Un Freno alla Grande Distribuzione è un Freno allo Sviluppo

Valutazione n. 2013/10/2

Moratoria sul commercio della Regione Lombardia 26 giugno 2013

Sintesi

Il Consiglio Regionale della Regione Lombardia ha all’unanimità approvato una moratoria che congela sino al 31 dicembre 2013 qualsiasi rilascio di permesso che coinvolga la Regione stessa.
Tradotto nella realtà vuol dire che in base al dlgs n. 114 del 31 marzo 1998e alla legge regionale della Lombardia n. 6 del 2 febbraio 2010 (testo unico delle leggi regionali in materia di commercio e fiere), che di fatto riprende tutti gli aspetti principali della legge regionale n. 14 del 23 luglio 1999, ogni autorizzazione alla vendita al dettaglio che superi i 2.500 mq. per città superiori ai 10.000 abitanti e i 1.500 mq. per città inferiori ai 10.000 abitanti, non potrà essere richiesta e per procedimenti in corso non potrà essere rilasciata.
Questa moratoria di fatto inibisce la libera concorrenza e lo sviluppo di operazioni imprenditoriali in contrasto non solo con le principali regole di mercato, ma anche contro normative nazionali che anche recentemente (governo Monti) hanno non solo confermato ma dato nuove chiare direttive di liberalizzazione nel settore oltre a normative europee, una per tutte la direttiva Bolkestein.
Il tutto utilizzando motivazioni pretestuose che poco a che fare hanno con gli interessi dei consumatori, la concorrenza e la modernizzazione di un settore che deve continuamente svilupparsi.
Questo deciso cambiamento di clima lo si avverte in più regioni e investe non solo la regolamentazione delle autorizzazioni, ma anche i giorni e gli orari di apertura.
In una situazione che dura ormai da tempo di forte contrazione dei consumi, non sono certo provvedimenti restrittivi che porteranno a migliorare la rete distributiva e soprattutto garantiranno ai consumatori sempre più migliori servizi, qualità delle merci, innovazioni e prezzi competitivi dei prodotti.
Sembra di assistere ad un ritorno al passato quando dall’inizio degli anni settanta al 1998, la normativa sul commercio era regolamentata dalla legge n.426 del 1971 che contingentava le licenze, determinava merceologie, regolamentava in modo limitativo giorni e orari dietro ad una difesa politica del piccolo commercio in controtendenza con la forte evoluzione del settore presente in tutti i paesi occidentali.
Questo ha portato per troppi anni forti ritardi al sistema della distribuzione italiana a tutti i livelli, oltre a causare enormi danni al consumatore.
Oggi qualcuno immagina di poter tornare indietro pensando di proteggere forme distributive tradizionali che non riescono a reggere lo sforzo competitivo, se non a danno dei consumatori per la qualità e i prezzi delle merci.

