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Le Città e la Democrazia al tempo dei populismi

Con mirabile semplicità, tutti gli elementi del cosmo sono messi in relazione reciproca dalla legge universale dell’attrattività: essere attratti ed essere attraenti. Non so se la parola “democrazia” esprima la quintessenza dell’attrattività, ma certamente rappresenta l’arte di essere votati e l’arte di votare entro un sistema di comportamenti regolati che consentono agli esseri umani di esercitare reciproca attrattività senza per questo precipitare in violente collisioni. La democrazia sembra proprio una bella invenzione, eppure quasi ovunque mostra pericolosi sintomi di esaurimento:

  1. Da anni la democrazia non produce crescita (GDPpc – pro-capite)
  2. Cresce la distanza fra i cavalieri dello sviluppo e i feriti dal cambiamento
  3. Proliferano i vanitosi opportunisti che orribilmente manipolano i sentimenti dei feriti con l’unico intento di essere votati
  4. Aumenta la percezione del divario fra gli interessi degli AP (Amministratori Pubblici) e gli interessi dei Cittadini
  5. I risultati elettorali dimostrano l’incapacità degli AP di comprendere il senso degli interessi individuali dei cittadini e dei loro aggregati. Nello stesso tempo la competizione elettorale è diventata perenne e si gioca prevalentemente sulla vanità della retorica e sull’elargizione di privilegi (e spesso anche peggio). Sull’Europa a 28 Stati, il sole partitico-elettorale non tramonta mai.
  6. I Cittadini dimostrano, con risultati elettorali eclatanti, di essere stanchi di essere coinvolti in elezioni i cui effetti si manifestano in luoghi troppo distanti dai loro interessi più vicini.
  7. I super-stati continentali non sono capaci di correre più veloci della realtà; accade che EU che perda i pezzi; è accaduto che l’URSS collassasse senza bisogno di alcuna guerra. (L’ultimo caso di dissoluzione sanguinosa è forse la Yugoslavia)
  8. Nel mezzo dell’imponente cammino verso una maggiore condivisione fra democrazie, gli Stati sembrano essere i maggiori promotori delle separazioni, dei distinguo e dei confini.

Al contrario, sotto la superfice agitata del clangoroso mugugno, avanzano esperimenti e movimenti verso una democrazia aggiornata e rinnovata all’insegna dello scambio e della condivisione:

  • I produttori di conoscenza, come le università e i centri di ricerca, sono ormai una rete globale che anticipa e sopravanza qualsiasi regolazione “geografico statale”
  • I rapporti commerciali internazionali (il Diritto e l’Amministrazione della Giustizia) convergono verso principi e procedure simili.
  • Le metropoli Europee si mettono d’accordo fra di loro senza attendere il permesso dei propri Stati e dell’Europa.

Le metropoli sono ora consapevoli di essere i nodi vitali delle veloci vie aree, marittime, aeroportuali, stradali, ferroviarie, finanziarie, digitali, informative. Le Città non sono solo nodi, sono utilizzatori (e produttori) intensivi di conoscenza, sono i centri decisionali mondiali. Si moltiplicano gli eventi che marcano lo spartiacque fra chi è nella rete di Città e chi si è ritirato o ne è stato escluso. In ogni caso la democrazia ha bisogno di riorganizzare il proprio modello decisionale e partecipativo. Stiamo passando dalla dem 2.0, nata dalla WWII, alla dem 3.0 del terzo millennio.

I Cittadini sentono il bisogno di una democrazia dem 3.0 con processi decisionali più pratici

Un bell’articolo di Vitalba Azzollini apre una porta a quanti vogliono passare alla dem 3.0., e aiuta a focalizzare l’attenzione ai fondamenti della dem 2.0 per poterli ridiscutere e riorganizzarli.

Vitalba Azzollini riporta l’opinione di Madison:”La democrazia … altrimenti essa diviene il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse ad entrambe”.

Per ironia della Storia, la “democrazia americana” non sapeva di essere una “democrazia” fino a quando Tocqueville non la battezzò nel suo libro De la démocratie en Amerique”. La democratie fu pubblicata oltre cinquant’anni dopo la Costituzione Americana che fu scritta in gran parte da Madison, insieme a pochi altri, in tempi brevissimi e con un efficiente processo di condivisione. L’acuto osservatore francese, e post-rivoluzionario, dovette cercare un nome da assegnare a quella forma di autogoverno mai visto prima in Europa, nemmeno nei molti decenni successivi al gran fallimento della rivoluzione francese. Il punto più ironico di tutti è che Madison, insieme a moltissimi dei suoi concittadini, disprezzava la democrazia. Secondo lui quel processo decisionale era troppo complesso, contraddittorio, rischioso e inefficace. Lo spirito pragmatico americano (e anglosassone) richiedeva che alle dichiarazioni dovessero seguire i fatti, cioè le parole devono essere eseguibili (walk the talk). I principi astratti sono belli, ma portano sfortuna, come le rivoluzioni ideologiche ampiamente dimostrano.

Il primo insegnamento che ci viene dalla Storia dunque è che la democrazia non è un nome o un’astratta idea-ideologica o una serie di principi teorici buonisti e inapplicabili. La democrazia è un insieme di comportamenti interamente e immediatamente applicabili.

