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Per crescere, c’è chi taglia e cresce e chi invece spende e non si sa se cresce

L’Irlanda, con una tassazione dei redditi d’impresa al 12,5% e dopo tre anni di austerità con un taglio di circa 30 miliardi di spesa pubblica (qualcosa come il 20% del Pil) nel 2015 ha avuto un aumento del Gdp superiore al 6%!

UK, nell’immagine, attua un turnaround da capogiro nello spending e negli investimenti

 

Sindaci dei Comuni terremotati: aprite un conto unico per gli aiuti in denaro e pubblicatelo

Cari Sindaci dei Comuni terremotati, tutti i Cittadini italiani e del mondo sono con voi; non vi è alcun dubbio su questo. Ma non è chiaro “quanto” siano con voi. Pensiamo che sarebbe davvero chiaro se:

  • Apriste un conto corrente unico, in ciascuno dei vostri Comuni, sul quale far confluire tutti gli aiuti in denaro provenienti da qualsiasi organizzazione pubblica o privata, sia quelli che provengono dallo Stato sia quelli che provengono dai privati o dai Paesi stranieri o dall’Europa
  • Pubblicaste sui vostri siti il denaro ricevuto e il denaro destinato a chi e a quale progetto
  • Pretendeste dai media (almeno stampa e TV nazionali) che tengano in prima pagina le coordinate del vostro conto sul quale versare e con quale mezzo.

Una semplice trasparenza che toglierebbe di torno intermediari politicanti e gli interessati a strumentalizzare le disgrazie occorse ai vostri Comune e ai vostri Cittadini.

Decidete voi a chi e a quali progetti destinare le risorse finanziarie. Non consentite che alcuno dubiti della vostra capacità, serietà ed equità nel fare il bene dei vostri Comuni e dei vostri Cittadini. Non lasciate che faccendieri, politici e non, interferiscano sulla capacità, dei vostri Cittadini e vostra, di decidere equamente per il bene generale e di ciascun cittadino danneggiato.

Avrete molto di più di quanto vi promettono i faccendieri.

PS

Prendete atto che le organizzazioni che vogliono donare con trasparenza non donano allo Stato o a i vostri Comuni, ma a organizzazioni che hanno immagine (es. Croce Rossa) di neutralità e distanza dagli interessi dei faccendieri.

Certo, molti vorranno impedirlo dicendo che così gli aiuti vanno ai Comuni con maggiore immagine mediatica, es. Amatrice. Crediamo invece che questa sia una palestra per voi di dimostrare di poter cooperare (es: distribuire pro capite gli aiuti fra di voi?) senza bisogno dello Stato-padre-padrone. E sia anche una palestra per i media per cooperare con voi invece che con gli intermediari pubblici e privati.

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

La grande bufala del taglio delle partecipate pubbliche

C’è una sottile e perfida resistenza dei vari ordini e gradi della Pa a ogni riduzione, anche modesta, degli enti inutili o ridondanti

La protesta di ferrotranvieri dell’Atac contro la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti romana (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Innanzi tutto c’è una notizia che in realtà è una non-notizia. La recente dichiarazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi con cui egli enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione «sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000» fu fatta il 18 aprile 2014. E anche questa non è una novità: siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui – ahinoi! – non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.a.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Quante sono le partecipate pubbliche? Per il Mef 7.726, per il Dipartimento pari opportunità oltre 10mila
Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal Mef (dato al 31/12/2012, ultimo disponibile). Secondo la stima – più recente – da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (Dpo) della Presidenza del Consiglio sono «oltre 10.000», quindi il 30% in più di quanto indicato dal Mef, uno “scarto” nella misurazione che dà bene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un Paese a vocazione certamente statalista e interventista in ambito economico) ne ha circa mille. Prendiamo come base di calcolo i dati del Dpo: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo Stato (nelle sue articolazioni: Stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1.300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante – torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.
Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro Paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, «a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato» (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).

Si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibileresistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.

Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole Regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono “per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.

Per le regioni a statuto speciale nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province – anche nella loro nuova veste – delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale. Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie e organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a.
Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita:

«Al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le amministrazioni pubbliche non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. È sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici … e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte , nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza».