Descrizione del caso

La regolamentazione del sistema distributivo al dettaglio in Italia sino al 1998 con l’approvazione della legge 14, conosciuta come legge Bersani, vedeva nel nostro Paese prevalere la difesa politica e corporativa del piccolo commercio ai danni della modernizzazione.
Contingentare settori merceologici e dimensioni, limitare giorni e durata di apertura, per citare gli aspetti più conosciuti, ha di fatto per anni fortemente rallentato lo sviluppo del sistema Paese legato alla distribuzione. Un dato per tutti, le famigerate tabelle VIII e XII, ovvero le autorizzazioni per strutture alimentari di grandi dimensioni e per tessile, abbigliamento e calzatura, hanno visto normative e commissioni regionali al commercio limitare il quantitativo a disposizione per nuove aperture, legittimando troppo spesso anche compravendite di autorizzazioni e richieste agli operatori, spesso finite sulle pagine dei giornali.
La vecchia 426 lasciava inoltre slegati gli aspetti urbanistico-edilizi da quelli delle autorizzazioni amministrative portando spesso e volentieri alla nascita di realtà commerciali nei posti sbagliati o alla realizzazione di manufatti che però non potevano essere inaugurati.
La Bersani riuniva la necessità dei due momenti. I danni evidenti ai consumatori, determinati non solo da prezzi rilevabili nel commercio tradizionale sempre squilibrati al rialzo, sono solo uno degli aspetti.
Pensiamo a scarsi controlli di qualità, in quanto solo la moderna distribuzione ha preteso e imposto controlli di standard europeo, ma ci sono anche aspetti legati alla logistica ed alla produzione.
Potremmo poi citare gli aspetti occupazionali, non solo per termini quantitativi ma anche di regolarità e quelli fiscali non solo per la dimensione delle entrate per le varie amministrazioni, ma per la loro certezza.
Non da ultimo, il fatto che queste normative hanno impedito la nascita nel nostro Paese di “colossi” della distribuzione che potessero valicare le Alpi e affermarsi nel mondo.
Non a caso non troviamo un’impresa italiana, sia nel settore alimentare che nei settori non alimentari, che abbia sviluppato catene in altri contesti se non quello nazionale.
Infatti mentre la distribuzione alimentare e non alimentare (elettronica, fai da te, articoli sportivi, mobili, ecc.) francese, tedesca, inglese, svedese, ecc., entrava in Italia, ma anche in altri Paesi europei e non solo, la distribuzione italiana, non avendo raggiunto nel proprio Paese dimensioni adeguate, non poteva permettersi di sconfinare anche in quelle realtà dove avrebbe trovato normative molto più semplici.
Il duplice risultato è che in Italia sono presenti in tutti i settori marchi di livello internazionale spesso senza avere nel nostro territorio validi competitor e che nei paesi di rispettiva provenienza hanno dato forte impulso alla produzione garantendo con la loro rete distributiva l’esportazione dei prodotti stessi.
Le regioni italiane, alcune con fortissimi ritardi, hanno come richiesto dalla legge Bersani, legiferato relativamente ad alcune competenze. Il dramma è che oltre al ritardo hanno travalicato le competenze ed hanno, chi più chi meno, reintrodotto con regolamenti cervellotici e spaventosamente burocratici forti limitazioni e di fatto contingentamenti.
Addirittura province, enti che niente hanno a che fare con il settore del commercio, legandosi a competenze proprie, come una parte della viabilità, hanno trovato il modo di limitare e ostacolare insediamenti commerciali su quelle strade (esempio la Provincia di Como). Infatti su tratti non urbani di strade provinciali (SP), anche se nel rispetto di rigide normative regionali che obbligano a superare punteggi relativi al carico del traffico ed all’inquinamento annesso che determinano limitazioni e mitigazioni, laddove si superano un certo numero di auto /giorno, sono inibite localizzazioni della grande distribuzione.
Ci sono poi Comuni che si sono arrogati il diritto di ulteriormente segmentare e limitare le metrature di vendita. Un esempio per tutti, rimanendo sempre sul lago, il nuovo PGT del Comune di Como che dopo un estenuante percorso tra l’adozione e l’approvazione (giugno 2013) e non ancora pubblicato dopo quattro mesi, bloccando di conseguenza qualsiasi nuova iniziativa in qualsiasi settore urbanistico ed edilizio, ha diviso il proprio territorio in zone e segmentazioni dimensionali di cui in un solo caso è possibile al massimo realizzare strutture sino a 1.500 mq. di vendita.
Aggiungiamo pure che in un contesto drammaticamente in crisi nel settore immobiliare e delle costruzioni, il commercio a differenza di residenza, terziario ed industriale vede ancora alcune aziende disposte ad investire ed avviare nuove iniziative.
I vari contesti normativi fanno di tutto per limitare questi investimenti, o comunque di far si che gli iter durino svariati anni, con il risultato che dal momento della decisione aziendale all’apertura dell’attività il mercato è spesso completamente mutato.
La Regione Lombardia, che in questi quindici anni aveva, seppur con gravi ritardi modificato i regolamenti attuativi, ma che confronto ad altre regioni sicuramente era la più “moderna”, ha nel mese di giugno pensato bene di bloccare qualsiasi operazione in essere.
