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SE LA POLITICA CONDIZIONA IL DESTINO DI POSTE ITALIANE

Mentre impazzano il risiko bancario, il poker della legge di stabilità e la roulette del referendum, c’è una partita trasversale in corso che riassume efficacemente il perché quando la politica si addentra nella “giungla” del mercato quasi mai il risultato è benefico per l’economia.
Stiamo parlando di Poste italiane, azienda quotata in mano per il 65% allo Stato, guidata dall’amministratore delegato Francesco Caio. Chiariamo subito che non parleremo qui della conduzione aziendale da parte dell’attuale management: la bontà della stessa la giudicheranno gli investitori che, a onor del vero, al momento non sembrano scontenti.

Andiamo con ordine. In ottobre 2015 Poste è stata quotata in borsa e lo Stato ha collocato, ad un prezzo inferiore di quanto sperava, il 35,3% del suo capitale, incassando circa 3 miliardi di euro. Qualche mese dopo, il Mef decideva di conferire il 35% del suo pacchetto azionario a Cassa Depositi e Prestiti, controllata a sua volta dallo Stato all’80% e dalle fondazioni bancarie al 20%. L’idea era di vendere il residuo 29,7% in mano statale attraverso un’offerta pubblica di vendita in Borsa ed incassare circa 2,5 miliardi per abbattere un pochino il debito pubblico, essendo comunque il controllo governativo della società assicurato in futuro dal bastione Cdp.

Bene, anzi benino perché non ci sono motivi per non privatizzare completamente le Poste, ma, visto che la società è molto attiva ed è diventata azionista anche di imprese private come la Sgr Anima, più sono numerosi gli investitori privati, più Poste è tenuta a conformare il suo comportamento a logiche di mercato, magari allentando il rapporto con regolatori e politici.

Orbene, l’ulteriore vendita di azioni da parte del governo sarebbe dovuta accadere prima della fine dell’anno (anche per contabilizzare nel 2016 i suoi pur modesti effetti sul debito pubblico) ed era già pronto lo schema di decreto del presidente del consiglio contenente i criteri di privatizzazione e le modalità di dismissione dell’ulteriore quota.

Invece, qualche giorno fa, a margine di un convegno, il capo della segreteria tecnica del ministro Padoan, Pagani, ha dichiarato che non è possibile fornire una tempistica per la cessione del rimanente 29,7% citando i mitici “tempi tecnici” che sempre affiorano in questi casi e l’individuazione del momento di mercato più opportuno. Il 14 settembre il sottosegretario alle telecomunicazioni Giacomelli ha dichiarato che ora non “c’è necessità di un’operazione di questo tipo”. Il vice ministro Morando ha chiosato ieri parlando di un allungamento dei tempi per accompagnare meglio la ristrutturazione. Tre esponenti del governo, tre motivi diversi.

In realtà, si accavallano numerose ipotesi aggiuntive quali cause del ritardo: prima fra tutte la possibile acquisizione da parte di Poste di Pioneer, la società di gestione del risparmio attualmente in mano ad Unicredit ed il cui valore è stimato tra i 2,5 e 3 miliardi; Giacomelli stesso, peraltro, ha parlato delle “ulteriori potenzialità espansive” di Poste. Inoltre, poiché i sindacati hanno espresso la più ferma contrarietà alla diminuzione della quota in mano pubblica (citando, udite, udite “il quadro finanziario internazionale”!) e il referendum costituzionale è alle porte (e quindi il governo non ha bisogno di aprire un altro fronte coi sindacati), si potrebbe logicamente inferire che un rinvio è politicamente opportuno.

Può darsi che nessuna di queste ragioni esista, o che ognuna concorra in parte, ma le lezioni che possiamo comunque trarre sono tre.

Primo: non esiste “un momento giusto” in cui vendere che il legislatore sarebbe in grado di prevedere per una sua superiore capacità di analisi. La scusa che la situazione di mercato non era buona l’abbiamo sentita numerose volte, magari poco prima di un crollo delle quotazioni i cui effetti negativi si sarebbero potuti evitare vendendo subito.

Qualcuno dice che comprando Pioneer Poste acquisterebbe valore e allora tanto vale aspettare: ne saremmo lieti ma se, ad esempio, la società di Unicredit venisse strapagata, il titolo Poste perderebbe. Se ci fosse bisogno di un aumento di capitale per concludere l’acquisto, questo sarebbe probabilmente a sconto e così via. Insomma, chi può dirlo?

Secondo: la proprietà pubblica genera sempre problemi di conflitto. Un polo Pioneer-Poste potrebbe essere l’affare del secolo, ma si creerebbe il più grande gestore italiano di titoli del debito pubblico controllato proprio dall’emittente di questi titoli: più aumenta la distanza proprietaria tra i due, meglio è.

Terzo: dove c’è l’ingombrante presenza del Leviatano, maggiore è l’ingerenza politica, in questo caso esemplificata dal barrage dei sindacati, che rende ostaggio le imprese di decisioni che al posto di massimizzarne l’efficienza e la redditività, hanno di mira il consenso sociale o elettorale.

