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I “beni comuni” contro la “proprietà”

L’espressione “bene comune” evoca il calduccio di casa propria e ci fa sentire buoni con gli altri. Ai cultori dell’astratto piace questo accattivanete motivetto da suonare col flauto magico, mentre spacciano fiori, fiori belli come i “beni comuni” e come l’acconito. Peccato che l’acconito sia velenoso.

L’antidoto, ai fiori belli ma velenosi, si ottiene spetalando il fiore un petalo alla volta, se perdonate certi neologismi ora di moda.

La proprietà

Iniziamo l’esplorazione dei beni comuni con la parola “proprietà” che per i cultori dell’astratto non è un conquistato bene comune, ma il suo opposto.

Quando la maggior parte dell’umanità era sostanzialmente priva di diritti, mancava anche la proprietà non era un diritto. La proprietà è una conquista recente che i più, precisamente i più deboli, hanno strappato non senza contesa ai poteri concentrati. La crescente diffusione della proprietà ha creato un fenomeno nuovo: la responsabilità sulla proprietà. Per esempio oggi diamo per scontato che il proprietario di un muro è responsabile dei danni che il muro potrebbe causare cadendo. È la responsabilità sulla proprietà che spinge i proprietari a sorvegliare la stabilità dei propri muri. La proprietà diffusa implica reciproca responsabilità verso i vicini che produce vantaggi facilmente riconoscibili. Al contrario i primitivi detentori di proprietà concentrate, difficilmente percepivano una qualsiasi responsabilità verso gli altri, specialmente se deboli.

Dubitiamo che ai cittadini piaccia perdere la sicurezza che offre questo genere di responsabilità a carico dei proprietari. Eppure paradossalmente i molti spacciatori di astratto sembrano propendere verso il ritorno alla proprietà concentrata.

Proprietà individuale (di persona fisica) e proprietà collettiva (di persona giuridica)

Proviamo ora ad affrontare l’altro incendiario paradosso a proposito della proprietà pubblica e privata.

Cosa distingue la proprietà pubblica dalla proprietà privata? Con non poche difficoltà, qualche utile risposta si può trovare nei testi del Diritto; molte norme regolano la proprietà in capo alla persona fisica. Ancora più regole si trovano a proposito della proprietà collettiva. Circa quattro secoli fa circa, i giuristi iniziarono a rifinire il concetto di “persona giuridica” che dà un’efficace risposta alla, fin da allora, insistente richiesta di identificare responsabilità e diritti delle “proprietà collettive”, non a caso spesso chiamate società. La persona giuridica è una rivoluzionaria invenzione del Diritto che consente agli umani di fare ciò che a loro piace davvero molto: unirsi in associazioni con uno scopo comune e con risorse comuni.

Il potere centralizzato non hai mai gradito la formazione di associazioni spontanee per l’ovvia ragione che esse concentrano energie potenzialmente in competizione col potere. La diffidenza del potere verso le associazioni deve essersi in qualche modo riflesso anche nel linguaggio. A titolo di sperimentazione pratica, possiamo infatti chiederci se la famiglia sia un’associazione. O se siano associazioni anche un partito, un’impresa, un ente pubblico. La risposta è quasi sistematicamente negativa. Nemmeno il Comune, pur chiamandosi “Comune”, è considerato un’associazione. Lo stesso vale per la Regione o per lo Stato, nonostante questi enti in particolare servano proprio a dare unitarietà amministrativa ai beni che gli “associati cittadini” mettono a fattor comune. Nessuno di questi raggruppamenti è considerato un’associazione, eppure intuitivamente tendiamo a ritenere che ciascuna società, impresa, associazione, famiglia, ente “pubblico” sia una forma associativa fondata sui reciproci impegni degli associati. Non solo, tendiamo a credere che i reciproci impegni siano fondamento e origine del Diritto.

Gli spacciatori di astratto in effetti cercano di confonderci producendo cortine “fumose” per occultare la realtà dei fatti, per distogliere l’attenzione dal fatto  che il Diritto ha già risposto, pragmaticamente e da tempo, alla crescente richiesta di criteri per la gestione dei numerosi tipi di proprietà collettive. Viene in effetti il dubbio che gli spacciatori d’astratto, spesso accademici distanti dalla pratica del fare, non si rendano ancora conto del fatto che, sul piano del concreto, l’umanità ha sperimentato molte forme organizzative per il governo delle proprie comunità. Alcune sperimentazioni si sono dimostrate disastrose o semplicemente inefficienti, altre invece si sono consolidate in soluzioni efficienti; in aggiunta osserviamo che la maggior parte di queste ultime sono orientate alla distribuzione del potere. Molto c’è ancora da fare, ma (quasi) tutti i cittadini sono ora convinti che la propria (sic!) sovranità individuale non va d’accordo con la centralizzazione del potere e della proprietà.