Amministrare non è cosa da narcisi

Vitalba Azzollini cita Toqueville: La democrazia può compiersi solo con un “popolo informato” .

La politica è l’arte del farsi votare. Sperare che gli AP spieghino accuratamente ed equamente i pro e i contro di provvedimenti da loro proposti è come chiedere all’imbonitore se il suo unguento magico è buono. La legge della seduzione e dell’attrattività non ha confini e spesso travalica anche il confine dell’omissione e della menzogna. Il lettore sa bene quanto in alcune culture la menzogna comprometta la dignità sociale degli individui, mentre in altre è tollerata. Il disprezzo per la menzogna è, a ragion veduta, un tipico anticorpo delle democrazie sostanziali. Ciò detto, non c’è colpa nel portare acqua al proprio mulino, ma è da sprovveduti credere a tutto quanto dicono gli imbonitori.
Sedurre è un’arte appassionate.  Cameron, Johnson, Farage hanno manipolato le pance dei feriti per ottenerne il voto. Il primo ha strizzato l’occhio ai feriti per raggranellare un po’ di voti da aggiungere a quelli del suo elettorato tradizionale ed elitario. Gli altri speravano di estrarre voti dall’elettorato di Cameron per batterlo nel suo giardinetto politico. Nessuno di questi obiettivi mira all’interesse dei Cittadini. Così è il gioco della politica elettorale.
Amministrare è un’arte faticosa, nessuno dei tre ammaliatori si è preoccupato del fatto che “dopo” avrebbe dovuto amministrare il Paese del Day After; il giorno nel quale i Cittadini avrebbero improvvisamente appreso di essere stati imbrogliati con tecniche di seduzione da playboy senza sostanza. Tutti e tre sono scappati ignominiosamente. Anche il trio “controparte” Merkel, Junker, Hollande si sono ritirati nella penombra e nel silenzio. Sono consapevoli di essere gli attori primari del fallimento?
Votare è un’arte difficile. I cittadini hanno scelto i flauti magici degli ammaliatori e sono caduti nel dirupo.

Dalla Brexit impariamo che una sana diffidenza verso gli AP aiuta sia gli elettori sia i seduttori (futuri amministratori). Un’equilibrata diffidenza sempre aiuta a porre domande per una maggiore trasparenza e chiarezza.

Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti.

Propendiamo per l’idea che non esista “un’informazione sufficiente”, e tanto meno che esista un'”informazione perfetta”; esistono solo informazioni parziali e lacunose. Non esiste alcuna condizione che possa condurre deterministicamente “al voto perfetto”. L’informazione è importantissima, più ce n’é meglio è, ma l’idea che il voto possa essere buono solo se informato è contraria ai principi fondanti della democrazia. In democrazia ciascuno ha una sua propria idea del proprio futuro, diversa da quella di tutti gli altri; la differenza di opinione sta più nel diverso futuro che nella diversa informazione. Il mito “dell’informazione perfetta” ha, per giunta, il grave difetto di spalancare la porta agli orrendi opportunisti portatori di semplicistiche verità assolute; ne abbiamo già visti anche troppi di imbonitori col flauto magico che pretendono di sapere dove noi Cittadini dobbiamo andare.

Oltre ad essere il tollerante luogo delle diversità (che stranamente vengono chiamate uguaglianze), la democrazia è modesta: evita di essere portatrice una sua propria idea di verità assoluta, unica, eterna e si accontenta di essere un metodo per far convergere i Cittadini su pochi obiettivi parziali, vicini nel tempo e nello spazio, condivisi dai più e che non provocano danni irreparabili a tutti gli altri. Più coerentemente con l’idea di democrazia, potremmo piuttosto adottare l’idea che (parafrasando): Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti. Il che implicitamente ricorda che votare significa decidere sulle cose, sulle proposte, e non serve esclusivamente ad eleggere persone che poi decideranno sulle cose, forse. Certamente i greci, i veneziani, votavano sulle cose e tutt’ora lo fanno gli svizzeri e altri popoli, ma non noi Cittadini italiani. Anche se l’assunto sarebbe che la libertà di scegliere il proprio futuro sta nella sovranità di ciascun Cittadino. Se così fosse, il Cittadino avrebbe responsabilità piena e individuale sul proprio voto.

Gli AP hanno piena responsabilità sul processo del voto. Loro sono stati delegati a progettarlo e a condurlo in modo da consentire a ciascuno di esprimersi, ma specialmente a che le decisioni maggioritarie non producano iniquità irrimediabili per gli altri Cittadini. Non essenso elettoralmente impegnati, è per noi inutile occuparci dell’opinabile contenuto del voto; intendiamo invece focalizzarci sull’efficienza dei processi di partecipazione che al momento sembrano produrre più danni che benefici.

Il metodo Hybrid (“da vicino”) e il metodo F35 (“da lontano”) – Gli esseri umani hanno sviluppato un sofisticato sistema visivo che elabora le immagini secondo le (inconsapevoli) priorità umane. Propone infatti un notevole ingrandimento e molti dettagli agli eventi vicini e un modesto ingrandimento e pochi dettagli agli eventi che, pur essendo incredibilmente grandi, sono lontani. Lo strumento Hybrid- da vicino è quindi pienamente coerente con il fatto che le persone soppesano per mesi tutti i fattori che influenzano l’acquisto di una nuova auto. Al contrario non dedicano proporzionale attenzione all’acquisto di un F35. È così che acquistare un F35 diventa una bazzecola sulla quale si può decidere fra amici al bar; il metodo F35 non sembra garantire i risultati migliori.