Intendiamoci, inutile essere ingenui, in Italia persino le imprese completamente private intrecciano le loro scelte alle decisioni della classe politica: e allora forse possiamo capire perché è 25 anni che non riusciamo a fermare il declino del Belpaese.

adenicola@ adamsmith. it

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

La “giungla” delle 11 mila partecipate pubbliche nel rapporto Istat

Di Francesco Bruno

Rapporto ISTAT sulle partecipate

“10.964 unità”, è questa la cifra indicata nel report pubblicato dall’Istat lunedì 16 novembre sulle società che presentavano una forma di partecipazione pubblica in Italia nel 2013. Per fare un semplice e banale paragone con i partner dell’Eurozona, la Francia (che in quanto a intervento dello Stato nell’economia sa il fatto suo) ne conta circa un migliaio.

Il secondo dato che attira subito dopo l’attenzione nella lettura del report, è che le società attive sono state 7.767, quindi vi erano 3.197 imprese con partecipazione pubbliche inattive, che impiegavano il 2,7% degli addetti totali (tra queste anche un migliaio di imprese fuori dal Registro Asia Imprese da cui il report ha estratto i dati). Inevitabile chiedersi immediatamente perché si debba mantenere partecipazioni pubbliche in imprese inattive e sarebbe molto interessante scoprire se nel corso degli ultimi due anni siano avvenute le doverose dismissioni dalle stesse.

Terzo dato, nelle unità con partecipazioni pubbliche operavano quasi un milione di persone(927.559), un milione di tessere elettorali per quanto interessa alla politica. Agevole capire il perché è così arduo razionalizzare tali partecipazioni in maniera efficiente.

Ma il report dice anche altro.

Utili e perdite

Con riguardo alle società sottoposte a controllo pubblico, il bilancio di esercizio è stato in utile per i due terzi, mentre il 23% ha fatto registrare una perdita. Le migliori performance di bilancio si segnalano nei settori di fornitura dell’acqua, nella gestione dei rifiuti e nell’erogazione di gas ed energia elettrica, mentre le maggiori perdite si rilevano nel settore dei traporti.

Nel 2013, le società controllate hanno prodotto utili per circa due miliardi di euro e perdite maggiori al miliardo. Il saldo complessivo è quindi positivo. Ma restano diverse ombre dietro i dati.

Innanzitutto, le perdite sono molto pesanti. Un miliardo di euro che finisce inevitabilmente a gravare sulla fiscalità generale, perché gli enti pubblici sono costretti a destinare risorse al risanamento dei bilanci. Si badi bene che si tratta di società che nella quasi totalità dei casi opera in regime di monopolio e con l’apporto di erogazioni pubbliche. Sentendo parlare spessissimo di “fallimenti del mercato”, vien da chiedersi perché nel mercato privato le imprese in perdita finiscono inevitabilmente per fallire, mentre lo stesso destino non tocchi alle società controllate da enti pubblici. “Per garantire i servizi pubblici essenziali” si potrebbe facilmente obiettare. Ma una società che non è in grado di evitare perdite di esercizio nonostante erogazioni di fondi pubblici e regimi di monopolio, sarà in grado di offrire un buon servizio ai cittadini? Difficile da credere.

Secondariamente, anche sul versante delle società in utile non si può ritenere che sia tutto oro qualcosa che luccica. In primis è doveroso far notare nuovamente che si tratta di società che ricevono erogazioni pubbliche, che operano in regime quasi esclusivo di monopolio e in settore altamente remunerativi, come quelli della fornitura di energia e gas. Se fossero in perdita anche tali società…..

Inoltre, quando si valuta il costo delle partecipate per i cittadini, non si può non tener conto anche delle tariffe applicate da queste aziende che vediamo nelle nostre bollette. Sarebbe minore questo costo in caso di apertura al mercato e alla concorrenza? Difficile dare risposte secche, ma sicuramente se la liberalizzazione e la dismissione delle quote pubbliche venisse eseguita correttamente, è probabile che gli utenti ci guadagnerebbero.

L’opinione della Corte dei Conti

Nella relazione depositata il 22 luglio 2015 dalla Corte dei Conti – Sezione delle Autonomie inerente “Gli Organismi partecipati degli enti territoriali”, sono molte le summenzionate ombre evidenziate dalla magistratura contabile.

Per brevità, le più rilevanti:

  1. Nei bilanci 2013 delle società a totale controllo pubblico, la Corte individua importanti squilibri tra le Regioni in merito a utili (di seguito “U”) e perdite (di seguito “P). In particolare il riferimento è a Lazio (U 4,4, mln – P 31,9 mln), Umbria (U 6,4 mln – P 32,7 mln), Molise (U 292 mila – P 2,9 mln), Campania (U 4,6 mln – P 24,3 mln), Calabria (U 798 mila – P 7,4 mln).
  2. In Calabria, Basilicata, Campania e Sicilia il costo del lavoro incide pesantemente sul costo della produzione, anche in modo superiore al 50%. Il dato è probabilmente dovuto al fenomeno delle assunzioni inutilidecise dalla mala-politica che controlla dette società.
  3. La Corte evidenzia che nelle società a totale partecipazione pubblica il fattore tecnologico è meno prevalente di quello umano. Anche qui la produttività fa spazio a esigenze occupazionali e di consenso politico.
  4. Dalle analisi si ricavano perfino molti casi di eccedenze delle erogazioni pubbliche rispetto al valore della produzione. Inoltre l’ente pubblico affidatario spesso riconosce alla partecipata altri finanziamenti ordinari e straordinari, nonché contributi per ripianare le perdite. In tali situazioni il peso della partecipazione è eccessivamente gravoso per le finanze dell’ente pubblico.