Abbiamo ricordato che agli uomini dunque piace aggregarsi in vari tipi di “associazioni”, inclusi i Comuni e lo Stato. Ciascuna associazione ha beni propri, messi in comune dai singoli, allo stesso modo di quanto avviene in un condominio dove, ad esempio, le scale sono beni di proprietà pro-quota dei condomini i quali li mettono in comune formando una “proprietà collettiva”, affidata in gestione ad un amministratore. Possiamo ragionevolmente concludere che non esiste alcuna diversità concettuale fra proprietà privata e proprietà pubblica. Le diversità, messe in evidenza dagli spacciatori di astratto, stanno piuttosto nelle parole “pubblico” e “privato”; quasi a significare che le proprietà “pubbliche” non sono dei cittadini, ma di “altri da identificare”.

Dubitiamo che ai cittadini siano favorevoli alla “proprietà indefinita”, peggio se a disposizione di “altri da identificare”.

Il mistero dell’accountability

Nel tempo l’applicazione della “proprietà-responsabilità” si è estesa molto oltre i confini fisici della proprietà. Per esemplificare, il costruttore di un‘auto o di un elettrodomestico è responsabile delle conseguenze dei difetti del suo prodotto anche molto dopo avere ceduto la proprietà del manufatto. Evidentemente l’esperienza pratica ha suggerito di applicare la proprietà-responsabilità anche all’ideazione e alla costruzione di manufatti, alla proprietà intellettuale e all’operato “a regola d’arte”. Un buon passo avanti contro i soprusi del potere centralizzato che in genere si sottrae alle responsabilità verso chiunque.

L’ampia distribuzione delle proprietà-responsabilità richiede che vi sia una relazione di responsabilità paritetica e reciproca fra “proprietario” e gli altri concittadini. Proporzionalmente richiede l’indebolimento della primitiva percezione di responsabilità verso il capo, verso il padrone, verso il vertice. La responsabilità del proprietario si rivolge orizzontalmente ai vicini; lo stimola a rendere loro conto dei propri comportamenti, lo spinge a comportarsi armonicamente con le aspettative dei vicini.

Si dice che gli esquimesi abbiano la necessità di distinguere fra vari tipi di neve e che perciò abbiano forgiato, nella loro cultura e nella loro lingua, almeno sette distinte parole. Pare che gli italiani non sentano la necessità di distinguere quel particolare tipo di responsabilità (rendere conto del proprio operato ai propri pari). Per questo forse nei dizionari manca una parola dedicata ad esprimere il vincolante obbligo sociale e paritetico dell’accountability.

Dubitiamo che i cittadini, al contrario degli spacciatori di astratto, vogliano eliminare i positivi effetti collaterali (trasparenza e accountability) derivanti dalla crescente diffusione della proprietà-responsabilità. Ancor più dubitiamo che i cittadini desiderino il ritorno al potere concentrato nelle mani di pochi; specialmente se quei pochi sono dotatati di adeguati mezzi sia per rigettare la reponsabilità delle conseguenze delle loro azioni sia per impedire la trasparenza sul loro operato. Arditamente presumiamo poi che i cittadini ambiscano a proseguire sulla strada della trasparenza, dell’accountability che è ancora lunga, difficoltosa e intralciata dagli interessati spacciatori di astratto. I cittadini sono ancora ben lungi dall’esercitare soddisfacentemente la propria sovranità.

I beni nè pubblici nè privati

Abbiamo fin qui compreso che larga parte dei beni comuni è già affidata a persone giuridiche collettive, pubbliche e private. Ciascuna associazione si è assunta il compito di migliorare il valore e la fruibilità dei beni loro affidati dai cittadini e di migliorare la qualità della vita degli associati. Abbiamo compreso che non servono ulteriori e astratte organizzazioni; serve piuttosto che gli amministratori, e i dipendenti, siano tolti dalle “riserve” della non-trasparenza, dell’intoccabilità e del privilegio.

La questione dei beni comuni però non è ancora pienamente risolta.