Se perdonate il gioco di parole, abbiamo messo a fuoco che gli esseri umani sono piuttosto bravi a prevedere gli effetti delle loro decisioni su problemi piccoli che si presentano in luoghi vicini. Il rischio di sbagliare (produrre effetti collaterali indesiderati) è minimo. Il rischio di sbagliare invece aumenta in funzione della distanza (e anche della dimensione reale del problema). Il lettore ha certo familiarità con l’espressione “decisione miope” la quale ironizza sul fatto che il metodo “da vicino” (miope) non funziona per i problemi “da lontano”.

Problemi-vicini-e-lontani-01

Riduzione dei rischi – Accettato il principio secondo il quale una buona decisione, qualsiasi ne sia il contenuto, deve minimizzare gli effetti collaterali indesiderati (danni per sé e per gli altri), si pone il problema di come ridurre i rischi di mancare il bersaglio. Ci sono almeno due intuitive leve per ridurre i rischi.

La prima, e più efficiente, è quella di frazionare il grande problema in problemi più piccoli. L’esempio sociologico-antropologico più evidente è la democrazia: funzionano decisamente meglio quelle evolutive, costruite un pezzo di cambiamento alla volta, rispetto a quelle di quelle costruite su un progetto omnicomprensivo e totalizzante (es. rivoluzione francese, rivoluzione russa et similia). Nell’immaginario umano resiste tuttavia il mito del grande progetto unico mirato al “grande obbiettivo”. Tenderemmo a convergere con l’idea del progetto unico, forse più efficiente, se condividessimo l’idea di un “grande obbiettivo” unico per tutti. La Storia in effetti racconta che i “grandi obbiettivi” non durano e che i grandi progetti sono fragili castelli di carte. L’idea di fare un passo alla volta (nell’area verde) è buona prassi da molti punti di vista.

La seconda leva è più organizzativa: avvicinare il decisore al problema. Non è per caso che gli umani tendono ad affidare la soluzione dei grandi problemi a chi è disposto a studiarli da vicino. Si chiama delega e funziona benissimo per i problemi lontani e complicati  per i cittadini impegnati nel loro proprio lavoro quotidiano; ma sono problemi vicini, e tutto sommato gestibili anche se grandi, per quelli che vi si dedicano quotidianamente. Si tratta di considerazioni di banale buon senso. Ma allora:

  • Perchè il singolo cittadino è ostacolato nel decidere sul destino del marciapiede davanti a casa sua (decisione facile)? Perché la decisione è resa inefficientemente difficile ponendo il punto di decisione lontano dal problema?
  • Perché d’istinto molti pensano che sia giusto chiedere ai cittadini di decidere su un F35? (decisione molto rischiosa)?
  • Perchè qualcuno ha chiesto agli amici del bar di decidere su Brexit?
  • Perché il super-stato franco-germanico sembra proprio volersi occupare dei piccoli problemi lontani (zucchine, vongole e banane) lasciando i problemi ad alto rischio del tutto trascurati?

A pensarci bene, anche noi ora la pensiamo come Madison a proposito della democrazia in salsa francese. Alla dem 3.0 servono meno “irrinunciabili rincipi e diritti” e alcune fattibili in concreto:

  • il massivo avvicinamento dei Cittadini ai processi di decisione sui problemi nei quali sono coinvolti “da vicino”.
  • una maggiore attenzione al divario fra cavalieri dello sviluppo e i “feriti” dal cambiamento. (Lincoln diceva che la democrazia non sta nel tirare giù chi è in alto, ma nel tirare su chi è rimasto indietro. A destra hanno dimenticato la seconda metà della frase, a sinistra hanno dimenticato la prima metà, gli AP hanno dimenticato tutt’e due le metà).

In conclusione: le grandi città sono sistemi più piccoli e più agili degli Stati. Non hanno il problema dei distinguo, dei confini e dei nazionalismi. Sono sistemi molto più omogenei fra di loro che con il resto dei “loro” stessi Stati. Sono inoltre sempre più connesse fra di loro rispondendo positivamente al richiamo dell’attrattività. Non stupisce che, al palese fallimento delle Amministrazioni Pubbliche (super)Nazionali, le Città si stiano proponendo di risolvere le sfide e i problemi che le riguardano, cercando di superare gli ostacoli, più immaginari che reali, posti dagli Stati. Le Città ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale e si stima garantiscano un PIL procapite medio da due a tre volte più grande del PIL procapite medio. Se non ce la fanno loro, gli Stati ci divideranno.

 

 

Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

Formazione senza arbitro

Contratti con i Fondi interprofessionali senza arbitro. Anac e Antitrust hanno confermato, rispettivamente con una nota di gennaio 2016 e un Parere di aprile 2016 (si veda ItaliaOggi dell’ll maggio), che i Fondi interprofes­sionali per la formazione sarebbero organismi di diritto pubblico, con conseguente applicazione del codice dei contratti pubblici e la vigilanza dell’Anac. A oggi però nessuna autorità sembra confermare concretamente un ruolo di vigilanza e di presidio di contratti e controversie nel mercato, in cui sono evidenti forti interessi sindacali e di molteplici associazioni datoriali.

