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Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

#Gig economy

Non una parola ambigua, ma una nuova frase sociologica che viene dovei cambiamenti sociologici sono fenomeni accettati dalla società.

A gig economy is an environment in which temporary positions are common and organizations contract with independent workers for short-term engagements.

The trend toward a gig economy has begun. A study by Intuit predicted that by 2020, 40 percent of American workers would be independent contractors. There are a number of forces behind the rise in short-term jobs. For one thing, in this digital age, the workforce is increasingly mobile and work can increasingly be done from anywhere, so that job and location are decoupled. That means that freelancers can select among temporary jobs and projects around the world, while employers can select the best individuals for specific projects from a larger pool than that available in any given area.

Digitization has also contributed directly to a decrease in jobs as software replaces some types of work and means that others take much less time. Other influences include financial pressures on businesses leading to further staff reductions and the entrance of the Milennial generation into the workforce. The current reality is that people tend to change jobs several times throughout their working lives; the gig economy can be seen as an evolution of that trend.

In a gig economy, businesses save resources in terms of benefits, office space and training. They also have the ability to contract with experts for specific projects who might be too high-priced to maintain on staff. From the perspective of the freelancer, a gig economy can improve work-life balance over what is possible in most jobs. Ideally, the model is powered by independent workers selecting jobs that they’re interested in, rather than one in which people are forced into a position where, unable to attain employment, they pick up whatever temporary gigs they can land.

The gig economy is part of a shifting cultural and business environment that also includes the sharing economy, the gift economy and the barter economy.

L’opaca ingiustizia dei tempi dell’Amministrazione della Giustizia

I tempi dell’ingiustizia non dipendono solo dai mezzi e dalle leggi, ma anche dalle scelte di ciascun magistrato e dell’Amministrazione della Giustizia. Sulle quali non vi è alcuna trasparenza verso i cittadini contibuenti. Pubblichiamo in merito l’editoriale di IBL.

La settimana scorsa la riforma sulla prescrizione, ferma in Senato, è stata congiunta alla riforma del processo penale. Un segnale di distensione lanciato dal governo alla magistratura, dopo le polemiche, tra le altre, del presidente dell’ANM Davigo sul fatto che la prescrizione sia uno dei problemi della giustizia italiana.

Ci sono tanti processi che, protraendosi per un tempo più lungo di quello della prescrizione, diventano inutili. Allungare la prescrizione o sospenderla ad esempio in primo grado sembrerebbe la soluzione più logica: la giustizia avrebbe tempo di fare il suo corso, e non si sprecherebbero inutilmente i processi e i loro costi. Tuttavia, concentrarsi sulla prescrizione è come prendere il toro per la coda.

Se non si può stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un imputato, non è perché esiste la prescrizione, ma perché indagini e processo sono stati lunghi, talmente lunghi da superare i termini che si ritiene ragionevoli a contemperare le esigenze di giustizia con quelle della certezza.

Si può dire che quanto debbano essere lunghi quei termini sia una questione opinabile, ma è illusorio pensare che il problema della certezza delle pene risieda nella certezza del diritto – che è lo scopo ultimo della prescrizione. 

Prendere il toro per le corna, invece, vorrebbe dire agire su altri fronti.

In primo luogo, ripristinare il principio di tassatività dei reati: l’abuso di ufficio è solo l’esempio classico di reati residuali con i quali si può sostanzialmente aprire qualsiasi indagine.

In secondo luogo, rendere effettivamente stringenti i tempi di indagine. Oggi, di fatto, le proroghe che vengono concesse rispetto al termine di legge fanno sì che i tempi delle indagini «mangino» quelli dei processi.

Su ogni soluzione procedurale, tuttavia, grava il comportamento della magistratura, compresa quella inquirente. Potrebbe sembrare che tra il non doversi procedere per prescrizione e la responsabilità dei magistrati non ci sia alcuna connessione. E invece, poiché tutte le leggi vanno interpretate, è proprio nel buon senso del modo di procedere degli operatori della giustizia che si può trovare la soluzione per una giustizia efficiente. Dipende da come essi interpretano le fattispecie di reato, il loro dovere di procedere, l’opportunità di proseguire o interrompere le indagini rispetto alla serietà dei fatti, all’attendibilità della notizia di reato e alle prime risultanze, che risiede la parte più consistente del problema della giustizia. 

Una giustizia che, anche per una impropria interpretazione della notizie di reato da parte della stampa e dell’opinione pubblica, diviene preda del clamore senza dover rispondere delle inutilità, oltre che degli errori, giudiziari è una giustizia che nell’allungamento dei termini di prescrizione troverà solo un agio in più per ripararsi dalle proprie responsabilità. Si possono fare tutte le riforme procedurali possibili, ma garantire una giustizia efficiente, non solo nel settore penale, è così difficile proprio perché non dipende solo dalla bontà delle leggi.

