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TTIP – I nazionalismi, i populismi e le lotte elettorali, tutti d’accordo: meglio litigare!

Io credo fermamente che un uomo di stato debba conoscere i principali dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparativamente più costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell’agricoltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di acquistare anche all’estero materie prime, macchine e altri strumenti”. Per questa sua frase contro l’autarchia e la “battaglia del grano”, Umberto Ricci, economista liberale della prima metà del ‘900, dopo essersi già dimesso dall’Accademia dei Lincei per non giurare fedeltà al fascismo, nel 1934 perse la cattedra universitaria e andò in esilio a insegnare al Cairo e a Istanbul.

Oggi la situazione non è certo la stessa, ma i venti che spirano contro il libero commercio sono ripresi vigorosi. Si è creata infatti in Europa un’alleanza tra gli eredi del fascismo e del comunismo (entrambe in versione democratica e 2.0, certo) che, appoggiati da certi esponenti di una pluri-millenaria tradizione religiosa (la religione in sé niente ebbe da dire sui vantaggi comparativi del libero scambio, salvo dover intervenire deus ex machina quando – per difetto della distribuzione commerciale dell’epoca – mancarono pani e pesci nei pressi del Mare di Galilea e il vino alle nozze di Cana) e da concreti interessi economici di industrie inefficienti, ha organizzato una vera e propria crociata contro l’apertura delle frontiere, che trova un bersaglio ideale nel Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) in negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea.

Per carità, anche negli Stati Uniti la chioma argentea di un vecchio socialista ciarliero e quella cotonata di un astuto trombone miliardario stanno sferrando pesanti attacchi contro il libero scambio, ma questo non ci è di consolazione, semmai aggrava lo sconforto. La conservazione e l’ideologia hanno sempre frenato le innovazioni anche più ovvie (basti pensare ai luddisti inglesi) ma certamente risulta strano che in epoca di piena globalizzazione, dove si è perennemente connessi o in viaggio e si acquistano gadget, macchinari e servizi provenienti da ogni parte del mondo, si sia sviluppata una repulsione così irrazionale nei confronti del commercio. Fortunatamente la quasi totalità degli economisti ancora accetta l’assunto che il “free trade” è benefico per tutte le nazioni, sia che importino sia che esportino. L’intuizione la possiamo far risalire alle parole che, mentre era predominante la teoria mercantilista, Adam Smith scrisse nella “Ricchezza delle nazioni”: “E’ la massima di ogni uomo prudente, a capo della sua famiglia, di non cercare mai di fare a casa ciò che gli costerà più fare che andare a comprare”.

Ma torniamo al Ttip. Porterà vantaggi economici? Finora la stragrande maggioranza degli studi (Cepii, Cepr, Fondazione Bertelsmann, World Trade Institute, Atlantic Council) dice di sì. In prospettiva, dallo 0,3 allo 0,5 per cento del pil di crescita in più all’anno (un’enormità, soprattutto per paesi a basso tasso di sviluppo come l’Italia) equamente distribuita tra Europa e America. E’ vero che questi studi sono a volte un po’ simpatetici e in più stimano anche gli effetti dell’eliminazione di barriere non tariffarie, più difficili da calcolare dell’abbassamento dei dazi doganali, ma tant’è. E comunque l’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri. Il fatto che su alcuni argomenti le parti non siano d’accordo (come l’apertura alle merci europee negli appalti americani o la denominazione di origine controllata di cibo e vino) è la scoperta dell’acqua calda: cosa si negozierebbe altrimenti?

Il Ttip porterà senza dubbio anche vantaggi politici. Prima di tutto impedirà la deriva degli Stati Uniti verso il Pacifico: ricordiamoci che il Trans-Pacific Partnership (Tpp), accordo con 11 stati affacciati su quell’oceano, è già stato firmato. Anche il più convinto anti-yankee non può avere piacere che l’Europa abbia scarsa influenza su Washington e che il mercato americano sia meno accogliente verso le merci del Vecchio continente. Inoltre, le regole del commercio internazionale è meglio scriverle insieme, tra paesi democratici e a economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare in posizione disunita con paesi che prendono i loro interessi molto sul serio, come Cina, Russia e India, e che hanno sistemi di valori non proprio coincidenti con i nostri.