C’è una sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a
La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore e avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale – molto parziale – esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà diaggirare il “patto di stabilità” che poteva (e ancora può…) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

La spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità”
In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.
Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.
Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, volontà che nel governo Renzi sembra assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta
Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica

Pubblicato su Linkiesta

Sogno, o son desto? La resistibile riduzione delle partecipate pubbliche.

La recente dichiarazione del presidente del consiglio con cui si enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione “sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000” fu fatta il 18 aprile 2014. Siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui  non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.A.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal MEF (dato al 31.12.2012, ultimo disponibile). Secondo la stima — più recente — da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (DPO) della Presidenza del Consiglio sono “oltre 10.000”, quindi il 30% in più di quanto indicato dal MEF, uno “scarto” nella misurazione che dàbene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un paese a vocazione certamente statalista ed interventista in ambito economico) ne ha circa 1.000. Prendiamo come base di calcolo i dati del DPO: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo stato (nelle sue articolazioni: stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante -torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.

Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del Commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, “a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato” (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.
Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono“per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province — anche nella loro nuova veste — delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale.

Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie ed organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza ad ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.A.

Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita: “al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le <amministrazioni pubbliche> non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. E’ sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici .. e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte <di amministrazioni pubbliche>, nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza”. La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore ed avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale –molto parziale — esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità” che poteva (ed ancora può …) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.

Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.

Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, da sempre assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

di:

Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica
Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta

Pubblicato su Linkiesta   e  ripreso su ItaliAperta per gentile concessione degli autori.

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

«Uno dei più grandi dibattiti del nostro tempo riguarda quanto del vostro denaro debba essere speso dallo Stato e quanto ne dobbiate conservare e spendere per la vostra famiglia.

Non dimentichiamoci mai questa verità fondamentale: lo Stato non ha altre fonti di denaro se non il denaro che la gente guadagna per proprio conto.

Se lo Stato intende spendere di più, lo può fare soltanto prendendo in prestito i vostri risparmi o tassandovi di più. E non è un buon modo di pensare ritenere che sarà qualcun altro a pagare, quel qualcun altro siete voi.

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

La prosperità non giungerà attraverso l’invenzione di sempre nuovi programmi di spesa pubblica, non diventerete più ricchi ordinando alla banca un nuovo libretto d’assegni.

Nessuna nazione è mai diventata più ricca tassando i suoi cittadini oltre la loro possibilità di pagare.

Noi abbiamo il dovere di assicurarci che ogni singolo penny che raccogliamo con le tasse sia speso saggiamente e bene».

 

Parole pronunciate il 14.10.1983 da un primo ministro (non italiano).

La spesa pubblica italiana: fra storia, realtà e mito (della Spending Review)

“”Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse””, Maffeo Pantaleoni (Frascati, 1857 – Milano,1924)

Così diceva l’economista, politologo e senatore del Regno d’Italia. Perché citare un uomo morto quasi un secolo fa, vi chiederete? Perché le sue parole sono incredibilmente attualissime se le coniughiamo alla cronaca politica.
La Cgia di Mestre ha calcolato che ammontano a 1,5 miliardi di euro i tagli ai comuni in conseguenza della spending review. I più penalizzati da questa operazione saranno quelli di Cosenza, Napoli, Siena e Firenze.
È questo il modo giusto per tagliare una spesa pubblica fuori controllo come quella italiana? Per rispondere a questa domanda, occorre prima capire come è composta e come è cambiata nel tempo.