Casta continua – Le categorie sono lobby potenti. Così non facciamo da noi le leggi che imponiamo ai greci

I paradossi della politica europea sono ormai sempre più curiosi. Infatti, i governi europei (che fossero socialisti, liberali e conservatori) hanno imposto alla Grecia, come condizione per il rifinanziamento del suo enorme debito, un pacchetto di riforme molto incisive in tema di liberalizzazioni e privatizzazioni senza particolari discussioni, riservate invece a tasse, tagli alla spesa pubblica e haircut. È difficile capire, allora, perché quello che va bene per gli ellenici fatichi poi ad essere attuato qui in Italia.

Basta vedere come il disegno di legge sulla concorrenza, approntato dal ministro Guidi e il cui esame riprenderà a settembre, sia sottoposto ad un attacco concentrico.
Di che si tratta? Nel 2009, su iniziativa dell’allora deputato Pdl Della Vedova, fu approvata una norma che imponeva al governo e al Parlamento di emanare ogni anno una legge annuale sulla concorrenza che sostanzialmente recepisse le indicazioni dell’Autorità Antitrust. Purtroppo, nonostante il garante del mercato abbia prodotto molteplici indicazioni ed alcune di esse siano state inserite in provvedimenti di varia natura, una vera e propria legge annuale attuativa di quanto previsto nel 2009 non è mai stata approvata e il ddl Guidi è il primo tentativo in tal senso.

Nell’attuale bozza i cambiamenti più significativi sarebbero la liberalizzazione completa a partire dal 1° gennaio 2018 dei prezzi di energia e gas, l’abolizione del divieto di possedere più di 4 farmacie, l’eliminazione del monopolio delle Poste sulla consegna degli atti giudiziari, la riforma delle professioni forensi. In quest’ultimo caso, pare che l’ingresso di soci di capitale negli studi legali sarà circoscritto ad 1/3 del capitale sociale (e sarebbe una restrizione inutile), mentre verranno tolti alcuni limiti riguardanti il domicilio o l’appartenenza degli avvocati a più associazioni professionali. I notai, che hanno una capacità di fuoco superiore alla Luftwaffe, sono riusciti a impedire che i trasferimenti degli immobili a uso non abitativo di valore inferiore a 100.000 euro potessero essere affidati agli avvocati (la norma, per la verità, era scritta malino), ma non la sottoscrizione digitale degli atti di vendita delle quote di srl. Si tratta di un’innovazione importante perché se si dimostra che togliere esclusive ai notai non mette in pericolo l’Universo sarà più facile procedere ad altre liberalizzazioni. Anche il loro numero dovrebbe aumentare a 12.000, quasi triplicando l’attuale: peccato che non vengano fatti i concorsi e, quando sono indetti, i partecipanti “idonei” siano sempre pochissimi: un mestiere difficile.

Bene anche le misure per agevolare l’ingresso sul mercato di distributori di carburanti e la trasparenza imposta a compagnie telefoniche e aziende energetiche. Malauguratamente, però, le riforme stralciate o modificate sono altrettanto importanti di quelle sopravvissute al fuoco di fila di lobby, burocrati, sindacati e parlamentari.

La portabilità dei fondi pensioni è stata cancellata: evidentemente i sindacati considerano i sottoscrittori dei minus habens non in grado di decidere da sé. Gli sconti minimi sulle polizze per l’installazione delle scatole nere sulle auto e per gli autisti virtuosi (quelli senza incidenti per 5 anni) verranno decisi dall’Ivass, l’autorità di regolamentazione che invece bisognerebbe evitare si trasformasse in un sostituto burocratico del mercato; pur essendo prevista nella prima bozza, non ha proprio visto la luce, per l’opposizione in particolare di Ncd, paladino di tutte le categorie, dai taxisti ai carrozzieri, senza rendersi conto che ciò non si traduce automaticamente in voti, la separazione tra regolamentazione e attività commerciale delle autorità portuali, la vendita nelle parafarmacie dei farmaci di fascia “C” (anche se Scelta Civica promette battaglia) e la liberalizzazione dei trasporti urbani.

In altre parole, mentre dovrebbe essere patrimonio comune di tutte le forze politiche di governo (anche degli ex, come Forza Italia e Conservatori), se non altro per l’adesione ai Trattati europei, il principio che la competizione è un formidabile mezzo di diffusione di conoscenza ed efficienza e quindi di crescita equa, gli interessi costituiti rimangono sempre fortissimi. Tuttavia, non sono pessimista: se passa il principio della legge annuale della concorrenza, lo smantellamento di privilegi, monopoli, esclusive sarà più lento ma inesorabile. E speriamo senza dover invocare Herr Schäuble.