Ci sono alcuni “beni” come per esempio l’aria, le acque, l’ambiente, il clima, le radiazioni solari e tanti altri, la cui proprietà difficilmente può mai essere ricondotta a qualche persona fisica o giuridica. Gli spacciatori di astratto hanno fatto leva sulla poetica espressione “beni comuni” per mobilitare gli animi, ma in questi casi hanno serie difficoltà a indicare una responsabilità concreta in grado di agire. Le loro astratte elucubrazioni intellettuali non escludono però che qualcuno possa essere “accountable” di quei beni, più precisamente della qualità di quei “beni”. Non sarebbe illogico ritenere che un Comune o una Regione possa essere accountable per la qualità delle acque e dell’aria; anzi è già un fatto. La pubblicazione periodica dei valori dei parametri che misurano la qualità dell’aria implica che qualcuno si sente in dovere di spiegare ai propri concittadini i livelli di qualità dell’aria (indice delle polveri sottili, presenza dei metalli pesanti, ecc).  Il sistema di trasparenza è ancora molto lacunoso e gli amministratori pubblici sono ancora carenti nella nomina delle persone accountable dei miglioramenti ambientali.

Prendiamo atto quindi che non abbiamo trovato alcuna parola per catalogare in una sola categoria i “beni” che non possono essere né privati né pubblici e non sono neppure beni, ma sono semplicemente parametri con i quali possiamo misurare alcune dimensioni della qualità della vita (le polveri sottili, i metalli nell’acqua o anche le disponibilità di acqua per l’irrigazione).

Concludiamo l’eplorazione tornando all’iniziale espressione “beni comuni”. Il suo significato sembra ora fuorviante; sembra ammiccare a soluzioni organizzative centralizzate “in cerca di problemi da risolvere”.

Il tema della qualità della vita è invece al centro dell’interesse dei cittadini che vogliono sapere “chi fa cosa” per migliorala; vogliono vedere i parametri progressivamente spostarsi verso il meglio.

Anche in Italia c’è un fondo sovrano.

Forse poca cosa rispetto al fondo sovrano della Norvegia — che ha attività finanziarie di 860 miliardi di dollari ed un portafoglio di 500 miliardi di dollari investito in Europa ed è il più importante investitore del Vecchio Continente – il Fondo Strategico Italiano (FSI) è anch’esso un fondo sovrano, con un capitale sottoscritto di 4,5 miliardi di euro, per il 77,702% da CDP, il 2,298% da Fintecna (a sua volta, posseduta al 72,5% da CDP), al 20% da Banca d’Italia.

Ad oggi, gli investimenti in essere sono 1,4 miliardi di euro e la liquidità disponibile è 3,6 miliardi.

FSI (e suo tramite, la partecipata al 77,1% FSI Investimenti) investe, con quote di minoranza, in “imprese di rilevante interesse nazionale”, che si trovino in uno “stabile equilibrio economico, finanziario e patrimoniale”, e che abbiano “adeguate prospettive di redditività e significative prospettive di sviluppo”: insomma, i “campioni nazionali”.
I 14 settori ritenuti meritevoli di interesse, e quindi di investimento, sono quelli della difesa, della sicurezza, delle infrastrutture, dei trasporti, delle comunicazioni, dell’ energia, delle assicurazioni e dell’ intermediazione finanziaria, della ricerca e dell’ innovazione ad alto contenuto tecnologico, e dei pubblici servizi, turistico-alberghiero, dell’ agroalimentare e della distribuzione, della gestione dei beni culturali e artistici.

Banca d’Italia è divenuta azionista di FSI quando dovette cedere il 4,48% di Generali poiché divenuta organo di vigilanza sul settore assicurativo (assorbendo le precedenti competenze dell’ISVAP), partecipazione che è stata conferita in FSI al valore di 883,4 milioni di euro (partecipazione nel frattempo ridottasi al 2,569% al 31.12.2014).

FSI ha infine costituito FSI Investimenti, in cui sono oggi concentrate le partecipazioni, aprendone il capitale al fondo sovrano Kuwait Investment Authority (KIA) che oggi detiene il 22,9% di FSI Investimenti (FSII); ed inoltre ha costituito QI Made in Italy, al 50% con il fondo sovrano Qatar Holding, che è entrata in Inalca (gruppo Cremonini, attivo nel settore della macellazione della carne) con il 28,4%.