Da questi dati emergono alcune criticità importanti inerenti le società a totale controllo pubblico, nelle quali è la politica a prendere tutte le decisioni. Ma anche le società dove il controllo pubblico non è totale o è minoritario destano forti preoccupazioni di sostenibilità finanziaria. I risultati possono indignarci, ma non devono sorprenderci. Il politico razionale pensa alla sua rielezione ed ha quindi un incentivo ad allargare il suo consenso, a danno delle casse pubbliche ovviamente.

Cosa si può fare

Tanto, tantissimo. Non servono genialate, Carlo Cottarelli – come tanti altri – ha già suggerito cosa si dovrebbe fare nelle sue memorie pre-licenziamento senza giusta causa.

Cosa si può fare concretamente? Assolutamente nulla se manca la volontà politica. Il Rottamatore avrebbe dovuto ridurle a mille, ma Palazzo Chigi favorisce l’oblio.

Affinché la riduzione delle partecipazioni pubbliche in società private avvenga, è necessario che questo risulti conveniente per la politica. Evidentemente al momento questo non avviene perché le misure di efficientamento della spesa pubblica non godono di un favore popolare che sia superiore o almeno pari al malumore generato dai tagli (ricordare il milione di addetti).

Probabilmente è errato anche il messaggio comunicativo trasmesso. I tagli indiscriminati generano tensioni e paure per un’eventuale diminuzione nel livello di alcuni servizi fondamentali che svolgono le partecipate. Si dovrebbe far capire che mentre esistono dei casi dove tali aziende vanno chiuse o dove è necessario che l’ente pubblico controllante ceda il controllo o il non controllante dismetta le sue quote, ve ne sono tanti altri dove non si deve necessariamente decurtare le erogazioni pubbliche: i soldi possono rimanere gli stessi, ma si può spenderli meglio.

Inoltre, a mo’ di esempio, se si fa capire che queste società hanno bisogno di investire in tecnologie innovative piuttosto che assumere scriteriatamente, forse sarà più facile incontrare il favore popolare.

Il messaggio potrebbe altresì far leva sui benevoli effetti della concorrenza per gli utenti, derivante da un’aperura al libero mercato della gestione di servizi notoriamente affidati ad aziende pubbliche: se si fa capire che la liberalizzazione degli affidamenti dei servizi può comportare unariduzione cospicua delle tariffe, il cittadino potrebbe essere maggiormente favorevole al cambiamento.

Ovviamente non è facile convincere il contribuente, il quale resta preoccupato, perché l’esperienza gli insegna che spesso in Italia specialmente la privatizzazione di aziende pubbliche o a controllo pubblico è coincisa con il passaggio da un monopolio pubblico a uno privato. La sfida diventa quindi quella della totale trasparenza delle gare e di una migliore regolamentazione sul conflitto d’interessi.

Trovare l’incentivo giusto che convinca la politica a farsi spazio nella giungla delle partecipate, tagliare molti rami e potandone altri, è una sfida senz’altro difficile, ma non impossibile, perché in fondo sarebbe sufficiente rendere l’intervento popolare e il politico razionale reagirebbe di conseguenza.

Se questo non avverrà, continueremo invece a narrare di perdite che aumentano, di numeri esorbitanti e ci consoleremo alla sera ascoltando i Guns N’Roses (https://www.youtube.com/watch?v=o1tj2zJ2Wvg).

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Il coraggio di privatizzare

La più famosa vendita di gioielli della corona avvenne nel 1885 quando la Repubblica Francese, previa rinuncia di Enrico di Borbone, cedette quelli della monarchia transalpina. Dopo la Rivoluzione e Napoleone, per molti anni si era verificata un’alternanza tra repubblica, monarchia e dittatura militare (Napoleone III). Vendere le gemme reali, oltre ad un effetto benefico per le casse statali, ebbe un alto valore simbolico: la Francia aveva chiuso il suo plurisecolare rapporto con re e regine.
Ed in effetti, ogni qualvolta lo Stato vende i suoi gioielli dovrebbe prefiggersi un duplice scopo: risanare il bilancio pubblico, abbattendo il debito, e recidere i suoi legami con il sistema economico. Ciò significa, come puntualizza anche l’ex commissario alla spesa pubblica Cottarelli nel suo libro “Il Macigno”, che, esclusi i sempre più rari casi di “fallimento di mercato”, privatizzando il governo restituisce efficienza al sistema economico.

In primis, diminuendo la sua bulimia di capitali per finanziare il debito, lo Stato li rende disponibili ai privati che li impiegheranno in modo più redditizio. In questo momento storico i tassi sono bassi e, piene di sofferenze, le banche finanziano a fatica, ma non è una situazione che durerà per sempre. La situazione è aggravata dal fatto che le attività delle pubbliche amministrazioni a causa della cattiva gestione rendono pochissimo. Ricorda Cottarelli che, secondo gli ultimi dati disponibili, quando i tassi di interesse viaggiavano al 5-6%, i beni pubblici rendevano l’1%.

