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TTIP – I nazionalismi, i populismi e le lotte elettorali, tutti d’accordo: meglio litigare!

Io credo fermamente che un uomo di stato debba conoscere i principali dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparativamente più costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell’agricoltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di acquistare anche all’estero materie prime, macchine e altri strumenti”. Per questa sua frase contro l’autarchia e la “battaglia del grano”, Umberto Ricci, economista liberale della prima metà del ‘900, dopo essersi già dimesso dall’Accademia dei Lincei per non giurare fedeltà al fascismo, nel 1934 perse la cattedra universitaria e andò in esilio a insegnare al Cairo e a Istanbul.

Oggi la situazione non è certo la stessa, ma i venti che spirano contro il libero commercio sono ripresi vigorosi. Si è creata infatti in Europa un’alleanza tra gli eredi del fascismo e del comunismo (entrambe in versione democratica e 2.0, certo) che, appoggiati da certi esponenti di una pluri-millenaria tradizione religiosa (la religione in sé niente ebbe da dire sui vantaggi comparativi del libero scambio, salvo dover intervenire deus ex machina quando – per difetto della distribuzione commerciale dell’epoca – mancarono pani e pesci nei pressi del Mare di Galilea e il vino alle nozze di Cana) e da concreti interessi economici di industrie inefficienti, ha organizzato una vera e propria crociata contro l’apertura delle frontiere, che trova un bersaglio ideale nel Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) in negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea.

Per carità, anche negli Stati Uniti la chioma argentea di un vecchio socialista ciarliero e quella cotonata di un astuto trombone miliardario stanno sferrando pesanti attacchi contro il libero scambio, ma questo non ci è di consolazione, semmai aggrava lo sconforto. La conservazione e l’ideologia hanno sempre frenato le innovazioni anche più ovvie (basti pensare ai luddisti inglesi) ma certamente risulta strano che in epoca di piena globalizzazione, dove si è perennemente connessi o in viaggio e si acquistano gadget, macchinari e servizi provenienti da ogni parte del mondo, si sia sviluppata una repulsione così irrazionale nei confronti del commercio. Fortunatamente la quasi totalità degli economisti ancora accetta l’assunto che il “free trade” è benefico per tutte le nazioni, sia che importino sia che esportino. L’intuizione la possiamo far risalire alle parole che, mentre era predominante la teoria mercantilista, Adam Smith scrisse nella “Ricchezza delle nazioni”: “E’ la massima di ogni uomo prudente, a capo della sua famiglia, di non cercare mai di fare a casa ciò che gli costerà più fare che andare a comprare”.

Ma torniamo al Ttip. Porterà vantaggi economici? Finora la stragrande maggioranza degli studi (Cepii, Cepr, Fondazione Bertelsmann, World Trade Institute, Atlantic Council) dice di sì. In prospettiva, dallo 0,3 allo 0,5 per cento del pil di crescita in più all’anno (un’enormità, soprattutto per paesi a basso tasso di sviluppo come l’Italia) equamente distribuita tra Europa e America. E’ vero che questi studi sono a volte un po’ simpatetici e in più stimano anche gli effetti dell’eliminazione di barriere non tariffarie, più difficili da calcolare dell’abbassamento dei dazi doganali, ma tant’è. E comunque l’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri. Il fatto che su alcuni argomenti le parti non siano d’accordo (come l’apertura alle merci europee negli appalti americani o la denominazione di origine controllata di cibo e vino) è la scoperta dell’acqua calda: cosa si negozierebbe altrimenti?

Il Ttip porterà senza dubbio anche vantaggi politici. Prima di tutto impedirà la deriva degli Stati Uniti verso il Pacifico: ricordiamoci che il Trans-Pacific Partnership (Tpp), accordo con 11 stati affacciati su quell’oceano, è già stato firmato. Anche il più convinto anti-yankee non può avere piacere che l’Europa abbia scarsa influenza su Washington e che il mercato americano sia meno accogliente verso le merci del Vecchio continente. Inoltre, le regole del commercio internazionale è meglio scriverle insieme, tra paesi democratici e a economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare in posizione disunita con paesi che prendono i loro interessi molto sul serio, come Cina, Russia e India, e che hanno sistemi di valori non proprio coincidenti con i nostri.