L’evoluzione della spesa pubblica italiana

La definizione di spesa pubblica include spese correnti, interessi e investimenti: nel 2014 è stata di 817,5 miliardi di euro, pari al 51,1% del PIL. Nel 1954 era il 25%, poi è via via cresciuta negli anni: ha superato il 30% nel 1996, il 40% nel 1981, ha sfondato quota 50% nel 1990, è ridiscesa sotto il 50% nel 1997, per poi tornare saldamente sopra il 50% dal 2012.
Prima osservazione: dal 1954, in nessun anno le entrate (imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali, altri ricavi) sono state superiori alle spese, questo ha determinato una serie ininterrotta di “deficit” (con una differenza massima fra spese ed entrate di 11,6 punti di PIL nel 1988).
Le entrate fiscali erano 23,1% del PIL nel 1954, hanno superato il 40% nel 1990, sono il 48,1% del PIL nel 2014. Se “sommiamo” tutti i deficit dal 1954 al 2014, arriviamo a un valore che è 3,15 volte il PIL italiano del 2014.
Spesa pubblica: un confronto europeo
La spesa pubblica italiana è assai elevata in assoluto e in percentuale del PIL, ma quando la si raffronta a livello europeo troviamo delle inaspettate sorprese.
Come dicevamo in Italia la spesa pubblica totale (tutte le spese correnti inclusi stipendi, investimenti, pensioni, sussidi, interessi) è pari al 51,1% del PIL. In Francia tocca il 57,3%, in Svezia il 54,6%, in Belgio il 54,1% (la Germania fa meglio: 44,1%). Se si analizza la spesa pubblica primaria (che esclude pensioni e interessi, conseguenze dei governi del passato), la percentuale sul PIL della spesa italiana è il 28,8%: la Svezia è al 41,9%, la Francia al 39,1%, la Germania al 30,1%.
Una seconda osservazione è quindi che in Italia il costo per interessi e per pensioni è più elevato che in altri paesi europei, poiché “vale” il 20% di PIL, mentre in Germania il 14% e in Svezia il 12,7%.

 

La composizione della spesa pubblica italiana

Dalla sua analisi si traggono utili osservazioni. Al governo e alla politica l’arduo compito di utilizzarle in modo corretto (purtroppo la storia degli ultimi 60 anni depone in senso contrario).
Gli 817,5 miliardi di spesa pubblica del 2014, per livello di governo, sono così composti (fonte: Istat):
• 323,7 miliardi (il 39,6%) per la previdenza (pensioni);
• 264,9 miliardi (il 32,4%) per costi delle amministrazioni centrali (ministeri, giustizia, difesa…);
• 111,2 miliardi (il 13,6%) per la sanità;
• 66,2 miliardi (l’8,2%) per i comuni;
• 41,7 miliardi (il 5,1%) per le regioni (esclusa la sanità, sopra indicata);
• 9,8 miliardi (l’1,2%) per le province (recentemente oggetto di una norma di abolizione da parte del Governo Renzi).
Nella spesa pubblica sono inclusi gli investimenti, che per il 2014 sono stati 31,1 miliardi di euro (il 3,8% del totale della spesa pubblica), per la maggior parte effettuati dagli enti locali (572,2 miliardi, il 70%) e poi a quelli centrali (201,9 miliardi, il 25,8%). Gli investimenti per la difesa sono stati 8,9 miliardi. Dove tagliare?

 

Quale spending review per l’Italia?

Una spending review ben fatta dovrebbe concentrarsi su tutte le voci di spesa, per quanto difficile possa essere incidere su voci come le pensioni, che assorbono 40 euro per ogni 100 spesi dallo stato.
I mezzi e gli strumento dovrebbero essere indicati dalla politica e non solo dalla tecnica. L’azione del governo si è sinora concentrata su una voce “facile” come quella delle province, forse perché toccava solo l’1,2% del totale della spesa, ma aveva un suo peso mediatico, dando l’idea che “si faceva sul serio”.
Tuttavia per uno Stato che negli ultimi 60 anni ha speso sempre più di quanto ha incassato ci vuole ben altro, anche se forse un deficit del 3% (differenza fra il 51,1% di spesa sul PIL e il 48,1% di entrate fiscali sul PIL) non è che “una goccia in un mare” di risorse sottratte ai cittadini in 60 anni.

Non tornano anche a voi in mente le dotte parole di Pantaleoni?

 

Italia, coi conti in disordine non c’è futuro

Il dramma italiano ha un nome preciso: mancanza di crescita, poca creazione di ricchezza, bassa produttività e innovazione, poche opportunità offerte e premiate per merito. Un altro amaro primato italico è quello del numero di giovani inattivi, che non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere. Sono chiamati «i NEET»: Not in Education, Employment or Training. Gli amari primati non finiscono qui: il «bel Paese» presenta una burocrazia farraginosa e inefficiente che fa il paio con una spesa pubblica folle, sprecona e insostenibile. L’Italia ovviamente risulta poco appetibile per eventuali investitori stranieri e impone un vero e proprio salasso a chi ha già avviato un’impresa sul territorio tricolore.