Pericoli del Ttip? “Ogm, carni con ormoni, polli alla candeggina, esperimenti sugli animali per testare i cosmetici!”. Ora, a prescindere dal fatto che, per esempio, sugli ogm il pragmatico approccio americano sarebbe migliore di quello europeo che è “prudente” e abbastanza antiscientifico, la Commissione europea e molti governi hanno ribadito varie volte che questi argomenti non sono negoziabili; anzi, la commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, esagerando, ha affermato che le regolamentazioni potranno essere solo più stringenti, non meno (che razza di liberale! Il presupposto è che più si regola meglio è).

Insomma, crescita economica, convenienza politica, rischi limitati e persino concordanza tra gli studiosi sulla teoria dei vantaggi comparativi del libero scambio: cosa potrebbe fermare il Trattato? Il populismo e la legge di Murphy, che nella scienza economica è stata così teorizzata dall’accademico di Princeton, Alan Blinder: “Gli economisti hanno la minima influenza sulle politiche dove ne sanno di più e sono maggiormente in accordo; hanno la massima influenza sulle politiche dove ne capiscono di meno e litigano nel modo più veemente”. Appunto.

La curiosa indifferenza per l’approvazione Europea del TTIP

IN UN’ATMOSFERA di curiosa indifferenza generale, il Parlamento Europeo ha approvato una lista di raccomandazioni alla Commissione Europea per la conduzione delle trattative con gli Stati Uniti al fine di firmare il Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (Ttip). Il Trattato, la cui negoziazione sta andando avanti un po’ a singhiozzo da due anni, dovrebbe abbattere le tariffe doganali tra Europa e Usa, eliminare le barriere regolamentari all’importazione di beni e servizi e istituire degli standard comuni.

Nonostante i dazi tra le due sponde dell’Atlantico siano relativamente bassi, tuttavia, essendo l’interscambio pari a più di 850 miliardi di euro, anche piccole diminuzioni hanno effetti significativi. Gli investimenti diretti tra i due blocchi superano poi i 3 mila miliardi di euro.

Gli ostacoli non tariffari possono invece essere molto più dannosi: ad esempio, se le regole di sicurezza per gli autoveicoli differiscono, per poter esportare un automobile si devono apporre così tanti cambiamenti che alla fine il prezzo non è più competitivo. Oppure, può esserci una chiusura alla partecipazione a certi appalti pubblici per imprese non nazionali (o dell’Unione) o quote riservate ad aziende locali. Questo tipo di impedimenti è particolarmente punitivo per le piccole e medie imprese che non hanno le economie di scala per adempiere ai requisiti regolamentari né la forza di installarsi in pianta stabile, magari in joint-venture con un autoctono, per partecipare alle gare.

Gli standard normativi sono altrettanto importanti: regole comuni o quantomeno compatibili su materie come la proprietà intellettuale, l’antitrust, la denominazione di origine dei prodotti (materia delicatissima per noi italiani), l’energia, le norme doganali, le misure sanitarie e fitosanitarie, semplificano enormemente la vita delle aziende, le quali possono così utilizzare un solo processo produttivo, chiedere una singola autorizzazione, tenere comportamenti coerenti senza timori che siano illeciti in un posto e permessi in un altro, commercializzare i medesimi prodotti.

È sempre difficile quantificare i vantaggi di un trattato di libero scambio e, con tipico pragmatismo britannico, la House of Lords l’ha non solo notato ma ha anche ironizzato sulla scarsa presa che la prospettiva di un aumento dello 0,5% del Pil può esercitare sull’elettorato. Ciò detto, la Commissione Europea ha calcolato un beneficio di una maggiore crescita annua di 120 miliardi di euro per l’economia del Vecchio Continente (pari allo 0,5% del Pil) e di 95 miliardi per gli Usa. Il centro studi Prometeia ha quantificato un beneficio di 5,6 miliardi per l’economia italiana e la creazione di 30.000 posti di lavoro. Un grande effetto positivo indiretto, inoltre, lo si ha grazie alla maggior reciproca concorrenzialità dei mercati domestici.