Pericoli del Ttip? “Ogm, carni con ormoni, polli alla candeggina, esperimenti sugli animali per testare i cosmetici!”. Ora, a prescindere dal fatto che, per esempio, sugli ogm il pragmatico approccio americano sarebbe migliore di quello europeo che è “prudente” e abbastanza antiscientifico, la Commissione europea e molti governi hanno ribadito varie volte che questi argomenti non sono negoziabili; anzi, la commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, esagerando, ha affermato che le regolamentazioni potranno essere solo più stringenti, non meno (che razza di liberale! Il presupposto è che più si regola meglio è).

Insomma, crescita economica, convenienza politica, rischi limitati e persino concordanza tra gli studiosi sulla teoria dei vantaggi comparativi del libero scambio: cosa potrebbe fermare il Trattato? Il populismo e la legge di Murphy, che nella scienza economica è stata così teorizzata dall’accademico di Princeton, Alan Blinder: “Gli economisti hanno la minima influenza sulle politiche dove ne sanno di più e sono maggiormente in accordo; hanno la massima influenza sulle politiche dove ne capiscono di meno e litigano nel modo più veemente”. Appunto.

Sogno, o son desto? La resistibile riduzione delle partecipate pubbliche.

La recente dichiarazione del presidente del consiglio con cui si enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione “sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000” fu fatta il 18 aprile 2014. Siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui  non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.A.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal MEF (dato al 31.12.2012, ultimo disponibile). Secondo la stima — più recente — da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (DPO) della Presidenza del Consiglio sono “oltre 10.000”, quindi il 30% in più di quanto indicato dal MEF, uno “scarto” nella misurazione che dàbene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un paese a vocazione certamente statalista ed interventista in ambito economico) ne ha circa 1.000. Prendiamo come base di calcolo i dati del DPO: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo stato (nelle sue articolazioni: stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante -torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.

Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del Commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, “a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato” (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.
Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono“per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province — anche nella loro nuova veste — delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale.

Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie ed organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza ad ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.A.

Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita: “al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le <amministrazioni pubbliche> non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. E’ sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici .. e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte <di amministrazioni pubbliche>, nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza”. La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore ed avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale –molto parziale — esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità” che poteva (ed ancora può …) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.

Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.

Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, da sempre assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

di:

Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica
Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta

Pubblicato su Linkiesta   e  ripreso su ItaliAperta per gentile concessione degli autori.

Merkel dixit: non più Grexit

Il conflitto politico (cioè fra amministratori pubblici) è rientrato e la crisi greca sembra avviata verso qualcosa, anche se non si sa cosa. I media non trovano più nulla di interessante da dire, a parte qualche post-battutaccia sulla grande recita degli ultra nazi-marxisti-leninisti. I media sono alla ricerca di nuovi scoop insaporiti col sale dell’estate. Sarà un Frexit? Un Brexit? Un Itaxit o un Portexit? I grandi economisti stanno facendo le prove generali  per lanciare il tormentone estivo. Read more

Mini-econoregole: Il debito a banda larga

Il debito è a banda limitata, nella quantità e nel tempo.
Il debito è lo specchio del credito; sebbene non indispensabile, è un utile acceleratore dell’innovazione e del valore aggiunto.

Le istruzioni per l’uso ci avvertono però di alcuni pericolosi rischi:

  • Il debito non è a banda larga. ATTENZIONE: non superare la soglia della restituibilità (*)
  • Il debito/credito va impiegato solo per la produzione valore aggiunto (non usare a copertura della spesa corrente).

Quando il debito supera questi limiti, il fallimento è irreversibile e si paga con la perdita della libertà (**).

Sono regole semplici e di basilare buonsenso;  sono invece capovolte dagli Amministratori Pubblici che decidono in modo totalmente avverso. I gravissimi danni ai cittadini, nel presente e nella storia, sono evidenti; eppure anche molti cittadini si sono lasciati convincere che il debito a banda larga, smisurato, è cosa buona e utile. Misteri dell’umanità.