In secondo luogo, tagliando il cordone ombelicale con le imprese, lo Stato incentiva la liberalizzazione del mercato. Mentre in caso di privilegi od esclusive concesse a società in mano pubblica ci sarà sempre la scusa dell’interesse generale che rende ammissibile il monopolio, quando i proprietari sono privati la giustificazione non regge più. Non a caso porti, ferrovie, poste sono gli ambiti dove più tenaci resistono le protezioni legislative.

Se poi la società è già in competizione con i privati non c’è una ragione al mondo per mantenere la proprietà del governo: si rischia solo di favorire la concorrenza sleale (ad esempio, si presta denaro più volentieri a chi ha la garanzia dello Stato), la commistione con la politica e il regolatore nonché scelte determinate non da ragioni di efficienza ma elettorali.

Trasferire solo quote di minoranza, poi, ha un effetto positivo ed uno negativo. Il primo è che sopratutto in caso di quotazione in borsa si sottopone la società pubblica ad un po’ di disciplina del mercato azionario e se ne aumenta la trasparenza. Il negativo è che se l’impresa gode di privilegi normativi si raddoppiano coloro i quali sono interessati a mantenerli: lo Stato e gli azionisti privati di minoranza.

Purtroppo, se analizziamo il Def presentato in aprile non sembra esserci traccia di questa logica. Per cominciare, gli obbiettivi sono pochissimo ambiziosi: si intende procedere a privatizzazioni per 3 anni per circa 8 miliardi l’anno, lo 0,5% del Pil, un’inezia. Calcolare cosa si può immettere nel mercato non è semplice, ma le stime più recenti indicano da 300 a 450 miliardi, tra beni mobili e immobili, e solo perché non si ha abbastanza coraggio nello sdemanializzare enormi proprietà immobiliari. Inoltre, l’unica iniziativa concreta citata sembra essere l’alienazione di partecipazioni di minoranza di Enav e Ferrovie (pubblicizzazione di risparmio privato, la chiamerebbe qualcuno) e la presa non viene mollata su nient’altro. Se poi il piano di fusione Ferrovie-Anas proseguisse, ti saluto privatizzazione…

Fuori programma, qualche giorno fa, il ministro dell’Economia Padoan ha detto che si sta pensando a immettere sul mercato un’ulteriore tranche di Poste ma, per carità, senza perdere il controllo o spacchettare banca, assicurazioni e servizio postale (neanche treni e binari, se è per quello). Qualche parola viene spesa nel Def sugli immobili pubblici e grande vaghezza è riservata alle municipalizzate dove si insiste con “l’efficientamento” (anche nel programma di Andropov, presentato al Comitato Centrale del Pcus nel novembre 1982, si prospettava qualcosa di simile per l’industria sovietica) ma non sulla loro cessione. D’altronde, se si va in giro per l’Italia a sentire i programmi dei candidati sindaci delle grandi città, quelli che promettono di sbarazzarsi di un po’ di aziende locali sono pochi e timidissimi nel dirlo.

Liberalizzare e privatizzare: sono queste le due scelte che veramente denotano la volontà riformatrice di un governo. Ripararsi dietro concetti come la strategicità di un’impresa o l’esistenza di fallimenti di mercato serve solo a nascondere un ben più grande fallimento, almeno lui veramente strategico, quello dello Stato.

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I gemelli del gol

Pulici e Graziani, oppure Mancini e Vialli. Le coppie dei “gemelli del gol” son rimaste impresse nella memoria degli italiani perché da sole caratterizzavano squadre altrimenti non da primato e che grazie ad esse riuscivano a vincere lo scudetto, come il Torino e la Sampdoria .