È sempre più necessario ricordare le basi della logica e del buonsenso: un Paese coi conti del passato in disordine — scaricati sui figli — non può avere presente, e si gioca il futuro — dei figli divenuti adulti. Se la Commissione UE agisse fino in fondo come una burocrazia, e giudicasse i governi europei sulla base dei numeri nudi senza metterli in prospettiva, l’Italia sarebbe già finita nei guai, ancor più grossi d’ora. È noto che la spesa pubblica italiana supera ormai gli 800 miliardi d’euro e che oltre il 28% della spesa nazionale, ad esempio, finisce a pagare le pensioni d’anzianità. Il fondamentale e necessario riequilibrio della dissestata finanza pubblica italiana non può che passare attraverso un serio e puntuale processo di revisione della spesa. Lo sentiamo dire da anni, e i più intellettualmente onesti, che prediligono lo studio dei numeri al populismo, tentano di spiegarlo a ogni occasione, precisando che è anche una strada per tornare a rendere più efficiente e competitivo il Paese in cui viviamo.

Il dibattito pubblico in Italia sulla spending review è da qualche anno animato dalla presenza dei «commissari ad hoc», figure tecniche che gli ultimi governi hanno nominato per stilare piani d’«efficientamento» e tagli di spesa, figli di una coerente revisione dei costi. L’ultima spending review, curata dal commissario Carlo Cottarelli e — pareva — acquisita dal governo, scese da un potenziale impatto pari al 4% degli 800 miliardi a un misero 1% o, nella migliore delle ipotesi, 1,75%. Senza contare che l’iniziale vincolo di non impiegare le risorse della spending review per finanziare nuova spesa pubblica fu poi cancellato col bonus 80 euro di Renzi.

Ora le puntate della saga I commissari alla spending review, scaricato Cottarelli, si arricchiscono ancor di più, perché l’esecutivo ha scelto d’affidare la regia dei tagli al consigliere economico di Palazzo Chigi, Yoram Gutgeld. Diametralmente opposta all’approccio dei «tagli lineari», l’ormai nota spending review può effettivamente costituire un’occasione per riconsiderare il capitolo dell’enorme e inefficace spesa pubblica tricolore, contribuendo a adottare soluzioni orientate al miglioramento dell’azione pubblica anche in un’ottica di coesione sociale. Ciò detto, però, da Giarda a Cottarelli una lunga sequenza di tentativi illustra il fallimento di tale progetto e l’incapacità di ridurre la longa manus del Leviatano pubblico, tutt’altro che intenzionato a dimagrire, perdendo potere. A tale scopo, sarebbe particolarmente necessario porre attenzione sul tema del potere locale e della spesa degli enti territoriali. Si tratterebbe d’usare la necessità e opportunità di una profonda revisione di questa spesa per stilare nuove strategie più efficaci d’investimento dei soldi raccolti con le tasse e dai trasferimenti centrali, non solo per ridurre l’ammontare della spesa locale, ma anche ri-orientarla allo scopo di rendere i territori più vivibili per chi ci vive e lavora, nonché più attraenti per potenziali investitori esterni. Noi italiani siamo però sempre alla ricerca di capri espiatori e scorciatoie, rifuggendo sistematicamente scelte responsabili e a volte dolorose. Un esempio è il piano per disboscare la giungla delle società partecipate, ancora inattuato. Intanto le spese dello Stato continuano a lievitare, e saranno, tra l’altro, indispensabili 16 miliardi di tagli per evitare l’aumento dell’IVA previsto dalle clausole di salvaguardia. Clausole di salvaguardia con cui, come ricordato di recente dalla Corte dei conti, le ultime manovre finanziarie hanno sostituito i tagli di spesa, rinviandoli al futuro.

La verità è che la colpa della nostra crisi è tutta nostra, e se vogliamo tirarcene fuori dobbiamo scegliere noi di fare dei sacrifici, guardando al futuro e ai figli che verranno. La corruzione, le mafie, il clientelismo, l’alto costo dell’energia, la carenza d’infrastrutture, la saturazione dei tribunali, il carico fiscale sul lavoro, la mancanza di meritocrazia, l’instabilità politica, l’assurda spesa pubblica e l’inefficienza della burocrazia sono i nostri problemi; altro che euro, liberismo e Frau Merkel. E in questo cupo scenario hanno purtroppo buon gioco demagoghi e farabutti a salire su palchi e tribune elettorali, ergendosi a novelli tribuni della plebe e gettando fumo negli occhi delle persone, che troppo spesso hanno rinunciato a informarsi per conoscere il mondo che le circonda, approfondendo i temi dibattuti sulla loro pelle.