(*)  Nei recenti decenni il Sistema Finanziario ci ha fatto credere che il debito “si rinnova”, non si restituisce. Il senso completo della frase è invece che il debito viene nel tempo eroso dall’inflazione e perciò sparisce. Non ci è stato spiegato dal Sistema Finanziario che l’inflazione è una sorta di tassa lineare che lima risparmi e compensi. Anche i Governi tendono a farci credere alla stessa favola; d’altra parte questa favola offre grande convenienza nel giustificare indebitamenti pericolosi per la libertà dei cittadini.

(**)  La libertà è la sintesi delle aspirazioni dell’uomo, dalla possibilità di realizzare una piccola aspirazione alla vita stessa.

God save the Queen! Quando basse tasse ed alti salari si dan la mano.

Nella eterna, quindi inconcludente, discussione sul “modello di sviluppo” che l’Italia deve assumere, irrompe la eterodossa esperienza inglese, che al grido di “alti salari, basse tasse, welfare ridotto” vede il governo inglese proseguire la tappa di avvicinamento a livelli di tassazione assai bassi: oggi la “corporate tax”, l’imposta sugli utili societari, è stata portata al 20%, ma nelle intenzioni dello Scacchiere di Londra potrebbe scendere al 15% entro il 2020 (avvicinandosi a quel 12,5% che la vicina Irlanda impone alle imprese che hanno sede nella repubblica irlandese). Livelli da sogno per le imprese italiane, che con simili aliquote confidiamo possano “fare miracoli”.

Questo “modello” sociale ha consentito evoluzioni importanti: PIL inglese in crescita del 2,4% nel 2014 e nel 2015 (previsione), disavanzo in calo al 3,7%, occupazione in trend positivo, tutti segni che il risanamento dei conti inglesi sembra avviato verso il successo.

Alcune soluzioni sembrano difficilmente trasferibili nel contesto italiano: tagli al “welfare”, con riduzioni su assegni familiari, assegni per l’abitazione, sussidi per gli studenti.

Invece, le modifiche apportate al mercato del lavoro sono significative e col segno “+”: il governo conservatore ha fissato il salario orario minimo, “living wage” in lingua locale (ma tutti lo comprendono), dei lavoratori di almeno 25 anni di età a 7,20 sterline orarie (era 6,50 sino ad ora), con ulteriore previsione di adeguamento a 9 sterline orarie entro il 2020: nelle intenzioni governative, la ridotta tassazione sugli utili aziendali dovrebbe consentire alle imprese di trasferirne parte dei benefici ai dipendenti sotto forma di aumento dei salari, accompagnato da una esenzione totale di imposta sui redditi sino a 11.000 sterline annue.

Mettere in diretta relazione, nelle intenzioni e quel che più conta nella pratica, la bassa tassazione sul reddito di impresa con la aspettativa “razionale” di un trasferimento di una quota di “rendita” dal “capitale” al “lavoro” ci sembra una ottima proposizione: in attesa di vedere la sua concreta applicazione, ne facciamo l’elogio, confidando che abbia successo, un grande successo, in Gran Bretagna: e che da questo successo nasca anche un “effetto imitazione” per il nostro legislatore.

God save the Queen!

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

«Uno dei più grandi dibattiti del nostro tempo riguarda quanto del vostro denaro debba essere speso dallo Stato e quanto ne dobbiate conservare e spendere per la vostra famiglia.

Non dimentichiamoci mai questa verità fondamentale: lo Stato non ha altre fonti di denaro se non il denaro che la gente guadagna per proprio conto.

Se lo Stato intende spendere di più, lo può fare soltanto prendendo in prestito i vostri risparmi o tassandovi di più. E non è un buon modo di pensare ritenere che sarà qualcun altro a pagare, quel qualcun altro siete voi.

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

La prosperità non giungerà attraverso l’invenzione di sempre nuovi programmi di spesa pubblica, non diventerete più ricchi ordinando alla banca un nuovo libretto d’assegni.

Nessuna nazione è mai diventata più ricca tassando i suoi cittadini oltre la loro possibilità di pagare.

Noi abbiamo il dovere di assicurarci che ogni singolo penny che raccogliamo con le tasse sia speso saggiamente e bene».

 

Parole pronunciate il 14.10.1983 da un primo ministro (non italiano).