L’assenza di contratti presta il fianco a possibili arbitra­rietà che condizionano concorrenza e operatività delle imprese e degli enti formativi del sistema, come rilevabile dalle raccomandazioni fornite dall’antitrust al ministero del lavoro (da cui i Fondi dipendono) affinché nonni ade­guatamente per maggiore trasparenza e concorrenzialità nel sistema.

L’operatività dei Fondi è regolata da manuali imposti unilateralmente dagli stessi a imprese ed enti formati­vi. Le interpretazioni spesso soggettive a cui si presta­no, per esempio per documentazione richiesta ex post in rendicontazione, possono interferire notevolmente nell’operatività, non essendoci arbitri cui riferirsi per possibili dialettiche, né contratti a monte dei rapporti. L’imposizione di contratti, rilasciati a imprese iscritte (con trasparenza di condizioni e impegni reciproci), così come agli enti formativi (che collaborano con i Fondi per l’iscrizione delle aziende, consulenza e progettazione dei corsi), eliminerebbe buona parte delle diatribe.

Occorre però che un’autorità si accolli ufficialmente la responsabilità di presidiare concretamente la contrat­tualistica nonché le eventuali controversie che non pos­sono essere delegate al giudice civile se non in ultima istanza.

Il ministero del lavoro non aveva e non ha concreti stru­menti di intervento, nonostante i Fondi gestiscano denaro pubblico. Fino a qualche mese fa era possibile, per i poteri attribuiti, esigerne i bilanci e commissariarli, come è già avvenuto in un paio di casi. Ora invece, non ancora decollata l’Anpal, sotto il cui presidio dovrebbero ricadere tutte le politiche attive, risulta impossibile effettuare alcun controllo a beneficio del mercato.

Patrizia Del Prete

Pubblicato su ItaliaOggi

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Patrizia Del Prete

Laureata in Economia Applicata a Torino (Facoltà di Scienze Politiche, Indirizzo Economico), master in Marketing e Comunicazione, Scuola di Giornalismo e PR, ha lavorato dal 91 al 2001 nel Gruppo Bancario Sanpaolo, prima per la SP Formazione Spa (società di training e consulenza manageriale, per conto della quale seguiva il Cimark, consorzio della SAA di Torino per l’Innovazione del Marketing), poi nel settore della pianificazione strategica e controllo di gestione, della comunicazione e infine come responsabile del marketing del sito Internet della Banca

Trasferitasi a Milano, ha operato nel 2001 e 2002 come manager per D&C  Financial Communication, successivamente in Net Brain, società di consulenza strategica del mondo Internet, per la quale ha vinto la gara per il concept di marketing e i contenuti del sito WEB del gruppo Carrefour del 2003.

Nel 2004, come marketing manager, ha seguito lo start up del gruppo americano Nationwide (Europewide), curandone l’immagine corporate e ideando gli strumenti per la vendita dei prodotti.

Negli anni successivi ha poi operato come dirigente in un’impresa di marketing della fidelizzazione (Royal & Loyal) e in un ente formativo (Italiaindustria).

Nel 2009 ha fondato Consophia (www.consophia.it), società di formazione e consulenza indipendente, certificata da Accredia per attività di training e placement, specializzata nel  reperimento fondi per il finanziamento di formazione, coaching e consulenza. Consophia si occupa anche nella implementazione, su richiesta, di piani formativi “chiavi in mano” in tutte le aree, oltre che di progetti di comunicazione e marketing innovativi, con il supporto di assessment propedeutici, finanziabili con fondi.

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

Liberare la PA

I Casi di due aziende, Phase e Buzzoole, di cui si è parlato recentemente, testimoniano che, salvo rare eccezioni di eccellenza e straordinario impegno civico, la Pubblica amministrazione italiana è ancora incagliata e rappresenta uno, se non il principale, ostacolo alla crescita dell’economia e allo sviluppo di una società sana.

Permane una situazione in cui vi sono ancora persone poco motivate o poco preparate e vi è una grande confusione normativa che si accompagna ad una definizione di obiettivi poco chiari.

Bellissimo è stato il recente editoriale di Sabino Cassese che ha spiegato con grande lucidità come uno dei problemi della macchina statale sia l’eccessiva invadenza del Legislatore e della Politica in questioni troppo tecniche e di dettaglio che finiscono per ingessare l’operatività della macchina amministrativa invece di dare degli strumenti concreti per agire. Su questo immobilismo qualcuno prospera, mentre il cittadino e le aziende attendono invano servizi efficaci, che gli facciano perdere meno tempo, a cui si aggiunge un’eccezionale pressione fiscale a loro carico.

I buoni casi di amministrazione sono proprio quelli in cui i gestori, commissari o dirigenti riescono, per varie ragioni (urgenza, specificità o situazioni contingenti) a liberarsi del controllo oppressivo delle norme e delle formalità applicando criteri di buon senso e non formalismi bizantini. Per contro i casi di corruzione, invece che puniti severamente e in modo rapido, vengono utilizzati per irrigidire ancora di più le norme senza poi avere degli strumenti chiari di controllo e di verifica dei risultati degli enti pubblici.