Ronald Wilson Reagan, 40º presidente degli Stati Uniti d’America, soleva dire che un contribuente è uno che lavora per lo Stato, ma senz’avere vinto un concorso pubblico. Tocca sempre a chi ci vive, in un Paese, scegliere quale tipo di contribuente essere, e temo non sia una coincidenza il costante aumento del flusso d’italiani che si trasferiscono all’estero. Il caso più eclatante è quello di Londra, dove la comunità italiana ha raggiunto il mezzo milione di persone.

Quando le entrate fiscali sono insufficienti, che fare?

“”Le entrate (del fisco francese, ndr) del 1783 erano state inferiori al previsto e in parte già spese per pagare i debiti di guerra e la macchina burocratica. A ciò si aggiungevano svariati milioni che dovevano essere rimborsati ai titolari di assegni statali emessi negli anni precedenti.

Che fare?

L’unica ricetta era aumentare il costo del denaro e immettere sul mercato nuovi titoli per attirare investitori, soprattutto stranieri.

E poi?

Incentivare l’economia con il finanziamento di opere pubbliche e la creazione di porti franchi per facilitare il commercio. (…) a preoccupare seriamente Luigi XVI non era in quel frangente la politica estera quanto le finanze del suo Regno. Il 28 agosto (1786) il ministro (delle Finanze, ndr) Calonne gli aveva presentato un memorandum prospettando quella che appariva come l’unica terapia in grado di sanare l’erario e preservare intatta la monarchia: “Sire, occorre prendere delle decisioni forti, forse impopolari, ma necessarie. L’unico rimedio per evitare la crisi è di porre un freno agli abusi e ai privilegi e stabilire una equità di tutti i francesi innanzi alle imposte, indipendentemente dal loro ceto di appartenenza.” (…)

Era di moda lagnarsi di tutto. Essere in servizio a Corte appariva sempre più noioso. Gli ufficiali della guardia del corpo si lamentavano di dover indossare l’uniforme tutto il giorno, le dame della Real Casa non sopportavano di restare a Versailles tutta la settimana. Il massimo del bon ton era crucciarsi dei propri doveri continuando tuttavia a trarne profitto. Tutti i legami, gli impegni erano allentati e, purtroppo, era proprio la classe dominante a dare il cattivo esempio.””

 

Antonio Spinosa, “Luigi XVI. L’ultimo sole di Versailles”

 

Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli

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COMUNICATO STAMPA

In Italia tutto pare debba esser sottoposto alla legge e quindi facciamo leggi per qualsiasi cosa: ecco perché in 150 anni abbiamo prodotto circa 190 mila leggi ed è praticamente impossibile governare come accade in altri paesi civili.

Di questo si parlerà il 21 Febbraio ad Avellino con Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato a Roma e, fino a pochi mesi fa, capo dell’ufficio legislativo del Ministero per lo Sviluppo.
L’occasione è offerta dalla presentazione del suo primo romanzo (edito da Arnoldo Mondadori Editore) che ha per titolo “Il dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale” e per tema la burocrazia italiana.
L’incontro si terrà Sabato 21 Febbraio alle 10.30 presso il Circolo della Stampa di Avellino.
Alla presentazione, oltre all’autore – Alfonso Celotto – interverranno Achille Benigni (avvocato) e Piero Mastroberardino (imprenditore); l’evento –dal titolo Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli- sarà moderato da Antonluca Cuoco. (Ali & ItApe)
Per riformare la Pubblica amministrazione, occorre una operazione culturale, che modifichi la mentalità dei pubblici impiegati e dei cittadini verso la Amministrazione. Va creato un sistema di valutazione reale. La valutazione è scomoda e complessa da esercitare, ma senza un sistema di valutazione che funzioni è impossibile riconoscere incentivi realmente premianti e si conserva una gran palude di inutile egualitarismo.
La situazione è ancora più grave al Sud per una serie di questioni storiche a tutti ormai ben note, ma non ancora risolte dopo 150 anni dall’Unità d’Italia.
L’incontro è promosso dalle associazioni: Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia, Italia Aperta, Nuovo Meridionalismo

Burocrazia: Bolli, sempre Bolli, fortissimamente Bolli
Dove: Circolo della Stampa di Avellino – C.so V. Emanuele, Palazzo della Prefettura
Quando: Sabato 21 Febbraio h10.30