Naturalmente ci sono temi controversi, alcuni dettati da rigurgiti di protezionismo, ad esempio l’esclusione di alcuni servizi dal patto e la clausola di salvaguardia in caso di “troppe importazioni”; altri dal terrore semi-irrazionale che circonda temi come gli Ogm; altri ancora meramente tecnici, ad esempio relativamente al tribunale arbitrale per la risoluzione delle dispute tra imprese e Stati che violino il trattato. Sono questi punti su cui il Parlamento Europeo ha tirato il freno a mano.

Quello che non dovrebbe sfuggire, però, è che i rischi di una mancata firma sono comunque più alti di quelli della conclusione di un Ttip seppur edulcorato come lo vorrebbe il consesso di Strasburgo.

Infatti, un’intesa tra le due sponde dell’Atlantico, i due blocchi economici tuttora più forti al mondo, farebbe sì che le regole del commercio internazionale non potrebbero che ispirarsi agli ideali moderni, democratici e di tutela della salute e dei consumatori che gli europei condividono con gli Usa. Inoltre, poiché Washington sta trattando un simile accordo con i paesi del Pacifico è nostro interesse primario che l’asse dell’attenzione e degli investimenti americani non volti le spalle all’Europa. Una grande area di libero commercio renderebbe poi sempre più evidente il grande valore dell’appartenenza all’Unione.

Una tantum l’Italia ha un rappresentante capace e liberale che si occupa del dossier, il vice-ministro Calenda. L’importante è non lasciarlo solo: il governo deve perciò fare tutto il possibile perché in sede di Consiglio Europeo prevalga una linea liberalizzatrice e magari dimostrare lo stesso impegno profuso per l’Italicum o il Jobs Act nello spiegare all’opinione pubblica perché il Trattato conviene sia ai nostri ideali che al nostro portafoglio.

adenicola@adamsmith.it Twitter @aledenicola

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Negoziati TTIP: Lavoro

Il TTIP è l’accordo di partenariato e libero commercio fra USA e Unione Europea che ricalca il NAFTA (USA – Canada – Messico) e il TTP (Area del Pacifico, i cui negoziati si svolgono in contemporanea al primo).

In Italia si è molto speculato, spesso a sproposito e dietrologicamente, sui contenuti e sul processo di quest’accordo commerciale.

Mentre in altri Paesi comunitari i negoziati sono ormai temi quotidiani del dibattito politico, il Belpaese si caratterizza per la notevole scarsità di informazioni confermate, lasciando il grosso dell’argomento a siti “d’informazione” complottisti.

Sono pochi, infatti, gli esperti che diffondono notizie e si impegnano per far conoscere il TTIP.

Il negoziato è condotto da due gruppi di funzionari, uno europeo e uno statunitense, appoggiati e coadiuvati da diverse decine di lobbisti di ambo le sponde atlantiche, i quali partecipano alle riunioni, stilano rapporti e analisi, consigliano i funzionari stessi e, ovviamente, perorano i propri interessi com’è loro dovere.

Una delle maggiori preoccupazioni europee riguarda la regolamentazione del lavoro.

Negli Stati Uniti esistono forme contrattuali estremamente flessibili, ad esempio i contratti “at – will” (rescissione possibile senza preavviso, senza giusta causa, da parte di datore di lavoro o dipendente) che se da un lato proteggono i datori di lavoro da lavoratori incompetenti o fannulloni, dall’altro rischiano di dare troppo potere coercitivo ai datori stessi esponendo i dipendenti a potenziali ricatti lavorativi.