Va tenuto conto che un normale iter di approvazione di un centro commerciale o di una grande struttura di vendita, anche percorrendo la strada degli accordi di programma, di norma necessita tra i cinque e i dieci anni per ottenere le necessarie autorizzazioni.
La moratoria con la delibera in attuazione della LR 4/13 “disposizioni in materia di programmazione commerciale. Modifica al titolo II, capo 1, della legge regionale 2 febbraio 2010 n.6”, all’articolo 1 comma 1 punto c inserisce dopo l’articolo 14 l’articolo 14bis (disposizioni transitorie per grandi strutture di vendita), interviene quindi su iter che hanno già visto per un’operazione passare degli anni, con spesso sensibili investimenti già effettuati.
Al calvario dei tempi e della spaventosa e macchinosa burocrazia, il rischio è che alla fine dell’anno le imprese si ritroveranno con novità che potrebbero del tutto interrompere lo sviluppo dei loro investimenti.
E’ poi pretestuoso da parte della Regione addurre questa “pausa di riflessione” con la necessità di un monitoraggio per fotografare la situazione. Sono anni ormai che la situazione distributiva della Lombardia è stata attentamente censita e viene di continuo aggiornata.
A questo punto lascia molto perplessi quanto contenuto nella DGR X/670 del 13 settembre 2013 “nuove linee per lo sviluppo delle imprese nel settore commerciale (proposta di deliberazione regionale)”, ovvero il primo documento ufficiale dell’iter che dalla moratoria porterà alla nuova normativa, ove nelle prime 129 pagine del documento che dovrebbe fotografare la situazione attuale del commercio in Lombardia, rileviamo scarsa precisione ed affidabilità delle fonti statistiche dei dati. I dati sulla consistenza della rete commerciale, soprattutto per i negozi di vicinato, mancano di una fonte uniforme, attendibile e verificata (purtroppo l’Istat ha rinunciato a svolgere il censimento dell’industria e commercio come in passato avveniva). Assistiamo quindi ad un utilizzo di varie fonti così che i dati di partenza ad esempio di fonte comunale, che la Regione ha usato, non sono verificati e aggiornati; infatti con i cambiamenti di procedure (ad esempio l’introduzione della SCIA, ovvero dichiarazione di inizio attività) molti uffici del commercio sono stati dismessi o ridotti e non sono più in grado di fare verifiche sui dati.
Si assiste così alla ritrasmissione da un anno all’altro degli stessi dati, a dare per buoni i dati relativi alle SCIA (ovvero un diritto ad iniziare un’attività lo si scambia per un’effettiva attivazione), a confusioni sui subingressi, cessazioni e nuove autorizzazioni, a numerazione dei negozi legate ai numeri civici, ecc.
Rilevazioni effettuate da associazioni o di consulenti nella redazione di PGT, hanno spesso riscontrato che il numero effettivo di esercizi è ben diverso da quello dei dati ufficiali, visto poi che i Comuni non hanno ben chiaro come effettuare i conteggi; alcuni comuni contano solo esercizi “esclusivi”, altri anche le attività svolte in abbinamento a pubblici esercizi, attività artigianali, ecc.
Nel conteggio degli esercizi tradizionali vi è da parte della Regione una sistematica sottovalutazione del numero effettivo. Infatti i centri commerciali sono considerati un unico esercizio. Questo vuol dire che nella statistica regionale i 178 centri commerciali risultanti (tabella 1.27 della DGR X/670) sono considerati come 178 esercizi commerciali.
Se facciamo un banale conto approssimato per difetto di 25 negozi a centro commerciale avremmo 4.450 unità e se proprio vogliamo esagerare consideriamone solo 3.000 come negozi di vicinato.
E’ del tutto evidente che questo dato cambia sensibilmente la desertificazione commerciale ed i saldi di nati-mortalità dei negozi. Lo si pensi anche in proporzione con gli 885 centri commerciali esistenti in Italia, in un panorama statistico nazionale.
Se prendiamo poi la stessa tabella sopra menzionata il dato di 178 centri commerciali al 2009 in Lombardia stride con altri conteggi pubblicati dall’Osservatorio Regionale del commercio o per l’anno 2012 con quelli pubblicati dal Consiglio Nazionale dei centri commerciali.
I conti non tornano anche laddove, sempre alla tabella 1.27, si definiscono i valori relativi alle superfici senza menzionare le superfici di vendita. Infatti si parla solo di superficie di 7.207.319 mq. di centri commerciali a fronte di una gla di 2.825.079.
Per quanto riguarda poi il dato riguardante l’occupazione qui si tratta di dati generici, incontrollati e approssimativi in mancanza di qualunque rilevazione ufficiale del settore. I dati espressi riguardano le intenzioni di assunzione e non l’occupazione reale, così come alberga una grande confusione tra numero totale di occupati ed una ragionevole stima di full time equivalent, laddove nel commercio il ricorso a contratti part time di vari tipi è fortemente in uso.
Va poi considerato che la grande distribuzione a differenza del commercio tradizionale ricorre molto spesso all’esternalizzazione dei servizi e che i relativi addetti vengono conteggiati dall’Istat in settori del tutto diversi (un chiaro esempio sono i servizi di logistica, pulizia, sorveglianza, facchinaggio, ecc.).