Proprio pochissimi giorni fa è stato pubblicato il testo definitivo del decreto di modifica del D.Lgs. 33/2013 di revisione delle disposizioni in materia di trasparenza, con cui si introduce anche quello che pomposamente abbiamo voluto definire il Freedom of Information Act, o FOIA, italiano.

Esso rappresenta un passo indietro sulla trasparenza a favore del cittadino perché nel D.Lgs. 22/2013 era esercitabile per i cittadini il diritto civico alla trasparenza, mentre ora esso è stato limato e ridimensionato, introducendo un’eccessiva burocrazia.

Appare altresì grave e negativo che gli obblighi di pubblicazione a cui devono sottostare le pubbliche amministrazioni, già in essere grazie all’implementazione della sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti web delle PA, saranno sostituiti da informazioni da pubblicare a link e/o banche dati che non sono state definite ne indicate. A tutto questo si aggiungono tipologie di accesso differenti (ben tre!) che complicheranno ulteriormente i diritti dei cittadini ad avere accesso ai dati.

Come dice quindi giustamente Cassese, la prima cosa da fare per avere una Pubblica amministrazione più efficiente è di liberarla dal controllo di regole troppo specifiche e puntuali.

Secondariamente il Legislatore e la Politica devono garantire alcune importanti condizioni per cui la macchina amministrativa possa funzionare.

La prima condizione è di avere una Leadership credibile. Ovvero qualcuno ai vertici che possa vantare risultati concreti, competenze e il rispetto della comunità professionale, semplici endorsement politici o l’aver superato esami formali non basta.

La seconda condizione è che la macchina amministrativa si basi sull’ascolto dei dipendenti pubblici, e questo non significa che bisogna barattare il silenzio connivente del personale con un rinnovo contrattuale o un piccolo aumento o la sicurezza del posto fisso. Significa che il personale deve essere ascoltato, coinvolto, motivato e responsabilizzato.

Il terzo punto è la Meritocrazia. Serve avere dei Meccanismi premiali veri, non premi a pioggia, e un’opportuna flessibilità organizzativa per spostare chi non è adatto ad una mansione e dare maggiore responsabilità a chi merita. Questo perché uno dei fenomeni tipici della Pa italiana è la grande variabilità dei risultati come dimostrano i test Invalsi, le performance dei Tribunali, della Scuola e della Sanità.

L’ultimo punto, forse il più importante, è l’utilizzo del Giudizio del cittadino come principale barometro del successo o insuccesso di un ente e di un’organizzazione. Non avendo un mercato o dei competitor gli enti pubblici devono mostrare in modo trasparente quali sono i propri obiettivi e se e come li hanno raggiunti ed avere dei sistemi di monitoraggio della soddisfazione del cittadino nell’utilizzo dei servizi. Se ci fossero questi strumenti emergerebbero differenze di risultato e sarebbe possibile premiare chi Merita in modo importante.

Aspettiamo quindi con speranza il Testo Unico del Pubblico Impiego in prossima uscita e auspichiamo che possa tenere in considerazione questi punti, per dare completamento, dopo due anni, ad una riforma che sia una vera opera di Liberazione nazionale della Pubblica Amministrazione.

Una riforma che metta al centro la soddisfazione del Cittadino e non del Legislatore.

Boggian e Tumietto di Forum Meritocrazia

 

La parola ambigua di oggi pare essere: #Costituzione

Sembra che la Corte d’Appello di Milano abbia motivato una sua recente sentenza con la seguente affermazione: “L’identità religiosa va garantita”.

Premessa: La Costituzione e le leggi basilari della democrazia, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, prevedono che non vi sia discriminazione fra religioni, etnie, sesso, razza e altre diversità.

Qualche domanda per la Corte d’Appello di Milano:

  • Esiste una lista di religioni che vanno garantite?
  • Nel qual caso chi ha steso quella lista e dove si può reperire?
  • Esiste per ciascuna religione un protocollo di simboli e comportamenti che devono essere garantiti?
  • È possibile inventare nuove religioni e farle entrare negli elenchi di cui sopra?
  • In assenza di leggi, elenchi e protocolli, è sufficiente un auto-certificazione, una dichiarazione del proprio principio religioso (o etnico, o razziale, ecc.) per ottenere la salvaguardia della propria diversità?

Per il principio transitivo implicito nell’eventuale sentenza della Corte d’Appello di Milano:

  • Anche l’identità etnica va garantita?
  • O sessuale, o razziale, e altre diversità vanno garantite?
  • In caso positivo, anche ad esse si applicano le stesse domande di cui sopra.

Principi costituzionali:

  • Se esiste un elenco di comportamenti religiosi, sessuali o etnici da garantire, sarebbero diversi da quelli garantiti dall’attuale sistema di leggi e norme vigente in Italia?
  • Se esistessero elenchi e protocolli per regolare quanto sopra, non sarebbero questi i presupposti per discriminare, o al contrario per regolare, i comportamenti dei vari gruppi religiosi, razziali, sessuali o etnici?

