Posts

Più greggio per tutti: la rivoluzione shale negli USA, le reazioni dell’OPEC e dell’OCSE

La lettura del bollettino 296 della Banca d’Italia ispira alcune considerazioni di geoconcorrenza, geopolitica e perciò di geoeconomia. Read more

Ma la Russia è un buon investimento?

La Grande Madre Russia, spesso riferita come l’Orso Siberiano, è un paese dai molti volti e dai grandi numeri: la più grande estensione geografica del pianeta (17.098.242 km²), 143,5 milioni di abitanti (con una densità di 8,3 persone/ km²) con elevata scolarità e per l’80% Russi etnici, risorse naturali enormi: legname, terre coltivabili, minerali, gas e petrolio, con una produzione annua di circa 3.750 milioni di barili (secondo produttore dopo l’Arabia Saudita con 4.070 milioni annui) e riserve accertate di 88.200 milioni di barili (bbl), pari al 5,3% delle riserve mondiali, con una vita media residua stimata in 21,5 anni (l’Arabia Saudita ha riserve di 265.500 milioni bbl — dopo il Venezuela che ne potrebbe ancora estrarre 296.500 milioni bbl — e con una vita residua delle riserve ampiamente superiore: 61,8 anni).

Il PIL nominale della Russia di 2.020.813 milioni di USD (2014) la pone al nono posto mondiale, mentre il PIL nominale pro capite è di 14.317 USD (2014), al 53° posto mondiale.

Una economia largamente dipendente dal petrolio che pesa per il 16% del PIL (stima: 324.770 milioni di USD), per il 70% delle sue esportazioni (seguite da minerali, gas, legnami ed armi che generano 15.700 milioni di USD di esportazioni) e che copre oltre la metà del gettito fiscale russo.

Da inizio 2014 la Russia è entrata in una fase economica recessiva, per ragioni politiche (crisi ucraina) ed economiche (con il prezzo del petrolio che è rapidamente sceso dai 90-100 115$/bbl del periodo 2013-2014, a meno di 80$/bbl ad ottobre 2014, e poi ancora a livelli inferiori, sino agli attuali 45-50$/bbl). Il tasso ufficiale di disoccupazione è il 5,5% (ma la popolazione censita sotto il livello di povertà era il 12,6% a settembre 2014), con una forza-lavoro di 75,9 milioni di persone.

Il debito pubblico è pari al 9,2% del PIL; il debito russo detenuto da soggetti esteri è di 599.000 milioni di USD (gennaio 2015; era 679.422 milioni a settembre 2014); le riserve ufficiali erano di 478.000 milioni di USD a giugno 2014 (ultimo dato disponibile), composte per il 10% circa da oro, ponendo la Russia al 5° posto nel mondo per riserve ufficiali; a tali disponibilità si aggiungono 87.400 milioni USD del Fondo di Riserva e 88.600 milioni USD del Fondo di Benessere Nazionale. Questi dati finanziari sottolineano la sostanziale “capacità di rimborso” della Russia, anche nel medio termine.

In questi ultimi mesi il cambio Rublo/USD ha subito un netto peggioramento, per le ragioni sopra-esposte: se il 14 marzo 2014 erano sufficienti 36,36 rubli per acquistare 1 USD, il 16 dicembre 2014 ci volevano 68 rubli, e venerdì 12 marzo 2015 il cambio era di 61,18 rubli/USD: un peggioramento del 68% in 12 mesi. La Banca Centrale Russa, per fronteggiare il deflusso di investimenti (i FDI, gli investimenti di imprese estere in Russia, sono stimate in 552.800 milioni USD) e depositi bancari (sono “usciti” 151.500 milioni USD nel 2014, di cui 45.321 milioni dovuti al rimborso di prestiti contratti dalle banche e 72.685 milioni per rimborsi del settore industriale e legati alle misure di embargo internazionale), ha disposto interventi “senza limiti di tempo, senza necessità di preavviso” per sostenere il rublo, portando il tasso ufficiale di sconto al 14% (dato al 13.3.2015); il prezzo del Bond 10 anni è 72, con un rendimento del 13,1% (13.3.2015); lo spread sui CDS (Credit Default Swap) è di 470 pb (sceso dai 590 bp del gennaio 2015), con una probabilità di default stimata del 6,5% nei prossimi 12 mesi. Le Agenzie di rating hanno abbassato la valutazione del debito russo a “below investment grade” (Moody’s Ba1, Fitch BBB-, S&P’s BB-, cioè “junk”).

L’inflazione annua è in rapida crescita al 16,2% (febbraio 2015).

Il petrolio è “gloria e dannazione” dell’Orso Siberiano: rappresenta la maggiore fonte di ricchezza attuale (e prospettica, ma non oltre i prossimi 20 anni, con una vita media residua di 21,5 anni), crescente nelle fasi “bullish”, ma anche un rischio nelle fasi “bearish” dell’oro nero, come in questa fase economica.