Gli interventi di FSI hanno seguito alcune linee-guida, che comprendono lo “stabilizzare l’azionariato per consentire la continuità azionaria dell’imprenditore fondatore e proseguire la crescita” come la “crescita organica tramite acquisizioni”, “dotare l’azienda di nuove risorse per finanziare il proprio piano di sviluppo”, “favorire la creazione di un polo del turismo italiano” (seppure perseguito tramite un investimento con un operatore non italiano, come il gruppo Rocco Forte Hotels).

Linee-guida che possiamo trovare realizzate con gli investimenti (talora fatti con aumenti di capitale e prestiti obbligazionari, quindi immettendo risorse fresche in azienda; talora con mere operazioni di acquisto di azioni detenute da terzi o dagli stessi imprenditori, quindi mere operazioni di “portage” o di “riassetto azionario”) nel 25,1% di Kedrion (plasma derivati) per 150 milioni di euro (aumento capitale e prestito); nel 46,2% di Metroweb (infrastrutture telefoniche e fibra ottica; peraltro il restante 53,8% è posseduto direttamente da CDP, risultando in un controllo totalitario) per 200 milioni (aumento capitale); nell’84,55% di Ansaldo Energia (energia), con una operazione di acquisto delle partecipazioni detenute da First Reserve (45%) e Finmeccanica (39,55%) per 657 milioni, in una (tipica) operazione di “riassetto azionario” a vantaggio dei soci venditori (con l’impegno di FSI-FSII a rilevare il rimanente 15% in mano a Finmeccanica valutato 147 milioni); nel 49,5% (in caso di conversione del POC in azioni) di Valvitalia (valvole per Oil&Gas) per 151,2 milioni (di cui 150,2 milioni come POC in azioni); nel 42,255% di Sia (sistemi elettronici per banche e finanziari) per 281 milioni ( di cui 77 milioni come prestito); nel 16,852% di Trevi (macchinari per l’esplorazione petrolifera), in parte come FSI ed in parte come FSII, per 100,6 milioni; nel 28,4% (tramite QI Made in Italy) di Inalca (macellazione e lavorazione di carne bovina) per 165 milioni (di cui 50 milioni con l’acquisto di azioni dall’azionista Cremonini); nel 23% (in parte come FSI ed in parte come FSII) di Rocco Forte Holding (settore turistico, società inglese) per 80 milioni.
A differenza dei fondi sovrani dei paesi produttori di petrolio (come Norvegia, Qatar, Kuwait, Oman) che hanno accumulato negli anni i rilevanti incassi derivanti dalla vendita di petrolio e quindi hanno un “tesoro” da investire come ulteriore “rendita finanziaria”, CDP (e quindi FSI) non ha una tale “ricchezza accumulata”, ma utilizza prevalentemente le risorse finanziarie derivanti dai depositi postali che non possono essere quindi considerate “tesoro” ma più correttamente “prestiti fatti dai depositanti”.
Motivo forse sufficiente per esaminare, e valutare, con particolare attenzione il “risk reward ratio” degli investimenti effettuati.

In Francia (con la BPI, Banca Pubblica di Investimento, dotata di un capitale iniziale di 40 miliardi, che investe nei 9 settori definiti strategici: energia, reti, telecomunicazioni, finanza, difesa, tecnologia, trasporti, gestione dell’acqua e sanità) ed in Germania (con la KFW, nata nel 1948, ed oggi dotata di un patrimonio di 500 miliardi) i rispettivi governi investono nei rispettivi “campioni nazionali” in settori definiti strategici, cosicché le imprese francesi e tedesche hanno una “spalla” finanziaria pubblica al loro fianco per crescere, investire, produrre reddito ed occupazione.

Ma quali sono i pro ed i contro di un fondo strategico e sovrano come FSI?

I pro

Similmente a quanto fatto in Francia e Germania, un fondo strategico è utile per sostenere imprese nazionali con buone, preferibilmente forti, competenze industriali, con adeguati progetti di investimento sia nazionali che internazionali, così da essere e migliorare la propria posizione competitiva.
Un “sostegno” di tale natura va inquadrato in settori e mercati ove la competizione, e quindi il libero mercato, è tale da richiedere piani di sviluppo di crescita e miglioramento continuo.
E’ essenziale che il “braccio pubblico” (come nel caso di CDP/FSI e dei tedesco KFW e francese BPI) abbia ben definito quali sono i settori “strategici”, quali i “campioni”, come intervenire a loro sostegno.