Ebbene, anche l’economia italiana, se solo la classe politica lo volesse, potrebbe puntare sui suoi gemelli del gol per uscire dalle secche di stagnazione, basso tasso di occupazione, emigrazione dei migliori, alto debito pubblico e carico fiscale. Stiamo parlando di liberalizzazioni e privatizzazioni, le grandi assenti dall’azione di governo di Renzi e, per la verità, anche degli altri governi del XXI secolo.
Per trovare una spinta decisa e coerente e non episodica nella direzione della concorrenza e dell’apertura al capitale privato, bisogna infatti risalire alla seconda metà degli anni ’90 i quali, forse non a caso, sono gli ultimi in cui, nonostante le tasse per l’Europa, si sia verificata una crescita del PIL debolina ma almeno degna di questo nome.
Consideriamo in primis perché è meglio avere dei gemelli invece che un solo grande centravanti alla Higuain. La ragione è semplice: la combinazione dei due  è più fruttuosa.
Le privatizzazioni servono a ridurre il debito pubblico, ma non solo. Infatti, quando le società pubbliche vengono quotate si introduce la disciplina dei mercati finanziari, fatta sia di regole di governance che di requisiti di efficienza. Se arrivano investitori stranieri portano il loro bagaglio di know-how, rete commerciale o brevetti utilissimi a fini di sinergia e di redditività ma anche per la formazione del personale italiano. L’assenza dello Stato nell’azionariato evita fenomeni di scelta di investimenti aziendali a fini elettorali e non economici, di selezione di manager per motivi di appartenenza politica, di commistione con i regolatori, nominati o influenzati dalla stessa classe politica. Senza mano pubblica si evita la concorrenza sleale con le società private, le quali, ad esempio, faranno sicuramente più fatica a trovare finanziamenti bancari od obbligazionari in assenza della garanzia della proprietà statale.
Bene, ma questi vantaggi sarebbero sicuramente diminuiti se l’azienda privatizzata continuasse ad essere un monopolista, magari concessionario pubblico protetto dalla competizione. Oppure se i prezzi del mercato in cui opera fossero amministrati da un’ autorità pubblica che elevasse pure barriere regolamentari all’entrata di nuovi concorrenti. E se questa società dovesse ricorrere a professionisti a loro volta privilegiati normativamente e poco efficienti o si  approvvigionasse da società oligopoliste o monopoliste, probabilmente si troverebbe a dover competere con gli stranieri con un handicap di partenza.
Ecco perché liberalizzazioni e privatizzazioni se vanno di pari passo son più benefiche che da sole. E nel Belpaese è facile capire da dove un governo veramente riformatore dovrebbe cominciare.
Innanzi  tutto dovrebbe sbarazzarsi e fare in modo che gli enti locali si sbarazzino di tutte le imprese che già operano in regime di concorrenza attuale o potenziale. Non c’è una sola motivazione vagamente teorica (del tipo il servizio di pubblico interesse che può essere reso solo da un monopolista) per mantenere di proprietà del Leviatano (o della CDP)  aziende come ENEL, Eni, Saipem, Snam, Finmeccanica, Poste, Trenitalia, Poligrafico, Rai, gli aeroporti, le stazioni, i porti, le public utility  locali  e quant’altro.
A maggior ragione va sfoltito il patrimonio immobiliare pubblico, operazione in passato non riuscita per mancanza di volontà politica. Ad oggi si dice che il valore degli immobili statali immettibili sul mercato sarebbe di soli 2,7 miliardi perché per gli altri ci sarebbero vincoli demaniali di vario genere. Appunto, i vincoli non sono un noumeno kantiano dell’edificio, ma qualcosa che la legge ha stabilito, basta cambiarla.
Per i settori produttivi prima menzionati  alcune delle liberalizzazioni contenute nel ddl concorrenza che giace in Parlamento sono direttamente utili: i prezzi dell’energia, l’apertura di nuove stazioni di servizio, il recapito dei plichi giudiziari. Altre, quelle relative alle professioni, le farmacie, le assicurazioni, le telecomunicazioni e le banche creano il giusto contesto competitivo. Altre ancora, espunte dal ddl, sui porti, i trasporti pubblici, i fondi pensione, i farmaci di fascia C sono rilevanti nei due sensi.
Insomma, per riprendere la strada dello sviluppo l’economia italiana ha bisogno di molti gol. Una vita da mediano traccheggiando a centrocampo oggi non assicura più la salvezza ma la retrocessione in serie B.
Alessandro De Nicola
@aledenicola

Se la coperta è corta bisogna privatizzare

Il Pil cresce poco, tagliare le spese è difficile. 
Per ridurre il debito non resta che vendere aziende (grandi e piccole) e immobili in mano allo Stato.

Nonostante il governo ostenti un certo ottimismo sulla situazione economica all’insegna del motto “finalmente siamo ripartiti”, in realtà le ragioni per un cauto pessimismo si stanno accavallando.

Prima di tutto la crescita, fermatasi nel 2015 allo 0,8% e per quest’anno prevista ben al di sotto dell’1,6% stimato dal governo (1,3% secondo la media degli organismi sondata dall’“Economist”). Poi l’inflazione, inchiodata allo 0,1% nel 2015 e probabilmente stabile anche nell’anno in corso. Un aumento dei prezzi così flebile fa sì che la crescita nominale del Pil non stia dietro al deficit e quindi il debito pubblico cresca in proporzione più velocemente del Pil. Insomma, se quest’ultimo aumenta di 0,9 % (0,8 +0,1) e il deficit è del 2,6% (come nel 2015) ovviamente il debito si appesantisce più velocemente del Pil e il rapporto tra i due, oggi all’incirca il 133%, è destinato a peggiorare. Il recente rapporto della Commissione Ue, peraltro, non vede rischi a breve (1 anno) per la sostenibilità del debito italiano ma, pur basandosi su stime economiche più ottimiste delle attuali, è preoccupato per il medio termine.