Restiamo in fiduciosa attesa di chiarimenti per dipanare le ambiguità interpretative sul caso e sui principi della democrazia e della Costituzione.

TTIP – I nazionalismi, i populismi e le lotte elettorali, tutti d’accordo: meglio litigare!

Io credo fermamente che un uomo di stato debba conoscere i principali dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparativamente più costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell’agricoltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di acquistare anche all’estero materie prime, macchine e altri strumenti”. Per questa sua frase contro l’autarchia e la “battaglia del grano”, Umberto Ricci, economista liberale della prima metà del ‘900, dopo essersi già dimesso dall’Accademia dei Lincei per non giurare fedeltà al fascismo, nel 1934 perse la cattedra universitaria e andò in esilio a insegnare al Cairo e a Istanbul.

Oggi la situazione non è certo la stessa, ma i venti che spirano contro il libero commercio sono ripresi vigorosi. Si è creata infatti in Europa un’alleanza tra gli eredi del fascismo e del comunismo (entrambe in versione democratica e 2.0, certo) che, appoggiati da certi esponenti di una pluri-millenaria tradizione religiosa (la religione in sé niente ebbe da dire sui vantaggi comparativi del libero scambio, salvo dover intervenire deus ex machina quando – per difetto della distribuzione commerciale dell’epoca – mancarono pani e pesci nei pressi del Mare di Galilea e il vino alle nozze di Cana) e da concreti interessi economici di industrie inefficienti, ha organizzato una vera e propria crociata contro l’apertura delle frontiere, che trova un bersaglio ideale nel Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) in negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea.

Per carità, anche negli Stati Uniti la chioma argentea di un vecchio socialista ciarliero e quella cotonata di un astuto trombone miliardario stanno sferrando pesanti attacchi contro il libero scambio, ma questo non ci è di consolazione, semmai aggrava lo sconforto. La conservazione e l’ideologia hanno sempre frenato le innovazioni anche più ovvie (basti pensare ai luddisti inglesi) ma certamente risulta strano che in epoca di piena globalizzazione, dove si è perennemente connessi o in viaggio e si acquistano gadget, macchinari e servizi provenienti da ogni parte del mondo, si sia sviluppata una repulsione così irrazionale nei confronti del commercio. Fortunatamente la quasi totalità degli economisti ancora accetta l’assunto che il “free trade” è benefico per tutte le nazioni, sia che importino sia che esportino. L’intuizione la possiamo far risalire alle parole che, mentre era predominante la teoria mercantilista, Adam Smith scrisse nella “Ricchezza delle nazioni”: “E’ la massima di ogni uomo prudente, a capo della sua famiglia, di non cercare mai di fare a casa ciò che gli costerà più fare che andare a comprare”.

Ma torniamo al Ttip. Porterà vantaggi economici? Finora la stragrande maggioranza degli studi (Cepii, Cepr, Fondazione Bertelsmann, World Trade Institute, Atlantic Council) dice di sì. In prospettiva, dallo 0,3 allo 0,5 per cento del pil di crescita in più all’anno (un’enormità, soprattutto per paesi a basso tasso di sviluppo come l’Italia) equamente distribuita tra Europa e America. E’ vero che questi studi sono a volte un po’ simpatetici e in più stimano anche gli effetti dell’eliminazione di barriere non tariffarie, più difficili da calcolare dell’abbassamento dei dazi doganali, ma tant’è. E comunque l’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri. Il fatto che su alcuni argomenti le parti non siano d’accordo (come l’apertura alle merci europee negli appalti americani o la denominazione di origine controllata di cibo e vino) è la scoperta dell’acqua calda: cosa si negozierebbe altrimenti?

Il Ttip porterà senza dubbio anche vantaggi politici. Prima di tutto impedirà la deriva degli Stati Uniti verso il Pacifico: ricordiamoci che il Trans-Pacific Partnership (Tpp), accordo con 11 stati affacciati su quell’oceano, è già stato firmato. Anche il più convinto anti-yankee non può avere piacere che l’Europa abbia scarsa influenza su Washington e che il mercato americano sia meno accogliente verso le merci del Vecchio continente. Inoltre, le regole del commercio internazionale è meglio scriverle insieme, tra paesi democratici e a economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare in posizione disunita con paesi che prendono i loro interessi molto sul serio, come Cina, Russia e India, e che hanno sistemi di valori non proprio coincidenti con i nostri.

Pericoli del Ttip? “Ogm, carni con ormoni, polli alla candeggina, esperimenti sugli animali per testare i cosmetici!”. Ora, a prescindere dal fatto che, per esempio, sugli ogm il pragmatico approccio americano sarebbe migliore di quello europeo che è “prudente” e abbastanza antiscientifico, la Commissione europea e molti governi hanno ribadito varie volte che questi argomenti non sono negoziabili; anzi, la commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, esagerando, ha affermato che le regolamentazioni potranno essere solo più stringenti, non meno (che razza di liberale! Il presupposto è che più si regola meglio è).