La spesa pubblica italiana: fra storia, realtà e mito (della Spending Review)

“”Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse””, Maffeo Pantaleoni (Frascati, 1857 – Milano,1924)

Così diceva l’economista, politologo e senatore del Regno d’Italia. Perché citare un uomo morto quasi un secolo fa, vi chiederete? Perché le sue parole sono incredibilmente attualissime se le coniughiamo alla cronaca politica.
La Cgia di Mestre ha calcolato che ammontano a 1,5 miliardi di euro i tagli ai comuni in conseguenza della spending review. I più penalizzati da questa operazione saranno quelli di Cosenza, Napoli, Siena e Firenze.
È questo il modo giusto per tagliare una spesa pubblica fuori controllo come quella italiana? Per rispondere a questa domanda, occorre prima capire come è composta e come è cambiata nel tempo.

L’evoluzione della spesa pubblica italiana

La definizione di spesa pubblica include spese correnti, interessi e investimenti: nel 2014 è stata di 817,5 miliardi di euro, pari al 51,1% del PIL. Nel 1954 era il 25%, poi è via via cresciuta negli anni: ha superato il 30% nel 1996, il 40% nel 1981, ha sfondato quota 50% nel 1990, è ridiscesa sotto il 50% nel 1997, per poi tornare saldamente sopra il 50% dal 2012.
Prima osservazione: dal 1954, in nessun anno le entrate (imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali, altri ricavi) sono state superiori alle spese, questo ha determinato una serie ininterrotta di “deficit” (con una differenza massima fra spese ed entrate di 11,6 punti di PIL nel 1988).
Le entrate fiscali erano 23,1% del PIL nel 1954, hanno superato il 40% nel 1990, sono il 48,1% del PIL nel 2014. Se “sommiamo” tutti i deficit dal 1954 al 2014, arriviamo a un valore che è 3,15 volte il PIL italiano del 2014.
Spesa pubblica: un confronto europeo
La spesa pubblica italiana è assai elevata in assoluto e in percentuale del PIL, ma quando la si raffronta a livello europeo troviamo delle inaspettate sorprese.
Come dicevamo in Italia la spesa pubblica totale (tutte le spese correnti inclusi stipendi, investimenti, pensioni, sussidi, interessi) è pari al 51,1% del PIL. In Francia tocca il 57,3%, in Svezia il 54,6%, in Belgio il 54,1% (la Germania fa meglio: 44,1%). Se si analizza la spesa pubblica primaria (che esclude pensioni e interessi, conseguenze dei governi del passato), la percentuale sul PIL della spesa italiana è il 28,8%: la Svezia è al 41,9%, la Francia al 39,1%, la Germania al 30,1%.
Una seconda osservazione è quindi che in Italia il costo per interessi e per pensioni è più elevato che in altri paesi europei, poiché “vale” il 20% di PIL, mentre in Germania il 14% e in Svezia il 12,7%.

 

La composizione della spesa pubblica italiana

Dalla sua analisi si traggono utili osservazioni. Al governo e alla politica l’arduo compito di utilizzarle in modo corretto (purtroppo la storia degli ultimi 60 anni depone in senso contrario).
Gli 817,5 miliardi di spesa pubblica del 2014, per livello di governo, sono così composti (fonte: Istat):
• 323,7 miliardi (il 39,6%) per la previdenza (pensioni);
• 264,9 miliardi (il 32,4%) per costi delle amministrazioni centrali (ministeri, giustizia, difesa…);
• 111,2 miliardi (il 13,6%) per la sanità;
• 66,2 miliardi (l’8,2%) per i comuni;
• 41,7 miliardi (il 5,1%) per le regioni (esclusa la sanità, sopra indicata);
• 9,8 miliardi (l’1,2%) per le province (recentemente oggetto di una norma di abolizione da parte del Governo Renzi).
Nella spesa pubblica sono inclusi gli investimenti, che per il 2014 sono stati 31,1 miliardi di euro (il 3,8% del totale della spesa pubblica), per la maggior parte effettuati dagli enti locali (572,2 miliardi, il 70%) e poi a quelli centrali (201,9 miliardi, il 25,8%). Gli investimenti per la difesa sono stati 8,9 miliardi. Dove tagliare?