Ma quanto “pesa” e “conta” questo rischio, in termini economici, e non solo?

“Vox populi” rimarca la vulnerabilità della Russia (al pari di altri paesi) alla “guerra dei prezzi del petrolio”, sottolineando che il prezzo del petrolio (soggetto alle regole di domanda ed offerta, del mercato finanziario, delle ragioni “geo-politiche”, di una supposta “regia”,…) è utilizzato come “arma” strategica nel grande risiko politico internazionale.

In termini pratici ed effettuali, la riduzione del prezzo del barile di petrolio da 100 a 60 USD/bbl significa per la Russia, su base annua, un minor fatturato di 150 miliardi USD; a questi livelli, 1/3 delle sue riserve ufficiali. Un forte impatto negativo, ma non “devastante”. Se poi convertiamo i dollari in rubli, oggi si ottengono 25 rubli in più per ogni dollaro rispetto a 12 mesi fa; e per ogni barile di petrolio estratto, a 50 dollari/bbl, i rubli incassati sono 3.050 (a 61 rubli/USD), mentre erano 3.500 (a 35 rubli/USD) un anno fa con un barile a 100 USD; mancano 450 rubli per ogni barile estratto, circa il 15% in meno. I costi della “macchina russa” sono in rubli e non in dollari, e la situazione diventa allora meno difficile, forse sostenibile per superare la fase di bassi prezzi del petrolio.

Se la politica russa appare imprevedibile agli occidentali, i sui dati finanziari mostrano una scena più prevedibile: il merito di credito russo (“below investment grade”) è “sotto-valutato” se si guarda a potenziale economico, livello del debito pubblico e privato con finanziatori esteri; il rublo ha raggiunto un livello basso che può essere considerato un minimo da cui ripartire per un lento constante apprezzamento della valuta russa; la valutazione attuale del debito russo è da considerare interessante (quotazione a 72 del Bond 10 anni, con rendimento al 13%) per un paese in accettabili condizioni finanziarie generali.

E se il prezzo del petrolio si riportasse verso l’area 75-80 USD/bbl, l’inverno sarebbe meno rigido.

 

La maledizione delle risorse naturali

Riceviamo dall’autore, Roberto Ricciuti, e volentieri pubblichiamo.

La crisi russa permette di analizzare l’effetto sull’economia e sulla politica di un paese della dipendenza da una risorsa naturale, nel caso specifico gas e petrolio, ma anche oro, diamanti, rame… Gli economisti chiamano “maledizione delle risorse” (resource curse) la circostanza per cui i paesi ricchi di risorse naturali in media crescono meno ed hanno sistemi politici più autocratici di quelli che ne sono privi. Ovviamente si tratta di una relazione valida “in media”, in quanto tra i paesi ricchi di risorse naturali possiamo includere – per esempio – USA, Regno Unito e Norvegia, che sono democrazie e che hanno un’ottima performance economica. Ma a questi si accompagnano paesi come la Russia o tutti i paesi del Medio Oriente che hanno performance negative in entrambi i casi.

Possiamo distinguere le cause della maledizione delle risorse in due categorie: la prima propriamente macroeconomica che agisce sul tasso di cambio, e l’altra relativa al sistema politico di un paese.

Cominciamo dalla prima: dopo la scoperta e lo sfruttamento a del bacino di gas di Slochteren in Olanda nel 1959, in quel paese si assisté al declino del settore manifatturiero in quanto aumentava la domanda di scellini e il suo apprezzamento rendeva poco competitive le esportazioni di beni. Essendo il settore industriale quello ad alta produttività e crescita, la riduzione delle esportazioni ne riduce la dimensione e quindi il tasso di crescita dell’economia. Quanto sta accadendo alla Russia in questo momento è esattamente il percorso opposto: la diminuzione del prezzo del petrolio riduce gli acquisti di rubli e ne provoca il deprezzamento. Nel caso russo gas e petrolio contano per il 75% delle esportazioni e quindi l’effetto negativo in questi settori è maggiore dell’effetto positivo che ci dovrebbe essere sulle esportazioni di altri beni. A questa causa si può aggiungere l’accresciuta vulnerabilità agli shock esterni. Il caso russo ancora una volta ci permette di vedere come un’economia fortemente specializzata in un settore le cui dinamiche dono spesso indipendenti dalle scelte del paese stesso può soffrire del crollo del prezzo di quel bene (dopo essersene avvantaggiato in un’altra fase). In un’economia più diversificata uno shock negativo in un settore colpisce solo una parte relativamente piccola della produzione e quindi ha un effetto recessivo minore.

