Una Repubblica – a debito – fondata sul lavoro sotto casa.

Nel mondo reale le persone si spostano per cercare lavoro e realizzarsi, in quello fantastico il lavoro va a bussare alla porta delle persone.

L’idea che il lavoro sia dovuto (e poi da chi?) è l’utopia di una società a termine e dunque decadente e povera.
Certo, ci sono i diritti sul lavoro – ed in Italia il quadro normativo è vetusto ed inefficace – ma il lavoro non si crea dal nulla: la ricchezza la producono essenzialmente le persone che lavorano nelle imprese (che cercano sempre risorse valide e formate dal sistema educativo, che in Italia sforna troppi asini, anche perché non premia i docenti più bravi).

Penso che nelle famiglie e nelle scuole occorra spiegare che il lavoro è un dovere piuttosto che un diritto.
un dovere da conquistare, per realizzarci e consentire di vivere con dignità. E’ una delle più importanti lezioni che ho imparato nella vita, partendo dalla mia famiglia (trasferita prima in Etiopia e poi in Svizzera)

Illudere ragazze e ragazzi che potranno godere degli stessi privilegi della generazione dei padri significa solo prolungare l’inganno che ci ha “regalato” la realtà in cui, oggi, siamo tutti costretti a vivere, pagando i debiti lasciati da chi è venuto prima di noi.

Tocca lavorare sodo per guadagnarsi il benessere ereditato; che non è un regalo o una rendita acquisita, anzi, il contrario.

PS. QUI UN MODELLINO DI PAESE REALE:

Un’azienda ha 2 sedi, A e B, con circa 100 posti lavoro.
A ha 70 dipendenti, e B 130, così decide di “deportare” 30 lavoratori da B ad A.

Delle due l’una: se in B si è assunto troppo, o si spostano risorse verso A, o si licenzia; e se in A si è assunto troppo poco, o si trasferiscono risorse da B, o si assume.
In entrambe i casi, ci sono 30 posti di lavoro di troppo in B che non contribuiscono alla produzione…
O si trasferisce chi è di troppo dove ci sono posti disponibili, o si licenzia da una parte e si assume dall’altra…

Perchè la scuola dovrebbe fare eccezione? e dovremmo pagare il conto?