Insomma, crescita economica, convenienza politica, rischi limitati e persino concordanza tra gli studiosi sulla teoria dei vantaggi comparativi del libero scambio: cosa potrebbe fermare il Trattato? Il populismo e la legge di Murphy, che nella scienza economica è stata così teorizzata dall’accademico di Princeton, Alan Blinder: “Gli economisti hanno la minima influenza sulle politiche dove ne sanno di più e sono maggiormente in accordo; hanno la massima influenza sulle politiche dove ne capiscono di meno e litigano nel modo più veemente”. Appunto.

L’opaca ingiustizia dei tempi dell’Amministrazione della Giustizia

I tempi dell’ingiustizia non dipendono solo dai mezzi e dalle leggi, ma anche dalle scelte di ciascun magistrato e dell’Amministrazione della Giustizia. Sulle quali non vi è alcuna trasparenza verso i cittadini contibuenti. Pubblichiamo in merito l’editoriale di IBL.

La settimana scorsa la riforma sulla prescrizione, ferma in Senato, è stata congiunta alla riforma del processo penale. Un segnale di distensione lanciato dal governo alla magistratura, dopo le polemiche, tra le altre, del presidente dell’ANM Davigo sul fatto che la prescrizione sia uno dei problemi della giustizia italiana.

Ci sono tanti processi che, protraendosi per un tempo più lungo di quello della prescrizione, diventano inutili. Allungare la prescrizione o sospenderla ad esempio in primo grado sembrerebbe la soluzione più logica: la giustizia avrebbe tempo di fare il suo corso, e non si sprecherebbero inutilmente i processi e i loro costi. Tuttavia, concentrarsi sulla prescrizione è come prendere il toro per la coda.

Se non si può stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un imputato, non è perché esiste la prescrizione, ma perché indagini e processo sono stati lunghi, talmente lunghi da superare i termini che si ritiene ragionevoli a contemperare le esigenze di giustizia con quelle della certezza.

Si può dire che quanto debbano essere lunghi quei termini sia una questione opinabile, ma è illusorio pensare che il problema della certezza delle pene risieda nella certezza del diritto – che è lo scopo ultimo della prescrizione. 

Prendere il toro per le corna, invece, vorrebbe dire agire su altri fronti.

In primo luogo, ripristinare il principio di tassatività dei reati: l’abuso di ufficio è solo l’esempio classico di reati residuali con i quali si può sostanzialmente aprire qualsiasi indagine.

In secondo luogo, rendere effettivamente stringenti i tempi di indagine. Oggi, di fatto, le proroghe che vengono concesse rispetto al termine di legge fanno sì che i tempi delle indagini «mangino» quelli dei processi.

Su ogni soluzione procedurale, tuttavia, grava il comportamento della magistratura, compresa quella inquirente. Potrebbe sembrare che tra il non doversi procedere per prescrizione e la responsabilità dei magistrati non ci sia alcuna connessione. E invece, poiché tutte le leggi vanno interpretate, è proprio nel buon senso del modo di procedere degli operatori della giustizia che si può trovare la soluzione per una giustizia efficiente. Dipende da come essi interpretano le fattispecie di reato, il loro dovere di procedere, l’opportunità di proseguire o interrompere le indagini rispetto alla serietà dei fatti, all’attendibilità della notizia di reato e alle prime risultanze, che risiede la parte più consistente del problema della giustizia. 

Una giustizia che, anche per una impropria interpretazione della notizie di reato da parte della stampa e dell’opinione pubblica, diviene preda del clamore senza dover rispondere delle inutilità, oltre che degli errori, giudiziari è una giustizia che nell’allungamento dei termini di prescrizione troverà solo un agio in più per ripararsi dalle proprie responsabilità. Si possono fare tutte le riforme procedurali possibili, ma garantire una giustizia efficiente, non solo nel settore penale, è così difficile proprio perché non dipende solo dalla bontà delle leggi.

Errori di misura sul lavoro.

Voler tradurre a tutti i costi la qualità della prestazione in quantità, in funzione della valutazione, senza saperlo fare, può produrre mostri.

“Lettera sul Lavoro” pubblicata sul Corriere della Sera il 6 gennaio 2016, in occasione dell’uscita del libro di Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, Measurement Madness. Recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015) .

Ci sono Paesi come il nostro dove si fanno le barricate contro l’idea di tradurre la qualità del lavoro in indici quantitativi, per poter misurare la prestazione e quindi valutarla. Ultimamente abbiamo visto erigere quelle barricate contro la pretesa dell’Invalsi di valutare l’efficacia dell’insegnamento scolastico, ma le avevamo viste erigere anche contro la pretesa dell’Anvur di valutare l’attività di ricerca universitaria, o contro l’idea che una parte della retribuzione degli impiegati pubblici possa essere collegata a indici di produttività degli uffici o dei singoli. Da noi viene mobilitato persino il diritto alla privacy per impedire la valutazione della performance dei dipendenti pubblici, o quanto meno la conoscibilità del suo esito.