L’altra causa risiede nel legame tra risorse naturali e sistema politico. Le risorse naturali costituiscono una rendita che il paese può ottenere o facendosi pagare le royalties dalle imprese che le sfruttano oppure costituendo imprese pubbliche finalizzate allo stesso scopo, con lo stato che ne ottiene i profitti. In entrambi i casi si genera un flusso di risorse per lo stato che il governo cercherà di utilizzare per massimizzare i propri benefici. Il sistema politico nel quale un gruppo al potere riesce a gestire questi introiti senza doverne rendere conto ai cittadini e senza rischio di doverci rinunciare perché un altro gruppo vince le elezioni e quindi può usufruire di questo flusso di denaro è l’autocrazia nelle sue diverse forme. Inoltre i redditi delle risorse naturale possono essere parzialmente usati nella repressione degli oppositori, aumentando la presa sul potere del gruppo dominante. Altre dinamiche distruttive sono possibili: per esempio la presenza di campi petroliferi è stata una delle cause della guerra civile in Sudan, che poi ha portato alla secessione del Sud Sudan nel 2011.

Roberto Ricciuti

Lo shale-oil analizzato da Fabio Scacciavillani

Articolo sintetico, ma molto chiaro, di Fabio Scacciavillani sullo shale e sul prezzo del petrolio.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/08/petrolio-nel-regolamento-conti-arabia-russia-iran-prezzo-crolla/1250657/
Particolarmente interessanti sono gli effetti dei prezzi calanti (deflazione) che non sempre sono cattivi. La deflazione è l’effetto positivo della concorrenza e dell’innovazione. Solo dove i prezzi sono controllati da monopoli e Stati “sovrani” i prezzi non si abbassano. Nell’articolo ad esempio viene ricordato che …”un prezzo intorno a 70 dollari a Riad è accettabile per un paio di anni se sfoltisce il numero dei concorrenti americani”. L’articolo fa riferimento al prezzo “politico” sopportabile dai bilanci governativi; concetto estendibile a tutti i paesi OPEC. Mentre il prezzo industriale (costo di estrazione) sopportabile dai paesi OPEC è enormemente più basso.

Sospetto che ne vedremo delle belle.

Il petrolio in deflazione fa male?

Lo shale-oil ha rotto il cartello del petrolio (OPEC) e ha ripristinato la concorrenza. Le rendite petrominerarie non sono più quelle di una volta. Il prezzo massimo del petrolio è determinato dal costo di estrazione dello shale-oil. Il prezzo non è più determinato dal cartello, dall’endemica litigiosità mediorientale e da qualche altro Stato che fa l’antiamericano, ma che sui dollari campa. Non solo, la tecnologia ha abbassato il prezzo e lo abbasserà ancora. Si conferma il semplice e antico principio economico che i beni (spesso prodotti e servizi) hanno prezzi unitari decrescenti grazie al crescente contenuto di know-how (tecnologia) dei processi per renderli disponibili.

http://www.economist.com/news/leaders/21635472-economics-oil-have-changed-some-businesses-will-go-bust-market-will-be?fsrc=scn%2Ftw_ec%2Fsheikhs_v_shale

Questo genere di deflazione ci fa male? Direi il contrario, i consumatori e gli investitori industriali ne sono felici.

Per decenni il costo dei combustibili è stata una pesante tassa che ha trasferito masse enormi di denaro dai paesi produttori di know-how ad altri paesi meno veloci. La “petro-tassa” però non è stata di per sé un male. Specialmente dagli anni ’70 in poi, il flusso globale di petro-denaro ha migliorato i sistemi sociali di chi ha potuto, e voluto, goderne.

Nonostante questo potente esempio dei benefici della deflazione sul costo dei beni, continua la grande preoccupazione mediatica per la perdurante bassa inflazione che avvicina la rischiosissima deflazione. Secondo molti, la malignità dell’inflazione è un mito del passato; ora l’inflazione deve essere più alta.

Colgo l’occasione per segnalare un interessante articolo del Brookings (link in coda al post) in cui, a seguito dei nuovi percorsi dello shale-oil, la rete di distribuzione è sottoposta ad un cambiamento efficienziale che si presume abbassi il prezzo alla pompa. Altro fenomeno deflattivo prodotto da nuova efficienza.

L’articolo dell’Economist sostiene che il prezzo più basso del petrolio aiuta grandemente l’economia spostando flussi da “costi di esercizio” a investimenti (aumento di know-how). Anche l’articolo del Brookings implicitamente sostiene la stessa tesi.

In quanto a confusione a proposito di rischio deflazione e di bassa inflazione, direi che non c’è male.

http://www.brookings.edu/blogs/the-avenue/posts/2014/12/03-keystone-xl-america-oil-kane-puentes-tomer?utm_campaign=Brookings+Brief&utm_source=hs_email&utm_medium=email&utm_content=15153880&_hsenc=p2ANqtz-86ZBAarF3cSZw63QYMP3rxS0W8N5Ft3fkCQWeZ6Dh1Y0KrEpkOkLhkKpx-8U4B7ix0cqKGT9zr8K_G2guwGr48-juoYA&_hsmi=15153880

http://www.italiaperta.info/la-mozzarella-al-metanolo-e-il-paradosso-della-deflazione/

http://www.italiaperta.info/deflazione/