Anche il salario risulta essere un tema di grande interesse, soprattutto fra i dipendenti con specializzazione medio – bassa: un impiegato di McDonald’s negli Stati Uniti guadagnava circa un minimo di 7,25 $ all’ora fino al 2 aprile 2015, quando la multinazionale ha deciso di alzarlo di 0,90 centesimi dopo un anno di proteste e scontri nelle maggiori città statunitensi.

Ancora oggi il movimento sindacale continua, dal momento che quel rialzo riguarda solo i dipendenti diretti di McDonald’s (non quelli in franchising, ossia il 90% dei lavoratori della catena), e si batte per raggiungere la quota di 15 $ all’ora dopo essersi unito alle proteste di insegnanti, degli operatori per anziani e bambini e degli impiegati della Walmart.

In aggiunta, il welfare statunitense è molto più flebile di quello dei Paesi europei (basti pensare al sistema sanitario italiano o alle politiche danesi per la famiglia).

La rappresentanza statunitense al negoziato, tuttavia, è sempre stata pronta ad affermare che l’entrata in vigore dell’accordo non muterà alcunché nel mercato del lavoro europeo e italiano e i nostri standard non verranno toccati.

Appare logico come, se si viene a creare un’area commerciale che punta a omogeneizzare la situazione tra le due sponde e a togliere le barriere dannose agli affari, il risultato conseguente è che i salari europei si adeguino a quelli statunitensi, non il contrario, a meno che non si voglia ritrattare sulle barriere non tariffarie (ad oggi incluse negli sviluppi futuri del TTIP).

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), organismo che raccoglie 183 Paesi da tutto il mondo, mostra un altro dato: l’associazione, nel corso degli anni, ha adottato circa 189 Convenzioni, quasi tutte firmate dai propri membri.

Le Convenzioni sulla “Libertà d’Associazione” (87) e sulla “Contrattazione Collettiva” (98) sono state firmate dal 90% dei Paesi, europei compresi. Gli Stati Uniti non le hanno mai ratificate.

È necessario ricordare il concetto detto poc’anzi: il TTIP è un accordo commerciale che ha come fine l’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie per implementare il commercio fra UE e USA, il che significa che si negozia per togliere regole e legacci che risultano nocivi per gli affari transatlantici.

Se il fine è questo, è naturale che si negozierà anche su temi quali la contrattazione collettiva e la libertà d’associazione e che gli standard europei verranno adeguati agli standard statunitensi quando essi risulteranno più bassi, e al contrario gli standard americani si adegueranno agli europei nel caso siano questi a risultare più agevoli per il commercio, altrimenti il compito “togliere le barriere non tariffarie” non avrebbe senso.

 

Il TTIP prevede che le negoziazioni e lo smantellamento delle barriere continuino anche oltre l’entrata in vigore dell’accordo. Ciò che preoccupa molti deputati comunitari e una larga fetta della società civile è che, a quanto pare, saranno i gruppi di lavoro iniziali a continuare l’opera senza lasciar partecipare le Commissioni dell’Europarlamento (gli Europarlamentari, in base al Trattato di Lisbona, hanno il diritto e dovere di partecipare a negoziati commerciali in cui è coinvolta l’Unione).

 

Un accordo deve prevedere vantaggi per entrambi i contraenti, questa è la base del concetto. I lobbisti rappresentano gli interessi di una parte dei cittadini europei, tuttavia coloro che rappresentano gli interessi della maggioranza sono esclusi sia dai negoziati sia dalle decisioni: l’Europarlamento si sta battendo da circa un anno per avere maggior potere tramite le proprie Commissioni sulla contrattazione in atto.

Questo poiché molti suoi membri non credono che il TTIP, nei termini in cui si sta definendo, sia soddisfacente e richiedono un maggior grado di partecipazione, asserendo che lasciar condurre il tutto a funzionari e a lobbisti i quali, per la maggior parte, rappresentano grandi interessi industriali o forti multinazionali non corrisponda agli interessi dei cittadini europei.