Se a ciò aggiungiamo che l’occupazione a tempo indeterminato è salita un po’ grazie agli sgravi contributivi introdotti dal Jobs Act, ma il tasso di occupazione complessivo (vale a dire, quante persone effettivamente lavorano) è rimasto più o meno dov’era, ecco che il quadro comincia a diventare più fosco.
Si dice che il governo, per uscire dalla trappola della crescita anemica, voglia tentare la carta di un sostanzioso taglio alle tasse sul reddito, anticipando al 2017 la riduzione delle aliquote Irpef prevista per il 2018. In effetti, anche il presidente della Bce Draghi ha ammonito che la politica monetaria ha i suoi limiti e che per riprendere un percorso virtuoso sono necessari abbassamenti delle imposte in parallelo a decurtazioni della spesa e riforme strutturali. Orbene, queste ultime sembrano un po’ in mezzo al guado giacché il disegno di legge sulla concorrenza è fermo in Parlamento, la Ue ci multerà per il nostro ostinato rifiuto a mettere in gara le concessioni balneari, la riforma della Pa è una scommessa piuttosto che una realtà e #labuonascuola finora è stata una buona operazione di assunzioni pubbliche.

Sul fronte spending review non c’è da farsi molte illusioni. Già il balletto delle cifre provenienti da Corte dei Conti, istituti di ricerca come Unimpresa e commissari alla spesa è deprimente: secondo l’ultimo Bollettino Economico di Banca d’Italia, poi, nel 2016, a legislazione invariata, il saldo della spesa pubblica dovrebbe portare a una sua diminuzione di ben 360 milioni, con lo strabiliante contributo di 41 milioni in meno di spesa corrente, lo 0,0025% del Pil. Wow!

Se si vuole procedere ad una sforbiciata ai tributi che abbia impatto sull’economia (25-30 miliardi) senza incorrere non solo nelle ire della Commissione Ue, ma soprattutto in quella dei mercati (ricordate? Nelle fasi di turbolenza finanziaria di qualche settimana fa, l’Italia ha subito visto salire lo spread) che si può fare, allora?

Ovviamente procedere a una più robusta potatura delle uscite pubbliche e ad un ambizioso piano di privatizzazioni che scalfisca il debito pubblico. Il Mef si è dichiarato felice di aver raggiunto l’anno scorso il traguardo di incassi per privatizzazioni pari allo 0,4% del Pil (6,5 miliardi di cui 1,3 da un rimborso di capitale di Enav e il rimborso dei Monti bond di Mps privatizzazioni per modo di dire). Si tratta di risultati che non possono assolutamente bastare. Lo Stato, tutt’oggi proprietario di beni pubblici per centinaia di miliardi, deve rassegnarsi a perdere velocemente il controllo di grandi e piccole imprese, procedere all’alienazione degli immobili senza incorrere nelle farse normative degli ultimi anni (messa in vendita, ma senza cambiare la destinazione), predisporre incentivi più stringenti della flebile legge Madia affinché gli enti locali si liberino delle loro partecipazioni.

La coperta è troppo corta: se per coprirci meglio riusciamo anche ad attrarre capitale di rischio e togliere il Leviatano da ciò che non è di sua competenza, tanto meglio. Altrimenti nemmeno il pessimismo sarà più cauto.

Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

La grande bufala del taglio delle partecipate pubbliche

C’è una sottile e perfida resistenza dei vari ordini e gradi della Pa a ogni riduzione, anche modesta, degli enti inutili o ridondanti

La protesta di ferrotranvieri dell’Atac contro la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti romana (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Innanzi tutto c’è una notizia che in realtà è una non-notizia. La recente dichiarazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi con cui egli enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione «sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000» fu fatta il 18 aprile 2014. E anche questa non è una novità: siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui – ahinoi! – non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.a.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Quante sono le partecipate pubbliche? Per il Mef 7.726, per il Dipartimento pari opportunità oltre 10mila
Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal Mef (dato al 31/12/2012, ultimo disponibile). Secondo la stima – più recente – da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (Dpo) della Presidenza del Consiglio sono «oltre 10.000», quindi il 30% in più di quanto indicato dal Mef, uno “scarto” nella misurazione che dà bene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un Paese a vocazione certamente statalista e interventista in ambito economico) ne ha circa mille. Prendiamo come base di calcolo i dati del Dpo: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo Stato (nelle sue articolazioni: Stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1.300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante – torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.
Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro Paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, «a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato» (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).

Si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibileresistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.

Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole Regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono “per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.

Per le regioni a statuto speciale nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province – anche nella loro nuova veste – delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale. Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie e organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a.
Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita:

«Al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le amministrazioni pubbliche non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. È sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici … e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte , nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza».

C’è una sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a
La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore e avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale – molto parziale – esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà diaggirare il “patto di stabilità” che poteva (e ancora può…) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

La spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità”
In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.
Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.
Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, volontà che nel governo Renzi sembra assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta
Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica

Pubblicato su Linkiesta

Sogno, o son desto? La resistibile riduzione delle partecipate pubbliche.

La recente dichiarazione del presidente del consiglio con cui si enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione “sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000” fu fatta il 18 aprile 2014. Siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui  non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.A.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal MEF (dato al 31.12.2012, ultimo disponibile). Secondo la stima — più recente — da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (DPO) della Presidenza del Consiglio sono “oltre 10.000”, quindi il 30% in più di quanto indicato dal MEF, uno “scarto” nella misurazione che dàbene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un paese a vocazione certamente statalista ed interventista in ambito economico) ne ha circa 1.000. Prendiamo come base di calcolo i dati del DPO: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo stato (nelle sue articolazioni: stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante -torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.

Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del Commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, “a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato” (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.
Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono“per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province — anche nella loro nuova veste — delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale.

Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie ed organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza ad ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.A.

Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita: “al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le <amministrazioni pubbliche> non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. E’ sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici .. e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte <di amministrazioni pubbliche>, nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza”. La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore ed avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale –molto parziale — esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità” che poteva (ed ancora può …) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.

Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.

Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, da sempre assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

di:

Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica
Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta

Pubblicato su Linkiesta   e  ripreso su ItaliAperta per gentile concessione degli autori.

“Per le partecipate locali il verso non è cambiato” di Vitalba Azzollini

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Vitalba Azzollini.

Il riordino delle società partecipate dagli enti locali è argomento di attualità ormai da tempo, in quanto mai trattato in maniera risolutiva.

Sembrava si fosse deciso di affrontarlo definitivamente con l’attribuzione (d.l. n. 66/2014) a un Commissario straordinario (di cui al d.l. n. 68/2013) del compito di redigere un programma di razionalizzazione delle aziende speciali, delle istituzioni e delle società direttamente o indirettamente controllate dalle amministrazioni locali, affinché trovasse attuazione nella c.d. legge di stabilità per 2015, ma è noto quale esito abbia avuto l’incarico così conferito.

Già in precedenza, la c.d. legge finanziaria 2008 (l. n. 244/2007) aveva disposto che entro 18 mesi dalla relativa entrata in vigore dovessero essere cedute le quote di partecipazione delle società aventi per oggetto attività di produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle finalità istituzionali degli enti pubblici interessati, ma tale termine era stato via via prorogato. La l. n. 147/2013 (c.d. legge di Stabilità 2014) sembrò definire la questione d’imperio, sancendo la cessazione ex lege (inizialmente al 30 aprile, poi al 31 dicembre 2014 con d.l. n. 16/2014) della detenzione di partecipazioni non strategiche ai sensi della citata l. n. 244/2007.

Tuttavia, la c.d. legge di stabilità per il 2015 (l. n. 190/2014) ha fissato una nuova dilazione a fine d’anno: come accennato, essa avrebbe dovuto recepire le indicazioni fornite dal Commissario, ma di fatto segue una ratio diversa. Quest’ultimo aveva elaborato un programma teso ad “efficientare il sistema, semplificarlo attraverso una riduzione del numero delle partecipate, aumentarne la trasparenza e ridurne i costi di amministrazione”, fondato su alcuni cardini operativi essenziali allo scopo di dare attuazione a quanto previsto dalla legge finanziaria del 2008 (“le partecipate devono agire strettamente entro i compiti istituzionali dell’ente pubblico partecipante, evitando di produrre beni e servizi che il settore privato può offrire”). Al fine di non imporre vincoli di tipo assoluto a valutazioni che richiedono un certo margine di flessibilità operativa, il programma citato delineava un “metodo” procedurale connotato da check and balance, vale a dire interventi esterni volti a temperare la discrezionalità dell’ente in ordine alle decisioni da adottare. Tali interventi assumevano un grado di incisività più elevato per casi in cui la presenza di una partecipata potesse ritenersi meno giustificata, assicurando in questo modo che le scelte compiute perseguissero effettivamente gli interessi della collettività amministrata.

In particolare, il Commissario aveva individuato specifici settori riguardo ai quali la semplice delibera da parte dell’ente controllante sarebbe stata sufficiente a rendere possibile il mantenimento di una partecipata.

In tali casi, avrebbe operato il “bilanciamento” costituito dal controllo dell’opinione pubblica e della pressione eventualmente da quest’ultima esercitata, in virtù di un’adeguata trasparenza informativa consentita da miglioramenti nella gestione delle relative informazioni.

Per i settori diversi da quelli precisamente indicati, le decisioni dell’ente locale circa le partecipazioni detenute avrebbero trovato un bilanciamento nell’intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), volto a verificare se l’attività della partecipata non potesse essere svolta da aziende private. In mancanza di una delibera dell’amministrazione competente e della successiva conferma da parte della AGCM, la partecipata avrebbe dovuto essere dismessa (venduta o liquidata) entro un termine tassativo, eventualmente utilizzando il citato meccanismo di recesso ex lege di cui alla c.d. legge di stabilità per il 2014. “Al fine di ridurre ulteriormente il rischio di detenzione di partecipate non essenziali” e, al contempo, il pieno potere discrezionale degli enti interessati, alle regole metodologiche sopra esposte il programma del Commissario aggiungeva criteri operativi suscettibili di applicazione immediata attraverso il loro recepimento in norme vincolanti, senza necessità di ulteriori disposizioni di attuazione (quali, ad esempio, il limite alle partecipazioni indirette e alla detenzione di partecipazioni dei piccoli comuni, la cessione delle partecipazioni minoritarie o lo scioglimento delle società con dimensioni ridotte in termini di fatturato e/o di dipendenti).
Come accennato, le indicazioni del Commissario straordinario non sono stato recepite nella c.d. legge di stabilità 2015: se mediante l’incarico conferito a quest’ultimo sembrava si fosse finalmente cambiato verso con riguardo alla riorganizzazione delle società partecipate, la legge citata opera una decisa retromarcia nel verso precedente. Essa, infatti, anziché introdurre misure specifiche volte a concretare il programma già elaborato dal Commissario, ha posto a carico delle amministrazioni interessate l’obbligo di formulare a propria volta programmi di razionalizzazione delle partecipazioni possedute, avviando così un nuovo processo che vanifica quello già intrapreso dal Commissario, nonché le risorse profuse allo scopo.