A che serve il Viagra ? Anche per comprare il consenso !

Con il disegno di legge sulla concorrenza, presentato il 20 febbraio 2015 il Governo cerca di superare l’ansia da consenso e la paura di non farcela ricorrendo al viagra al medicinale, cioè, che rappresenta larga parte del fatturato dei farmaci di fascia “C”. Per spartirsi il quale, il cui giro d’affari è di oltre 3,2 miliardi di euro, si combatte da anni la guerra tra farmacie e parafarmacie.  Come avevano fatto prima di lui Bersani, nel 2006, e Monti, nel 2012, anche Renzi ha dovuto arrendersi davanti alle solide mura delle farmacie tradizionali, legiferando sulla base della l mercato e le farmacie continuano a mantenere l’esclusiva della vendita di questa tipologia di farmaci. I quali sono di largo consumo, prescritti con ricetta bianca, non mutuabili, pagati cash direttamente dal cittadini e non soggette ai lentissimi rimborsi del Servizio Sanitario Nazionale. Il pretesto, per giustificare una scelta clientelare, è il cittadino che forse sarebbe più protetto se fosse restituita ai farmacisti l’esclusiva della vendita dei profilattici. Invero, il testo del Ddl è stato redatto con la testa nell’urna e per assecondare la potente lobby farmaceutica. Come di consueto, il governo sposta il fatturato, migliorando o peggiorando le condizioni di vita di una categoria ai danni dell’altra, senza tenere in alcun conto gli utenti, a beneficio dei quali un mercato concorrenziale dovrebbe operare. Infatti,  i farmacisti che lavorano nelle parafarmacie e nei corner della grande distribuzione sono laureati ed iscritti all’albo come i loro colleghi delle farmacie tradizionali. La cui situazione è emblematica di come l’accordo tra politica e categorie, infischiandosene dell’interesse generale, possa stritolare il cittadino col pretesto di difenderlo. Nonostante il farmacista si limiti, ormai, a consegnare al cliente i medicinali prescritti nella ricetta, verificando, come un qualsiasi alimentarista, che il prodotto non sia scaduto, il settore è ingessato come ai tempi degli antichi speziali che raccoglievano erbe e preparavano medicamenti. I titolari di farmacia, inoltre, operano, attraverso una convenzione, come punti vendita fornendo gratuitamente ai portatori di ricetta i medicinali al cui pagamento provvederà la Regione.  La quale acquista i medicinali con uno sconto medio del 55% e li concede alle farmacie riconoscendo loro un aggio del 12% calcolato non sul prezzo d’acquisto ma sul prezzo pieno. Quindi, l’onere è della Regione e i farmacisti percepiscono gli utili senza correre alcun rischi. Un  marchingegno creato nell’interesse dei cittadini. Comunque, ai farmacisti sono concessi altri due privilegi feudali: la griglia protettiva sul territorio, la cd. pianta organica, e la trasmissibilità in linea dinastica della licenza.  La prima è uno strumento che, vincola l’apertura di farmacie al numero dei residenti ai danni degli utenti, che vorrebbero l’apertura del maggior numero di esercizi possibile. Niente da fare. Lo Stato si sostituisce al mercato nel decidere il numero di esercizi necessari.  La seconda consente agli eredi del farmacista deceduto un lasso di tempo, che il Governo Monti ha ridotto a trenta mesi, per vendere la farmacia nel caso non avessero i requisiti per gestirla. Ma la Presidente di Federfarma, senza rendersi conto che si tratta di attività svolte in concessione e senza tema di cadere nel ridicolo, afferma convinta “Io penso che qualsiasi attività possa passare di padre in figlio. Avviene così per qualsiasi impresa”. Purtroppo, non c’è nulla di più pericoloso di un potere legislativo usato come arma impropria nelle mani di chi risponde solo a se stesso.

http://ilcappio.com/?p=710 di Riccardo Cappello
Perchè gli ordini professionali soffocano l’economia italiana

Avvocati: la concorrenza è una causa persa?

Ringraziamo l’autore per averci concesso la pubblicazione dell’articolo, apparso ieri su Repubblica.

A fine ottobre è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Codice Deontologico Forense, elaborato dal Consiglio Nazionale Forense già a febbraio del 2014 e che entrerà in vigore il 15 dicembre di quest’anno. Read more

La privatizzazione coniugale

Il governo spagnolo ha deciso di privatizzare nozze e divorzi, approvando un disegno di legge secondo cui sarà possibile sposarsi e sciogliere il matrimonio ( in Spagna dal 2005 è possibile farlo dopo 3 mesi e senza fornire ragioni ), davanti a un giudice del Registro Civil (l’Anagrafe spagnola) oppure da un notaio.