 

Quale spending review per l’Italia?

Una spending review ben fatta dovrebbe concentrarsi su tutte le voci di spesa, per quanto difficile possa essere incidere su voci come le pensioni, che assorbono 40 euro per ogni 100 spesi dallo stato.
I mezzi e gli strumento dovrebbero essere indicati dalla politica e non solo dalla tecnica. L’azione del governo si è sinora concentrata su una voce “facile” come quella delle province, forse perché toccava solo l’1,2% del totale della spesa, ma aveva un suo peso mediatico, dando l’idea che “si faceva sul serio”.
Tuttavia per uno Stato che negli ultimi 60 anni ha speso sempre più di quanto ha incassato ci vuole ben altro, anche se forse un deficit del 3% (differenza fra il 51,1% di spesa sul PIL e il 48,1% di entrate fiscali sul PIL) non è che “una goccia in un mare” di risorse sottratte ai cittadini in 60 anni.

Non tornano anche a voi in mente le dotte parole di Pantaleoni?

 

Ogni secolo hai suoi dossier, pdf o non pdf …

“” Con le economie volute da Necker (ministro delle Finanze del re di Francia Luigi XVI, ndr) fluivano nelle casse dello Stato 36 milioni di lire e senza aggravi per il contribuente.

Tuttavia, i nobili lo accusavano di aver cancellato l’opulenza di Versailles e sminuiti il potere stesso della monarchia (…). Luigi XVI lo difendeva a spada tratta e gli scriveva in un bigliettino del 19 settembre 1780: “Monsieur Necker, continuate nella vostra azione riformatrice, e state sicuro che Noi vi sosterremo. Contate sulla Nostra fermezza”. (…)

Nel gennaio del 1781 il ministro Necker preparava un colpo di scena teso a cambiare radicalmente il farraginoso sistema tributario, un meccanismo che fino ad allora aveva permesso alla monarchia di non dare conto al popolo dell’uso fatto del denaro proveniente dalle imposte. Dal primo giorno del suo mandato il ginevrino si era imposto come parola d’ordine “trasparence” e, per onorare un simile impegno, aveva deciso di rendere noto il bilancio statale. Il 19 febbraio, presso l’editore Panckouke, faceva pubblicare una brochure di centosedici pagine intitolata Le compte rendu du roi. Vi erano riportate in buon ordine le astronomiche cifre sperperate dalla Corte negli ultimi ani in prebende, pensioni, feste ed altre assurdità. In un sol giorno, di quel libricino si vendevano seimila copie e, non appena terminata la prima tiratura, una gran folla si precipitava dal tipografo costringendolo a stamparne altre centomila.

Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, così plaudiva: “Per questo libretto in lettere d’oro, io vi considero, Signor Necker, un genio, un dio tutelare, un amante dell’umanità che sa farsi adorare in ogni sua azione”.

Furibondi, invece, erano Vergennes e Maurepas (2 ministri del re, ndr), che giudicavano l’iniziativa del collega come una pugnalata al cuore dell’assolutismo monarchico. Il responsabile degli Esteri, nel riferirsi al Rendiconto, parlava di una “publication républicaine”, di un “attentat criminel contre la monarchie très-chrétienne”.

A screditare Necker scendeva in campo il conte di Provenza (fratello del re, ndr) insieme al suo intendente Cromot du Bourg dando alle stampe un Mémoire secret in cui si svelavano i propositi futuri del direttore delle Finanze, compresa l’idea di conferire maggior potere alle Assemblées provinciales e indebolire i Parlamenti. Il libello faceva esplodere la rabbia di aristocratici e di magistrati del Regno, i quali temevano di essere nuovamente sollevati dal loro incarico come era già avvenuto sotto Luigi XV. Il sovrano taceva, sebbene non apparisse più disposto a difendere Necker, al quale negava persino alcune udienze.