I contro

Interventi “strategici” possono coprire soluzioni “di sistema” a protezione di particolari situazioni non diversamente ed utilmente affrontabili con strumenti di mercato; questi sembrano i casi di Ansaldo Energia, Generali, che appaiono come operazioni “dettate dalla ragion politica” e non da quella industriale. In un caso (Rocco Forte) le ragioni “strategiche” dell’investimento sembrano assai deboli.
La “scelta” di quali “campioni” sostenere è probabilmente opinabile, dal punto di vista dei “non prescelti”: ragione per la quale una adeguata “due diligence” su potenzialità, redditività presente ed attesa, scenari industriali e tecnologici futuri è di assoluta priorità ed importanza, come la “scelta” di quali sono i settori su cui investire; e 14 ci sembrano tanti.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog

 

Paperone l’asiatico.

La ricchezza stimata dei paperoni è di 164.000 miliardi US$, in crescita del 12% sul 2013; crescita dovuta per il 73% ai risultati conseguiti sulle attività esistenti e per il 27% a nuovi afflussi di ricchezza. Read more

La ricchezza è diseguale.

L’OCSE rileva un divario crescente fra ricchi e poveri: sulla base dei dati elaborati (anno 2013), per quanto riguarda l’Italia, emerge che il reddito medio del 10% della popolazione più ricca è stato superiore di 11,4 volte quello del 10% più povera, rispetto ad una media OCSE di 9,6 volte (6,6 volte in Germania); il rapporto era di 8,9 volte nel 2007 e di 10,3 volte nel 2011.

In termini di patrimonio posseduto, l’1% della popolazione possiede il 14,3% della ricchezza complessiva, ed il 20% più benestante ne possiede il 61,6%.

L’indice Gini (che misura la diseguaglianza fra le capacità di reddito) segna un peggioramento per quanto riguarda l’Italia, con un valore di 0,327 contro una media OCSE di 0,306; la Germania, uno dei paesi con le minori diseguaglianze, ha un indice di 0,289.

Segno del crescente impoverimento della popolazione media, soprattutto fra i giovani, che nella fascia di età 18-25 anni in Italia sono il 14,7% dei poveri contro una media OCSE del 13,8%. “”Speriamo che con misure come la garanzia giovani e il jobs act il fenomeno venga finalmente ridotto””.

 

Questo articolo è apparso su www.smartweek.it nella rubrica “Una tazzina di caffè….”  venerdì 29.5.2015

#Tasse è la parola ambigua del giorno

Pensavamo che oltre alla morte, le tasse fossero l’unica cosa certa. Invece ieri sera un influente personalità parlamentare e governativa ha posto un’interessante domanda: le tasse sono un prezzo per un servizio?

La domanda instillava il dubbio che potesse essere rimossa la separazione fra economia di mercato ed economia monopolistica, in particolare quella dello Stato. I più maliziosi hanno inteso che fosse un tentativo di ricollocare lo Stato fra i Cittadini (persone fisiche e persone giuridiche) che operano secondo le regole del mercato. Read more

Il Fascino delle Caserme

Investitori esteri, per lo più fondi di private equity, guardano all’acquisto di caserme italiane: dopo Blackstone (che ha comprato a Torino, Genova, Milano, Como) Och-Ziff (L’Aquila), tocca a Cerberus, che ha fatto offerte per 2 caserme a Roma e Bari per un valore di acquisto di 200 milioni, e Quantum (che studia il mercato italiano da tempo). Stime aggiornate indicano in 450 le caserme possibili oggetto di compravendite, per un valore stimato (incasso) di miliardi di euro. Ma quale è la ragione per questo interesse verso immobili utilizzati da forze armate (esercito) e Guardia di Finanza? Contratti di lunga durata, fra 10 e 20 anni; rendita stabile e certa; debito garantito dallo Stato. Un’alternativa al BTP, con cedola più alta.

Corrado Griffa

Da Smartweek pubblicato il 9 Marzo c.a.

L’oro svizzero e quello italiano

Dopo lo Smithsonian Agreement (1971), e specialmente con l’arrivo dell’euro, nessuno sa più esattamente a cosa servano le riserve auree nazionali. Che però nell’immaginario collettivo conservano una forza emotiva degna di Gollum, di Goldfinger e dei caveau in Svizzera, paese dove si vende, in lingotti d’oro, anche il cioccolato.
Eppure il 30 Novembre scorso i cittadini svizzeri hanno votato, e boccciato, un referendum sulla proposta di più che raddoppiare le riserve auree nazionali. Non stupisce la notizia che in Svizzera qualcuno voglia duplicare le riserve auree; stupisce invece che il 77% circa dei svizzeri abbia votato contro la proposta.
Impressionante.
Non che i cittadini svizzeri abbiano votato contro, ma il fatto che il voto contrario sia stato razionale, consapevole, soppesato con cognizione di causa.