Anche i dati del sistema camerale sulle rete commerciale sono insufficienti perché rilevati con parametri e criteri differenti da quelli comunali e non sono aggiornati.
Quindi prima di dare sicuri saldi negativi dell’occupazione o delle unità commerciali sarebbe necessario partire da dati certi e comparabili.
Riprendendo quanto scritto sopra ed i pochi dati riportati nella tabella 1.16 della citata delibera di Giunta, troviamo che dal 2000 al 2012 in Lombardia le imprese commerciali risultano ridotte di 1.550 unità, pari all’1,65%, sicuramente molto meno del calo dei consumi, ma se guardiamo il solo numero degli esercizi di vicinato non conteggiati perché presenti nei centri commerciali si avrebbe addirittura una crescita in termini reali.
Il cuore del documento del 13 settembre che di fatto motiva la moratoria, ovvero la desertificazione commerciale, non ha nel documento stesso alcuna spiegazione analitica. Inoltre non si analizzano i settori complementari o in alcuni casi sostitutivi, come quelli della somministrazione e ristorazione (in generale in crescita), le vendite dirette dei produttori agricoli, i gruppi di acquisto solidale, l’artigianato di servizio e tutte le attività paracommerciali.
Se prendiamo poi la parte propositiva della delibera, che di fatto dovrà portare alla nuova normativa, essa è concentrata in 7 pagine perlopiù riassuntive delle indicazioni generali precedenti con enunciazioni generiche ed ovvie, inoltre mancano totalmente le modalità con cui si pensa di raggiungere gli obiettivi di riequilibrio tra le forme distributive e il rilancio del commercio del centro città.
La non nascosta volontà di bloccare o ulteriormente rallentare lo sviluppo di nuove e più moderne forme distributive, così come la sostituzione delle ormai obsolete strutture anche di grandi dimensioni, per la difesa ed il rilancio di forme tradizionali in buona parte superate e che non reggono da un punto di vista economico, conferma la cecità e l’incapacità di una dirigenza politica. Ma che questo sia il fine, ovvero intervenire sulla concorrenza in maniera anacronistica, lo si evince dall’inizio della delibera che dice “il programma di governo prevede, al fine di agevolare i negozi di vicinato…un preciso monitoraggio dello stato attuale del commercio, con contestuale moratoria…”. Ci ritroviamo però con la volontà di fatto, non di trovare forme per agevolare i negozi tradizionali, ma di intervenire per rendere la vita più difficile alla grande distribuzione, con uno stato dell’arte non veritiero perché fondato su basi non attendibili e con l’inutile blocco di operazioni in corso (moratoria) in quanto si poteva monitorare e legiferare senza bloccare gli stessi.
La Regione intende inoltre percorrere strade quantomeno pericolose nel suo tentativo di ostacolare la grande distribuzione. Facciamo un esempio: il voler verificare annualmente per il prossimo futuro (sempre da quello che c’è scritto nella delibera di Giunta) il livello occupazionale previsto dal promotore del centro commerciale con un sistema sanzionatorio, lascia allibiti in quanto tanti possono essere i motivi oggettivi che negli anni variano i livelli occupazionali, oltre al fatto che un promotore dovrebbe assumersi degli impegni e pagare le relative sanzioni per conto di futuri conduttori, che al momento del rilascio dell’autorizzazione non sono ancora stati determinati.
Altro capitolo poi è quello di continuare ad immaginare di destinare risorse pubbliche allo sviluppo di distretti del commercio che suppliscano e sostituiscano la naturale evoluzione del mercato è un folle salto all’indietro.
Credere che si possano pianificare a livello regionale in tutti i centri delle città lombarde dei distretti del commercio, ovvero forti agglomerati di negozi tradizionali così come possiamo trovarli a Milano in corso Buenos Aires o in corso Vercelli, creando tra di loro svariate sinergie, da l’idea della qualità della programmazione della Regione Lombardia. Dovrebbe essere chiaro a tutti che è il mercato immobiliare e le esigenze distributive (non da ultimo i costi) che determinano la nascita di centri commerciali naturali.
La società Leroy Merlin, leader internazionale del settore del fai da te, vedendosi bloccata con la moratoria un’iniziativa nel nord della Lombardia, ha urgentemente ricorso al Tar.
Lo stesso ha a metà settembre riconosciuto con sentenza n.1964/13 alla Regione Lombardia la possibilità di una breve pausa, ma che la stessa porti al rispetto dei “principi statali di liberalizzazione da contemperarsi con i motivi imperativi di interesse generale” e che “procrastinare la sospensione cristallizzando il mercato sarebbe in contraddizione con la Bolkestein e le norme statali di liberalizzazione e di riduzione degli oneri amministrativi delle imprese”.
Il sottolineare da parte del Tar di accettare una riflessione, ma che sia veloce, non è forse casuale. Infatti partiti di governo e di opposizione hanno già ventilato la possibilità di un’ulteriore proroga della moratoria oltre il 31 dicembre 2013.

