle tasse, sia sul lavoro che sull’impresa, non solo i soldi rimangono in circolazione ma anche stimolano gli investimenti. La seconda osservazione è più ragionevole. In parte la diminuzione delle imposte compenserebbe eventuali decurtazioni, in parte il risparmio dovrebbe ottenersi anche agendo sull’età pensionabile. I coefficienti per calcolarla, visto che la vita media si allunga, sono rivisti triennalmente fino al 2021 e poi biennalmente. Non c’è motivo di avere questi intervalli e si potrebbe subito introdurre un adeguamento annuale.
Inoltre, si potrebbero ricalcolate le pensioni più alte oggi erogate in modo da allinearle ai contributi effettivamente versati. É l’idea che aveva fatto balenare il ministro Poletti, poi sommersa di critiche ed accantonata. Tuttavia, per gli assegni sopra i 3000 euro mensili goduti non a fronte di pagamenti realmente effettuati nel corso della vita lavorativa, un ritocco non sarebbe un’aggressione a diritti acquisiti, ma un ammorbidimento di privilegi elargiti. Tutt’al più si potrebbe differenziare tra fasce di età e reddito, ed essere più puntuti con il 65enne che porta a casa 7000 € (ripetiamo, non frutto di contributi) che con l’80enne che ne riceve 3100.
In più, bisognerebbe liberalizzare completamente il cumulo tra pensioni e redditi di lavoro, oggi ancora limitato per alcune fasce di pensionati (se percepiscono salari devono rinunciare a parte dell’assegno previdenziale): l’Italia ha una bassissima percentuale di anziani che lavorano e col miglioramento di salute e aspettativa di vita bisognerebbe ricordarsi quel che diceva Voltaire: ” Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio ed il bisogno ” .
Si tratta di proposte che non ne escludono altre, ovviamente. Quel che è importante é cominciare a discutere senza tabù anche delle pensioni: il peso sulla nostra affaticata economia e il differenziale con le economie a noi simili e ancor più con quelle maggiormente dinamiche é troppo alto, non ce lo possiamo assolutamente permettere.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola

Pensioni d’oro: buon senso ed equità

“There is not such a thing as a free lunch”, non esistono pasti gratis, é un motto reso popolare dal premio Nobel Milton Friedman. Si tratta di una verità intuitiva che sembra sfuggire solo ai politici, i quali amano promettere benefici a destra e a manca a spese di non si sa chi. In Italia il tema é all’ordine del giorno ed é ben rappresentato dal dibattito intorno alle pensioni d’oro. Basta farsi un giretto su un qualsiasi social network e uno degli argomenti più gettonati è proprio questo: si fanno nomi e cognomi di coloro i quali percepiscono un altissimo vitalizio, di solito ricoprendo di improperi loro, la classe politica e la Corte Costituzionale che ha bocciato il contributo straordinario deciso dal governo Monti del 5% per le pensioni sopra ai 90.000 euro l’anno e del 10% per la parte superiore ai 150.000 euro. Ora, una proposta di legge elaborata dal senatore Pietro Ichino, insieme ad Irene Tinagli e Giuliano Cazzola, non a caso tutti cofondatori  di Italia Aperta, l’associazione che dà le pagelle di efficienza alle leggi, riporta un po’ di buon senso alla discussione. In poche parole, i proponenti distinguono tra chi percepisce un elevato vitalizio perché nel corso della propria vita lavorativa ha versato sufficienti contributi per meritarselo e chi invece no. Nessuno avrebbe niente da obiettare se il sig. Tizio, dopo 40 anni di onorata carriera dirigenziale, avendo versato qualche milione di euro in un fondo pensionistico privato si godesse i frutti della sua parsimoniosità ricevendo in cambio cospicue somme annuali calcolate dagli attuari del fondo. Ebbene, ciò non dovrebbe scandalizzare nemmeno se al posto del fondo privato ci fosse l’INPS. Lo Stato tosa i redditi alti con l’Irpef progressiva e negando loro qualsiasi tipo di agevolazione (dall’università dei figli all’estensione dei ticket): non c’è ragione che si appropri anche di quanto risparmiato attraverso i contributi previdenziali (salvo una minima quota di solidarietà che in alcuni casi, ad esempio le casse previdenziali professionali, assume invece i contorni di quasi un esproprio). Tutt’altro discorso si può fare per il sig. Caio il quale, avendo goduto in passato del sistema pensionistico retributivo (ora sostituito dal contributivo), percepisce un assegno pensionistico molto più alto rispetto ai contributi versati. Come è possibile? Semplice, col sistema retributivo la pensione si calcolava avendo come base di riferimento gli ultimi 10 anni di attività lavorativa, periodo in cui, col crescere dell’anzianità di servizio, in genere si guadagna di più che nella media dei precedenti 20, 25 o 30 anni. Questo è il vero scandalo che viene difeso con il mantra dei “diritti quesiti”. Più che diritti quesiti a me sembrano “privilegi carpiti” e comunque cosa dovrebbero dire coloro i quali avevano l’aspettativa di andare in pensione a 58 anni e invece ci andranno più tardi? Per loro non vale la favola dei diritti quesiti? Ecco perché la proposta di Ichino, Tinagli e Cazzola di imporre un contributo solo su quelle pensioni d’oro che non riflettono i contributi versati, dovrebbe sgombrare il campo da accuse di incostituzionalità (non solo non si commette un’ingiustizia, ma si ripara ad una esistente per la quale a parità di contributi c’è chi prende di più e chi di meno), ed in più é decisamente sensata. Un solo caveat: qualsiasi contributo straordinario, per quanto equo come in questo caso, equivale ad un’entrata supplementare per le casse dello Stato, ad una tassa insomma. Non ce n’è bisogno: quindi la proposta dovrebbe essere corredata da una clausola automatica per la quale qualsiasi centesimo recuperato dall’imposta sulle super-pensioni “parassitarie” sia destinato ad abbassare l’Irpef per i redditi bassi. Il buon senso é benvenuto, ma senza bisogno di far ingrassare ulteriormente il Leviatano

Alessandro De Nicola
Da “L’Espresso” del 16 agosto 2013