In altri Paesi, invece, soprattutto nel nord-Europa e nel nord-America, il principio della valutazione è non solo acquisito, sia nel settore pubblico sia in quello privato, ma praticato talvolta in modo eccessivo, acritico, quindi inutile o addirittura fuorviante. Per avvertirci di questo rischio tre studiosi – Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, tutti e tre docenti in atenei inglesi, che a misurazione e valutazione hanno dedicato la vita – ora hanno ritenuto di dedicare un libro alla Measurement Madness: recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015); cioè alle follie, o anche soltanto alle insidie, agli errori, e alle vere e proprie trappole in cui si può cadere quando ci si avventura su questo terreno senza il know-how e le avvertenze necessarie. Lo hanno fatto nel modo più amichevole verso la generalità dei possibili lettori, quindi con un linguaggio assolutamente semplice, scevro da tecnicismi, rifuggendo da ogni astrazione e proponendo invece decine di casi di uso della misurazione della performance avventato, sprovveduto, inerziale, opportunistico, furbesco, o inconsulto, comunque non utile per una valutazione attendibile, effettivamente verificatisi nell’ultimo decennio in amministrazioni pubbliche o in grandi imprese private di tutto il mondo. Oppure di casi nei quali il sistema di misurazione consente ai misurati di distorcere il risultato a proprio vantaggio, o li induce a distorcere la prestazione dalla sua vera funzione al solo fine di ottenere un indice di performance falsamente migliore. Dall’osservazione di questi casi si traggono diverse conclusioni per nulla scontate: la misurazione funziona poco se viene introdotta soltanto per controllare i comportamenti, mentre dà i risultati migliori se è mirata a trarne indicazioni utili per migliorare servizi, prodotti, o processi; se ai risultati della misurazione si collegano direttamente dei premi, i rischi di distorsione aumentano: meglio comunque attribuire i premi a gruppi di persone e non ai singoli; la valutazione individuale, invece, può costituire essa stessa, da sola, un premio efficace, dando risultati ottimi in termini di motivazione del personale. E dalle loro osservazioni gli autori traggono dieci regole auree per la buona impostazione della misurazione e della valutazione, che probabilmente diventeranno d’ora in poi un decalogo ineludibile per chiunque si occupi di questa materia.

Viene citato anche un “caso” ambientato in Italia. Ma questa volta soltanto per denunciare l’allergia alla valutazione della performance che ispira i vertici delle nostre amministrazioni pubbliche. E qui non è difficile vedere la mano di quello, dei tre Autori, di origine italiana, che cinque anni fa venne richiamato in patria dall’Inghilterra per far parte della Civit, l’autorità per la valutazione delle amministrazioni pubbliche – appunto – istituita dalla c.d. legge Brunetta del 2009, e che dopo un anno clamorosamente si dimise constatando che il meccanismo girava a vuoto.

Nonostante che su questo terreno in Italia siamo poco tanto più indietro rispetto al nord-Europa, la lezione sofisticata di Gray, Micheli e Pavlov riguarda direttamente e immediatamente anche noi. Perché anche le nostre grandi imprese cadono negli stessi errori in cui cadono quelle straniere; e perché, sia pure in ritardo, finalmente anche noi stiamo incominciando a praticare la misurazione e la valutazione della performance nel settore pubblico. E proprio il ritardo con cui affrontiamo il problema ci rende più inesperti, quindi più esposti al rischio di errori, di trappole, di pratiche controproducenti. L’unico vantaggio insito nell’essere, per questo aspetto, un Paese arretrato sta nella possibilità di sfruttare a costo zero l’esperienza accumulata da altri attraverso decenni di sperimentazione e affinamento delle tecniche di misurazione e valutazione. Ecco perché sarebbe molto importante che questo libro venisse letto attentamente – oltre che da molti amministratori delegati di imprese private – soprattutto negli uffici del ministero della Funzione pubblica e in quelli di molti altri ministeri romani.

Pietro Ichino
http://www.pietroichino.it/?p=38416

La grande bufala del taglio delle partecipate pubbliche

C’è una sottile e perfida resistenza dei vari ordini e gradi della Pa a ogni riduzione, anche modesta, degli enti inutili o ridondanti

La protesta di ferrotranvieri dell’Atac contro la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti romana (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Innanzi tutto c’è una notizia che in realtà è una non-notizia. La recente dichiarazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi con cui egli enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione «sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000» fu fatta il 18 aprile 2014. E anche questa non è una novità: siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui – ahinoi! – non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.a.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Quante sono le partecipate pubbliche? Per il Mef 7.726, per il Dipartimento pari opportunità oltre 10mila
Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal Mef (dato al 31/12/2012, ultimo disponibile). Secondo la stima – più recente – da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (Dpo) della Presidenza del Consiglio sono «oltre 10.000», quindi il 30% in più di quanto indicato dal Mef, uno “scarto” nella misurazione che dà bene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un Paese a vocazione certamente statalista e interventista in ambito economico) ne ha circa mille. Prendiamo come base di calcolo i dati del Dpo: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo Stato (nelle sue articolazioni: Stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1.300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante – torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.
Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro Paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, «a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato» (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).

Si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibileresistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.

Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole Regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono “per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.

Per le regioni a statuto speciale nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province – anche nella loro nuova veste – delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale. Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie e organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a.
Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita:

«Al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le amministrazioni pubbliche non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. È sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici … e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte , nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza».

C’è una sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a
La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore e avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale – molto parziale – esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà diaggirare il “patto di stabilità” che poteva (e ancora può…) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

La spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità”
In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.
Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.
Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, volontà che nel governo Renzi sembra assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta
Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica

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