Noi cittadini italiani, nel caso qualcuno ci chiedesse cosa vogliamo fare delle nostre riserve auree, siamo sufficientemente informati? La risposta è semplice: non importa perchè probabilmente non ce lo chiederà nessuno. E se i nostri amministratori ce lo chiedessero, probabilmente ignorerebbero la risposta, o meglio la aggirerebbero, come hanno fatto per innumerevoli altri referendum.

Ma noi cittadini sovrani di ItaliAperta non demordiamo. Vogliamo conoscere la situazione.

Il World Gold Council ci fornisce dati sorprendenti.

World gold

I cittadini italiani dunque “possiedono” la quarta riserva mondiale in oro. Se togliamo il FMI, “abbiamo” la terza riserva mondiale; quattro volte più grande della riserva detenuta dalla BCE; solo tre volte più piccola della riserva USA che ha un GDP di circa 8 volte più grande del nostro.

Noi preferiamo mostrare dati procapite che sono di più facile comprensione dal punto di vista del singolo cittadino. Facciamo due conti e scopriamo gli svizzeri sono davvero, e di gran lunga, i più dorati del mondo (vedere la colonna gr per persona). Scopriamo poi che ogni cittadino italiano “possiede” oro per quasi il doppio di un americano e più o meno come un tedesco e un francese. Ma quattro volte più di un inglese.

Gr x per

Succede perchè una delle funzioni principali della riserva aurea è appunto quella di essere una riserva a garanzia finanziaria degli impegni del Paese, per esempio dei debiti dello Stato.
Se per caso ci luccicasse l’occhio all’idea di vendere le riserve e pagare i debiti, azione che sarebbe assai meritevole, fermiamoci. Purtroppo non possiamo farlo perché dobbiamo tenere un certo livello totale di riserve. Possiamo al massimo distribuire il rischio in quote diverse di valute, oro e altro. Alcuni paesi come UK, Svezia, Giappone hanno preferito avere una piccola riserva in oro, al di sotto del 10%. Altri come USA, Ger, Fra, e Ita hanno deciso che il proprio “portafoglio riserve” debba avere una quota d’oro superiore al 60%. Questi sono rischiosamente esposti al calo del prezzo dell’oro che in un paio d’anni ha perso il 30% del valore (30-40 miliardi per l’Italia).

Andamento oro 600

 

Ma non sono stati che marginalmente esposti all’esasperata svalutazione dello yen.

In conclusione, ciascuno di noi italiani “possiede” 40 gr circa per un valore che potrebbe “pesare” intorno ai 1.500 euro. Però nell’incipit dei suoi chiarimenti la BdI ci dà un dispiacere: il possesso delle 2.500 tonnellate d’oro è della BdI, non nostro. Speriamo che almeno il possesso ultimo non sia dei suoi azionisti.

Giù le mani dalla proprietà!

Tesi affascinanti sono state sviluppate da alcuni ricercatori che si annidano in polverose aule universitarie del Midwest yankee su come divellere la “proprietà intellettuale” od “industriale”, quel sistema di tutela giuridica dei beni immateriali a rilevanza economica: opere artistiche e letterarie,  invenzioni industriali e modelli di utilità,  design,  marchi, riassunti nelle tre grandi aree del diritto d’autore, del diritto dei brevetti e del diritto dei marchi. In Italia, l’assetto normativo di riferimento è contenuto nel D. Lgs. n. 30 del 2005 intitolato “Codice della proprietà industriale”: testo unico che raccoglie tutte le norme attinenti al campo dei brevetti e dei marchi. Resta fuori da questa opera di codificazione la normativa sul diritto d’autore, il cui riferimento è ancora la legge n. 633 del 1941, con le successive e numerose modifiche. Read more

#Proprietà privata e pubblica

Di tanto in tanto emerge la contrapposizione dialettico-ideologica fra proprietà privata e pubblica. Deve essere un fenomeno antropologico un p0′ manicheo (o questo o quello, nulla in mezzo) e un po’ di appartenenza (è la società che possiede me o sono io che possiedo una quota della società). Read more