I piani degli enti locali devono essere corredati da una relazione tecnica, con l’indicazione dei tempi e delle modalità di attuazione tra le varie possibili (dismissione, fusione, aggregazione fra società o internalizzazione dei servizi), nonché con la precisazione dei risparmi da conseguire, poiché la riduzione della spesa rappresenta l’obiettivo essenziale. I programmi vanno predisposti e trasmessi alle sezioni di controllo competenti della Corte dei Conti entro il 31 marzo 2015, mentre il processo di razionalizzazione deve essere ultimato entro il 31 dicembre 2015. Infine, entro il 31 marzo 2016 va trasmessa alla Corte stessa una relazione sui risultati conseguiti dalla realizzazione dei piani.

Fatta salva la norma inerente alla soppressione delle società composte da soli amministratori o da un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti, la l. n. 190/2014 non contiene precetti immediatamente prescrittivi o parametri applicativi oggettivi, bensì soltanto indicazioni programmatiche la cui concretizzazione è rimessa alla piena discrezionalità degli enti partecipanti (eliminazione delle società che non siano indispensabili per realizzare le proprie finalità istituzionali, nonché delle partecipazioni in società che svolgono attività analoghe o similari a quelle svolte da altre società partecipate o da enti pubblici strumentali; aggregazione delle società che gestiscono servizi pubblici locali di rilevanza economica; contenimento dei costi di funzionamento, anche mediante riorganizzazione di alcune aree della governance e riduzione delle remunerazioni).

Ciò si traduce nell’incertezza circa i risultati economico-finanziari che potranno derivare dal riordino sancito: mentre il report del Commissario consentiva di quantificare i risparmi previsti, poiché scaturenti dall’applicazione di criteri precisi per la riduzione del “perimetro delle partecipate”, la più blanda soluzione legislativamente adottata non permette di compiere stime fondate.

Se la c.d. legge di stabilità 2015 non segue l’approccio del rigore conferito da parametri vincolanti e di applicabilità immediata, tuttavia non realizza neanche quella flessibilità decisionale calibrata dal citato sistema di pesi e contrappesi di cui alla relazione del Commissario. Innanzitutto, la pubblicazione sul sito web dell’ente interessato del piano inerente al riordino delle società partecipate non appare paragonabile alle misure volte a favorire la trasparenza e, quindi, il controllo della collettività, accennate nel report, quali “la creazione di una banca dati unica sulle partecipate” o la messa a disposizione del pubblico di “indicatori di efficienza e strumenti di business intelligence”; né la l. n. 190/2014 chiarisce quale tipo di intervento possa essere effettuato dalla Corte dei Conti, la cui funzione, con riguardo alla decisione dell’ente locale, non è equiparabile a quella di bilanciamento della AGCM, secondo la proposta del Commissario.

La legge, inoltre, non prescrive che nella relazione di accompagnamento al programma di riorganizzazione gli enti interessati diano conto del processo decisionale seguito e, dunque, delle motivazioni che sono a fondamento delle determinazioni assunte: nonostante quest’obbligo possa evincersi dai principi relativi all’azione amministrativa, in mancanza di criteri operativi oggettivi, legislativamente fissati, una previsione espressa nel senso indicato sarebbe stata comunque opportuna.
Infine, nella c.d. legge di stabilità 2015 manca quel “sistema credibile di sanzioni” per l’inosservanza delle norme sulle partecipate che il Commissario reputava essenziale, in quanto “il rischio di essere penalizzati in tempi brevi dovrebbe costituire un adeguato incentivo a evitare comportamenti inappropriati”. Invece, la legge citata non stabilisce alcuna conseguenza nel caso di mancato rispetto degli adempimenti imposti, ma precisa esclusivamente che la pubblicazione del piano operativo e della relazione sui risultati è un obbligo ai sensi del decreto in materia di trasparenza: di conseguenza, le uniche sanzioni contemplate sono quelle di cui al d.lgs. 33/2013, in caso di violazione di quanto ivi sancito.

Da quanto sopra esposto, può davvero ritenersi che sarà idonea a realizzare la definitiva riorganizzazione delle partecipate locali una legge che, anziché attuare i criteri di applicabilità certa e immediata contenuti nel programma del Commissario, affida l’obiettivo ai piani di incerta futura e predisposizione da parte delle amministrazioni interessate, lasciando alla loro discrezionalità ogni valutazione, senza neanche prevedere un efficace apparato sanzionatorio?

E’ poco probabile che la riproposizione di principi analoghi a quelli delle leggi precedenti, costantemente rinviati, depotenziati o del tutto ignorati, possano produrre migliori risultati: di certo, non il radicale “sfoltimento” delle società partecipate.