Così, il 19 maggio, un sabato, il ginevrino si recava a Marly per incontrare il re e rassegnare le proprie dimissioni. Poiché Luigi non si faceva trovare, egli, preso da un sentimento d’ira misto a rassegnazione, consegnava il billet de démission nella mani di Maria Antonietta. Aveva scritto: “La conversazione con M. de Maurepas non mi consente di altro se non di rimettere le dimissioni a Vostra Maestà. Ho l’animo rattristato, e oso sperare che Vostra Maestà si degnerà di conservare un ricordo degli anni felici, del faticoso lavoro svolto insieme e soprattutto dello zelo senza limiti con cui mi sono votato nel servirla. Necker”. (…)

La notizia delle dimissioni di Necker faceva il giro di Parigi. Per comprendere le reazioni dell’opinione pubblica, ecco le parole del abrone Frédéric Melchior de Grimm nella Correspondance littéraire adressée à un souverain de l’Allemagne: “La domenica mattina, il 20 maggio, si seppe che il Necker aveva rinunciato al ministero. A ciò si era preparati da tempo a causa delle dicerie che circolavano nella città e a Corte. I viali, i caffè, i luoghi pubblici brulicavano di gente, tuttavia regnava uno straordinario silenzio. Quei primi momenti di stupore pari al dolore di una famiglia che ha perso l’oggetto e il sostegno di ogni speranza. Mai un ministro ha portato nel suo ritiro gloria più pura e più integra di Necker, e mai ha ottenuto più ampia testimonianza della benevolenza e dell’ammirazione del popolo”.

(…) i francesi continuavano a sperare in un ritorno di Necker. Nobili e borghesi si recavano in processione a rendergli visita a Saint-Ouen, come testimonia Madame de Stael (sua figlia, ndr): “Tutta la Francia si recava da mio padre: i grandi signori, il clero, i magistrati, i negozianti, i letterati. Egli ricevette più di cinquecento lettere da amministrazioni e corporazioni di provincia che esprimevano rispetto e devozione come per nessun altro uomo politico. Giuseppe II (imperatore d’Austria, ndr), Caterina II (di Russia, ndr) e persino Maria Carolina di Napoli scrissero a papà per offrirgli la direzione delle loro finanze, ma egli aveva un cuore troppo francese per accogliere i loro inviti (…) Turgot, e ora mio padre, sono stati rovesciati per l’influenza dei Parlamenti che non vogliono né la soppressione dei privilegi in materia di imposte né la creazione di assemblee provinciali. Il re Luigi ha creduto bene di scegliere il suo nuovo ministro delle Finanze nel corpo del Parlamento per non aver nulla più da temere da quell’istituzione.”.””

Antonio Spinosa, “Luigi XVI. L’ultimo sole di Versailles”, pg. ”, pg. 96, 98-99, 100-101.

 

#Austerità è la parola ambigua di oggi

Parola ambigua per eccellenza, specialmente quando manca il “chi la prescrive a chi”.
Ecco le leggi fondamentali dell’austerità:
1) Essendo gli Amministratori Pubblici ad applicarla, la applicano dove gli viene più facile: ai Cittadini. Mai a sé stessi.
2) Molti(ssimi) Cittadini-fan degli Amministratori Pubblici li sostengono con lo slogan: tagliare la spesa pubblica = tagliare i servizi (traduzione per gli sprovveduti e per i non iniziati: applicare l’austerità agli Amministratori Pubblici ferma il flusso delle briciolone che cadono, legalmente e illegalmente, dal tavolo degli Amministratori Pubblici)
3) Il Principio attuativo fondamentale: chi prova ad applicarla agli Amministratori Pubblici, viene immediatamente espulso dal club degli Amministratori Pubblici

Pagella: Con la Tobin Tax accelera la fuga dall’Italia

Ripubblichiamo la Pagella “Con la Tobin Tax accelera la fuga dall’Italia” , del 2 ottobre, 2013
Valutazione n. 2013/09/3
Provvedimento c.d. “Tobin Tax” (introdotta con L. 228/2012)
Sintesi
L’imposta sulle transazioni finanziarie (detta “Tobin Tax) si applica su tutti gli acquisti di azioni di società italiane, a partire al marzo scorso (e dal 1.9.2013 per le operazioni c.d. derivate); poiché la Tobin Tax viene applicata con diverse tempistiche e modalità in ciascun paese UE, per l’Italia avrebbe l’effetto di “dirottare” le transazioni oggi effettuate sul mercato dei capitali italiano verso altri mercati e su titoli di società straniere. Read more