Valutazione

Questa moratoria cristallizza la concorrenza, penalizza fortemente imprese che stavano programmando, o avevano in corso, sviluppi della propria rete, così come blocca nuove iniziative imprenditoriali anche di singoli.
Una amministrazione regionale che ha lasciato passare anni per mettersi del tutto in linea con la legge nazionale, che spesso è uscita con regolamenti di attuazione triennali alla fine dei trienni stessi, che non ha vigilato adeguatamente sul rispetto dei tempi da parte dei comuni per gli adeguamenti urbanistici richiesti dalla normativa nazionale (PRG o PGT che adeguassero le destinazioni commerciali a piccola-media-grande distribuzione), che non è intervenuta laddove i comuni si arrogavano diritti non propri, che ha introdotto contributi economici di perequazione altamente onerosi (180 €./mq. autorizzato) che spesso si sono sommati a standard qualitativi già richiesti dai comuni, che per ogni singolo provvedimento determina dei tempi lunghissimi, ha dato il suo meglio introducendo la moratoria.
Uno dei risultati sarà quindi anche una maggiore prudenza degli investitori che già avevano fortemente rallentato nel nostro paese.
Attendiamo quindi la fine dell’anno per verificare se la Regione Lombardia rispetterà la data che si è imposta e che il Tar ha dato come condizione per non bocciare il provvedimento, ma soprattutto se verranno introdotti ulteriori vincoli alla concorrenza in contrasto con direttive che dovrebbero portare ad una ulteriore liberalizzazione.
Il passaggio in Commissione ed in Giunta, prima che il documento conclusivo atterri in Consiglio Regionale, saranno determinanti per comprendere sino in fondo le reali intenzioni della Regione Lombardia, passaggi che sarà nostra cura tenere monitorati.

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